“Survivor” di Chuck Palahniuk

(Mondadori, 1999)

Lo stile frenetico e coinvolgente di Chuck Palahniuk (autore di “Fight Club” e “Soffocare” fra gli altri), rende ogni suo libro tosto e unico.

La storia che ci racconta con questo “Survivor” ci porta dalla provincia americana più feroce e impietosa alla serata stellare del Super Bowl.

Un viaggio duro e crudo di un giovane cresciuto all’interno di una ristretta e ferrea comunità religiosa i cui membri, a causa dell’interessamento dell’F.B.I. per la gestione poco ortodossa delle tasse e dei nuovi nati, si sono tutti suicidati.

Tender Branson è pubblicamente l’ultimo sopravvissuto della setta Creedish e per questo viene fagocitato dal sistema mediatico che lo trasforma nel leader di una nuova religione e soprattutto, tra marketing e apparizioni televisive, in una gallina dalle uova d’oro. Ma il suo buio passato alla fine riuscirà a ritrovarlo…

Per chi ama l’adrenalina e le emozioni forti Palahniuk è uno degli autori ideali.

“Fight Club” di David Fincher

(USA, 1999)

La prima regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club.

La seconda regola del Fight Club è: non si parla del Fight Club.

Eccola lì, la trappola perfetta. Perché da quando avete letto queste due righe — e lo sapete benissimo — non riuscite a smettere di pensarci. E questo è esattamente quello che David Fincher voleva: portarvi dentro prima ancora che il film cominci. Prima ancora che le luci si spengano.

Fight Club non è un film che chiede il permesso. Entra, si siede, e comincia a smontare tutto quello che credi di sapere su te stesso — sul maschio contemporaneo, sul consumismo, sull’identità — con la stessa sistematica e gioiosa ferocia con cui i suoi protagonisti si spaccano la faccia nei seminterrati bui di un’America che non sa più chi è.

Fincher, che già con Seven del 1995 aveva dimostrato di saper mettere il disagio in scena come pochi altri, qui si supera. Prende il romanzo di Chuck Palahniuk, lo affida alla penna di Jim Uhls per la sceneggiatura, e ne ricava un oggetto cinematografico visionario e cattivo, senza esclusioni di colpi — …e sì, è proprio il caso di dirlo — che tiene inchiodati davanti allo schermo dall’inizio alla fine con quella sensazione rara di non voler perdere nemmeno un fotogramma.

La storia la conoscete, o dovreste conoscerla. Un uomo senza nome — il protagonista-narratore, che ha il volto di un Edward Norton straordinariamente intenso — è un anonimo impiegato, insonne cronico, consumatore compulsivo di mobili e accessori IKEA e di tutto ciò che il mercato gli propone come sostituto dell’identità. È la crisi del maschio contemporaneo raccontata con ferocia e lucidità: quell’uomo che non sa più chi è, che si è costruito attorno alle cose invece che ai valori, che frequenta i gruppi di autoaiuto per malati terminali non perché sia malato, ma perché ha bisogno di sentire qualcosa. Qualsiasi cosa.

Poi arriva Tyler Durden.

Brad Pitt, in questo ruolo, è semplicemente strepitoso. Fisico scolpito, camice a fiori, quella sicurezza animale e magnetica di chi non ha paura di niente e non si preoccupa di piacere a nessuno. Durden è l’antitesi perfetta del narratore, il suo negativo fotografico, e la chimica tra i due attori è quella rara e preziosa che non si fabbrica in un ufficio di casting: o c’è o non c’è. Qui c’è, eccome. I loro duetti sono una gioia viscerale: battute che fanno ridere e pensare insieme, silenzi che dicono più delle parole, una tensione sotterranea che attraversa tutto il film e che solo alla fine, quando arriva il colpo di scena che è già entrato nella storia del cinema, si capisce davvero fino in fondo.

A fare da sponda a questi due magnifici antagonisti complementari c’è Helena Bonham Carter nei panni di Marla Singer, la dark lady che fuma, mente, non si scusa mai e ha quella qualità perturbante delle donne cinematografiche che non si lasciano contenere da nessuna categoria rassicurante. Bonham Carter la abita con un’energia cupa e irresistibile, e la sua Marla è il punto di contatto tra i due mondi del film: quella superficie grigia e ordinata in cui vive il narratore e il sottosuolo anarchico e bruciante di Tyler.

Fincher costruisce tutto con una precisione che non ammette sbavature. La fotografia di Jeff Cronenweth sceglie colori desaturati, verdi malati, luci che sembrano sempre sul punto di cedere del tutto. Il montaggio è serrato senza essere caotico. La colonna sonora dei Dust Brothers accompagna senza mai sopraffare. Tutto concorre a creare una sensazione di realtà che sta scivolando, di terreno che cede sotto i piedi, di mondo che si sfalda con la velocità di una barzelletta che non fa ridere nessuno.

Perché Fight Club — e questo è il punto che certa critica distratta forse ha faticato a mettere a fuoco — non è un inno alla violenza. È una satira feroce del capitalismo, del consumismo, della mascolinità tossica e della necessità disperata di significato in un’epoca che ha sostituito il senso con le marche. La violenza del fight club non è il punto di arrivo: è il sintomo. È il grido di chi ha dimenticato come parlare e allora urla col corpo.

Beati quelli che non hanno ancora letto il libro né visto il film: possono ancora subire per la prima volta tutta la sua forza narrativa, lasciarsi stordire dal finale senza che nessuno glielo abbia già rovinato, uscire dalla sala, dall’arena estiva o, semplicemente, alzarsi dal divano con quella specie di blocco nello stomaco di chi ha appena visto qualcosa di definitivo.

Certo, dopo non guarderanno più una candida saponetta come prima… ma il sacrificio vale la candela.

Da vedere.

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