“Una e una notte” di Ennio Flaiano

(Adelphi, 1959-2006)

Leggere Ennio Flaiano è un dovere morale per ogni cittadino del mondo e per ogni italiano in particolare.

Con la sua malinconica e spietata ironia ha illuminato la nostra società sia dalle pagine scritte che dal grande schermo.

Questi due racconti ci parlano di altrettanti protagonisti diversi ma che sono “le facce della stessa medaglia”, come ha detto lo stesso Flaiano, divise fra dramma e farsa tipiche del nostro Paese.

E poi sullo sfondo del secondo c’è – non dichiarato – il set de “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini che per molti anni fu amico intimo dello scrittore.

C’è bisogno di aggiungere altro?

“L’abbraccio” di David Grossman

(Mondadori, 2010)

Se avete passato una pessima giornata e volete riconciliarvi col mondo, potete leggere questo breve racconto di David Grossman, illustrato da Michal Rovner, e molto di quel maledetto stress svanirà.

Nei pochi minuti che impiegherete per leggerlo tutto, Grossman vi racconterà come una madre può spiegare al piccolo figlio che sta crescendo il motivo per cui gli esseri umani hanno inventato gli abbracci, e perché ne hanno così tanto bisogno lungo la loro strada.

Meno di dieci minuti per fare pace con il mondo.

“Il seggio vacante” di J.K. Rowling

(Salani, 2012)

Splendido, duro e doloroso come l’adolescenza.

Con questo suo primo romanzo post Harry Potter, Joanne (Kathleen) Rowling conferma al mondo – e a quei pochi bacchettoni che ancora avevano dubbi – di essere una delle più grandi scrittrici degli ultimi decenni.

Questo suo viaggio nella bella e inquietante provincia inglese, e soprattutto nell’adolescenza, ci porta dentro case e villette in cui si respira l’inferno, da quelle trasandate e scrostate dei quartieri popolari, a quelle ordinate ed eleganti dei quartieri più ricchi.

J.K. Rowling non ci nasconde niente, né le feroci dinamiche dei rapporti fra compagni di scuola, né quelle tra genitori e figli.

Un grande ritratto di umanità che lascia il segno, così come i capolavori dei grandi autori del passato, paragonabile ad esempio a “La bottega dell’antiquario” dell’immenso Charles Dickens.

La BBC ha prodotto una miniserie tratta dal libro andata in onda la scorsa stagione e che speriamo di vedere presto anche da noi.

“Il ponte di San Luis Rey” di Thorton Wilder

(Mondadori)

Anche se la prima pubblicazione di questo romanzo risale al 1927, ancora oggi mantiene integra la sua forza narrativa grazie a un profondo e affascinante ritratto dei suoi protagonisti.

Nel 1714 il Perù, sotto il dominio spagnolo, è sconvolto dal crollo tanto improvviso quanto inaspettato del ponte secolare di San Luis Rey che, nel collassare, ha portato con sé le cinque persone che lo stavano attraversando.

Ma chi erano queste cinque persone? Quale vicissitudini li hanno portati su quel ponte proprio nel momento del suo crollo?

Il religioso Fra Ginepro, che suo malgrado ha assistito alla tragedia, decide di ripercorrere le vite delle vittime per tentare di comprendere il disegno Divino, con una amara scoperta finale…

Splendido romanzo vincitore del Premio Pulitzer, che apre una riflessione profonda sul senso della vita e sul rapporto di questa con la spiritualità e la religione.

Incredibile come da noi sia stato dimenticato, tanto da non far uscire sui nostri schermi la sua riduzione cinematografica firmata da Mary McGuckian nel 2004, con un cast di tutto rispetto fra cui spiccano Robert De Niro, F. Murray Abraham, Kathy Bates, Gabriel Byrne, Harvey Keitel e Geraldine Chaplin.

La versione per il grande schermo del 1944, invece, è inguardabile visto che lo scritto di Wilder viene snaturato e deturpato per misere esigenze commerciali.

“Il contrario della solitudine” di Marina Keegan

(2015, Mondadori)

La storia di questa raccolta di racconti e saggi ha un fondo molto triste, perché la sua giovane autrice, a neanche 23 anni è morta in un incidente stradale.

Nonostante l’età, la Keegan era già considerata un astro nascente della letteratura statunitense, dopo aver frequentato Yale era stata chiamata dal prestigioso The New Yorker come collaboratrice.

La vita, però, come dice il grande John Lennon, è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti, e così cinque giorni dopo la laurea Marina Keegan è l’unica vittima del ribaltamento dell’auto guidata dal suo ragazzo.

Ma la sua prematura scomparsa non è affatto il motivo per leggere i suoi racconti, il motivo per leggerli è semplicemente perché sono davvero molto belli.

E pensare che da noi il formato racconto viene sempre più snobbato dagli editori, e non dai lettori, e il successo de “Il contrario della solitudine” ne è l’ulteriore dimostrazione.

E se è triste pensare a quali altri magnifici scritti il destino ci ha portato via insieme alla giovane Marina e al suo genio, è sconfortante pensare pure a quanti altri geniali autori di racconti italiani sono costretti a tenere le loro opere chiuse nel cassetto perché ottusamente rifiutate solo per il loro formato.

“La nave di Teseo” di Doug Dorst e J.J. Abrams

(2014, Rizzoli Lizard)

Prendete un libro. Tenetelo tra le mani. Sentite il peso della carta, l’odore dell’inchiostro leggermente invecchiato, la copertina consumata agli angoli come se qualcuno lo avesse già letto e riletto prima di voi. Fin qui, niente di straordinario. Ma poi cominciate a sfogliarlo e vi accorgete che qualcosa non torna: sui margini ci sono annotazioni a penna, in inchiostri di colori diversi. Tra le pagine spunta una cartolina. Poi una fotografia. Poi un tovagliolino con una mappa disegnata a mano. A quel punto capite che quello che avete tra le mani non è semplicemente un libro. È un mondo intero che qualcuno ha nascosto dentro un altro mondo.

Benvenuti in “La nave di Teseo”, un oggetto narrativo che appartiene a una categoria tutta sua, una categoria che fino al 2013 – anno in cui uscì nelle librerie americane – probabilmente non esisteva ancora, o perlomeno non aveva ancora trovato la forma giusta per manifestarsi.

Dietro al progetto c’è J.J. Abrams, il creatore di “Lost”, la serie televisiva che ha ridefinito il modo in cui milioni di spettatori intendono il concetto di mistero stratificato, di storia-dentro-la-storia, di indizi nascosti in bella vista. Abrams è uno di quegli autori – nel senso più ampio e contemporaneo del termine – che non si accontenta mai di raccontare qualcosa in modo lineare quando esiste la possibilità di costruire un labirinto. E con Doug Dorst, scrittore e docente universitario, ha edificato qualcosa di straordinariamente ambizioso: un labirinto di carta, inchiostro e… cartoline.

Ma andiamo con ordine, anche se “ordine” è forse la parola meno adatta per descrivere questo libro.

Il primo livello – quello più visibile, quello stampato in caratteri tipografici come qualunque romanzo tradizionale – è “La nave di Teseo”, un romanzo del 1949. L’opera di un certo V.M. Straka, scrittore misterioso la cui identità reale è, come spesso accade nella migliore tradizione letteraria, avvolta in una nebbia tanto fitta quanto affascinante. Il romanzo racconta la storia di un uomo che si risveglia senza memoria su una nave lugubre, popolata da un equipaggio inquietante, diretto verso una destinazione ignota. Già qui ci troviamo di fronte a una narrazione densa, piena di rimandi e di quel senso di straniamento che i migliori autori del Novecento sapevano costruire con una maestria oggi quasi dimenticata.

Ma è il secondo livello quello che trasforma “La nave di Teseo” da ottimo romanzo in opera irripetibile.

Sulle pagine di quel romanzo – sui margini, negli spazi bianchi, nelle note a piè di pagina – due giovani si scambiano da anni messaggi scritti a mano. Lui, uno studente universitario, lei, una dottoranda. Hanno trovato entrambi lo stesso volume in biblioteca e lo usano come veicolo di comunicazione, come campo di battaglia intellettuale, come spazio di incontro. Le loro annotazioni – in inchiostri di colori diversi a seconda dell’epoca in cui sono state scritte, dettaglio non trascurabile – ricostruiscono il loro dialogo, le loro teorie sulla vera identità di Straka, i loro sospetti su chi si nasconda davvero dietro quello pseudonimo e perché.

È come leggere due romanzi contemporaneamente, sovrapposti l’uno all’altro, che si commentano a vicenda e si modificano reciprocamente. Una vertigine narrativa di rara eleganza.

E poi c’è il terzo livello. Quello che trasforma il tutto in qualcosa di fisicamente impossibile da ignorare.

Fra le pagine del libro spuntano – letteralmente spuntano, come se qualcuno le avesse dimenticate lì decenni fa – vecchie fotografie, cartoline sgualcite, mappe disegnate su tovagliolini di carta, ritagli di giornali studenteschi, biglietti scritti a mano. Ogni elemento è un reperto autentico, stampato e invecchiato ad arte, che porta con sé informazioni nascoste, indizi ulteriori, pezzi di un puzzle che il lettore è chiamato ad assemblare da solo. Non c’è un ordine prestabilito. Non c’è una guida. C’è solo la curiosità di chi tiene quel libro tra le mani e decide fino a dove vuole spingersi.

Vale la pena di sottolinearlo: tutto questo non sarebbe stato tecnicamente realizzabile fino a pochi anni fa. Le tecniche di stampa, la possibilità di riprodurre materiali d’epoca con quel grado di fedeltà, i costi di produzione: tutto concorreva a rendere un simile progetto editoriale semplicemente impensabile. Il fatto che oggi esista, e che esista in questa forma rigorosa e meravigliosa, è già di per sé una dichiarazione.

Una dichiarazione rivolta a tutti coloro – e purtroppo non sono pochi – che continuano a lamentarsi del fatto che la narrativa stia morendo, soffocata dalle innovazioni digitali, svuotata di senso da un pubblico sempre più distratto. A costoro “La nave di Teseo” risponde con la cortesia di chi non ha bisogno di alzare la voce: la letteratura non sta morendo. Si sta semplicemente evolvendo. E quando si evolve con questa intelligenza, con questa cura artigianale, con questa capacità di sorprendere chi credeva di aver già visto tutto, il risultato è semplicemente magnifico.

Tanto geniale quanto affascinante. Un libro che si legge, si tocca, si annusa, si vive. E che dimostra – una volta di più – che la vera narrazione non conosce confini di formato, di supporto, di tecnologia. Conosce solo la qualità di chi la costruisce e la curiosità di chi la abita.

Buona lettura. O meglio: buona esplorazione.

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“Colpo di spugna” di Jim Thompson

(Einaudi, 1964/2014)

Be’, gente, se il Re Stephen King lo chiama “Big Jim Thompson” ci sarà un dannato motivo!

Ogni libro di Thompson – come ad esempio “Nulla più di un omicidio“, “Un uomo da niente” o “L’assassino che è in me” – è un viaggio senza sconti nella parte più buia e cavernosa dell’animo umano.

In “Colpo di spugna” – pubblicato per la prima volta nel 1964 – Nick Corey, l’indolente sceriffo della piccola Contea di Potts, nel profondo Texas, porta avanti una vita tranquilla e pigra.

Quando, nell’imminenza delle elezioni per il rinnovo della sua carica si presenta un suo concittadino che sembra riscuotere molto successo, Nick è costretto ad affrontare la situazione o la sua vita e, soprattutto, i suoi vizi rischieranno di andare a gambe all’aria.

Una terribile e implacabile discesa agli inferi della mente malata di un uomo che, per colpa dell’indolenza e la superficialità dei suoi concittadini, veste i panni di sceriffo. Indolenza e superficialità che in questo periodo sono, purtroppo, così attuali e al tempo stesso pericolose…

Tosto e bellissimo come pochi. Tanto per la cronaca, e per comprendere al meglio la sua immortale narrativa, il padre di Jim Thompson faceva lo sceriffo a Caddo County, in Oklahoma.

Per la chicca: nel 1981 Bertrand Tavernier ha girato un omonimo adattamento cinematografico del libro di Thompson ambientandolo in un piccolo villaggio coloniale francese con un grande e inquietante Philippe Noiret come protagonista e una bella, fascinosa e oscura Isabelle Huppert nei panni di Rose, pellicola che venne nominata all’Oscar come miglior film straniero.

Ma tranquilli, la pellicola al momento è davvero difficile da reperire nel nostro Paese…

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“Il commissario Pepe” di Ugo Facco De Lagarda

(Neri Pozza/Giano 1965/2009)

Questo breve ma intenso romanzo venne pubblicato per la prima volta nel 1965 in un’Italia pimpante e volitiva, ancora in pieno boom economico post bellico.

Scoprire i vizi e i pruriti sessuali di una ricca provincia del nord – che assomiglia tanto a Vicenza – non era così di moda e facile come lo è oggi.

Far passare poi il tutto sopra la scrivania di un commissario di Pubblica Sicurezza – dite quello che vi pare, ma su alcuni aspetti per me molto simile al Montalbano di Camilleri, quello dei libri e non quello della televisione – votato più alla riflessione che all’azione, è davvero cosa notevole.

Mettiamoci pure che leggere un’opera firmata da un ottimo narratore come Facco De Lagarda – che fu partigiano nella Seconda Guerra Mondiale e direttore di banca nella vita civile – ci illumina ancora meglio sulla nostra società di allora, e su come è diventata quella che è oggi.

La voglia di leggere questo romanzo mi è venuta vedendo l’omonima e grande trasposizione cinematografica che fece Ettore Scola nel 1969 con uno strepitoso Ugo Tognazzi nei panni di Gennaro Pepe.

Cogliendo a pieno lo spirito e le atmosfere dell’opera di Facco De Lagarda, Scola ne ha cambiato alcuni punti cruciali, mantenendo però intatta la sua grande potenza narrativa.

Da leggere.

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“Il baco da seta” di Robert Galbraith alias J. K. Rowling

(2014, Salani)

Eccoci alla seconda avventura del detective privato Cormoran Strike, reduce della guerra in Afghanistan e figlio illegittimo della grande rock star Johnny Rockeby, nonché frutto del genio di J. K. Rowling che per lui usa lo pseudonimo di Robert Galbraith.

Forse non avrà la stessa potenza narrativa del primo (“Il richiamo del cuculo”), ma Strike è sempre un eroe tosto e fascinoso che combatte contro le ingiustizie e, soprattutto, contro il feroce dolore che la protesi alla sua gamba (parte della quale è rimasta in Afghanistan) spesso gli procura.

Mettiamoci poi che questo sanguinoso “Baco da seta” è ambientato nel mondo dell’editoria inglese che, come probabilmente tutte le altre editorie planetarie, è pieno di geni ma anche di squali e potenziali assassini.

Parlando di editoria va sottolineato come la Rowling, a differenza di molti famosi autori nostrani per i quali è peccato mortale anche solo pensare al termine “ebook” (accettando però di buon grado che l’edizione digitale del loro ultimo libro abbia vergognosamente lo stesso prezzo, o quasi, di quella cartacea), parli serenamente di edizioni digitali e di auto-pubblicazione on line senza paura di essere fulminata all’istante.

“Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi

(Baldini & Castoldi, 1995/2014)

Oggi voglio parlare di questo romanzo tardo adolescenziale, simbolo di una generazione, che nonostante i suoi vent’anni rimane sempre una gran piacevole lettura.

La prima volta che lo lessi non avevo neanche 25 anni e toccò corde fresche e mai sfiorate prima; oggi ne tasta altre, molte delle quali avevo scordato di avere, e un paio che mi hanno fatto davvero incazzare.

Soprattutto quelle che parlano ingenuamente di quella generazione che poi verrà fagocitata dalla famigerata “crisi” che ne schiaccerà – e continua a farlo ancora oggi – sogni e ambizioni.

Mi imbufalisce pensare che il vecchio Alex oggi magari lavora in un call center con un simpatico contratto Co.Co.Pro. o che Aidi lavori in nero visto che una volta diventata mamma nessuno l’assume più.

Ma la cosa ancora più inquietante è il ritratto del nostro Paese che fa da sfondo alla “maestosa storia d’amore e di rock parrocchiale”, sconvolto e indignato per l’assassinio del giudice Falcone sembra volersi rialzare e reagire.

La storia politica degli ultimi vent’anni ci racconta come è andata a finire, e occhio, non è un finale alternativo: è quello unico e vero!