“Chi ucciderà Charley Varrick?” di Don Siegel

(USA, 1973)

Come ogni film del maestro Don Siegel, anche questo “Chi ucciderà Charley Varrick?” è un capolavoro. Tratto dal romanzo “The Looters” di John H. Reese, è sceneggiato da Howard Rodman e Dean Riesner, autore di script di film come  “La stangata”, “U-boot 96” e “Starman”, nonché collaboratore di Mario Puzo e Francis Ford Coppola per la stesura della sceneggiatura de “Il Padrino – Parte III”.  

Charley Varrick (uno stratosferico Walter Matthau che qui, dopo essere diventato un’icona della commedia, con le sue gomme da masticare usate al posto delle sigarette diventa un’icona anche del poliziesco, partecipando successivamente a una manciata di pellicole noir di tutto rispetto) arriva camuffato da anziano claudicante accompagnato dalla moglie Nadine (Jacqueline Scott) davanti alla filiale della Western Fidelity Bank di Tres Crucers, una piccola cittadina non lontana da Albuquerque.

Mentre la moglie lo aspetta in auto, Charley, con l’ausilio di due complici mascherati rapina la piccola filiale. Poco prima di uscire però arriva casualmente la polizia che ingaggia una sparatoria con Nadine. Anche dentro la banca scoppia il caos e al suolo rimangono un bandito e una guardia giurata. Charley e il complice riescono a fuggire con Nadine, che ha ucciso un poliziotto ferendone gravemente un altro.

Nel posto isolato in cui i malviventi eseguono il cambio auto Nadine muore, colpita mortalmente nella sparatoria davanti alla banca. Charley ha pochi istanti per salutarla e ricordare la loro storia.

Si erano sposati poco dopo essersi conosciuti, anni prima, quando lui era un pilota acrobatico di aerei nelle fiere che giravano il Paese. Dopo aver rischiato l’osso del collo per l’ennesima volta, Charley decise di passare alla disinfestazione agricola. Ma la concorrenza spietata delle grandi compagnie costrinse lui e Nadine a sanare i bilanci della ditta di famiglia rapinando ogni tanto qualche piccola filiale di provincia. La cosa funzionava – tanto da far cambiare la ragione sociale in “Charley Varrick: l’ultimo indipendente” – e senza spargimenti di sangue, destando poi poco interesse nella Polizia visto che il malloppo era sempre al massimo di qualche migliaio di dollari.

Ma stavolta le cose sono andate storte. Un poliziotto e una guardia giurata morti, e un secondo agente in fin di vita, vogliono dire caccia spietata da parte delle forze dell’ordine.

Quando Charley e l’ultimo complice sopravvissuto Harman (Andrew Robinson) arrivano nel loro rifugio e aprono i sacchi della banca le cose si complicano ancora di più: il bottino supera i 760.000 dollari, mentre al notiziario ufficialmente la Western Fidelity Bank dichiara un ammanco di neanche 2.000 dollari.

Se Harman è euforico, Charley è molto preoccupato, visto che capisce che i soldi che ha fra le mani li ha rubati inconsapevolmente alla malavita organizzata. Harman vorrebbe iniziare a spassarsela subito, fregandosene di tutto, e allora Charley è costretto a elaborare una via di fuga molto complicata e pericolosa…

Splendido thriller d’antologia, con una sceneggiatura ad orologeria perfetta. Grande Matthau ma grandi anche tutti gli altri attori, caratteristi meno famosi ma allora molto presenti al cinema e in televisione, ottimi complici dell’atmosfera cupa e claustrofobica che il maestro Siegel riesce a costruire in ogni fotogramma del film (come John Vernon che qui interpreta il presidente della Western Fidelity Bank e qualche anno dopo verrà scelto da Ettore Scola per interpretare il marito della Loren ne “Una giornata particolare”).  Cameo dello stesso Siegel per veri intenditori, così come la spettacolare scena finale. Da vedere.   

Per la chicca: in una sequenza Charley seduce Sybil Fort, interpretata dall’attrice Felicia Farr. Che c’è di strano? Niente, solo che Felicia Farr dal 1962 è stata la moglie di …Jack Lemmon!

Chi ucciderà Charley Varrick?

“E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” di Elaine May

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(USA, 1970)

Elaine May è una delle autrici e sceneggiatrici più importanti della sua generazione, candidata all’Oscar, fra l’altro, per “Il paradiso può attendere” diretto da Warren Beatty. Ma la sua carriera inizia già negli anni Cinquanta accanto a Mike Nichols (che poi dirigerà film come “Il laureato”, “Conoscenza carnale” e “Una donna in carriera”) con il quale crea un duo cabarettistico di enorme successo a Broadway. Alla fine degli anni Sessanta approda al cinema prima come attrice e poi anche come regista e sceneggiatrice riscuotendo un successo planetario con questo film.

Henry Graham (un Walter Matthau in grandissima forma) è uno scapolo viziato e sprecone che, con la sua mania del lusso sfrenato, ha scialacquato tutto il sostanzioso patrimonio lasciatogli dal padre. Senza più un soldo e pieno di debiti, a parte il suicidio, non gli rimane che cercare una ricca ereditiera che gli consenta di mantenere il suo stile di vita. Per mantenere le apparenze e farlo però, deve chiedere un prestito a suo zio che una volta gli ha fatto da tutore, il quale gli concede solo cinque settimane: poi sarà la rovina totale. Il carattere egocentrico e viziato di Henry però non gli permettono di accettare nessun compromesso e la situazione sembra senza speranza. Ma quando mancano pochi giorni alla scadenza, ad un té in uno dei soliti e ricchi salotti, incontra la candidata perfetta: Enrichetta Lowell (la stessa bravissima Elaine May), unica erede di un ingente patrimonio, senza parenti e con la sola passione per la botanica che insegna all’università. L’iilimitata ingenuità di Enrichetta la farà facile preda di Henry che la convincerà a sposarlo entro i limiti della data imposta dallo zio. Al ritorno del viaggio di nozze Henry prenderà possesso della tenuta Lowell preda, fino a quel momento, di una lunga serie di parassiti. Tutto procede secondo i piani e Henry si prepara a realizzare la parte finale del suo piano: rimanere vedevo. Ma l’amore e la botanica avranno la meglio…

Deliziosa commedia, ironica e sensibile, che ci regala un Walter Matthau d’annata, grazie anche allo strepitoso doppiaggio di Gianrico Tedeschi. Da vedere e rivedere.

E’ ricca, la sposo e l’ammazzo

“Mirage” di Edward Dmytryk

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(USA, 1965)

Tratto dal romanzo di Howard Fast – già autore di “Spartacus”, pubblicato nel 1951, che ispirò Kirk Douglas e Stanley Kubrick per l’omonimo film, e fra le vittime più illustri del Maccartismo –  “Mirage”, oltre ad essere un classico e claustrofobico noir con tutti i crismi, tocca argomenti che diverranno molti comuni negli anni successivi come la pace nel mondo, il lato oscuro delle grandi società benefiche (che oggi chiamiamo “onlus”) e, soprattutto, dei grandi benefattori.

Una sera, un improvviso blackout, lascia al buio uno dei più imponenti grattacieli di Manhattan, dentro il quale lavora David Stillwell (un sempre gaiardo Gregory Peck). Dopo i primi istanti di disorientamento Stillwell scende la numerose rampe di scale per tornare a casa, ma lentamente tutto comincia a diventare confuso. Gli ultimi due anni della sua esistenza, infatti, sembrano essere caduti nel buio più profondo. Stillwell prova prima a rivolgersi a un noto psichiatra e poi al detective privato Ted Caselle (un Walter Matthau in insoliti – ma non unici – abiti polizieschi) che lo scambiano per un mitomane. Ma quando lo stesso Caselle si rende conto che un uomo pedina ostinatamente Stillwell cambia idea…

Godibilissimo fino all’ultimo fotogramma “Mirage”, diretto dal grande artigiano della macchina da presa Edward Dmytryk, non lesina colpi di scena e di pistola.

Per chi ama il thriller e il noir.

“Quel giardino di aranci fatti in casa” di Herbert Ross

Quel giardino di aranci Loc

(USA, 1982)

E’ vero che portare sul grande schermo una commedia di Neil Simon è apparentemente una cosa molto facile, ma solo la grande maestria di Herbert Ross riusciva a farlo senza far trasparire l’impronta nettamente teatrale del soggetto. E’ il caso di questo delizioso film dei primi anni Ottanta in cui giganteggia un grande Walter Matthau nei panni di Herbert Tucker, sceneggiatore hollywoodiano in crisi che riceve la visita della figlia 19enne Libby (una brava Dinah Manof, già Marty Maraschino in “Grease”) che non vede da sedici anni. Oltre a confermare la teoria seconda la quale un grande attore comico possiede anche le corde del drammatico, “Quel giardino di aranci fatti in casa” ci parla dei problematici e – troppo spesso – dolorosi rapporti familiari con quella leggerezza e ironia di cui solo Neil Simon è capace. Da vedere appena passa in tv.

“Vedovo, aitante, bisognoso d’affetto, offresi… anche babysitter” di Jack Lemmon

Vedovo aitante Cop

(USA, 1971)

Si, il regista è proprio lui, Jack Lemmon, il grande interprete delle più importanti commedie hollywoodiane della seconda parte del Novecento. Questa deliziosa – e sottolineo deliziosa – commedia è l’unica pellicola, purtroppo, firmata dal grande attore. E non poteva che essere interpretata dal suo grande amico e partner di lavoro Walter Matthau che, invecchiato appositamente per il film, impersona Joseph P. Kotcher un anziano vedovo che vive con il figlio e la nuora, e si occupa più che efficientemente del nipotino Duncan. Ma sua nuora lo trova invadente e obsoleto, e soprattutto non si fida di lui. Gli toglie così la cura del figlio, affidandola alla giovane adolescente Erica. Poco dopo impone al marito di chiudere il suocero in una casa di riposo. Ma “Kotch” proprio non ci sta, e per non mettere in crisi il matrimonio del figlio decide di allontanarsi. Intanto la giovane Erica rimane incinta e viene allontana dalla città. L’anziano, venuto a conoscenza della notizia, la rintraccia e sarà lui l’unico sostegno, materiale e morale, alla grande prova che dovrà affrontare la giovane. Davvero un affresco dolce e delicato sulla terza età e sul ruolo di questa nella società, che già allora tendeva a emarginare.

E adesso tu ti chiederai: “ma che cavolo c’entra il titolo in italiano?”

E infatti non c’entra una mitica mazza!

E’ evidente che dietro a queste fantasmagoriche traduzioni ci deve essere qualcosa, tipo un premio occulto in denaro per il titolo più fuorviante e demente in italiano!

Tanto per la cronaca il titolo originale era “Kotch”.  

Non vorrei essere polemico, ma vogliamo parlare pure della locandina italiana? …degna del fatidico “La nipotina” de “Il comune senso del pudore” di Alberto Sordi.