“La mia vita a quattro zampe” di Lasse Hallström

(Svezia, 1985)

Nel 1985, quando il cinema svedese viveva ancora nell’ombra lunghissima di Ingmar Bergman e delle sue tragiche meditazioni esistenziali, un giovane regista di nome Lasse Hallström – noto fino a quel momento soprattutto per aver realizzato i videoclip degli ABBA – osa fare qualcosa di sovversivo: racconta l’infanzia non come il paradiso perduto della retorica sentimentale, ma come un territorio di solitudine, smarrimento e tentativi goffi di dare un senso al caos degli adulti. “La mia vita a quattro zampe” nasce proprio da questa intuizione coraggiosa, e il risultato è un piccolo capolavoro di umanità e tenerezza che vale la pena di riscoprire.

Il film si basa sul romanzo autobiografico di Reidar Jönsson e racconta la storia di Ingemar, dodicenne svedese alla fine degli anni Cinquanta interpretato con naturalezza disarmante dal giovanissimo Anton Glanzelius. Quando la madre si ammala gravemente di tubercolosi e il padre è costantemente assente per lavoro, il bambino viene spedito a vivere in campagna presso uno zio eccentrico e una zia dolcissima, e per questo è costretto a lasciare la sua amata cagnolina Sikkar. Quello che potrebbe sembrare l’inizio di una fiaba melensa diventa invece un’esplorazione delicata ma spietata di come un ragazzino cerchi di costruirsi una propria identità in un mondo di adulti incomprensibili e spesso assenti.

Hallström dimostra, fin dalle prime inquadrature, una sensibilità particolare nel catturare l’atmosfera della provincia svedese: quei paesaggi innevati dove il silenzio è così denso da poterlo quasi toccare, quelle case di legno che sembrano rifugi precari contro l’inverno eterno dell’esistenza. La fotografia di Jörgen Persson restituisce una Svezia rurale sospesa nel tempo, dove ogni dettaglio – dai vestiti rattoppati alla luce pallida che filtra dalle finestre – contribuisce a creare un’atmosfera di realismo poetico che ricorda il miglior cinema francese degli anni Cinquanta.

Ma ciò che rende il film davvero speciale è il modo in cui Hallström affronta il tema della sofferenza infantile senza mai scadere nel patetico o nel melodrammatico. Ingemar è un bambino che inventa continuamente strategie di sopravvivenza emotiva: si paragona alla cagnetta Laika – che insieme a Sikkar sono il suo modo di affrontare la vita “a quattro zampe” – spedita nello spazio dai sovietici senza possibilità di ritorno, trovando in questa metafora cosmica un modo per dare dignità al proprio senso di abbandono. “Se Laika ha potuto farcela lassù, da sola nello spazio, allora anch’io posso farcela qui”, sembra dirsi il ragazzino in una delle sequenze più toccanti del film.

Anton Glanzelius ci regala un’interpretazione di rara autenticità. Il suo Ingemar non è il bambino idealizzato del cinema commerciale, ma un ragazzino concreto con tutte le sue contraddizioni: testardo, curioso, impacciato, a volte crudele come sanno essere i bambini veri, sempre disperatamente bisognoso di affetto ma incapace di chiederlo esplicitamente. La macchina da presa lo segue con discrezione rispettosa, senza mai forzare l’emozione, lasciando che sia lo spettatore a riempire i silenzi con le proprie interpretazioni.

Il film è popolato di figure umane straordinariamente ben tratteggiate. Lo zio Gunnar, interpretato da Manfred Serner, è un uomo semplice ma non banale, capace di gesti di umanità silenziosa che dicono più di mille discorsi pedagogici. La zia Ulla, con la sua presenza discreta ma costante, rappresenta quel tipo di affetto solido e rassicurante di cui ogni bambino ha bisogno. E poi c’è l’intero microcosmo del villaggio, popolato da personaggi bizzarri ma mai caricaturali: il vecchio che costruisce una macchina volante nel suo cortile, il vicino di casa che aggiusta perennemente il tetto o la ragazzina che sogna di diventare campionessa di boxe.

Hallström intreccia questi ritratti con una leggerezza che nasconde grande sapienza narrativa. Il film procede per episodi apparentemente slegati – la scoperta della sessualità attraverso lo sguardo furtivo sul seno di una ragazza, i tentativi goffi di integrarsi nel gruppo dei coetanei, le fantasie compensatorie in cui Ingemar si immagina eroe di imprese impossibili – ma tutti convergono verso un’unica verità: crescere significa imparare ad accettare che gli adulti non hanno tutte le risposte, che le persone care possono lasciarci senza preavviso, che il mondo è pieno di dolore ma anche di piccole gioie inaspettate.

“La mia vita a quattro zampe” ottenne due candidature agli Oscar – miglior regia e miglior sceneggiatura non originale – portando per la prima volta il cinema svedese contemporaneo – al di fuori del maestro Bergman – all’attenzione del pubblico internazionale. Fu il trampolino che permise a Hallström di iniziare la sua carriera hollywoodiana, anche se va detto che raramente riuscirà a raggiungere nuovamente la perfezione di equilibrio tra sentimento e rigore che caratterizza questo film, se non forse ne “Buon compleanno Mr Grape“.

Ciò che rende l’opera ancora oggi così potente è la sua capacità di parlare dell’infanzia senza nostalgia, della sofferenza senza vittimismo, della solitudine senza autocommiserazione come solo i grandi maestri Vittorio De Sica e François Truffaut hanno saputo fare. Ingemar è un bambino che impara a sopravvivere non negando il dolore ma trovando dentro di sé risorse insospettate. E questo lo rende un personaggio profondamente moderno, lontano anni luce dai bambini-santini del cinema edificante.

A quarant’anni dalla sua uscita, “La mia vita a quattro zampe” si conferma come uno dei più bei film sull’infanzia mai realizzati. Un’opera che ha il coraggio di guardare negli occhi la fragilità dell’esistenza umana senza distogliere lo sguardo, ma anche di celebrare la capacità di resilienza che tutti noi possediamo, anche quando ci sentiamo piccoli e spaventati come quella cagnolina persa nello spazio infinito.

Un film necessario, commovente senza essere lacrimevole, profondo senza essere pretenzioso. Un piccolo miracolo di cinema che merita di essere visto, rivisto e custodito nel cuore.

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“Buon compleanno Mr. Grape” di Lasse Hallström

(USA, 1993)

Peter Hedges (classe 1962) pubblica nel 1991 il romanzo “What’s Eating Gilbert Grape” che racconta, in maniera molto particolare, la drammatica storia di una famiglia della provincia rurale americana.

Due anni dopo Lasse Hallström, regista svedese ma ormai stabilitosi a Hollywood (dove ha firmato pellicole come “Chocolat” o “Le regole della casa del sidro”) dirige il suo adattamento cinematografico, la cui sceneggiatura è firmata dallo stesso Hedges.

Nella piccola cittadina di Eldora, nello stato dell’Iowa, tutti si conoscono da sempre. Ma la famiglia più chiacchierata è senza dubbio quella dei Grape, che vivono in una vecchia e malandata casa di campagna.

Il motivo è soprattutto la tragedia, consumatasi 17 anni prima, e le sue tristi conseguenze. Il signor Grape, infatti, si è impiccato nello scantinato della casa. La scomparsa del marito ha portato la signora Grape (Darlene Cates) a rifiutarsi di uscire di casa per rimanere tutto il giorno e tutta la notte seduta sul divano per vedere la televisione e per mangiare voracemente, ingrassando sempre di più.

I cinque figli, nonostante la giovane età, sono stati così costretti ad occuparsi della madre e gli uni degli altri. Il maggiore Gilbert (Johnny Depp), per portare i soldi a casa ha abbandonato gli studi per fare l’inserviente presso il grande negozio di alimentari di Eldora, dove si occupa anche delle consegne domiciliari.

Oltre che della madre e delle sue due sorelle, Amy (Laura Harrington) ed Ellen (Mary Kate Schellhardt), Gilbert si sente responsabile soprattutto di Arnie (uno stratosferico Leonardo DiCaprio) suo fratello minore, affetto da un ritardo cognitivo, che ha una incontenibile passione per l’alta cisterna dell’acquedotto della città.

Fra i pochi che aiutano Gilbert c’è il suo amico Tucker Van Dyke (John C. Reilly), ottimo carpentiere, che cerca in ogni modo di tenere in piedi la vecchia casa. Nel mondo di Gilbert ha un ruolo importante anche la signora Carver (Mary Steenburgen), assidua cliente del negozio di alimentari, che vuole regolarmente le consegne a casa visto che ha una relazione extraconiugale con lo stesso Gilbert.

Annualmente a Eldora passa una carovana di camper, cosa che rappresenta un vero e proprio evento per Arnie. Proprio accompagnando il fratello sulla statale per vedere la lunga fila di veicoli, Gilbert incontra Becky (Juliette Lewis) una ragazza che gira il Paese nel camper della nonna…

Insolita e struggente pellicola intimista, ottimamente diretta, che ci parla di come l’amore, quello vero, sia fondamentale nella vita. In un mondo fatto troppo spesso di egoismo, vigliaccheria e cattiveria, solo chi è veramente disposto ad amare e farsi amare, sapendo anche lasciare andare le cose – anche quelle più devastanti – forse alla fine può sopravvivere.

Con un ottimo cast composto da bravissimi giovani attori allora poco conosciuti – ad esclusione di Depp già abbastanza famoso – che però nel corso degli anni sono diventati delle vere icone di Hollywood, questo fil merita sempre di essere visto.

Su tutti però deve essere sottolineata la superba interpretazione di Leonardo DiCaprio che riceve, giustamente, la candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista, che però inspiegabilmente poi non vince.