Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Call Jane” di Phyllis Nagy

(USA, 2022)

Nell’estate del 1968 l’eco della contestazione arriva anche in casa di Joy (una bravissima Elizabeth Banks) classica e iconica casalinga della middle class americana degli anni Sessanta, con tanto di vicina e migliore amica Lana (Kate Mara) anche lei casalinga. Joy e suo marito Will (Chris Messina), nonostante abbiano una figlia quindicenne, si sentono molto lontani dall’aria di rivoluzione che si respira per le strade, ma gli eventi faranno loro cambiare idea.

Joy, infatti, è in felice attesa del suo secondo genito ma quando le viene diagnosticata una grave e letale cardiopatia, dovuta proprio alla gravidanza, è costretta a rivedere la visione del mondo che ha sempre avuto. Perché negli Stati Uniti, nel 1968, l’aborto è illegale e punito severamente dalla legge. Il suo ginecologo le propone di presentare il caso al Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale che potrebbe accettare la sua richiesta per i gravi motivi di salute.

Ma il CdA dell’istituto sanitario, composto naturalmente da soli uomini, rigetta la richiesta visto che il bambino nascerà molto probabilmente senza problemi, anche se lei ha solo il 50% di possibilità di sopravvivere al parto.

Il ginecologo le propone allora di chiedere la semi infermità mentale dichiarando di avere pensieri suicidi, cosa che però le viene nuovamente rifiutata. Oltre a “lasciarsi” cadere dalle scale, come le suggerisce la segretaria di un ginecologo consultato, a Joy non rimane che l’aborto clandestino. Aborto a cui deve pensare da sola visto che Will, che è un giovane avvocato in ascesa, non sembra riuscire a trovare un’altra soluzione.

Ma appena entrata nello squallido e lercio appartamento in cui trova alcune altre donne nella sua stessa disperata situazione, Joy non resiste e fugge via. In strada, travolta dai singhiozzi, la donna intravede un piccolo manifesto attaccato al palo di una fermata con la scritta: “Se sei incinta e disperata: Call Jane!” seguito da un numero di telefono.

“Incinta e disperata” Joy chiama Jane dietro il cui nome scopre un’organizzazione clandestina ideata e gestita da Virginia (Sigourney Weaver), una militante femminista che da anni aiuta donne, ragazze e purtroppo anche bambine a porre fine a una gravidanza indesiderata.

Grazie a “Jane” Joy riesce ad abortire senza strascichi fisici o legali, ma quelli emotivi e morali li dovrà affrontare da sola, visto che Will è all’oscuro di tutto volendo credere fin troppo facilmente all’aborto spontaneo che la moglie gli ha raccontato.

Ma un pomeriggio sarà “Jane” a chiamare Joy…

Scritta da Hayley Schore e Roshan Sethi questa pellicola, anche se presenta alcune evidenti lacune proprio nella sceneggiatura, ha comunque il merito di ricordarci quanto è stato doloroso e esasperante ottenere la legalizzazione dell’aborto negli Stati Uniti così come in tutto il resto dell’Occidente.

Io che sono un uomo non mi permetto di giudicare o disquisire troppo sull’interruzione volontaria di una gravidanza che considero tema e problematica di cui solo le donne hanno ragione di scegliere e decidere, reputo quindi importante vedere pellicole come queste per cercare di capire meglio e riflettere su un tema tanto serio e profondo.

Ma giudico senza remore chi, indipendentemente dal genere, esprime giudizi spesso superficiali e patriarcali sull’aborto del quale nel nostro Paese, fino a pochissimi decenni fa, decidevano e legiferavano solamente gli uomini. Ed è a quelli che, evidentemente, si ispirano nostalgicamente alcune donne che considerano l’aborto “purtroppo” un diritto nel nostro Paese.

“La gente delle dieci” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1994)

Scritto nel 1992 e pubblicato per la prima volta l’anno seguente col titolo originale “The Ten O’Clock People“, questo “La gente delle dieci” – pubblicato in Italia nella raccolta “Incubi e deliri” del 1994 – è uno dei miei racconti preferiti firmati dal Re Stephen King che considero, assieme a Raymond Carver, uno dei maestri indiscussi del racconto contemporaneo – con titoli come “Il corpo”, “La rendenzione del carcere di Shawshank” o “L’allievo” solo per citarne alcuni – eredi dell’inarrivabile Anton Čechov.

Siamo agli inizi degli anni Novanta e il mondo intero è ormai consapevole dei gravi rischi e della difficilmente controllabile assuefazione di una delle dipendenze più diffuse e micidiali: il tabagismo. Così sono arrivati i ferrei divieti di fumare in luoghi pubblici chiusi, e i fumatori – più o meno incalliti – si ritrovano all’aperto nei pressi del loro posto di lavoro per assecondare il loro vizio.

Fra questi c’è Brandon Pearson, che da anni lavora per la First Mercantile Bank of Boston, uno dei più importanti istituti di credito della città, che alle dieci di ogni mattina lavorativa scende nella piazza davanti al grattacielo della sua banca per fumarsi una sigaretta assieme ad alcuni colleghi più o meno conosciuti di vista.

Una mattina però, mentre sta per finire la sua sigaretta, con la coda dell’occhio nota entrare nell’edificio un uomo, ma guardando meglio Brandon si accorge che si tratta di un essere umano dai piedi al collo, ma la sua testa è qualcosa di orripilante e deforme, con una bocca triangolare piena di denti aguzzi, due piccoli buchi neri al posto degli occhi e una pelle sempre in movimento che rigurgita pus.

Proprio quando Brandon sta per urlare dal terrore, un collega che come lui stava fumando lo raggiunge e bloccandogli il braccio gli impedisce di strillare. Con voce calma e perentoria gli intima di non far capire di aver visto quell’uomo …pipistrello, altrimenti per lui sarebbe la fine.

Quando finalmente Brandon riesce a calmarsi l’uomo, che si chiama Dudley Rhinemann detto “Duke”, gli rivela che anche lui ha visto benissimo quell’essere, che tutti vedono invece come un essere umano qualsiasi. Ce ne sono molti altri, e tutti i ruoli strategici e nevralgici della società. Loro due li possono vedere a causa del fumo e della chimica che questo ha creato nel loro cervello. Ma tutti gli altri no e per questo bisogna stare molto attenti. Se uno degli uomini pipistrello dovesse accorgersi di essere “visto” per lo sfortunato essere umano sarebbe la fine, una atroce e terribile fine.

Ma una reazione è possibile: Duke fa parte di un gruppo clandestino…

Le cronache riportano che il Re abbia scritto questo racconto in soli tre giorni dopo aver visto fumare alcune persone fuori da alcuni grandi edifici commerciali a Boston. Ma è impossible non pensare anche al cult assoluto “Essi vivono” diretto dal maestro John Carpenter nel 1988 e ispirato al breve racconto “8 O’Clock in the Morning” scritto da Ray Nelson nel 1963.

Il racconto di Nelson è molto scarno e sintetico rispetto al film di Carpenter che invece possiede molti richiami allo scritto di King. Ma il Re inserisce un elemento particolare e personale: la dipendenza.

Lui che è stato un vero tossicodipendente e alcolista, come ha onestamente raccontato nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” – fra i “manuali” per chi ama scrivere più belli e utili della storia – ci narra le dinamiche di un uomo che, nonostante conosca molto bene i gravi e devastanti effetti delle sigarette, proprio non riesce a rinunciarci e così scende a compromessi col tabacco limitandolo il più possibile.

Ma questo compromesso, oltre che letale per la sua salute, ha un terrificante effetto collaterale…

Da leggere: il Re è sempre il Re.

“Vater und Tochter” di Michaël Dudok de Wit

(Freies Geistesleben, 2015)

Dallo splendido corto animato “Father and Daughter” di Michaël Dudok de Wit, premio Oscar nel 2001, lo stesso Dudok de Wit realizza questo bellissimo volume.

Un racconto sublime e commovente, come quello del corto, del rapporto irrisolto fra un padre e una figlia ancora bambina. L’uomo, dopo averla portata sulla cima di una diga, sale su una barca e, lasciandola sulla riva, si allontana.

La piccola, che col passare degli anni tornerà spesso su quella diga, anche se condurrà una vita piena grazie all’amore del compagno e dei suoi figli, aspetterà sempre il ritorno del padre, che…

Struggente e brevissimo romanzo grafico che ci tocca l’anima e il cuore, parlandoci di dighe fisiche ma soprattutto mentali ed emotive.

Un altro grande esempio di come abbiano pari dignità il romanzo classico e quello grafico.

Purtroppo – e non mi voglio dilungare ancora una volta sulle scelte della nostra editoria tradizionale… – di questo volume non esiste un’edizione in italiano, ma sul mercato è reperibile solo questa in lingua tedesca.

Grazie ai disegni davvero molto belli di Dudok de Wit, ai testi molto brevi, alle mie sempre più sbiadite reminiscenza scolastiche, ho potuto godermelo lo stesso.

Da leggere.

“The Truman Show” di Peter Wier

(USA, 1998)

Siamo alla fine degli anni Novanta, il nuovo millennio è ormai alle porte ma la società a molti non sembra pronta ad affrontare le sfide che il nuovo corso storico sembra presentare all’orizzonte.

A dominare la scena planetaria è senza dubbio la televisione che sta immettendo un nuovo – …ma poi era davvero così? – format: il reality, destinato a rivoluzionare il modo di fare e soprattutto di vedere la televisione.

E così lo sceneggiatore neozelandese Andrew Niccol – classe 1964, che poi scriverà e dirigerà il bellissimo “Gattaca – La porta dell’universo” – ispirandosi ad alcune memorabili puntate delle prime stagioni della straordinaria serie televisiva “Ai confini della realtà” creata da Rod Serling nel 1959, e al racconto di Philip K. Dick “Tempo fuor di sesto” pubblicato per la prima volta sempre nel 1959, firma uno script il cui protagonista ignora di essere il personaggio principale del reality show più famoso del globo.

Programma tv noto in ogni angolo del pianeta e conosciuto da tutti, tranne che dallo stesso Truman Burbank (un bravissimo Jim Carrey, forse alla sua migliore interpretazione e inspiegabilmente ignorato agli Academy Awards), adottato legalmente trent’anni prima dal network che ha costruito il set più grande del mondo dove lo ha fatto crescere e vivere, riprendendo ogni istante a sua totale insaputa.

Truman vive assieme ad attori e comparse, che lui crede essere invece veri parenti e amici, a partire dalla sua fidanzata Meryl (una sempre brava Laura Linney) o dal suo storico amico Marlon (Noah Emmerich, che vestirà i panni dello spietato colonnello Nelec in “Super 8” di J.J. Abrams).

Nonostante la sua esistenza apparentemente perfetta ed edulcorata, Truman cova dentro un crescente e incontenibile senso di oppressione e insoddisfazione, e così confessa ai suoi affetti più cari – e davanti a milioni di telespettatori… – che intende lasciare la sua piccola città natale per esplorare il mondo e trovare se stesso.

La cosa, naturalmente, non può che far preoccupare Christof (Ed Harris), il carismatico e dispotico creatore del “Truman Show”…

Con una battuta finale memorabile, questa pellicola supera il quarto di secolo di età conservando integra la sua potenza narrativa e caustica. A distanza di venticinque anni la nostra società è molto cambiata, ma i reality hanno ancora un seguito rilevante. Il centro nevralgico della vita quotidiana, però, non è più il nostro televisore ma è il nostro cellulare, dal quale osserviamo e cerchiamo di afferrare cosa accade nel mondo passando dentro e attraverso i social.

E allora, rivedendo questa sempre affascinante pellicola, la domanda – …come diceva Antonio Lubrano – sorge spontanea: ma non è che adesso siamo diventati tutti dei Truman Burbank che consumano la propria esistenza al centro di uno show planetario che è proprio il nostro social preferito?

….E che a differenza del vero Truman Burbank noi ne siamo totalmente, e colpevolmente, a conoscenza?

Chi non sbircia i social ogni tanto lanci la prima pietra, e ai posteri l’ardua sentenza…

“Nessuno sa che io sono qui” di Gaspar Antillo

(Cile, 2020)

Guillermo “Memo” Garrido (un bravissimo Jorge Garcia, divenuto famoso per essere uno dei protagonisti della serie televisiva “Lost”) vive insieme allo zio Braulio (Luis Gnecco) su un’isola nelle coste del Cile. Col fratello del padre alleva pecore delle quali poi lavora la lana ed il pellame.

Memo è un tipo solitario che vive quasi sempre ascoltando musica con le sue cuffie. Le poche volte che qualcuno viene sull’isola lui si nasconde. E’ un uomo alto quasi due metri e affetto da una grave obesità, ma non è per questo che vuole nascondersi dal mondo, anche se conosce molto bene come le persone possono essere cattive nel giudicare superficialmente un altro essere umano.

La sua routine viene però destabilizzata da Marta (Millaray Lobos) la nipote e sostituta temporanea del fornitore di pelli di Braulio. La ragazza è curiosa e tenta di avvicinarsi a Memo che all’inizio però la fugge. Le cose precipitano rapidamente a causa del grave incidente che subisce Braulio mentre tenta di aggiustare il motore di una barca.

Rimasto solo sull’isola – Braulio deve subire numerose operazioni ad una mano – Memo trova conforto solo negli incontri con Marta e per paura che lei se ne vada inizia a cantare, sua grande e vera passione, mentre la ragazza istintivamente lo riprende col cellulare. Il filmato viene visto casualmente da un ragazzo che Marta frequenta e che fa il giornalista: tutto il doloroso passato di Memo irrompe violentemente e inesorabilmente sull’isola dove si era nascosto trovando un pò di pace…

Scritta dallo stesso Gaspar Antillo assieme a Josefina Fernández ed Enrique Videla, questa originale e intimista pellicola ci racconta la storia di un bambino a cui è stata tolta una parte di esistenza e che è costretto a convivere con i propri fantasmi per colpa dell’egoismo e della prepotenza dei “grandi”.

Sono le immagini e la musica a contare, i dialoghi hanno invece una parte secondaria. La struttura narrativa è basata su flashback che si sovrappongono alla storia al presente in modo da illuminare lo spettatore sull’intera vicenda solo nelle scene finali. Ottima sceneggiatura che, nonostante si sveli completamente solo nell’epilogo, riesce a catturare lo spettatore in ogni fotogramma; come nel film, con una struttura analoga, “Exotica” diretto da Atom Egoyan nel 1994.

Commissionato e prodotto da Netflix, purtroppo questo film ha subito il duro impatto della pandemia causata dal Covid che ne ha compromesso la distribuzione, privandolo dei giusti riconoscimenti internazionali che merita, fatto salvo il premio come miglior regista esordiente vinto da Antillo al Tribeca Film Festival del 2020.

Da vedere.

“Assassinio a bordo” di George Pollock

(UK, 1964)

Ultima avventura della Jane Marple interpretata dall’indimenticabile Margaret Rutherford.

Dopo “Assassinio sul treno“, “Assassinio al galoppatoio” e “Assassino sul palcoscenico“, la criminologa più geniale e impicciona d’Inghilterra, creata da Agatha Christie, torna ad indagare su un omicidio commesso proprio davanti ai suoi occhi.

In quanto nipote di un famoso ammiraglio della flotta di Sua Maestà, noto per aver fondato un’associazione benefica a favore dei ragazzi più poveri, Mrs. Marple entra a far parte del consiglio d’amministrazione della stessa virtuosa società. Proprio durante la prima riunione, mentre la Marple termina il suo discorso di insediamento, uno dei consiglieri – che aveva molta fretta di comunicare una notizia al consesso – crolla morto dopo aver sniffato il suo tabacco.

Per il medico e la Polizia si tratta di un infarto, ma il fiuto più sagace d’Inghilterra intuisce che si tratta invece di un omicidio. E siccome al centro delle attività della società benefica c’è il vascello Battledore, vera e propria nave scuola per instradare i giovani meno abbienti alla carriera nella marina militare di Sua Maestà, Mrs. Jane Marple, con l’aiuto del fedele Mr. Stringer (Stringer Davis, compagno di vita della stessa Rutherford) decide di recarsi a bordo per scoprire il movente e soprattutto il colpevole.

Sulla nave viene ricevuta con tutti gli onori dal comandante Sydney De Courcy Rhumstone (Lionel Jeffries, uno dei più noti caratteristi britannici degli anni Sessanta e Settanta) che però mal dissimula la sua insofferenza all’ingerente ospite. E’ nello staff che gestisce la nave scuola però, fra cui spiccano la capo infermiera di prima classe Alice Fanbraid (Joan Benham) e il tenete Compton (Francis Matthews) che la Marple è convinta si nasconda il colpevole, ma…

A differenza dei primi tre film della serie con la Rutherford, questo non è tratto da un racconto o da un romanzo della Christie ma, come dichiarato nei titoli di testa, ispirato alle sue opere. Opere che David Pursall e Jack Seddon hanno usato per creare e strutturare questo giallo.

Se la sceneggiatura ha qualche limite e un pò troppi snodi narrativi “alla Agata Christie” – essendo il frutto di un progetto che vide realizzare “Assassino sul palcoscenico” e “Assassinio a bordo” in un’unica produzione – questo film merita di essere visto per la sua grande e intramontabile protagonista che ancora oggi affascina e incanta.

Nella nostra versione, l’arte della Rutherford è amplificata da Lola Braccini che le dona superbamente la voce. Da ricordare anche il grande Luigi Pavese che doppia in maniera irresistibile Lionel Jeffries.

“Noi due senza domani” di Pierre Granier-Deferre

(Francia/Italia, 1973)

Julien Maroyeur (Jean-Louis Trintignant) è sposato con Monique (Nike Arrighi) che è all’ultimo mese di gravidanza, e insieme hanno già una figlia di sette anni. Come tutti i suoi connazionali d’oltralpe, nel maggio del 1940, viene travolto dalla notizia dell’invasione del Belgio da parte della Germania nazista. Vivendo nelle Ardenne, a pochi chilometri dal confine col Belgio, decide di fuggire verso sud.

L’unico mezzo a sua disposizione è il treno che parte dalla stazione del piccolo paese in cui vive. Se Monique, visto il suo stato, e la loro bambina vengono ospitate in prima classe, lui si deve arrangiare in uno degli ultimi vagoni merci, come fanno tutti gli altri.

Inizia così un lungo viaggio fatto di attese sotto l’ombra tragica della guerra sempre più vicina. Sul vagone Julien incrocia gli occhi splendidi ma al tempo stesso addolorati di Anna (Romy Schneider), una donna sola che sta fuggendo anche lei dalla guerra. Durante una delle innumerevoli fermate una notte il treno viene diviso e, senza che Julien se ne accorga, il vagone di prima classe con Monique e la piccola viene attaccato ad un altra locomotiva e parte per un’ignota destinazione.

Intanto, fra lui e Anna nasce una relazione che li fa diventare, nel micromondo del vagone, una vera e propria coppia. Anna le confessa di essere fuggita dalla Germania perché ebrea. Due anni prima suo marito, il direttore di un’importante quotidiano liberale, è stato prelevato dalle forze dell’ordine del III Reich e sparito nel nulla. Pochi giorni addietro, prima della sua fuga, i nazisti hanno arrestato anche i suoi genitori.

Dopo parecchie settimane finalmente Anna e Julien riescono a raggiungere l’ospedale dove ha appena partorito Monique, ma Anna…

Tratto dal bellissimo romanzo “Il treno” pubblicato dal maestro Georges Simenon nel 1961, questo film, scritto dallo stesso Pierre Granier-Deferre assieme a Pascal Jardin, ci racconta in maniera indiretta la tragedia della guerra non dal punto di vista di chi la combatte in prima linea, ma da chi la subisce passivamente cercando solo un rifugio per se i per i suoi affetti più cari. Argomento che drammaticamente, purtroppo, non diventa mai obsoleto anche nel nostro Paese.

Rispetto alla storia e ai personaggi disegnati superbamente dal maestro Simenon, Granier-Deferre inserisce alcune differenze che trovano il loro apice nella struggente scena finale. Da ricordare l’ottima interpretazione dei due protagonisti: il “solito” bravissimo Trintignant nel ruolo di un uomo pacato e apparentemente passivo, e Schneider col suo sguardo bellissimo ma al tempo stesso fragile e tormentato.

Nella nostra versione a curare l’adattamento dei dialoghi è Sandro Continenza.

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“Manifesto contro l’editoria” GOG Edizioni

(Gog Edizioni, 2023)

Il re è nudo!

Allo scorso Book Pride, la fiera dell’editoria italiana indipendente tenutasi nella sua VII edizione a Milano dal 10 al 12 marzo scorso, il libro più venduto è stato questo “Manifesto contro l’editoria e gli editori, i librai, gli scrittori, i distributori, i promotori, gli agenti e i critici letterari, i direttori delle terze pagine culturali e quelli dei festival, contro i premi, gli ISBN, le scuole di scrittura creativa”.

La “piccola” – lo metto virgolettato perché mi riferisco esclusivamente alla sua capacità economica e di marketing rispetto a quella dei colossi nazionali – e indipendente casa editrice romana ha raccolto in questo volume di poco più di ottanta pagine tutti i suoi pensieri e le sue considerazioni su un mondo che sta ormai evidentemente boccheggiando.

La GOG – o forse sarebbe meglio dire GOG, nel senso del personaggio creato da Giovanni Papini nel suo omonimo romanzo che è l’ispirazione dichiarata del nome della casa editrice – ci racconta di un mondo editoriale italiano ormai strozzato da sé stesso. Un mondo dove i distributori dei libri hanno in mano il 60% del prezzo di vendita di un libro. Dove altre importanti percentuali se le prendono i promotori e alla fine all’autore e all’editore non rimangono che le briciole. Briciole che poi il distributore può dimezzare pretendendo il reso anche a distanza di parecchi mesi, cosa che fa fallire di continuo le piccole case editrici che inesorabilmente chiudono o vengono assorbite da quelle più grandi.

E’ un mondo, ci descrive GOG, che ormai sta soffocando, dove la qualità è sparita – o quasi – a favore della quantità. Perché l’importante è presentare sempre nuovi libri, indipendentemente dal loro valore o dal numero di copie che alla fine verranno vendute. E’ un mondo dove uno scrittore deve riuscire a trovare “umilmente” spazio nel canali culturali riconosciuti dal sistema ed esserne grato.

E’ un mondo dove la maggior parte dei libri italiani che escono sono praticamente tutti uguali, masticati e omogenizzati da un sistema che pensa di non avere più bisogno del genio creativo indomabile e innovativo, ma di quello – se genio si può davvero chiamare… – di scrittori buoni e ubbidienti, che magari provengono dalle più rinomate e prestigiose – e anche completamente inutili sostiene GOG – scuole di scrittura creativa del Belpaese.

E’ un mondo, quindi, che non sta morendo per colpa del famigerato ebook che tante brave famiglie italiane ha corrotto, ma è un mondo che sta morendo solo per colpa di sé stesso e delle proprie miopi scelte commerciali e organizzative. E’ un mondo che aveva in maniera sibillina immaginato e soprattutto temuto la grande Grazia Cherchi (1937-1995) – una delle figure editoriali più rilevanti del nostro Novecento, scopritrice di talenti come quelli di Stefano Benni e Alessandro Baricco – nei suoi articoli raccolti nel volume “Scompartimento per lettori e taciturni. Articoli, ritratti, interviste”.

E allora che fare? …Uscire da tutto, senza compromessi, risponde GOG e provare una strada indipendente e sincera bypassando i famelici canali che si succhiano quasi tutto, colloquiando direttamente col pubblico.

Nato come semplice provocazione, questo volume almeno nel mondo degli amanti della lettura e della scrittura come me, non può che sfondare una porta, anzi un portone spalancato. Ma soprattutto accende e stimola riflessioni.

Partiamo dal fatto che se le prime cinquanta pagine sono ficcanti e provocatorie, le restanti trenta sono grigiamente autoreferenziali, che ricordano un pò troppo le atmosfere dotte e sapienti tipiche di quell’ambiente che si reputa neanche troppo velatamente superiore per intelligenza e diritto di nascita, così vigorosamente criticato all’inizio del tomo dalla casa editrice romana.

Dalle dinamiche del sistema editoriale raccontato da GOG – nelle prime cinquanta pagine… – si capisce molto bene perché sia stata ferocemente ostacolata, per mere ragioni di guadagno, l’edizione digitale sulla quale è stata scaricata furbescamente ogni responsabilità della grave crisi della nostra editoria. Sono state messe in commercio edizioni digitali allo stesso costo o quasi di quelle cartacee, pensando così di boicottare il nuovo formato.

GOG si scaglia poi anche contro “Amazon&compagnia che non fanno distinguo tra un libro e una tazza”, e su questo ognuno ha le proprie opinioni. Ma la capillarità che tocca il gigante di Bezos è difficilmente raggiungibile allo stesso costo – maggiorazione che inesorabilmente colpisce alla fine anche il lettore però – dalle case editrici indipendenti che mirano a clienti attenti e consapevoli, che non per questo devono vivere nei posti più comodi e accessibili.

Sempre sul colosso dell’e-commerce e in relazione alle valutazione di un libro GOG biasima “la recensione rilasciata dal primo stronzo su Amazon”. “Il primo stronzo su Amazon” però è quello che ha comprato il libro, che ha dato fiducia all’autore e all’editore e che ha sborsato i suoi soldi, soldi che mantengono la baracca dell’editore che, come dice lo stesso GOG, non lavora certo solo per la gloria. Per questo il lettore – o “il primo stronzo su Amazon” come lo chiama GOG – ha diritto sempre e comunque di parola, anche se la cosa può far venire le infantigliole agli “addetti ai lavori”! Come sognava già trent’anni fa Grazia Cherchi: sono i lettori che devono valutare direttamente un libro, vero segno di una grande democrazia culturale, altrimenti rientriamo dalla porta di servizio nel “sistema” – tanto biasimato da GOG – dove qualcuno sceglie quello che possono – e sottolineo possono – leggere altri.

GOG poi descrive il suo autore ideale, un autore fuori da ogni schema o canale costituito, che vuole raccontare e sfasciare, rompere e strillare, un autore per il quale un libro “…deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi” come diceva Kafka e cita GOG. Un autore che scrive prima per se stesso e poi solo per il lettore insomma. E nel mondo descritto da questo libro un autore così dove si trova? …Le autrici e gli autori fuori da ogni schema o omologazione dove possono trovare spazio?

GOG, ovviamente, non parla di autopubblicazione gratuita alla quale molti autori, come me, si rivolgono per far vivere e leggere i propri scritti. Ma l’autopubblicazione sta diventando sempre più consistente nel nostro panorama, proprio perché quello canonico è fermamente autoreferenziale al punto di non cogliere più le vere novità che fioriscono nelle menti e nei posti più impensabili. E poi l’autopubblicazione materializza quel contatto diretto e senza interferenze col lettore che lo stesso GOG agogna come editore.

Personalmente reputo che la nostra editoria canonica debba cambiare, a partire dalle fondamenta, ma che possa e debba coesistere in sinergia con quella autopubblicata. In un mondo colmo di libri le case editrici di qualità devono proporre percorsi di lettura. Reperire i nuovi autori, in un mondo così sconfinato, è molto difficile anche per una grande casa editrice – ammesso che questa voglia davvero farlo – figuriamoci per le piccole. E allora l’autopubblicazione e soprattutto le recensioni possono aiutare ad individuare quei libri validi che altrimenti non sarebbero mai stati pubblicati e quindi letti.

Comunque la pensiate, ora e sempre: buona lettura!

“Oscar insanguinato” di Douglas Hickox

(UK, 1973)

Il premio Oscar, in realtà, con questo film non ha nulla a che fare. E’ stato il genio – fin troppo spesso incompreso… – dei nostri distributori a infilarcelo tentando di rendere la pellicola più accattivante per un pubblico nostrano che evidentemente reputava troppo basico per apprezzare un “semplice” premio teatrale inglese.

Perché il riconoscimento in questione è, infatti, un ambitissimo Emmy che una squadra di critici teatrali, spocchiosi e presuntuosi, assegna ogni anno all’artista del palcoscenico che ritiene più degno.

Un paio di anni prima il veterano Edward Lionheart (un grande Vincent Price), noto attore shakespeariano, era convinto di meritarlo ma alla cerimonia, vedendo premiare un giovane e secondo lui inesperto collega, aveva dato in escandescenza presentandosi poi nella casa di uno dei critici per protestare. Lì, però, era stato sbeffeggiato tanto che alla fine Lionheart aveva deciso di gettarsi dal terrazzo direttamente nel Tamigi.

In maniera assai cruenta vengono uccisi inesorabilmente i critici della giura e solo Peregrin Devlin (Ian Hendry) uno di essi, intuisce che le modalità degli omicidi ricalcano quelle di alcune famose opere del grande William Shakespeare, unico autore mai interpretato da Lionheart. Ma l’attore è morto ormai da tempo, anche se il suo cadavere non è mai stato ritrovato.

Così Devlin e la Polizia si rivolgono a Edwina Lionheart (Diana Rigg, che solo qualche anno prima aveva impersonato la sfortunata coniuge dell’agente 007 James Bond) che di mestiere fa la truccatrice. Ma per la giovane è solo un inutile motivo per riaprire una ferita ancora non del tutto cicatrizzata…

Deliziosa pellicola divenuta un vero e proprio cult – il cui titolo originale è “Theatre of Blood” – grazie soprattutto al suo indimenticabile protagonista e ai versi dell’immortale Bardo che fanno da sottofondo a uno dei temi più efficaci e irresistibili della storia umana: la vendetta. “Il conte di Montecristo” docet…

Il tema della spietata e cruenta vendetta è il centro anche della pellicola “L’abominevole Dr. Phibes” sempre con un grande Vincent Price, prodotta e realizzata sempre in Gran Bretagna due anni prima.

Scritto da John Kohn, Stanley Mann e Anthony Greville-Bell questo “Oscar insanguinato” ha un cast di prim’ordine composto oltre che dal protagonista anche dai migliori caratteristi del cinema britannico del momento come Harry Andrews, Robert Morley, Joan Hickson e Michael Hordern.

Anche se a volte la regia psichedelica e frenetica rimane troppo legata alla moda del periodo storico in cui è stato realizzato, questo film merita di essere visto anche solo per ascoltare una delle voci cinematografiche e teatrali più famose del Novecento – come era quella di Vincent Price, che non a caso Quincy Jones e Michael Jackson vollero nel brano “Thriller” – interpretare i versi fra i più belli mai prodotti dalla civiltà umana, e recitati con barocca e spietata bellezza.

E poi diciamoci la verità, ovviamente solo moralmente e non certo fisicamente come nel film, ma ogni tanto alcuni sedicenti e boriosi “critici” non se la meriterebbero una bella strigliata?

Nella versione distribuita nei nostri cinema, noi italiani abbiamo la fortuna di poter godere di un altro grande indimenticabile artista: Emilio Cigoli che doppia superbamente Price ricordandoci, se davvero ce ne fosse bisogno, la grandezza del Bardo anche nella nostra lingua.

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