Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Habibi” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2011)

“Sembra che non ci sia limite al peso che devono trasportare le donne…” scrive Craig Thompson nel suo “Carnet di viaggio” edito nel nostro Paese nel 2017, un concetto che ha superbamente affrontato nella sua opera più famosa “Habibi”, arrivata da noi qualche anno prima.

Wanatolia è un ricco e opulento paese (fittizio) orientale, di forte tradizione islamica. Se le sue città sfoggiano grandi e lussuosi grattacieli, alle loro fondamenta vivono numerosi esseri umani tragicamente molto al di sotto della soglia di povertà.

Ci sono intere comunità che sopravvivono solo grazie ai rifiuti che la parte ricca del paese ininterrottamente produce, come quelli dell’enorme e splendente palazzo del Sultano. I poveri e i derelitti vivono in funzione degli scarti e dei bisogni dei ricchi, e a pagare il prezzo più alto sono naturalmente i più indifesi: i bambini e, soprattutto, le bambine.

Una di queste è Dodola che decide di fuggire insieme a Zam, un bambino ancora più piccolo di lei, abbandonato e abusato come lei. I due trovano rifugio in una vecchia barca persa nel deserto, lo stesso deserto dove molti secoli prima è nato l’islam e, attraverso le radici di quella religione, Dodola e Zam intraprenderanno un percorso lungo e sofferente per ritrovare finalmente se stessi.

Un viaggio splendido e doloroso nella religione islamica, ma soprattutto nel ventre di una bambina che, anche crescendo, deve sopportare soprusi e violenze che il mondo famelico e patriarcale le impone solo perché donna. Ma soprusi e violenze li subirà anche Zam, sia per il colore della sua pelle che per la sua anima troppo candida e ingenua per lo spietato e ottuso patriarcato che domina la società.

Dopo l’emozionante romanzo grafico d’esordio “Addio Chunky Rice” e il bellissimo “Blankets“, Craig Thompson firma un’opera davvero emozionante e commovente che ci ricorda, sopratutto, che cos’è l’amore, l’amore vero e incondizionato, quello che tutti dovremmo avere per noi stessi e per il nostro prossimo.

C’è chi definisce Thompson il Charles Dickens della “narrativa a fumetti” ma sbaglia: Thompson è uno dei veri eredi di Dickens, punto e basta.

Sempre di Thompson, e successivi a questo splendido “Habibi”, sono: “Ginseng Roots. Libro Primo – Tornare a casa” e “Gingseng Roots. Libro secondo – Affondare nei ricordi” – che fanno parte di una serie autobiografica – e che ci aiutano a comprende il profondo e doloroso rapporto che l’autore ha avuto fin da piccolo con la religiosità, nato e cresciuto in una famiglia molto praticante e rigidamente osservante.

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“Racconti umoristici” di Anton Čechov

(edizioni e/o, 2011)

L’influenza di Anton Pavlovič Čechov sulla cultura planetaria è ancora oggi così immensa che è difficile da misurare. Nato a Taganrog – città portuale della Russia meridionale – il 29 gennaio del 1860, Anton non ha un’infanzia facile fra un padre violento – ma fervente religioso -, una situazione economica precaria e le origini di servi della gleba della sua famiglia.

Diplomatosi, nel 1879 vince una borsa di studio per iscriversi alla facoltà di Medicina e si trasferisce a Mosca dove frequenta i circoli studenteschi e respira l’aria fertile della cultura e dell’avanguardia russa contemporanea. Nel 1880 pubblica il suo primo racconto (“La lettera del possidente del Don Stepan Vladimirovič al dotto vicino dottor Fridrich“) ed inizia così ufficialmente la carriera di uno dei più grandi autori planetari che spazierà fra la letteratura ed il teatro.

Se i suoi drammi, a distanza di 120 anni dalla sua morte – avvenuta il 15 luglio del 1904 – sono ancora rappresentati nei teatri di tutto il mondo, i suoi scritti e soprattutto i suoi immortali racconti sono ancora una delle colonne portanti della cultura contemporanea.

Questo volume ne raccoglie diciassette, alcuni di quelli più ironici e umoristici. Forse non saranno i più famosi o i più belli in assoluto, ma ci ricordano senza dubbio cosa vuol dire saper scrivere con ironia pungente e umorismo tagliente. Se proprio mi incatenate e mi costringete a sceglierne uno vi dico: “Il punto esclamativo (Racconto di Natale)” una delle vette della letteratura mondiale.

Vette che nel formato del racconto probabilmente non sono state raggiunte da nessun altro autore. Forse solo il grande Raymond Carver le ha sfiorate coi suoi bellissimi racconti molti decenni dopo. Non è un caso quindi che fra i miei preferiti ci sia “L’incarico”, in cui Carver ci narra la morte del maestro Čechov attraverso gli occhi di un modesto cameriere, contenuto nella splendida raccolta “Da dove sto chiamando“.

Come tutte le opere del grande autore russo: da leggere ad intervalli regolari.

“Gingseng Roots. Libro secondo – Affondare nei ricordi” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2021)

Dopo “Ginseng Roots. Libro Primo – Tornare a casa“, Craig Thompson ci riporta nel Wisconsin dei primi anni Ottanta dove, ancora bambino e per avere qualche soldo da spendere oltre che per aiutare le finanze della sua famiglia, l’estate lavora negli immensi campi di gingseng.

In questo libro, infatti, uno dei migliori autori contemporanei di romanzi grafici, ci racconta il rapporto della sua famiglia con la pianta simbolo dell’economia di quello stato, che a partire dagli anni Sessanta ha attirato lavoratrici e lavoratori da ogni parte del mondo, sia dentro i confini a stelle e strisce che fuori, soprattutto dall’Oriente.

La tradizione millenaria della coltivazione del gingseng non è naturalmente esclusiva della Cina, ci sono altre nazioni, come il Giappone e la Corea. Proprio dalla Corea proveniva la famiglia di un suo compagno di scuola che, nel corso degli anni, abbandonò gli studi per dedicarsi completamente alla coltivazione.

Attraverso i disegni di Thomson riviviamo la storia Ga Yi Vang, un giovane ufficiale delle forze armate dei guerriglieri Hmong, una delle popolazioni del Laos che sostenne le truppe degli Stati Uniti nella loro occupazione del Vietnam dal 1960 al 1975.

Quando le truppe USA iniziarono a ritirarsi dal Vietnam, la popolazione degli Hmong venne fatta oggetto di feroci ritorsioni da parte dei nord vietnamiti che riprendevano il possesso del loro territorio, vicenda che ricorda tragicamente quella consumatasi nell’estate del 2021 in Afghanistan. Così Ga Yi Vang fu costretto ad abbandonare il proprio paese per trovare rifugio negli USA.

Su suolo americano prese il nome di Abraham Vang e decise di fare quello che sapeva e conosceva grazie alle tradizioni – e alle ….radici – della sua famiglia: coltivare il gingseng. Ma l’impatto nel nuovo Paese non fu affatto semplice, tutta la famiglia Vang, come molti altri immigrati, subì un duro e palese ostracismo, spesso misto a becero razzismo, viste le sue origini asiatiche e così vicine al quel Vietnam.

Per il resto della sua esistenza Abraham Vang non riuscì mai comprendere un comportamento così ostile da parte di un popolo i cui soldati lui aveva sempre aiutato e difeso, come non comprese mai il perché a quasi nessuno interessasse la sua storia.

Un romanzo grafico bello e coinvolgente da un autore mai banale e scontato.

“Non per soldi… ma per denaro” di Billy Wilder

(USA, 1966)

Se nel nostro immaginario lo stereotipo dell’avvocato arraffone e opportunista è l’Azzeccagarbugli de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, nella cultura americana è senza dubbio lo scaltro Willie Gringrich – il cui cognome significa letteralmente “diventa ricco” – interpretato superbamente in questo film da un eccezionale Walter Matthau, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Siamo a metà degli anni Sessanta e la società americana, come quella di tutto l’Occidente, sta cambiando molto rapidamente. Questo soprattutto – o purtroppo, dipende dai punti di vista… – grazie al nuovo mezzo di comunicazione di massa che è diventata la televisione. Nella storia della civiltà umana, dopo i racconti verbali tramandati per millenni, solo la radio era riuscita ad entrare capillarmente in ogni focolare domestico. Ma la scatola dei sogni ha anche le immagini e così sbaraglia ogni concorrenza e, soprattutto, ogni resistenza.

Altro grande pilastro sociale negli Stati Uniti è da sempre lo sport, e proprio in quegli anni, molto prima che da noi, qualcuno ha già pensato ai ricchi profitti che il connubio tv/sport può alimentare. E così approdiamo a Cleveland, la patria della squadra di football americano dei Cleveland Browns, proprio durante una partita del massimo campionato ripresa in diretta dalla CBS.

A riprendere i giocatori da bordo campo c’è l’esperto cameraman Harry Hinkle (Jack Lemmon) che proprio alla fine di un’azione di gioco viene travolto involontariamente dal giocatore dei Browns Luther “Boom Boom” Jackson (Ron Rich). Harry, rovinando sulla matassa del telo che copre il campo, perde conoscenza e viene portato in ospedale.

Al suo capezzale si precipitano sua madre (Lurene Tuttle) sua sorella Charlotte (Marge Redmond) e suo marito Willie Gringrich che sente subito l’odore di un risarcimento a sei zeri. Appena ripresosi Harry si sente solo indolenzito, ma Willie lo convince a fingere di avere perso l’uso di una gamba e di un braccio proprio a causa del trauma, visto poi che Charlotte gli ha raccontato che da bambino lui, cadendo dal tetto, si è incrinato una vertebra.

Hinkle si rifiuta categoricamente di mentire, ma il suo diabolico cognato alla fine riesce a convincerlo che il suo stato certamente farebbe tornare la sua ex moglie Sandy (Judi West), scappata un anno prima con un musicista per far decollare la sua carriera di cantante. Intanto, all’ospedale arriva trafelato e turbato “Boom Boom” Jackson, che non riesce a perdonarsi le gravi menomazioni che ha apparentemente causato a Harry.

Nonostante il prestigioso ed esperto studio legale – con tanto di investigatore privato fornito di macchina da presa e microfoni perimetrali – incaricato dall’assicurazione di verificare l’autenticità dei danni subiti da Hinkle, Willie Gringrich riesce ad organizzare un piano a prova di bomba. L’avvocato ha pensato proprio a tutto, tranne all’anima di suo cognato che è un illuso sì, ma onesto…

Superba commedia firmata dal grande Billy Wilder maestro indiscusso del genere hollywoodiano, che rappresenta una neanche troppo velata critica alla televisione e soprattutto al lato voyeuristico e opportunistico che questa fomenta nella società. Ne sono un esempio il morboso spionaggio di Chester Purkey (Cliff Osmond), l’investigatore privato che riprende ed ascolta 24 ore su 24 Hinkle per conto dello studio legale dell’assicurazione; e l’illusione di Sandy di poter diventare un’artista famosa solamente presentandosi “come si deve” in televisione.

Come tutte le opere del maestro Billy Wilder: graffiante e sempre attuale. La pellicola sancisce la definitiva ascesa di Walter Matthau nell’olimpo delle stelle di prima grandezza del firmamento del cinema americano. La bravura di Matthau, in questo ruolo, oscura anche quella del grandissimo Lemmon.

Per la chicca: il titolo originale del film è “The Fortune Cookie” e si riferisce al biscotto della fortuna che Harry apre e nel quale c’è la famosa frase di Abraham Lincoln – che lo stesso Willie Grigrich definisce: “un ottimo presidente, ma un pessimo avvocato…” – che dice: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e alcuni per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre”. Frase che forse Wilder e I.A.L. Diamond, autori della sceneggiatura, volevano riferire anche alla televisione? …Ai posteri l’ardua sentenza.

Da ricordare, nella nostra versione, gli stratosferici Renato Turi ed Emilio Cigoli che donano, come sempre superbamente, le voci rispettivamente e Walter Matthau e Jack Lemmon.

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“Aldobrando” di GIPI e Luigi Critone

(Coconino Press Fandango, 2020)

Il medioevo è ricordato spesso come il momento dei secoli bui, di quando regnavano soprattutto la forza, la prepotenza e le superstizioni. E mentre gli uomini non lesinavano colpi mortali e fendenti alla schiena, alle donne non restava che sperare nella provvidenza per vivere una vita il meno dolorosa e frustrante possibile.

Ma il quel funesto e spietato momento storico appare una luce, una piccola luce che squarcia il buio. E’ quella del giovane e ingenuo Aldobrando che, ancora bambino, venne affidato alla cure e agli insegnamenti di un vecchio che molti considerano uno stregone.

Il padre, un cavaliere rimasto vedovo, glielo consegna sapendo che all’alba dovrà morire nella “fossa”, l’arena nella quale si risolvono le dispute fra il “bene” e il “male”, che naturalmente finiscono sempre per rafforzare il potere e le casse dell’avido re.

Aldobrando cresce sotto gli insegnamenti del vecchio imparando a leggere e a scrivere, vera rarità in quel tempo in cui la Chiesa si teneva ben stretta e cara la sapienza. Forse per questo, il giovane, ha tanta paura di affrontare il mondo che è fatto di cose vere e non solo di teorie o formule.

Arriva il giorno, però, che l’anziano tutore rimane gravemente ferito ad un occhio proprio a causa di un errore di Aldobrando, e l’unico modo per evitare una devastante infezione è quella di trovare il prima possibile l’erba del lupo, l’unica pianta capace di guarire una lacerazione così grave e pericolosa.

Il benessere dello stregone è l’unica cosa capace di superare le sue profonde paure e così il gracile Aldobrando è costretto ad uscire dalla capanna del suo mentore e ad affrontare il mondo. Lo farà solo con la sua coscienza, la sua intelligenza, la sua ingenuità e con una piccola e malridotta spada di legno.

Gli eventi e il destino gli faranno fare incontri e vivere eventi attraverso i quali conoscerà il mondo e, soprattutto, se stesso passando anche su quell’arena sanguinosa dove molti anni prima è perito suo padre.

Delizioso romanzo grafico adatto ai giovani ma anche ai meno giovani come me, che amano viaggiare fra parole e disegni davvero molti belli e accattivanti. La storia è di GIPI, uno dei nostri più brillanti autori, i disegni di Luigi Critone e i colori di Francesco Daniele e Claudia Palescandolo.

Da leggere.

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“Il treno” di Georges Simenon

(Adelphi, 2013)

Marcel Féron è un uomo mite. I suoi gravi problemi agli occhi lo hanno reso un bambino sempre molto pacato prima e un adulto sempre molto calmo poi. Data la sua salute cagionevole – è stato affetto anche dalla tubercolosi – e la sua vista limitata, a causa della quale Julien ha dovuto portare quasi da subito degli occhiali con delle enormi lenti a “fondo di bottiglia”, è stato sempre convinto di dover passare una vita solitaria.

Ma, grazie alla sua passione per la meccanica e per l’elettricità, è riuscito ad aprirsi un laboratorio di riparazioni e vendita di apparecchi radiofonici. Ma soprattutto Marcel, contro ogni sua aspettativa, ha creato una famiglia. Si è sposato con Jeanne e da lei ha avuto la piccola Sophie.

Adesso sua moglie è nuovamente incinta, ed è al settimo mese di gravidanza. Tutto sembra procedere nei binari ordinari e pacifici che tanto si addicono a Marcel ma, invece, il mondo vacilla nel maggio del 1940 quando le truppe della Wehrmacht invadono il Belgio.

La località francese dove vive Marcel, con la sua famiglia, si trova nelle Ardenne ed è proprio al confine col Belgio. Già dall’alba le strade della cittadina si riempiono di numerosi furgoncini o automobili belgi, che fuggono dalle truppe tedesche.

Marcel, in poche ore, decide di partire per proteggere sua moglie e sua figlia. Ma non possedendo alcun mezzo di trasporto, fatta eccezione di un piccolo carretto in legno che usa per riconsegnare le radio ai clienti, è costretto a recarsi nella piccola stazione locale, che è già invasa da decine di persone che come lui vogliono mettersi in salvo.

I volontari e le ausiliare fanno salire, visto il suo stato, Jeanne e la piccola Sophie sul vagone di prima classe, mentre Marcel riesce a trovare un angolo in uno dei vagoni merci in fondo al convoglio.

In pochi instanti i Féron diventano una famiglia di profughi senza più una casa e una vera destinazione, se non un luogo che sia il più lontano possibile dalla guerra. Inizia così un viaggio allucinante, fatto di separazione, di interminabili ore fermi in un binario morto, senza spesso poter neanche scendere.

Col passare del tempo, sul vagone, si crea una micro società con le sue regole e le sue concessioni. E proprio sul vagone Marcel incrocia lo sguardo di Anna, una giovane donna austera e volitiva, e come lui sola…

Ancora un indimenticabile viaggio – è proprio il caso di dirlo – che il maestro Simenon ci fa fare nell’animo di un uomo che tutti, a partire da se stesso, hanno sempre considerato semplice e forse anche mediocre. Ma gli eventi lo porteranno a precipitare negli occhi di una donna enigmatica ma al tempo stesso limpida. Una donna molto particolare, irrisolta e per questo tanto reale, come forse solo il maestro Simenon sapeva tratteggiare.

Scritto nel 1961, questo bel romanzo acquista oggi un sapore ancora più particolare raccontandoci di profughi, viaggi della speranza e treni che portano lontano dalla guerra, argomento funesto tragico e tanto – …troppo – attuale.

Nel 1973 Pierre Granier-Deferre dirige l’adattamento cinematografico dal titolo “Noi due senza domani” con Jean-Louis Trintignant e Romy Schneider.

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“Balle spaziali” di Mel Brooks

(USA, 1987)

La saga di “Star Wars”, nel corso dei decenni, ha ispirato centinaia di parodie, nonché di fan movie. Lo stesso George Lucas, almeno fino a quando è stato in possesso dei diritti commerciali della sua opera più famosa, ha sempre dichiarato di guardare piacevolmente ogni fan movie e ogni parodia, senza poi mai chiedere alcuna royalty.

Il maestro delle parodie e del cinema comico americano Mel Brooks decide così di contribuire al filone e firmare un’intera pellicola dedicata al mondo creato da Lucas e al cinema di fantascienza in generale più famoso, come quello di “Star Trek” e “Alien”.

Scritto dallo stesso Brooks assieme a Ronny Graham – che nel film interpreta l’alto prelato preposto a celebrare il matrimonio fra la principessa Vespa e il principe Valium – e Thomas Meehan questo “Balle spaziali” ci porta in una galassia “…molto, molto, molto, molto” lontana dove viveva la spietata razza nota come Spaceballs.

Sul pianeta Druida si sta per celebrare il matrimonio fra la principessa Vespa (Daphne Zuniga) e il principe Valium, ma la ragazza alla fine preferisce fuggire assieme alla sua droide nonché damigella Dorothy.

La principessa viene però catturata dalle truppe di Lord Casco Nero (Rick Moranis) che, assecondando l’ordine del presidente degli Spaceballs Scrocco (lo stesso Mel Brooks) intende ricattare re Rolando (Dick Van Patten) per rubargli 10.000 anni di aria pura e fresca, visto che il pianeta Spaceball è ormai al collasso a causa dell’inquinamento.

Ma re Rolando chiama in suo aiuto il mercenario Stella Solitaria (Bill Pullman) e il suo fedele amico mezzo umano e mezzo cane Rutto (John Candy). Così i due sfidano i potenti e implacabili Spaceballs per liberare Vespa e l’intera galassia…

Forse non fra i migliori film di Mel Brooks, probabilmente anche a causa di un doppiaggio in italiano dove molte battute e gag verbali si sono inesorabilmente perse a favore di facili allusioni sessuali e banali parolacce. Ma rimane comunque una pellicola da vedere per tutti gli amanti della saga creata da Lucas e dei famigerati e intramontabili – …ahimé – anni Ottanta.

Le cronache del tempo raccontarono come lo stesso Brooks chiese direttamente a Lucas il “permesso” di ispirarsi per il personaggio di Stella Solitaria a Han Solo. Lucas acconsentì ma ad un patto: che il suo costume non fosse uguale a quello indossato a Harrison Ford nella saga. Allora Brooks decise di vestire il suo Stella Solitaria come …Indiana Jones.

Per la chicca: nella versione originale a doppiare il robot Dorothy – che nella nostra ha la voce di Emanuela Rossi che imita quella della grande Tina Pica – è Joan Rivers: la prima grande stand up comedian americana, ancora oggi citata e omaggiata. Nella parte del perfido Pizza Margherita, il boss caricatura di Jabba The Hutt, c’è Dom DeLuise.    

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“Ginseng Roots. Libro Primo – Tornare a casa” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2020)

Le radici sono importanti, e non solo per i vegetali, ma anche per gli esseri umani.

Ce lo ricorda molto bene Craig Thompson in questo primo libro di una trilogia di romanzi grafici dedicata alla sue di radici, annodate nel profondo con quelle delle piante di gingseng che da bambino e da adolescente aiutava a coltivare.

Nato nel 1975 e trasferitosi con la sua famiglia nel Wisconsin, il piccolo Craig impara presto cosa significa crescere in una famiglia con pochi mezzi economici. Così durante la vacanze estive Craig, suo fratello minore Phil sua sorella e sua madre, lavorano nei campi di gingseng di alcuni coltivatori per togliere l’erbacce o le pietre che possono rovinare i mezzi agricoli.

E’ un lavoro duro e stancante, ma Craig e Phil ne sono entusiasti perché con la maggior parte della paga che ottengono possono comprarsi tutti i fumetti che vogliono. Adulto, Craig, decide di tornare con i fratelli a casa dei propri genitori per scrivere questa trilogia dedicata alle sue radici, compresa quella del ginseng che nel Wisconsin ha una storia del tutto particolare.

Infatti è l’unico posto al mondo, fuori dai confini della Repubblica Popolare Cinese, dove cresce un’ottima e preziosa qualità della pianta da millenni considerata fra le più curative e importanti della tradizione orientale, e non solo cinese.

Così Craig torna a visitare le fattorie dove da bambino e ragazzo ha lavorato per parlare con i proprietari e ricordare la sua vita e quella di tutta la sua piccola comunità, che per due settimane all’anno diventava una dei luoghi più importanti del mercato planetario di gingseng.

Un viaggio simile e parallelo al bellissimo “Blankets” e che prosegue in “Gingseng Roots. Libro Secondo – Affondare nei ricordi“.

Chi non ricorda: non ha futuro.

“Wagon-lits con omicidi” di Arthur Hiller

(USA, 1976)

Dopo essersi incontrati durante la produzione di “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks, Gene Wilder e Richard Pryor formano finalmente una coppia cinematografica efficace e molto divertente.

Il loro mancato esordio davanti alla macchina da presa nel film di Brooks, dove Richard Pryor aveva collaborato alla sceneggiatura, fu causato dalla condotta lavorativa imprevedibile e inaffidabile dell’attore afroamericano. Tanto che anche per questa pellicola la casa di produzione fece non poche difficoltà prima di scritturarlo.

La dinamica della coppia Wilder-Pryor è semplice quanto efficace: il primo è un ingenuo sognatore mentre il secondo è un disilluso realista. E questo sottolinea, già in quegli anni, come il colore della pelle incida in maniera determinate nella formazione del carattere di una persona che nasce e vive negli Stati Uniti. Wilder, avendo la pelle rosea, può permettersi di sognare e illudersi, Pryor con la sua pelle più scura ha dovuto imparare fin da piccolo come il mondo possa essere duro e ingiusto.

Così Wilder è George Caldwell, un piccolo editore reduce dal naufragio del suo matrimonio che decide di raggiungere Chicago in treno, partendo da Los Angeles. Il viaggio dura tre giorni, rispetto alle poche ore di quello in aereo, ma Caldwell lo preferisce perché sente di avere il bisogno di stare solo con i propri pensieri.

Nel vagone ristorate dove si reca a cenare George incontra l’esuberante commesso viaggiatore Bob Sweet (Ned Beatty) che gli rivela che sul quel treno, data la lunghezza del viaggio, è frequente vivere fugaci storie d’amore. Ancora preso dalle parole di Sweet, Caldwell s’imbatte nell’avvenente Hilly Burns (Jill Clayburg al suo primo ruolo cinematografico da protagonista) la giovane segretaria del professor Schreiner, un noto esperto internazionale d’arte.

Il fato vuole che le loro cabine siano adiacenti e così, dopo cena, George viene invitato da Hilly nella sua. Proprio mentre sono sul letto baciandosi, Caldwell vede il cadavere di un uomo precipitare davanti al finestrino. Dalla descrizione che fa a Hilly sembra proprio si tratti di Schreiner, ma al mattino dopo i due incontrano l’uomo vivo e vegeto in compagnia del mercante d’arte Roger Devereau (un diabolico Patrick McGoohan). Ma…

Divertente commedia dai toni accentuati del thriller, con chiari ed espliciti omaggi al maestro Hitchcock, ma con situazioni e gag che ancora oggi divertono. Soprattutto dall’entrata in scena di Pryor che veste i panni del ladruncolo Grover T. Muldoon, che aiuterà suo malgrado Caldwell a scoprire la verità.

Se il film è per la prima parte divertente, diventa irresistibile con la comparsa appunto di Pryor che crea con Wilder un’alchimia davvero unica. Alchimia grazie alla quale i due interpreteranno insieme altri tre film, due dei quali veri e propri campioni d’incassi come “Nessuno ci può fermare” e “Non guardarmi, non ti sento“.

Nel cast c’è anche Richard Kiel con già la sua dentatura in acciaio, che poi lo renderà il famigerato “Squalo” in alcuni film di 007; saga alla quale partecipa anche Clifton James nei panni di uno sceriffo un pò imbranato ruolo, guarda caso, che interpreta anche in questa pellicola.

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“Non guardarmi, non ti sento” di Arthur Hiller

(USA, 1989)

La coppia Gene Wilder-Richard Pryor torna davanti alla macchina da presa per interpretare un altro successo al botteghino – dopo “Wagon-lits con omicidi” e quello straordinario di “Nessuno ci può fermare” – ma, soprattutto, un film che nonostante i decenni passati rimane sempre un’ottima commedia brillante e tagliente.

Perché il tema affrontato nel film – scritto da Earl Barret, Arne Sultan, Marvin Worth, Eliot Wald, Andrew Kurtzman e lo stesso Gene Wilder – in maniera schietta e senza false ipocrisie è la disabilità, o meglio il rapporto che una parte della società ha con la disabilità, e soprattutto che alcune persone hanno con la propria disabilità.

Non è un caso quindi che i due protagonisti, prima di iniziare le riprese, abbiano frequentato centri medici e di riabilitazione rispettivamente per non vedenti e non udenti, proprio per interpretare al meglio il loro personaggio, senza cadere nel pietismo o nella macchietta.

Dave Lyons (Gene Wilder) è un ex attore che per sbarcare il lunario gestisce un’edicola in un grande palazzo commerciale di Manhattan. Durante l’adolescenza è stato colpito da una forma molto grave di scarlattina che nel corso degli anni successivi gli ha compromesso l’apparato uditivo. Otto anni prima, ha definitivamente perso anche l’ultimo residuo di suono, precipitando nella sordità più assoluta.

L’evento lo ha costretto ad abbandonare le assi del palcoscenico, sulle quali riusciva a barcamenarsi grazie alla lettura delle labbra, ma soprattutto ha sancito la rottura definitiva con sua moglie che, a causa della sua disabilità, lo ha abbandonato.

Grazie all’inserzione messa sul giornale per cercare un assistente, all’edicola di Dave si presenta Wally Karue (Richard Pryor), un non vedente che ha perso la vista dopo essere stato investito da un ubriaco al volante. Entrambi cercano in ogni modo di dissimulare la propria disabilità, ma alla fine comprendono che per lavorare insieme è inutile fingere, come fanno invece di solito col resto del mondo.

Il primo giorno di Wally però, proprio davanti all’edicola di Dave, si consuma un efferato delitto: un uomo viene ucciso dall’avvenente quanto letale Eve (la top model Joan Savarence) con la complicità di Mr. Kirgo (un giovane e cattivissimo Kevin Spacey). Il fatto che nessuno sia stato presente al delitto e le disabilità dei due – Dave era voltato di spalle, mentre Wally ha potuto solo sentire la sparo – li rendono i sospetti principali.

Ma Dave e Wally decidono di reagire e così, con goffaggine e tanta fortuna, riescono a evadere dalla centrale della Polizia dove erano stati portati. Ma Eve e Kirgo sono sulle loro tracce…

Esilarante commedia che, al di là della trama creata sul più classico scambio di persona, non risparmia un colpo con battute e gag soprattutto contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi a scapito dei disabili. E’ opportuno ricordare che proprio a Richard Pryor, nel 1986, venne diagnosticata una forma di sclerosi multipla che negli anni successivi lo costrinse, anche sui set, ad usare ausili come la sedia a rotelle.

Negli anni in cui uscì questo film nel nostro Paese, per molti e soprattutto al cinema, la disabilità era ancora un tabù che andava raccontato – se proprio non si poteva farne a meno… – con pietà e commiserazione, fatte salvo alcune rare eccezioni.

Anche per questo “Non guardarmi, non ti sento” è sempre divertente e attuale.

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