“Il ballo” di Irène Némirovsky

(Adelphi, 2005)

Antoniette vive un’adolescenza difficile: ha un rapporto tiepido col padre, impegnato sempre col suo lavoro, e a dir poco difficile con la madre dal carattere forte ed egocentrico.

Più che a seguire la crescita della loro unica figlia, i coniugi Kampf si dedicano a consolidare il loro stato sociale di “nuovi” ricchi. L’acerba Antoniette, schiacciata fra i genitori e il nuovo e, a volte, incomprensibile stile di vita, cova un rancore profondo che alla fine sfogherà in una feroce vendetta.

Questo breve romanzo, tanto sottile quanto attuale – che vide le stampe la prima volta nel 1930 e poi incredibilmente dimenticato fino a pochi anni fa – rappresenta la seconda opera della giovane scrittrice francese Irène Némirovsky, nata in Russia ed emigrata a Parigi assieme ai suoi genitori, e che per tutti gli anni Trenta sarà una figura di spicco della vita culturale della capitale francese.

A neanche quarant’anni la Némirovsky, il 17 agosto 1942, perirà nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, dove era stata reclusa perché di religione ebraica.

“Il libro del té” di Okakura Kakuzo

(Elliot, 2014)

Okakura Kakuzo, nato nel 1862 a Yokohama, dopo essere stato uno studente dell’Università Imperiale di Tokyo diventa direttore della Scuola Nazionale d’Arte di Tokyo, e paladino nonché fervente sostenitore della conservazione della cultura e della tradizione nipponica.

Ma il Giappone della seconda metà dell’Ottocento è proiettato alla massima e rapida occidentalizzazione, e così Kakuzo è costretto – si dice addirittura su invito del’Imperatore – ad abbanodonare il suo ruolo e lasciare il Paese.

Si stabilisce negli Stati Uniti dove fonda un Istituto di Arte Giapponese, oltre a diventare consulente per numerosi musei. E proprio negli Stati Uniti, nel 1906, Kakuzo scrive “Il libro del té” nel quale, raccontando dell’antico rito legato all’ancestrale bevanda, parla della cultura secolare, dell’arte e della storia del suo Paese che in quegli anni, sempre più in maniera scellerata, aderisce all’Occidente.

Kakuzo, anche se non avrà il tempo di vedere la Prima Guerra Mondiale morendo nel 1913, arriva anche a presagire l’epilogo di tale asservimento culturale: la catastrofe che sarà per il suo Paese la Seconda Guerra Mondiale.

Per me, che amo tanto il Giappone del maestro Hayao Miyazaki, è un libro imperdibile.

“La casa dei ragazzi speciali di Miss Peregrine” di Ransom Riggs

(Rizzoli, 2011)

Jacob Portman è un adolescente come tanti altri, e come tanti altri vive un’adolescenza solitaria. La famiglia della madre è una delle più ricche dello stato, visto che possiede un’importate catena di supermercati. E Jacob, come tutti i suoi parenti, lavora nella grande catena.

L’unica persona con la quale ha un legame profondo e sincero è il nonno Abraham. Sono soprattutto i suoi vecchi racconti che affascinano da sempre Jacob. Nonno Abraham, infatti, ha avuto una vita molto avventurosa e drammatica: di origini polacche e di religione ebraica, è stato l’unico a sopravvivere, della sua famiglia, alle persecuzioni nazi-fasciste durante la Seconda Guerra Mondiale.

Negli ultimi anni del conflitto ha poi combattuto accanto agli Alleati scegliendo successivamente di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Sono i racconti proprio di quel periodo ad affascinare Jacob anche se il nonno, col passare del tempo, sembra sempre più restio e a disagio nel ricordarli.

Una notte oscura, però, nonno Abraham viene ferito a morte nei pressi del suo giardino da quello che tutti considerano un coyote. Solo Jacob, arrivato per primo accanto al cadavere, è convinto che non si sia trattato di un coyote ma di qualcosa di molto più feroce e sovrannaturale.

Anche se nessuno gli crede, Jacob decide di scoprire la verità. Le tracce che il nonno gli ha lasciato, fatte soprattutto di vecchie e incredibili fotografie in bianco e nero, lo portano in Gran Bretagna, su una piccola isola dove incontrerà in prima persona il passato del nonno…

Originale e sfizioso romanzo fantasy, che scorre rapido e divertente fino alla fine, scritto da Ransom Riggs, classe 1980 e nato in una fattoria secolare del Maryland, USA.

Romanzo insolito, per gli amanti del genere e non solo, visto che nelle prossime settimane arriverà nelle sale di mezzo mondo “Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali” riduzione cinematografica diretta dal maestro Tim Burton.

L’unico piccolo neo del libro è la fine, sospesa, che si aggancia troppo al seguito “Hollow City: Il ritorno dei bambini speciali di Miss Peregrine” del 2014, un pò da furbetto insomma.

“Il vagabondo delle stelle” di Jack London

(Adelphi, 2012)

Darrell Standing è un condannato a morte. Poche ore lo separano dall’esecuzione capitale nel braccio della morte del carcere di San Quintino, in California, e lui – con quella lucidità che appartiene a chi sa di avere ormai solo pochissimo tempo – decide di scrivere le sue memorie. Le scrive per sé, ma anche per chi verrà dopo. Per trafugarle fuori dalle sbarre, per consegnarle al mondo, per urlare – sulla carta – quello che la condanna a morte ha tentato di silenziare per sempre.

Ma attenzione: non aspettatevi il solito romanzo carcerario, per quanto già questo basterebbe a renderlo degno di lettura. Jack London fa qualcosa di molto più ambizioso e visionario. Standing non si limita a raccontare la sua storia personale, i crimini che lo hanno condotto in quella cella, la brutalità quotidiana di un sistema penitenziario che fa del corpo umano il suo campo di battaglia privilegiato. No, Standing racconta soprattutto di come sia riuscito a sopravvivere – e la parola qui va intesa nel senso più letterale e insieme più profondo possibile – alla tortura dell’isolamento.

Perché il carcere di San Quintino non si limita a rinchiudere i suoi ospiti indesiderati. Ha strumenti più raffinati e più crudeli per spezzare la mente e l’anima di un uomo. Standing viene legato e imbragato in una camicia di forza per giorni interi, abbandonato all’immobilità totale, al buio, al silenzio. Una tortura fisica e psicologica che London descrive con una precisione e una crudezza che, anche a distanza di oltre cento anni, fa ancora rabbrividire. E che, va detto, si tratta di una denuncia, fatta con una lucidità politica e civile rara, che anticipa di decenni il dibattito contemporaneo sulle condizioni delle carceri, e non solo quelle americane.

Ed è qui che il romanzo compie il suo salto più straordinario, trasformandosi da denuncia sociale in qualcosa di molto più difficile da catalogare. Grazie a un compagno di prigionia, Standing impara l’autoipnosi, una tecnica che lo conduce a uno stato di catalessi così profondo da essere in tutto e per tutto indistinguibile dalla morte apparente. I carcerieri credono di aver vinto, di aver ridotto quel corpo ribelle a una larva inerte. Ma mentre il corpo langue, la mente di Standing compie viaggi che nessuna catena potrebbe mai fermare.

La catalessi, infatti, non è solo una strategia di sopravvivenza fisica – per quanto preservi intatti gli organi vitali – ma diventa la chiave per aprire una porta che la coscienza ordinaria tiene accuratamente sbarrata: quella che custodisce i ricordi delle vite precedenti. E qui London, con quella mano sicura che gli appartiene, trasforma un romanzo di denuncia in un’epopea onirica e filosofica di rara bellezza.

Standing rivive se stesso come un legionario romano che assiste, con gli occhi di chi è già stato al mondo abbastanza da non stupirsi più di niente, alla crocifissione. Si ritrova poi nelle vesti di un avventuriero che approda sulle coste di una Corea oscura e medievale, in un mondo che sa di fuoco e di ferro e di storie dimenticate. E ancora, in altri corpi, altri tempi, altre vite, tutte accomunate da un filo sottile che London tesse con la pazienza di un artigiano e la visione di un poeta.

Il risultato è un libro che sfugge a qualsiasi definizione precisa. È un romanzo di formazione al contrario, dove si impara andando indietro invece che avanti. È una denuncia politica feroce e documentata. È un viaggio metafisico sulla natura dell’anima e sulla continuità dell’esistenza. Ed è, soprattutto, uno dei libri più personali che London abbia mai scritto: le riflessioni di Standing sulla morte, sulla libertà interiore, sull’inutilità della violenza istituzionale risuonano con una tale intensità da fare sospettare – …e non a torto – che dietro la maschera del condannato si nasconda qualcosa di molto simile alla voce del suo autore.

Jack London era un uomo che aveva già visto tutto: la miseria, il mare sconfinato, il grande Nord, l’alcol, la fama, la disillusione. Quando scrive “Il vagabondo delle stelle” ha poco più di quarant’anni ma una stanchezza addosso che sembra di secoli. E forse è proprio per questo che riesce a dare voce a un personaggio che, sulla soglia della morte, parla della vita con una chiarezza che pochi scrittori hanno saputo raggiungere.

Geniale e crudo, visionario e politico, tenero e spietato: questo è “Il vagabondo delle stelle”. Un libro che il Novecento letterario non ha ancora finito di digerire, e che ogni lettore autentico dovrebbe tenere vicino. Da leggere.

Assolutamente, urgentemente, da leggere.

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“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

(REA Edizioni, 1923/2013)

Su questo capolavoro indiscusso della letteratura mondiale si è detto e, fortunatamente, si continua a dire tanto. Non sono certo uno dei massimi esperti mondiali dell’opera di Italo Svevo (al secolo Aron Hector Schmitz), ma voglio parlare lo stesso, da semplice lettore, di un paio di cose che ogni volta che rileggo la vita di Zeno mi lasciano stupefatto e incantato.

Zeno Cosini, che sfiora i 100 anni, visto che il romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1923, rispecchia da tutto questo tempo, e in maniera netta ed efficace come solo pochi altri personaggi letterari, il vero italiano borghese.

Nell’Italia volitiva, che era appena entrata nel Ventennio, Zeno Cosini era lo stereotipo del cittadino passivo e vigliacco che il potere derideva e biasimava, ma senza la cui passività – e questo certo quel potere lo sapeva bene – non sarebbe mai riuscito a prendere il comando.

Ma Cosini va oltre, è anche l’italiano che sarà alla base della società che si formerà nel secondo dopoguerra per forgiare quell’Italia che dritta dritta, fra Boom e Nuovo Miracolo Italiano, arriverà fra le nostre stanche braccia.

E ancora oggi Zeno Cosini è un membro di prestigio della nostra società del nuovo Millennio, democratico e progressista ma ben attento ai suoi privilegi economici che giudica indiscutibili, guarda i talk o i talent e manda i suoi figli a studiare all’estero, magari è anche vegetariano e sostenitore della medicina omeopatica, ma continua a fumare come un ossesso.

Il secondo elemento straordinario di questo grande romanzo, non dissociato al primo, sono le straordinarie capacità anticipatrici dei tempi del suo autore. Oltre a raccontarci come sarà l’uomo del Novecento che smette di guardare fuori – così come facevano i Veristi, per esempio – e ribalta le proprie pupille per guardare dentro se stesso, nella conclusione del libro Svevo ha l’intuizione profetica di quel baratro sul quale il mondo sarà sospeso per il resto del secolo: l’olocausto atomico.

Penso sia giusto ricordare, infine, che un’opera del genere venne totalmente ignorata dalla critica italica del tempo – fatta evidentemente di menti che fortunatamente non hanno nulla a che vedere con quelle geniali che oggi tengono alta la bandiera della nostra critica letteraria… – ma trovò apprezzamento solo all’estero dove l’insegnate di inglese e amico dell’autore, James Joyce, lo portò per farlo leggere.

Siamo tutti Zeno Cosini!

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“I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta

(Mondadori, 1976)

Di questo romanzo surreale io non ne avevo mai sentito parlare se non in funzione del film “I viaggiatori della sera” che ne ha fatto Ugo Tognazzi nel 1979. Eppure Umberto Simonetta è stato un grande umorista e autore del nostro secondo Novecento. Ha scritto numerosi spettacoli teatrali, collaborando con altri grandi autori quali Enrico Vaime o Guglielmo Zucconi. Ma torniamo al romanzo.

“I viaggiatori della sera” esce in un momento storico in cui la nostra società deve fare seriamente i conti con la terza età. Ormai in quasi tutte le famiglie ci sono nonni o nonne “di troppo” e si cercano soluzioni più o meno eleganti per sbarazzarsene.

Se lo straordinario episodio “Come una regina” del film “I nuovi mostri” ci racconta in maniera terrificante e reale l’internamento – perché solo così si può chiamare – di una nonnina non gradita alla nuora, il romanzo di Simonetta va oltre, e usando l’ironia entra nel campo del surreale.

Per un incontenibile sovrappopolamento, la Legge prevede che a 49 anni ogni cittadino è costretto ad abbandonare il proprio lavoro e la propria casa per recarsi in uno dei numerosi Villaggi per vacanze “definitive”.

Si tratta di veri e propri resort che ospitano gli “attempati” clienti esattamente come quelli normali. L’unica grande e apparente differenza è che una volta al mese viene effettuata una tombola, e chi la vince è costretto a partire immediatamente per una crociera dalla quale non tornerà mai più. Questo ovviamente altera i comportamenti e la morale degli ospiti…

Strepitosa e feroce critica della nostra società che in quarant’anni forse non è cambiata poi di tanto… basta guardare le simpatiche pubblicità di amene cliniche private per anziani per rendersene conto.

Ma tranquilli “I viaggiatori della sera” è fuori catalogo, se proprio lo volete leggere tocca che vi buttate sull’usato, e pure vecchiotto.

Nel 2015 il regista greco Yorgos Lanthimos dirige il grottesco “The Lobster” con atmosfere e situazioni molto simili a questo romanzo di Simonetta.

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“Un Natale di Maigret e altri racconti” di Georges Simenon

(Adelphi, 1953/2015)

Non si discute, Maigret sta alla letteratura come il panettone (con i canditi) al Natale.

E così durante le Festività (invernali ed estive) non manco mai di tornare a fare una visita al commissario più famoso della narrativa mondiale.

Quest’anno ho scelto questa raccolta di tre racconti che prende il titolo dall’ultimo, certamente il più gustoso.

Il primo, “Nessuno ammazza un poveraccio”, si consuma nelle tipiche atmosfere simenoniane, con un inspiegabile (per tutti tranne che per il commissario ovviamente) omicidio in un anonimo appartamento popolare.

Così come il secondo, “Il cliente più ostinato”, ci porta sul campo delle passioni, motore principale di tante inchieste di Maigret.

Ma quello che mi è piaciuto più di tutti è senza dubbio il terzo perché proprio la mattina di Natale ci porta in casa Maigret, dove fanno da padrona le abitudini consolidate di una coppia che si ama con il triste e comune dolore di non avere bambini a cui fare regali…

Per amanti del genere e fan d’annata del commissario.

“I guardiani della notte” di Sergej Luk’janenko

(Mondadori, 1998/2007)

In Russia, questo bel romanzo fantasy di Sergej Luk’janenko è famoso quanto “Il Signore degli Anelli” di J.J. Tolkien. E per me, che sono cresciuto con Frodo e Bilbo, il paragone c’ha il suo perché.

L’opera oscura e gotica di Luk’janenko ci porta alle soglie del Crepuscolo, dove si consuma l’eterna lotta fra il Bene, che ha i suoi paladini nei Guardiani della Notte, ed il Male, difeso dai Guardiani del Giorno.

Tutto per tutelare i “normali” esseri umani che, ignari, vivono le proprie esistenze. Se per le forze del Male gli umani rappresentano cibo o energia vitale da succhiare, per le forze del Bene sono soprattutto esseri viventi da difendere.

L’equilibrio fra le due forze, dopo millenni di stabilità, potrebbe rompersi…

“I Guardiani della Notte” (che è il primo di una pentalogia) ci racconta il lato oscuro del Male, ma anche quello del Bene, con uno stile rapido ed efficace.

Ma la cosa più interessante, forse, è la struttura gerarchica delle Forze del Bene, così come quella delle Forze del Male, che richiama dichiaratamente a quella del Partito Comunista Sovietico, così come la genesi delle scelte del gotha dei maghi, sembra proprio quella del Politburo che per tanto tempo ha governato oltre cortina.

Per i patiti del genere, ma non solo!

Nel 2004, il russo Timur Bekmambetov, ha diretto lo sfizioso adattamento cinematografico.

“Il club dei suicidi” di Robert Louis Stevenson

(1882/1991)

Sulla grande e prolifica narrativa britannica dell’Ottocento c’è poco da aggiungere, per me poi che sono un fan sfegatato di Sir Arthur Conan Doyle – e non solo del grande Sherlock Holmes – e dell’immenso Charles Dickens.

Ma poco si parla nel recente di un altro colosso made in UK – scozzese di nascita – della letteratura come Robert Louis (Balfour) Stevenson (1850-1894). Le sue opere sconfinano dalla narrativa – per la quale è universalmente famoso – per invadere il teatro e la poesia.

Rimanendo nell’ambito della narrativa, parliamo del racconto “Il club dei suicidi” che fa parte della raccolta “Le nuove Mille e una notte” edito nel 1882.

Stevenson ci porta in un’indimenticabile e fascinosa Londra vittoriana e notturna, fatta di strade buie e vicoli ciechi, ma soprattutto di case con le finestre sbarrate dietro le quali avvengono i più efferati delitti.

Con una destrutturazione temporale che anticipa quella che prenderà sempre più piede nei decenni successivi, “Il club dei suicidi” ci parla – come quasi tutta l’opera di Stevenson – della dicotomia sfumata fra il bene e il male, fra la paura e il coraggio e fra l’ingenuità e l’arroganza.

Godibilissimo.

“Il club dei bugiardi” di Mary Karr

(BUR, 2008)

La prima volta che ho letto il termine memoir mi è sembrato un po’ fighetto, mi sembrava la solita e banale scusa per non usare il termine italiano “autobiografia”. Una di quelle parole anglofone che certi intellettuali tirano fuori per darsi un tono, un po’ come quando qualcuno ordina un flat white invece di un caffè macchiato.

Ma la differenza è sostanziale, invece, e vale la pena fermarsi un momento a capirla prima di parlare di questo libro. L’autobiografia deve rispettare eventi e avvenimenti in maniera cronologica e fedele alla realtà documentabile, come fosse un atto notarile della propria vita. Il memoir, al contrario, si basa sulla memoria pura, quella che spesso si discosta dalla cronologia, che dilata eventi ed emozioni in relazione al momento che sta vivendo chi scrive, che seleziona, che filtra, che amplifica. È la differenza che passa tra una fotografia e un dipinto: entrambi ritraggono la realtà, ma solo uno di essi ha l’ambizione di raccontarla davvero.

E questo “Il club dei bugiardi” di Mary Karr è uno dei migliori esempi del genere che abbia letto negli ultimi tempi. Anzi, probabilmente uno dei migliori in assoluto.

Mary Karr ripercorre la sua infanzia dura e cruda a Leechfield — che letteralmente vuol dire “campo di sanguisughe”, e non è un caso che il nome sia già tutto un programma — nel Texas dei primi anni Sessanta. Un luogo che non è solo una geografia, ma un’atmosfera, un’oppressione, un destino. Un posto in cui crescere sembrava già di per sé una forma di sopravvivenza. La piccola Mary lo fa assieme a sua sorella maggiore di due anni Lecia, e con una madre e un padre entrambi alcolisti, in una famiglia dove il complimento più educato che potevi aspettarti era: “Non saresti capace di svuotare uno stivale pieno di piscio neanche leggendo le istruzioni sotto al tacco”. Una frase che non ha bisogno di commenti, e che da sola dice tutto su quel mondo, su quella gente, su quella vita.

Eppure Karr non scrive per fare la vittima. Non scrive per commuoverci, né per ricevere la nostra solidarietà. Scrive per raccontare, con un coraggio che lascia senza fiato, quella stagione della sua esistenza: i traumi, le cicatrici indelebili provocate dal rapporto burrascoso tra i suoi genitori, le violenze di vario tipo con cui la piccola Mary si troverà a fare i conti mentre il resto del mondo sembra andare avanti indifferente. Perché una delle cose più difficili da accettare, quando si cresce in certi contesti, è proprio questa: la consapevolezza silenziosa e devastante che al mondo non frega niente di te.

Quello che rende “Il club dei bugiardi” un libro straordinario, però, non è solo la materia grezza di cui è fatto — e Dio sa quanto quella materia sia pesante — ma il modo in cui Karr la maneggia. Il suo stile è limpido e scorrevole, privo di qualsiasi compiacimento letterario, mai autoindulgente. Scrive come se stesse parlando con te, come se stesse raccontando la storia a qualcuno seduto dall’altra parte del un tavolo in un bar, davanti a un bicchiere mezzo pieno. E proprio per questo arriva dritto allo stomaco, senza mediazioni, senza filtri estetici che ne ammorbidiscano l’impatto.

È un libro bello e duro — proprio come doveva essere la vita di una bambina spesso abbandonata a se stessa nel Texas di quegli anni — ma che ci dice anche come alla fine Mary abbia imparato a superare e convivere con il proprio dolore. Non lo risolve, attenzione. Non ci propina un finale consolatorio e falso, non ci regala la guarigione come si regala un fiocco su un pacco regalo. Ma ci mostra qualcosa di più onesto e più prezioso: che si può sopravvivere, che si può costruire qualcosa nonostante tutto, che la memoria — quella memoria impura, selettiva, a volte bugiarda che è il cuore del memoir — può diventare uno strumento di comprensione, e forse persino di libertà.

In un panorama letterario spesso dominato da storie che fingono di essere vere e vite che fingono di essere storie, “Il club dei bugiardi” ha il merito raro e non negoziabile di essere entrambe le cose insieme, senza finzione e senza sconti.

Tosto, davvero. E necessario.

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