“Il club dei bugiardi” di Mary Karr

(BUR, 2008)

La prima volta che ho letto il termine memoir mi è sembrato un po’ fighetto, mi sembrava la solita e banale scusa per non usare il termine italiano “autobiografia”. Una di quelle parole anglofone che certi intellettuali tirano fuori per darsi un tono, un po’ come quando qualcuno ordina un flat white invece di un caffè macchiato.

Ma la differenza è sostanziale, invece, e vale la pena fermarsi un momento a capirla prima di parlare di questo libro. L’autobiografia deve rispettare eventi e avvenimenti in maniera cronologica e fedele alla realtà documentabile, come fosse un atto notarile della propria vita. Il memoir, al contrario, si basa sulla memoria pura, quella che spesso si discosta dalla cronologia, che dilata eventi ed emozioni in relazione al momento che sta vivendo chi scrive, che seleziona, che filtra, che amplifica. È la differenza che passa tra una fotografia e un dipinto: entrambi ritraggono la realtà, ma solo uno di essi ha l’ambizione di raccontarla davvero.

E questo “Il club dei bugiardi” di Mary Karr è uno dei migliori esempi del genere che abbia letto negli ultimi tempi. Anzi, probabilmente uno dei migliori in assoluto.

Mary Karr ripercorre la sua infanzia dura e cruda a Leechfield — che letteralmente vuol dire “campo di sanguisughe”, e non è un caso che il nome sia già tutto un programma — nel Texas dei primi anni Sessanta. Un luogo che non è solo una geografia, ma un’atmosfera, un’oppressione, un destino. Un posto in cui crescere sembrava già di per sé una forma di sopravvivenza. La piccola Mary lo fa assieme a sua sorella maggiore di due anni Lecia, e con una madre e un padre entrambi alcolisti, in una famiglia dove il complimento più educato che potevi aspettarti era: “Non saresti capace di svuotare uno stivale pieno di piscio neanche leggendo le istruzioni sotto al tacco”. Una frase che non ha bisogno di commenti, e che da sola dice tutto su quel mondo, su quella gente, su quella vita.

Eppure Karr non scrive per fare la vittima. Non scrive per commuoverci, né per ricevere la nostra solidarietà. Scrive per raccontare, con un coraggio che lascia senza fiato, quella stagione della sua esistenza: i traumi, le cicatrici indelebili provocate dal rapporto burrascoso tra i suoi genitori, le violenze di vario tipo con cui la piccola Mary si troverà a fare i conti mentre il resto del mondo sembra andare avanti indifferente. Perché una delle cose più difficili da accettare, quando si cresce in certi contesti, è proprio questa: la consapevolezza silenziosa e devastante che al mondo non frega niente di te.

Quello che rende “Il club dei bugiardi” un libro straordinario, però, non è solo la materia grezza di cui è fatto — e Dio sa quanto quella materia sia pesante — ma il modo in cui Karr la maneggia. Il suo stile è limpido e scorrevole, privo di qualsiasi compiacimento letterario, mai autoindulgente. Scrive come se stesse parlando con te, come se stesse raccontando la storia a qualcuno seduto dall’altra parte del un tavolo in un bar, davanti a un bicchiere mezzo pieno. E proprio per questo arriva dritto allo stomaco, senza mediazioni, senza filtri estetici che ne ammorbidiscano l’impatto.

È un libro bello e duro — proprio come doveva essere la vita di una bambina spesso abbandonata a se stessa nel Texas di quegli anni — ma che ci dice anche come alla fine Mary abbia imparato a superare e convivere con il proprio dolore. Non lo risolve, attenzione. Non ci propina un finale consolatorio e falso, non ci regala la guarigione come si regala un fiocco su un pacco regalo. Ma ci mostra qualcosa di più onesto e più prezioso: che si può sopravvivere, che si può costruire qualcosa nonostante tutto, che la memoria — quella memoria impura, selettiva, a volte bugiarda che è il cuore del memoir — può diventare uno strumento di comprensione, e forse persino di libertà.

In un panorama letterario spesso dominato da storie che fingono di essere vere e vite che fingono di essere storie, “Il club dei bugiardi” ha il merito raro e non negoziabile di essere entrambe le cose insieme, senza finzione e senza sconti.

Tosto, davvero. E necessario.

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