Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Fight Club” di David Fincher

(USA, 1999)

La prima regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club.

La seconda regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club.

Eccola lì, la trappola perfetta. Perché da quando avete letto queste due righe — e lo sapete benissimo — non riuscite a smettere di pensarci. E questo è esattamente quello che David Fincher voleva: portarvi dentro prima ancora che il film cominci. Prima ancora che le luci si spengano.

Fight Club non è un film che chiede il permesso. Entra, si siede, e comincia a smontare tutto quello che credi di sapere su te stesso — sul maschio contemporaneo, sul consumismo, sull’identità — con la stessa sistematica e gioiosa ferocia con cui i suoi protagonisti si spaccano la faccia nei seminterrati bui di un’America che non sa più chi è.

Fincher, che già con Seven del 1995 aveva dimostrato di saper mettere il disagio in scena come pochi altri, qui si supera. Prende il romanzo di Chuck Palahniuk, lo affida alla penna di Jim Uhls per la sceneggiatura, e ne ricava un oggetto cinematografico visionario e cattivo, senza esclusioni di colpi — …e sì, è proprio il caso di dirlo — che tiene inchiodati davanti allo schermo dall’inizio alla fine con quella sensazione rara di non voler perdere nemmeno un fotogramma.

La storia la conoscete, o dovreste conoscerla. Un uomo senza nome — il protagonista-narratore, che ha il volto di un Edward Norton straordinariamente intenso — è un anonimo impiegato, insonne cronico, consumatore compulsivo di mobili e accessori IKEA e di tutto ciò che il mercato gli propone come sostituto dell’identità. È la crisi del maschio contemporaneo raccontata con ferocia e lucidità: quell’uomo che non sa più chi è, che si è costruito attorno alle cose invece che ai valori, che frequenta i gruppi di autoaiuto per malati terminali non perché sia malato, ma perché ha bisogno di sentire qualcosa. Qualsiasi cosa.

Poi arriva Tyler Durden.

Brad Pitt, in questo ruolo, è semplicemente strepitoso. Fisico scolpito, camice a fiori, quella sicurezza animale e magnetica di chi non ha paura di niente e non si preoccupa di piacere a nessuno. Durden è l’antitesi perfetta del narratore, il suo negativo fotografico, e la chimica tra i due attori è quella rara e preziosa che non si fabbrica in un ufficio di casting: o c’è o non c’è. Qui c’è, eccome. I loro duetti sono una gioia viscerale: battute che fanno ridere e pensare insieme, silenzi che dicono più delle parole, una tensione sotterranea che attraversa tutto il film e che solo alla fine, quando arriva il colpo di scena che è già entrato nella storia del cinema, si capisce davvero fino in fondo.

A fare da sponda a questi due magnifici antagonisti complementari c’è Helena Bonham Carter nei panni di Marla Singer, la dark lady che fuma, mente, non si scusa mai e ha quella qualità perturbante delle donne cinematografiche che non si lasciano contenere da nessuna categoria rassicurante. Bonham Carter la abita con un’energia cupa e irresistibile, e la sua Marla è il punto di contatto tra i due mondi del film: quella superficie grigia e ordinata in cui vive il narratore e il sottosuolo anarchico e bruciante di Tyler.

Fincher costruisce tutto con una precisione che non ammette sbavature. La fotografia di Jeff Cronenweth sceglie colori desaturati, verdi malati, luci che sembrano sempre sul punto di cedere del tutto. Il montaggio è serrato senza essere caotico. La colonna sonora dei Dust Brothers accompagna senza mai sopraffare. Tutto concorre a creare una sensazione di realtà che sta scivolando, di terreno che cede sotto i piedi, di mondo che si sfalda con la velocità di una barzelletta che non fa ridere nessuno.

Perché Fight Club — e questo è il punto che certa critica distratta forse ha faticato a mettere a fuoco — non è un inno alla violenza. È una satira feroce del capitalismo, del consumismo, della mascolinità tossica e della necessità disperata di significato in un’epoca che ha sostituito il senso con le marche. La violenza del fight club non è il punto di arrivo: è il sintomo. È il grido di chi ha dimenticato come parlare e allora urla col corpo.

Beati quelli che non hanno ancora letto il libro né visto il film: possono ancora subire per la prima volta tutta la sua forza narrativa, lasciarsi stordire dal finale senza che nessuno glielo abbia già rovinato, uscire dalla sala, dall’arena estiva o, semplicemente, alzarsi dal divano con quella specie di blocco nello stomaco di chi ha appena visto qualcosa di definitivo.

Certo, dopo non guarderanno più una candida saponetta come prima… ma il sacrificio vale la candela.

Da vedere.

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“Ralph Spaccatutto” di Rich Moore

(USA, 2012)

Parlo di questa deliziosa pellicola d’animazione per due motivi: il primo è che si vede nello stile e nella sceneggiatura lo zampino di John Lasseter (uno dei fondatori della Pixar, che convinse Steve Jobs a investire nel cinema di animazione digitale quando ancora nessuno ci credeva) in qualità di produttore esecutivo e già regista di Toy Story e Toy Story 2, oltre che di numerosi corti sempre Pixar.

Il secondo motivo è che “Ralph Spaccatutto”,  ambientato nel mondo dei videogiochi, oltre ad avere una storia divertente e appassionante è un omaggio a tutti quei vecchi videogiochi anni Ottanta che hanno segnato la mia adolescenza, a partire da “Donkey Kong”, passando per “Pac Man” o “Bubble Bubble”.

Da godere fino all’ultimo, titoli di coda compresi.

A chi arriccia il naso ricordo semplicemente che lo scorso anno il MoMa (Museum of Modern Art) di New York ha acquistato 14 videogiochi che hanno iniziato a far parte della collezione permanente di Architettura e Design.

Tra questi “Donkey King”, “Snake”, “Super Mario Bros” e “Pac Man”, tanto per la fredda cronaca…

Addio al grande Nelson Mandela

Del grande Nelson Mandela Madiba (a cui il New Yorker ha dedicato una splendida copertina) tutti i media del mondo ricordano ogni attimo della sua lunga ed esemplare esistenza che si è conclusa ieri sera.

Io voglio solo ricordare quello che Mandela è stato per la mia generazione, che negli anni Ottanta era adolescente e lo considerava il simbolo della lotta all’ingiustizia, che partecipò a manifestazioni e sit-in davanti all’ambasciata del Sud Africa, e seguì in diretta tv la sua scarcerazione.

Per un giocatore di rugby poi, quello che fece nel 1995 – raccontato a John Carlin ne “Ama il tuo nemico” prima e immortalato da Clint Eastwood in “Invictus” poi – rimane sempre qualcosa di indimenticabile.

Buon viaggio grande Madiba.

Robert Aldrich

Il 5 dicembre del 1983 scompariva Robert Aldrich, uno degli ultimi grandi artigiani della macchina da presa della grande Hollywood.

In realtà Aldrich inizia i suoi studi e la sua carriera come attore, ma la passione per la MDP lo porta ad esordire come regista in alcune serie televisive. Nel 1952 è l’aiuto regista di Chaplin in “Luci della ribalta“.

A soli 36 anni dirige due mostri sacri del grande schermo come Gary Cooper e Burt Lancaster in “Vera Cruz” del 1954. Le sue corde sono quelle del western e del film d’azione/thriller.

L’anno successivo firma “Un bacio e una pistola” tratto dal romanzo di Mickey Spillane, uno dei migliori esempi di noir di quel periodo. Oltre ad altre numerose pellicole western, nel 1962 Aldrich firma “Che fine ha fatto Baby Jane?” con Bette Davis e Joan Crawford, considerato da molti uno dei primi grandi film dell’orrore, e che già contiene un’impietosa fotografia del mondo dello spettacolo, argomento caro al regista.

Nel 1964 torna all’horror con il perfido “Piano …piano dolce Carlotta”, sempre con una bravissima Bette Davis. Nel 1967 gira “Quella sporca dozzina” con, tra gli altri, Lee Marvin, Charles Bronson, John Cassavetes e Telly Savalas. Da molti la pellicola viene vista come un inno alla guerra  – gli USA sono nel pieno del conflitto in Vietnam – ma a guardarlo bene, soprattutto dopo tanto tempo, anche se pieno di scene spettacolari, è tutto meno che uno spot militarista, anzi.

L’anno successivo firma “Quando muore una stella”, graffiate e spietato affresco del mondo del cinema, e dello spettacolo in generale.

Il 1973 è l’anno de “L’imperatore del nord”, con due dei suoi attori preferiti: Ernest Borgnine e Lee Marvin.

L’anno successivo dirige Burt Reynolds in “Quella sporca ultima meta”, film sul football americano – e non sul rugby come hanno scritto decine di critici geniali… – dietro alle sbarre che a me fa impazzire.

Le ultime tre pellicole dirette da Aldrich sarebbero tutte da rivedere alla prima occasione: “I ragazzi del coro” (1977) dedicato all’universo troppo spesso stressato e difficile degli agenti di polizia, il divertentissimo “Scusi, dov’è il West?” (1979) con Gene Wilder nei panni di un rabbino polacco che deve raggiungere la sua nuova comunità di San Francisco e Harrison Ford in quelli di un fuorilegge dal cuore d’oro; e il malinconico “California Dolls” (1981) con una bravissimo Peter Falk nei panni di un triste impresario di donne lottatrici, specchio del lato più squallido e misero del mondo dello spettacolo.

Trentennale o meno, se vi capita di beccare nel palinsesto di qualche tv o in streaming un film diretto da Robert Aldrich, anche se non siete patiti del genere, vi consiglio di farci un pensierino.

“Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno

(Italia, 2011)

I drammi legati all’immigrazione fanno purtroppo parte della cronaca quotidiana del nostro Paese – e non solo -, un filo nero che attraversa le news con una regolarità che dovrebbe far riflettere e che invece, troppo spesso, viene sfruttato per altri fini. Nonostante questo — o forse proprio a causa di questo — c’è ancora chi si aggrappa alla becera paura del diverso per fare campagna elettorale, o semplicemente per meri interessi personali, trasformando la disperazione di chi arriva da lontano in un comodo capro espiatorio da agitare davanti alle telecamere. Ed è proprio da questo cortocircuito, tanto italiano quanto universale, che Francesco Patierno decide di prendere spunto con Cose dell’altro mondo, commedia del 2011 che ha molti punti in comune con Un giorno senza messicani di Sergio Arau del 2004.

Con spirito ironico — lontano ovviamente dalle tragedie recenti — il film immagina che in una notte di pioggia torrenziale scompaiano tutti gli immigrati di una regione che sembra proprio il Veneto, e più precisamente la provincia di Treviso. Al centro della vicenda c’è Mariso Golfetto (un mattatore Diego Abatantuono), industriale rozzo e sboccatamente razzista che però, con quella incoerenza tutta italiana che il film mette impietosamente a nudo, ha in fabbrica decine di dipendenti extracomunitari, una badante straniera in casa e persino un’amante nigeriana con cui intrattiene una relazione clandestina. Una sera, dopo l’ennesimo show televisivo in cui invoca uno “tsunami purificatore” capace di riportare gli stranieri ai loro paesi, il desiderio si realizza: gli extracomunitari svaniscono nel nulla, senza lasciare traccia.

Finalmente liberi dagli extracomunitari, gli italiani “veri” potranno tornare a riappropriarsi del loro fantastico territorio senza essere costretti a dividerlo con altri? Ovviamente no: da quella notte in poi nascono soltanto nuovi problemi, a cominciare dal crollo produttivo della fabbrica di Golfetto, che senza mano d’opera straniera rischia il fallimento nel giro di poche ore.

Attorno al protagonista si muovono altri due personaggi fondamentali: sua figlia Laura (Valentina Lodovini), maestra elementare che aspetta un bambino da un dipendente di colore all’insaputa del padre con cui non parla da anni, e Ariele (Valerio Mastandrea), poliziotto romano ed ex fidanzato geloso di Laura, che a sua volta convive con pregiudizi non troppo diversi da quelli che dice di combattere. È attraverso gli occhi contraddittori di questi personaggi, ciascuno razzista a modo suo e ciascuno bisognoso degli “altri” per la propria vita quotidiana, che il film pone la fatidica domanda: dobbiamo davvero essere grati a Camillo Benso conte di Cavour per averci consegnato un’Italia unita, se poi la usiamo così male?

Patierno costruisce una commedia amara che non risparmia nessuno, né gli industriali del Nord Est che predicano l’italianità e praticano lo sfruttamento, né i benpensanti che si scoprono razzisti proprio quando credono di non esserlo. Il taxista xenofobo da bar, il sindaco opportunista, il questore che non sa più a chi dare la colpa: sono tutte tessere di un mosaico sociale in cui l’assenza degli stranieri non libera nessuno, ma smaschera semplicemente quanto quella presenza fosse, da sempre, indispensabile.

Non stupisce che anche solo il trailer abbia scatenato polemiche politiche prima ancora dell’uscita in sala, interrogazioni al Ministero dei Beni Culturali sul finanziamento pubblico ricevuto dal film e con un imprenditore che minacciò querele sentendosi diffamato dal personaggio impersonato da Abatantuono. Polemiche che, purtroppo, sono bastate a condizionare la distribuzione di un film che ha incassato poco in sala uscendo quasi in sordina, nonostante un cast di prim’ordine.

Ma diciamocelo chiaramente: davvero in Italia si può parlare così di un argomento simile e riscuotere un vero successo di pubblico? La risposta, purtroppo, sembra essere no: il pubblico italiano, quando si tratta di ridere di sé stesso su temi scomodi come il razzismo, preferisce spesso guardare altrove. Il clamoroso successo di Sole a catinelle e Tolo Tolo di Checco Zalone — capace di incassare cifre monstre proprio affrontando, sia pure con altro registro, il rapporto tra italiani e stranieri — resta l’esilarante eccezione che conferma la regola: da noi si ride volentieri, ma raramente delle proprie contraddizioni più profonde.

Se si tratta, invece, di comizi elettorali, allora è un altro discorso…

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“Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” di J.K. Rowling

(2000, Salani)

Dichiaro subito che sono un fan sfegatato di tutta la serie dei libri della Rowling, e scelgo questo soprattutto come simbolo di tutto il mondo creato intorno al piccolo mago.

Ma, visto che citare tutti e 7 i libri mi sembrava un po’ troppo ovvio e banale, ho optato per l’arrivo del famigerato Sirius Black, per i terrificanti Dissennatori, e per la rivelazione su chi ha davvero tradito e su chi invece non è stato creduto.

Non esito a paragonare questo libro a “Star Wars – L’impero colpisce ancora” della sagona di Guerre Stellari che, oltre ad essere il mio preferito, è quello che ha posto le basi per rendere immortale la famiglia Skywalker e affini.

Tornando alla Rowling: non mi stanco mai di perdermi nel mondo di Hogwarts con tutte le sue magie e i suoi segreti che alla fine, anche a distanza di capitoli e libri, tornano perfettamente ognuno al proprio posto.

PS: visto che siamo in vena di paragoni lo dichiaro ufficialmente: della versione cinematografica ho apprezzato tutto –  era complicatissimo portare sul grande schermo tutta la fantasia e la magia dei libri – tranne Daniel Radcliffe che, tanto tanto nel primo, ma dal secondo in poi è totalmente sbagliato e moscio.

Un po’ come Mark Hamill nel ruolo di Luke Skywalker. L’ho detto!

“Tokyo Godfathers” di Satoshi Kon

(Giappone, 2003)

C’è una domanda che questo film si porta dietro fin dal primo fotogramma, anche se non la pronuncia mai ad alta voce: cosa succede quando le persone che la società ha deciso di non vedere si trovano a dover fare la cosa più visibile del mondo, cioè prendersi cura di qualcun altro?

Satoshi Kon non era il tipo da domande retoriche. Era il tipo da risposte inaspettate, da narrazioni che sembrano andare in una direzione e poi svoltano senza avvisare, da personaggi che non si comportano come i personaggi dovrebbero comportarsi. Aveva già dimostrato tutto questo con “Perfect Blue” nel 1997 e con il bellissimo “Millennium Actress” nel 2002. Con “Tokyo Godfathers”, nel 2003, decide di cambiare registro senza cambiare natura: lascia da parte il perturbante e l’onirico per abbracciare qualcosa di più caldo, di più carnale, di più umanamente disordinato.

Il risultato è il suo film forse più accessibile ma, certamente, più commovente.

Siamo a Tokyo, la notte di Natale. Un alcolizzato di mezza età di nome Gin che ha perso la propria famiglia chissà quando e chissà come, un’adolescente di nome Miyuki che è fuggita di casa dopo aver aggredito il padre — un poliziotto, guarda caso — e una drag queen di nome Hana, con un desiderio materno talmente incontenibile da sembrare – e forse diventare alla fine… – una forza della natura. Tre persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, che non avrebbero niente da dirsi, che vivono ai margini di una metropoli di quattordici milioni di abitanti come se la città stessa preferisse non vederli. Eppure sono lì, insieme, a cercare cibo tra i rifiuti, come si fa quando non si può fare altro.

Ed è proprio tra quei rifiuti che trovano una neonata abbandonata.

Da questo momento in poi “Tokyo Godfathers” prende la struttura narrativa del road movie — un genere che è sempre, in fondo, la storia di un viaggio interiore mascherato da spostamento fisico — e la trasporta nelle viscere di una città notturna, caotica, meravigliosa ma anche indifferente. I tre protagonisti decidono di cercare la madre della bambina, e questa decisione apparentemente semplice si trasforma in una serie di incontri, coincidenze e piccoli miracoli laici che scombussolano ogni schema previsto.

Satoshi Kon era uno di quei rari autori che sapevano usare l’animazione non come un limite ma come una libertà. I tre protagonisti potrebbero facilmente scadere nel cliché — il barbone, la ribelle, la drag queen — e invece Kon li tratta con una dignità che non ha niente di paternalistico. Gin è un bugiardo e lo sa, ma i bugiardi spesso mentono perché la verità che portano dentro fa troppo male da mostrare agli altri. Miyuki è arrabbiata con il mondo intero, come lo si è a quell’età quando si ha tutto il diritto di esserlo, ma la sua rabbia nasconde un dolore, che il film – sapientemente… – aspetta prima di mostrarci. E Hana — forse il ritratto più straordinario dei tre — è uno di quei personaggi che riesci a vedere solo quando un autore ha deciso di non aver paura di niente: una donna intrappolata in un corpo che non sente suo, con un amore materno che non ha trovato dove posarsi, e che in quella neonata abbandonata vede qualcosa che va oltre la compassione.

Intorno a loro Tokyo di notte pulsa come un organismo vivo. Kon disegna la città con una precisione quasi ossessiva — i vicoli, i neon, i palazzi che scompaiono nella nebbia invernale, i rifugi improvvisati dove si sopravvive al freddo con dignità inventata — e questa attenzione al dettaglio non è decorativa ma narrativa. La città non è lo sfondo della storia: è il quarto personaggio, quello che contiene tutti gli altri, quello che allo stesso tempo esclude e permette, che isola e, in certe notti, miracolosamente avvicina.

Il film è pieno di coincidenze che in un’altra storia sembrerebbero inverosimili. Qui no. Qui funzionano, perché Kon ha avuto la saggezza di costruire intorno a esse un’atmosfera in cui il caso e il destino non si escludono ma si mescolano, come accade — a pensarci bene — anche nella vita vera. Quante volte una piccola deviazione di percorso ha cambiato tutto? Quante volte una persona incontrata per caso ha detto o fatto qualcosa che ha riaperto una porta che si credeva chiusa per sempre?

È un film sulla redenzione, certo. Ma non di quella redenzione comoda e preconfezionata che qualcuno offre e qualcun altro riceve. È una redenzione che si guadagna passo dopo passo, tra un dialogo e l’altro, tra una confessione strappata e un perdono che nessuno ha il coraggio di chiedere esplicitamente. Ognuno dei tre protagonisti ha un conto aperto con il proprio passato, e la neonata — con la sua assoluta impotenza, con il suo bisogno totale e indiscriminato — diventa lo specchio in cui ciascuno di loro finisce per riconoscersi.

Satoshi Kon ci ha lasciati nel 2010, a soli quarantasei anni. Troppo presto. Ma il cinema d’animazione giapponese, ancora oggi, ha in lui uno dei suoi maestri più originali, capace come pochi altri di portare sullo schermo disegnato la complessità e la contraddizione dell’esistenza adulta. “Tokyo Godfathers” è, in questo senso, il suo film più generoso: il meno oscuro, il più abbracciabile, quello in cui la speranza non è un’illusione ma una scelta consapevole, anche quando fa paura, anche quando non ci si crede del tutto.

Dedicato, come diceva lo stesso Kon, a tutti quelli che vivono ai margini. E anche a chi, comodamente sistemato al centro, ogni tanto ha il coraggio di guardarsi intorno.

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“Fuga da Alcatraz” di Don Siegel

(USA, 1979)

Questo film mi è così rimasto impresso che ricordo ancora oggi molto bene il cinema in cui lo vidi nell’allora prima visione.

E’ tratto dal libro di J. Campbell Bruce che ricostruisce la vera fuga del detenuto Frank Lee Morris avvenuta nel 1962, primo evaso nella storia dell’allora fortezza inviolata che era la prigione di Alcatraz, nella baia di San Francisco.

La pellicola non ci dice se effettivamente Morris e i suoi due complici morirono affogati – come era capitato in precedenza – nel braccio di mare gelido che separa l’isola dalla costa, o la raggiunsero e si dileguarono liberi per sempre.

Sta di fatto che l’ingente spiegamento di forze che allora perlustrò la zona non trovò nessun corpo – primo caso nella storia – cosa che scatenò la fantasia e l’immaginario di molti.

A distanza di tanti anni, rivedere la pellicola diretta dal maestro Don Siegel, e interpretata da un glaciale Clint Eastwood, fa ancora effetto, nonostante tutto quello che è stato realizzato dopo sullo stesso argomento.

Per me poi, che sono un fan di Stephen King, i riferimenti e le citazioni a questo film nel suo racconto “Rita Heyworth e la redenzione di Shawshank” e nella successiva pellicola “Le ali della libertà” di Frank Darabont, mi mandano in sollucchero.

C.S. Lewis e la sua Narnia

Il 22 novembre del 1963 moriva per gravi problemi cardiaci Clive Staples Lewis (classe 1898), docente di Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Oxford e autore de “Le Cronache di Narnia”.

Grande amico e collega di John Ronald Reuel Tolkien (che il mondo conosce meglio come J.R.R. Tolkien) Lewis, oltre ad essere appassionato di filologia, amava profondamente i miti nordici, sui quali usava conversare molto spesso con il suo collega docente.

Questi confronti contribuiranno in maniera determinante alla nascita della serie di libri sul mondo fantastico di Narnia che, insieme a quella di Tolkien, segnerà – e continua a segnare – la narrativa fantasy internazionale dedicata all’infanzia e non solo: il viaggio che si compie leggendo le Cronache è di quelli che non si dimenticano.

E non è un caso quindi che da quasi settant’anni la sua raccolta è uno dei volumi più venduti al mondo.

Narnia, e lo dice lo stesso autore nella sua prefazione, è dedicata ai bambini che arrivano alla soglia dell’adolescenza, ed è uno splendido viatico all’altro universo fantastico che è la Terra di Mezzo di Tolkien, che invece è adatto a ragazzi un po’ più grandi.

Ma l’opera di Lewis non si limita alle Cronache, fra i numerosi saggi da lui firmati infatti spicca “Il Cristianesimo così com’è” (edito in Italia da Adelphi) che ancora oggi è ambito di confronti teologici.

Alla sua vita personale poi, e in particolar modo all’incontro, al successivo matrimonio con Helen Joy Davidman-Gresham e alla prematura morte di questa, è ispirato il film diretto da Richard Attenborough nel 1993 “Viaggio in Inghilterra” con Anthony Hopkins (nel ruolo di Lewis) e Debra Winger (in quello della Joy).

Il destino volle che la sua dipartita fu di fatto ignorata dai media perché avvenne lo stesso giorno dell’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy.

“Gattaca – La porta dell’universo” di Andrew Niccol

(USA, 1997)

Ma il destino di un essere umano è davvero scritto nel suo DNA?

A questa domanda risponde splendidamente il film diretto da Andrew Niccol già sceneggiatore, fra le altre cose, di “The Truman Show”.

G A C T sono le lettere iniziali delle quattro basi azotate che compongono il DNA: l’Adenina, la Citosina, la Timina e la Guanina: da cui il titolo GATTACA.

Per la seconda parte de titolo – che esiste solo in Italia – “La porta dell’universo”, forse si tratta di uno “astuto” quanto inspiegabile richiamo al film “Stargate”, uscito qualche anno prima (che molti hanno ribattezzato “Starcagate”) e che con questa bellissima pellicola – fortunatamente – non c’entra niente.

Vincent Freeman (Ethan Hawke) – e il nome dice tutto – è uno degli ultimi nati senza l’intervento di un laboratorio specializzato nel creare esseri umani geneticamente perfetti e senza tare.

E’ indiscusso quindi che il suo sogno di diventare navigatore stellare sia impossibile, la concorrenza degli individui perfetti, nuova aristocrazia umana, è imbattibile. Ma la vita, nel corso dei millenni, ha sempre trovato una strada tutta sua…

Nel cast, oltre a Hawke, una bellissima Uma Thurman, un inquietante Jude Law e un grande Gore Vidal. Produce, fra gli altri, anche il grande Danny DeVito.

Da vedere a intervalli regolari.