“La via del male” di Robert Galbraith/J.K. Rowling

(Salani, 2016)

Parliamo del terzo capitolo delle investigazioni del detective privato Cormoran Strike, nato dalla penna della geniale J.K. Rowling che usa lo pseudonimo di Robert Galbarith così come ha fatto per la prima fondante inchiesta “Il richiamo del cuculo” (2013) e per la seconda “Il baco da seta” (2014).

Strike è un reduce della guerra in Iraq, dove ha perso la parte inferiore di una gamba. Figlio di una famosissima rockstar e di una ex groupie, ha un fisico massiccio e possente da classica Terza Ala. Questa volta Cormoran deve affrontate il male che arriva proprio dal suo passato militare. Accanto a lui c’è sempre la sua segretaria “temporanea” Robin Ellacott, e anche lei dovrà vedersela coi mostri del suo passato…

Con una scena finale d’applauso, “La via del male” ci racconta soprattutto di una delle più infami piaghe della nostra società: la violenza sulle donne. Violenza di tutti i tipi: fisica, mentale e morale.

Inutile aggiungere che la Rowling/Gilbraith scrive in maniera divina e scorrevole, ma occhio che in questo romanzo giustamente …picchia duro.

Questa inchiesta di Strike è seguita dalle successive “Bianco letale” (2019) e “Sangue inquieto” (2021).

“L’uovo alla Kok” di Aldo Buzzi

(Adelphi, 1979/2002)

Aldo Buzzi (1910-2009) è stata una delle figure più rilevanti della cultura italiana del secondo Novecento. Laureatosi in Architettura al Politecnico di Milano, Buzzi approda al cinema come collaboratore del futuro cognato Alberto Lattuada, e per gli anni successivi collabora con altri futuri grandi registi come Luigi Comencini o Luigi Zampa. Ma lo scrivere, per Buzzi, è l’arte preferita e così, col passare degli anni, ci si dedica con sempre più impegno.

Nel 1979 pubblica il suo libro di ricette “L’uovo alla Kok”, titolo scelto prendendo spunto dai vari errori e refusi che gli capita di leggere fra le carte e le liste dei ristoranti e delle trattorie che frequenta.

Oltre alle deliziose ricette che descrive – la Tiella e quelle dei dolci sono le mie preferite – Buzzi ci regala aforismi e aneddoti strepitosi come “Mangiare è umano, digerire è divino” o “Il mondo purtroppo è di chi ha torto”. E ci confessa che :”Lo scrittore che non parla mai di mangiare, di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi mi ispira diffidenza, come se mancasse di qualcosa di essenziale”.

Ma Buzzi ci parla, soprattutto, di cosa rappresenta il cibo nella nostra società e profetizza (nel 1979) come la nostra cucina prima o poi si accorgerà di essere superiore anche a quella francese.

Da leggere con gli e la bocca e quindi: buona lettura e …buon appetito!

“Topkapi – La luce del giorno” di Eric Ambler

(Club degli Editori, 1964)

Eric Ambler è stato uno dei maggiori autori di spy-story del Novecento, tanto da essere considerato un maestro anche dallo stesso Ian Fleming.

Classe 1909, Ambler nasce a Londra dove, finiti gli studi, inizia la sua carriera di autore di pubblicità. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Ambler entra nell’Esercito britannico servendo le truppe cinematografiche e spesso scrivendo sceneggiature direttamente nei luoghi di guerra.

Con la fine del conflitto e lo scoppio della Guerra Fredda, Ambler passa definitivamente alla carriera cinematografica, ma continua a scrivere, e con i suoi romanzi eleva definitivamente lo spionaggio a genere nobile della narrartiva mondiale.

Nel 1962 pubblica “Topkapi – La luce del giorno” riscuotendo un nuovo successo planetario (dopo lo strepitoso “La maschera di Dimitros”, che arriverà a ispirare quasi sessant’anni dopo Christopher McQuarrie per la sceneggiatura dello splendido “I soliti sospetti“).

Arthur Abdel Simpson è un apolide, figlio di un’egiziana e di un inglese, che ha perso la cittadinanza britannica e quella egiziana a causa delle sue numerose truffe, molte delle quali non riuscite.

Vive ad Atene, dove sbarca il lunario facendo il ruffiano o rifilando patacche a turisti sprovveduti. Fino a quando non incontra Harper, uno strano europeo, che lo trascina in una losca e misteriosa “operazione” a Istanbul. Ma…

Strepitoso affresco dei vizi e dei lazzi dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo che spesso sono costretti a campare dei desideri – immorali o illegali… – dei popoli mitteleuropei. Ambler ci racconta la povertà e l’avidità umana con uno stile da narratore di gran classe.

Da leggere.

Per la chicca: nel 1964 Jules Dassin gira la versione cinematografica “Topkapi”, con un grandioso Peter Ustinov (che davvero sembra essere uscito dalla penna di Ambler), Melina Mercuri e Maximilian Schell. Un adattamento molto visionario e psichedelico, figlio dei “magnifici” anni Sessanta, che oggi risulta forse un pò datato (tranne che per Ustinov, ovviamente).

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“Piccoli equivoci senza importanza” di Antonio Tabucchi

(Feltrinelli, 1985/2003)

Il formato del racconto nel nostro Paese, non mi stanco mai di ricordarlo, è ingiustamente bistrattato dalla maggior parte degli editori che raramente ne pubblicano raccolte. Questo a meno che l’autore non sia già uno scrittore famoso. Cosa che dimostra, come d’altronde molte altre, la staticità mentale dei alcuni dei nostri più importanti venditori di libri.

Ma torniamo al grande Antonio Tabucchi e a questa sua raccolta di racconti. Uscita nel 1985 “Piccoli equivoci senza importanza” ne raccoglie undici, il primo dei quali dona il titolo al volume.

Fra tutti, se proprio devo scegliere, preferisco  “Aspettando l’inverno”, “Il rancore e le nuvole” e “Cinema” – e non per forza in quest’ordine – ma anche in ognuno degli altri l’indimenticabile Tabucchi dimostra di essere un grande scrittore e soprattutto un grande conoscitore e narratore dell’animo umano e delle sue più intime tragedie.

Ma “Cinema” …che bello!

Dopo averli letti, vediamo se c’è ancora qualcuno che snobba il formato racconto…

“La pazza di Itteville” di Georges Simenon

(Adelphi, 2008)

Sono un fan sfegatato dell’ispettore Maigret, e mi sono appassionato lo stesso nel leggere questo racconto che Simenon ha scritto nel 1931, quando ancora forse non aveva scelto definitivamente chi sarebbe stato il re indiscusso dei suoi romanzi, e uno dei monarchi assoluti dei gialli planetari.

Così, in questo scritto, il protagonista è il giovane ispettore G.7, caratterizzato da una bella capigliatura rossa, una certa timidezza e, sostanziale differenza da Maigret, in possesso di una patente.

Ma l’acume è lo stesso e G.7 riesce a risolvere un piccolo ma intricato caso di morti che risorgono e cadaveri sconosciuti.

Il finale è sempre lo stesso: Simenon è sempre Simenon anche senza il suo Maigret.

“Harry Potter e la maledizione dell’erede” di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

(Salani, 2016)

Che J.K. Rowling sia una delle più geniali scrittrici degli ultimi vent’anni non è una novità, e così non c’è da stupirsi che quest’ultima avventura di Harry Potter non deluda le attese e le aspettative.

E il genio della Rowling sta anche nel voler collaborare con altri due autori e non caricarsi da sola una così grande responsabilita (come accadde per esempio a George Lucas). La scrittrice scozzese ha saggiamente scelto uno specializzato nello scrivere per il teatro come Jack Thorne, e un affermato regista teatrale e cinematografico come John Tiffany.

Questo nuovo episodio è stato pensato e scritto non per essere un libro, ma uno spettacolo teatrale, e così il testo è in formato storybook – così come è evidenziato nella copertina – che noi italiani chiamamo semplicemente …sceneggiatura.

Non ho la minima intenzione di raccontare la storia o parte di essa, riporto solo quello che è scritto in quarta di copertina: “L’ottava storia. Diciannove anni dopo”. E’ chiaro quindi che entra in scena una nuova generazione…

Fra colpi di scena geniali e atmosfere cupe e mortali, torniamo nel mondo di Hogwarts e della sua splendida, ma a volte letale, magia. E il bello è che lo facciamo tutti con qualche anno in più, compresi gli autori. E non storcete il naso: invecchiare non vuol dire diventare per forza più noiosi… anzi!

Chiudo col ridordare che lo spettacolo che ha esordito a Londra lo scorso giugno è tutto esaurito fino alla fine del prossimo 2017. E che già si parla di un adattamento cinematografico in tre film, anche se il testo in realtà è composto solo da due atti.

Speriamo che stavolta scelgano meglio il giovane attore che impersonerà il protagonista, visto che nella serie dei film multimilionari, a mio personale parere, era davvero l’unico grande punto debole. Adesso potete storcere il naso…

“Lezioni di respiro” di Anne Tyler

(Guanda, 1990)

“Di buone intenzioni sono piene le fosse” dice un antico e saggio detto. Ed è “con le migliori intenzioni” che Maggie Moran affronta la sua e esistenza e si relaziona con quella di tutti coloro che ama e frequenta.

Questo sabato è un giorno particolare, un giorno in cui Maggie e suo marito Ira, devono partecipare la funerale di Max, marito di Serena, compagna di liceo della stessa Maggie.

Durante il viaggio in auto per raggiungere la cittadina in cui si svolgerà la cerimonia, Maggie ripensa al lontano ricordo della scuola fatta assieme a Serena, periodo in cui ha iniziato a frequentare Ira.

Con le migliori intenzioni Maggie ha costruito il rapporto con il ragazzo che poi sarebbe diventato suo marito, con le sue compagne, e poi con i suoi figli. E, sempre con le migliori intenzioni, Maggie spesso cerca di far aderire le persone e i loro compartamenti con quelli che lei idealizza nella sua testa.

Cosa che finisce per creare non poche contraddizioni, visto che Maggie vuole vedere solo quello che le piacerebbe vedere…

Bel romanzo di una grande autrice che amo molto. Vincitore del Premio Pulitzer 1989.

“Tre uomini in barca (per non parlare del cane)” di Jerome K. Jerome

(Feltrinelli, 1889/1997)

Qui parliamo di uno dei libri più divertenti della storia, probabilmente di quello che ha fatto poi coniare il termine: “humor all’inglese”.

Avrebbe dovuto essere una comune guida alle escursioni in barca sul Tamigi, ma Jerome K. Jerome firma uno degli scritti più divertenti di sempre.

“J” – lo stesso Jerome – racconta le vicissitudini della preparazione prima e dell’attuazione poi di una lunga gita in barca sul Tamigi fatta assieme ai suoi amici George e Harris (veri conoscenti dello stesso Jerome, realmente esistiti).

Se per raccontare la trama bastano poche righe, per parlare invece delle esilaranti situazioni e delle numerose gag che Jerome narra ce ne vorrebbero molte di più.

La sua incredibile longevità è dovuta soprattutto al grande spirito ironico con cui è scritto e alla freschezza del suo stile. Per chi ama navigare sull’acqua e sulla fantasia.

Da leggere e rileggere in momenti no.

“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante

(Edizioni E/O, 2002)

Ci sono molti modi per raccontare cosa può provare una donna nell’essere abbandonata dal marito, nell’essere tradita dall’uomo col quale aveva deciso di creare una famiglia, e questo di Elena Ferrante è uno di quelli che mi è piaciuto di più.

La Ferrante ci porta nel gorgo delle emozioni impetuose, crude e autodistruttive di una donna che affronta il tradimento del marito e la grande umiliazione della scoperta della sua dinamica. La dura realtà comprometterà l’equilibrio della protagonista che a stento riuscirà ad occuparsi dei due figli piccoli. Ma…

Volete un bel libro italiano, eccolo. La sua autrice, poi, sta diventando giustamente una scrittrice di culto (chiunque essa sia…).

“Topo-Secret” di Robert C. O’Brien

(Salani, 1990)

Vi prego: non considerate minimamente il titolo criptico, totalmente fuori tema e incomprensibile – per non dire di peggio – che alla Salani hanno voluto mettergli in italiano. Quello originale, alla sua uscita nelle librerie statunitensi nel 1971, è “Mrs. Frisby and the Rats of NIMH”: tutta un’altra storia!

Robert C. O’Brien – il cui nome vero era Robert Leslie Conly – scrive uno dei più bei romanzi per ragazzi degli anni Settanta, ambientato fra gli animali di campagna che devono confrontarsi, troppo spesso, con l’uomo: il più arrogante, feroce e ingombrante predatore della Terra.

Mrs. Frisby, una giovane topolina rimasta recentemente vedova, deve trovare un rimedio alla grave influenza del figlio minore Timothy e contemporaneamente al dover affrontare il trasloco imminente, visto che la sua casa si trova nel campo che a breve il contadino verrà ad arare.

La situazione sembra senza speranza, ma gli altri animali della campagna le daranno una mano, soprattutto i ratti che vivono nel roseto accanto alla fattoria, vecchi amici di suo marito e con un inquietante e segreto passato…

Godibile fino all’ultima pagina, questo romanzo di O’Brien ci racconta di un mondo animale che deve difendersi dall’uomo che non ha il minimo rispetto della Natura. Da leggere e da far leggere ai giovani lettori.

Per la chicca: nel 1982 Don Bluth ha realizzato il cartone animato ispirato al romanzo dal titolo in italiano “Mrs. Brisby e il segreto del Nimh”. Avete letto bene “MRS BRISBY”!

L’unica spiegazione che mi viene in mente è che il solito genio del distributore italiano ha cambiato il nome della protagonista per paura che si potesse confondere col fresbee…

Ma torniamo al cartone animato: Bluth stravolge l’essenza della storia di O’Brien inserendoci di sana pianta e immotivatamente il fantasy. Ma le grandi falle nelle sceneggiature sono tipiche dei film di Bluth.