
(Adelphi, 2012)
Darrell Standing è un condannato a morte. Poche ore lo separano dall’esecuzione capitale nel braccio della morte del carcere di San Quintino, in California, e lui – con quella lucidità che appartiene a chi sa di avere ormai solo pochissimo tempo – decide di scrivere le sue memorie. Le scrive per sé, ma anche per chi verrà dopo. Per trafugarle fuori dalle sbarre, per consegnarle al mondo, per urlare – sulla carta – quello che la condanna a morte ha tentato di silenziare per sempre.
Ma attenzione: non aspettatevi il solito romanzo carcerario, per quanto già questo basterebbe a renderlo degno di lettura. Jack London fa qualcosa di molto più ambizioso e visionario. Standing non si limita a raccontare la sua storia personale, i crimini che lo hanno condotto in quella cella, la brutalità quotidiana di un sistema penitenziario che fa del corpo umano il suo campo di battaglia privilegiato. No, Standing racconta soprattutto di come sia riuscito a sopravvivere – e la parola qui va intesa nel senso più letterale e insieme più profondo possibile – alla tortura dell’isolamento.
Perché il carcere di San Quintino non si limita a rinchiudere i suoi ospiti indesiderati. Ha strumenti più raffinati e più crudeli per spezzare la mente e l’anima di un uomo. Standing viene legato e imbragato in una camicia di forza per giorni interi, abbandonato all’immobilità totale, al buio, al silenzio. Una tortura fisica e psicologica che London descrive con una precisione e una crudezza che, anche a distanza di oltre cento anni, fa ancora rabbrividire. E che, va detto, si tratta di una denuncia, fatta con una lucidità politica e civile rara, che anticipa di decenni il dibattito contemporaneo sulle condizioni delle carceri, e non solo quelle americane.
Ed è qui che il romanzo compie il suo salto più straordinario, trasformandosi da denuncia sociale in qualcosa di molto più difficile da catalogare. Grazie a un compagno di prigionia, Standing impara l’autoipnosi, una tecnica che lo conduce a uno stato di catalessi così profondo da essere in tutto e per tutto indistinguibile dalla morte apparente. I carcerieri credono di aver vinto, di aver ridotto quel corpo ribelle a una larva inerte. Ma mentre il corpo langue, la mente di Standing compie viaggi che nessuna catena potrebbe mai fermare.
La catalessi, infatti, non è solo una strategia di sopravvivenza fisica – per quanto preservi intatti gli organi vitali – ma diventa la chiave per aprire una porta che la coscienza ordinaria tiene accuratamente sbarrata: quella che custodisce i ricordi delle vite precedenti. E qui London, con quella mano sicura che gli appartiene, trasforma un romanzo di denuncia in un’epopea onirica e filosofica di rara bellezza.
Standing rivive se stesso come un legionario romano che assiste, con gli occhi di chi è già stato al mondo abbastanza da non stupirsi più di niente, alla crocifissione. Si ritrova poi nelle vesti di un avventuriero che approda sulle coste di una Corea oscura e medievale, in un mondo che sa di fuoco e di ferro e di storie dimenticate. E ancora, in altri corpi, altri tempi, altre vite, tutte accomunate da un filo sottile che London tesse con la pazienza di un artigiano e la visione di un poeta.
Il risultato è un libro che sfugge a qualsiasi definizione precisa. È un romanzo di formazione al contrario, dove si impara andando indietro invece che avanti. È una denuncia politica feroce e documentata. È un viaggio metafisico sulla natura dell’anima e sulla continuità dell’esistenza. Ed è, soprattutto, uno dei libri più personali che London abbia mai scritto: le riflessioni di Standing sulla morte, sulla libertà interiore, sull’inutilità della violenza istituzionale risuonano con una tale intensità da fare sospettare – …e non a torto – che dietro la maschera del condannato si nasconda qualcosa di molto simile alla voce del suo autore.
Jack London era un uomo che aveva già visto tutto: la miseria, il mare sconfinato, il grande Nord, l’alcol, la fama, la disillusione. Quando scrive “Il vagabondo delle stelle” ha poco più di quarant’anni ma una stanchezza addosso che sembra di secoli. E forse è proprio per questo che riesce a dare voce a un personaggio che, sulla soglia della morte, parla della vita con una chiarezza che pochi scrittori hanno saputo raggiungere.
Geniale e crudo, visionario e politico, tenero e spietato: questo è “Il vagabondo delle stelle”. Un libro che il Novecento letterario non ha ancora finito di digerire, e che ogni lettore autentico dovrebbe tenere vicino. Da leggere.
Assolutamente, urgentemente, da leggere.
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