“I Origins” di Mike Cahill

(USA, 2014)

Fra le domande che l’essere umano, una volta presa coscienza di se stesso, si è posto c’è senza dubbio quella che concerne la propria anima. Esiste un’anima? …E se esiste, sopravvive al nostro corpo?

Dalla notte dei tempi questo enigma ci accompagna segnando spesso la nostra esistenza. Se la prima risposta, e al tempo stesso il primo conforto, è stata la religione, quella successiva, per molti individui, è stata la scienza che col suo progredire ha fatto luce su domande che sembravano irrisolvibili.

Così, come ci dicono i protagonisti di questo film, la religione è rimasta fondata su ciò che venne detto e scritto millenni fa, mentre la scienza ha continuamente nuovi paradigmi e leggi fondanti.

Per chi possiede una fede pura e sincera la vita non cela nulla di inspiegabile e ingiusto, così come per chi si affida completamente alla scienza la propria esistenza ha una chiara e limpida ragione d’essere. Proprio come per Ian Gray (Michael Pitt), un dottorando in biologia molecolare con la passione per gli occhi. Infatti, fin da bambino e dopo aver saputo che non esistono due persone con gli occhi esattamente uguali, ha fotografato le pupille di tutti quelli che glielo hanno permesso.

Una sera, a una festa, Ian incontrata una misteriosa ragazza col volto coperto da un passamontagna che lascia intravedere solo i suoi splendidi occhi. Ian ne rimane profondamente colpito e dopo aver ottenuto il permesso le fotografa le pupille. La ragazza sembra ricambiare l’interesse di Ian ma, proprio mentre stanno per fare l’amore, scappa via.

Ian perde le sue tracce, ma qualche giorno dopo “casualmente” incappa in un grande manifesto pubblicitario dedicato a un prodotto per truccare gli occhi, e le pupille che lo fissano dal cartellone sono senza dubbio quelle che lui ha fotografato alla festa.

Grazie a internet riesce a rintracciare la modella, che si chiama Sofi (Astrid Bergès-Frisbey), e con la quale inizia una relazione a tutti gli effetti. Intanto, nel suo laboratorio arriva Karen (Brit Marling) la nuova praticante che si rivela persona assai capace e scienziata di primo livello. Ma…

Scritta e diretta da Cahill, questa originale pellicola è per quelli che guardando il mondo, fra il bianco e il nero, preferiscono perdersi nelle milioni di tonalità di grigio.

“Una pallottola per Roy” di Raoul Walsh

(USA, 1941)

Il genere gangster nasce a partire dagli anni Trenta, quando Hollywood scopre il fascino che hanno i banditi come Dillinger o Bonnie e Clyde sul grande pubblico. Sono senza dubbio criminali sanguinari ed eroi negativi, ma che fondano la loro rabbia e la loro fame di soldi e potere sulle rovine della Grande Depressione. In fondo, molti li considerano gli unici che combattono un sistema che ha ridotto in povertà la maggior parte degli onesti cittadini del Paese.

Anche se il loro destino è segnato, soprattutto al cinema, la gente corre a flotte per vederli vivere pericolosamente e morire tragicamente sul grande schermo. Il genere è dominato dai volti duri, ma dal cuore tenero, di James Cagney, George Raft, Edward G. Robinson e Paul Muni. Proprio a quest’ultimo la Warner offre il ruolo di Roy Earle, il protagonista del romanzo di William Riley Burnett “High Sierra”, appena pubblicato. La major ha chiamato a scrivere la sceneggiatura John Huston assieme allo stesso Burnett, già autore del romanzo “Piccolo Cesare” da cui è stato tratto l’omonimo film diventato pietra miliare del genere.

Muni però rifiuta, e allora la Warner lo offre a Raft. Come si scoprirà dopo la sua morte, George Raft era analfabeta, e così si faceva leggere i copioni da collaboratori e amici fidati. Uno di questi è Humprey Bogart, che nel 1936 ha acquisito una certa fama per il ruolo secondario del perfido e folle Duke Mantee nel film “La foresta pietrificata” di Archie Mayo. Ma proprio quel ruolo sembra avergli incatenato la carriera, perché gli vengono offerti solo personaggi simili.

Così, raccontano le cronache dell’epoca, lo stesso Bogart sconsiglia Raft di impersonare Roy Earle, ruolo che così poi la Warner offre a lui. La star del film è Ida Lupino, che solo l’anno prima ha recitato accanto a Bogart e Raft ne “Strada maestra” diretto sempre da Raoul Walsh.

Così seguiamo la scarcerazione di Earle, un bandito di mezza età che stava scontando un ergastolo dopo essere stato catturato durante l’ennesima rapina. A corrompere i giudici è stato il suo vecchio socio Big Mac (Donald MacBride) che gli propone subito un nuovo colpo. Si tratta di svaligiare le cassette di sicurezza di un grande albergo di una lussuosa località turistica. Per Roy è il colpo definitivo, quello grazie al quale si potrà ritirare.

I suoi due complici scelti da Big Mac, però, hanno incontrato in una sala da ballo di infimo ordine Marie (Ida Lupino) per la quale litigano ogni giorno. Solo il carisma di Roy riesce a controllare la situazione, ma…

Grazie alle grandi interpretazioni di Bogart e della Lupino, alla penna di Huston e all’occhio di Walsh – che riesce a convincere la produzione a girare le scene finali all’aperto sulla vera Sierra, invece di usare le classiche scenografie in cartonato, cosa che le rende davvero spettacolari – “Una pallottola per Roy” rimane davvero un gioiello in bianco e nero della cinematografia americana, e non solo.

E’ considerato giustamente l’ultimo grande gangster movie della prima era, con forti tinte noir, e non è un caso che il suo protagonista, solo pochi mesi dopo, impersoni Samuel Spade ne “Il falcone maltese” di John Huston, capostipite del nuovo genere giallo noir dal duraturo successo.

Per Bogart questa pellicola segna uno spartiacque nella sua carriera tanto che sarà l’ultimo da lui interpretato senza che il suo nome sia il primo nei titoli di testa, il nome in “cartellone” è infatti quello della Lupino. Ma per Bogart questo film è indimenticabile anche per un altro motivo visto che le riprese furono interrotte perché l’attore era stato accusato di essere simpatizzante del Partito Comunista e dovette rispondere ad alcune domande di una Commissione che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di “Commissione per le Attività Antiamericane”. Commissione che rischiò di mandare in fumo proprio sull’esplodere la carriera di Bogart.

“An Inspector Calls” di Guy Hamilton

(UK, 1954)

Inghilterra, 1912. La famiglia Birling si considera una delle più in vista della città, o meglio, i suoi membri vorrebbero diventare fra i più invidiati e rispettati della aristocrazia cittadina. A partire dal patriarca, nonché ex sindaco, Mr. Birling (Arthur Young) che con pugno duro e spietato dirige la sua fabbrica; così come Mrs. Birling (Olga Lindo) che come Presidente di una società caritatevole per giovani “sfortunate” sa bene cosa è giusto e cosa è sbagliato, e soprattutto chi si merita il suo aiuto e chi no.

Anche i due figli: Eric (Bryan Forbes) e Sheila (Eileen Moore) seguono la scia segnata dai genitori, il primo lavorando nella ditta di famiglia ma con una smodata passione per le ragazze e l’alcol, e la seconda felice promessa sposa di Gerald Croft (Brian Worth), figlio di Lady Croft, una delle persone più influenti della contea.

Proprio durante il festeggiamento per il fidanzamento dei due, in casa Birling piomba l’enigmatico ispettore Poole (Alistair Sim) che, suo malgrado – così almeno afferma lui – deve porre alcune domande sulla giovane Eva Smith (Jane Wenham) che solo un paio di ore prima è spirata in ospedale dopo aver ingerito del disinfettante.

Mr. Birling, indignato, protesta per l’arroganza dell’ufficiale della Polizia che per la morte di una “insignificante” sconosciuta si è permesso di disturbare una famiglia in vista come la sua, ma Poole, mostrando personalmente a ogni convitato la foto della giovane, dimostra che tutti i presenti hanno avuto contatti con lei. Ripercorriamo così, in una serie di flashback, l’ultima parte della vita di Eva Smith che alla fine, disperata e sola, ha deciso di farla finita. Ma…

Con un colpo di scena finale indimenticabile, “An Inspector Calls” rimane fra i migliori adattamenti cinematografici dell’omonima pièce teatrale firmata da John Boyton Priestley. Nonostante la più che evidente natura teatrale dell’opera, Guy Hamilton (che a partire dal 1964 diventerà fra i registi di spicco della saga dedicata all’agente 007 James Bond) riesce a realizzare un film che non rimane semplicemente teatro filmato, ma acquista profondità e una propria ragione d’essere.

Bisogna tornare all’epoca in cui approdò nelle sale britanniche, per comprendere perché quest’ottima pellicola non raggiunse mai le nostre. Perché questo film, incredibilmente, non è mai stato distribuito nel nostro Paese e non ne esiste una versione ufficiale originale doppiata in italiano.

La prima assoluta di “An Inspector Calls” di Priestley (opera teatrale che da noi venne tradotta col titolo “Un ispettore in casa Birling”) avvenne il 6 luglio del 1945 al teatro Kamerny di Mosca. Il luogo del suo debutto, le dichiarate posizioni socialiste del suo autore, e soprattutto la feroce critica a quella parte della società più reazionaria e ottusa che lancia il dramma, fecero evidentemente preoccupare i nostri distributori che preferirono evitare …”beghe” politiche. La denuncia di Priestley era diretta indiscutibilmente contro la “vecchia” e egoista aristocrazia vittoriana ed edoardiana, che col suo aggressivo capitalismo, assieme all’imperialismo senza scrupoli, si era arricchita rendendo al tempo stesso più povere le classi meno abbienti del proprio Paese.

L’unica possibilità di “salvezza”, per l’autore, erano le nuove generazioni: le uniche capaci di strapparsi i paraocchi e vedere senza filtri la dura realtà. Applicare questa critica al Belpaese di quegli anni, molto probabilmente, avrebbe portato a discutere del ventennio fascista chiusosi da poco e delle responsabilità della Chiesa Cattolica Romana nella Seconda Guerra Mondiale, nonché della sua ingerenza nella vita politica della neonata Repubblica Italiana. Ma sopratutto avrebbe spezzato numerose lance a favore delle idee socialiste e comuniste che nel secondo dopoguerra stavano sempre più facendo seguaci anche nel nostro Paese.

D’altronde è dello stesso anno il film di Carlo Lizzani “Cronache di poveri amanti” che venne accolto trionfalmente al Festival di Cannes ma che – riportano molte cronache dell’epoca – non fu premiato con la Palma d’Oro per un presunto intervento del nostro Governo, vista la storia narrata e il fatto che il suo regista fosse un membro attivo del Partito Comunista Italiano.

Ma anche tralasciando queste considerazioni, “An Inspector Calls” è ancora oggi una bella pellicola da rivedere.

“Mona Lisa” di Neil Jordan

(UK, 1986)

Mentre la New Wave britannica invadeva le classifiche e le case dei giovani di tutto il mondo, che sognavano più di ogni altra cosa Londra per vivere a pieno quella mitica seconda “british invasion” di moda e costume, in quelle stese strade si consumava uno dei film più belli e struggenti del periodo.

George (uno straordinario Bob Hoskins) è un piccolo e non tanto acuto malvivente che ha sempre vissuto nel sottobosco criminale della capitale inglese. Per proteggere il suo capo Mortwell (un bravissimo quanto insolitamente antipatico Michael Caine) si è fatto sette anni di carcere.

All’uscita la prima cosa che vuole è rivedere Jeanine, sua figlia ormai adolescente, ma l’ex moglie glielo vieta in ogni modo. Ad aspettarlo c’è solo il meccanico Thomas (quel Robbie Coltrane che poi indosserà i panni di Rubeus Hagrid nella saga di Harry Potter) suo unico amico che lo ospita nella propria officina.

George si reca nel locale di Mortwell che alla fine, per ricompensarlo della sua fedeltà, gli trova un lavoro come autista e lacchè di Simone (Cathy Tyson), una prostituta d’alto bordo. Nonostante i primi difficili incontri/scontri fra i due nasce un’amicizia tanto che Simone chiede a George di aiutarla a ritrovare Cathy, un’altra prostituta che ha perso di vista da qualche tempo.

Intanto Mortwell chiede a George di scoprire i vizi e le passioni segrete di un facoltoso cliente di Simone…

Splendido e crudo sguardo ai margini della società, con chiari accenti pasoliniani, dove vive e prolifera chi sfrutta in ogni basso modo gli altri, là dove spesso ha puntato la sua meravigliosa macchina di presa Ken Loach, che ci ha sempre ricordato che anche gli ultimi e i diseredati hanno diritto alla loro dignità e soprattutto ai loro sentimenti.

Scritta dallo stesso Neil Jordan assieme a David Leland, questa piccola e al tempo stesso grande pellicola, che calca la scia dell’indimenticabile Free Cinema britannico – di cui Loach è l’ultimo grande rappresentante – rimane una delle migliori realizzate negli anni Ottanta, non solo nel Regno Unito; e lancia definitivamente la carriera del suo ottimo protagonista.

Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti dal film, infatti, ci sono soprattutto quelli ottenuti da Bob Hoskins che vince il premio come miglior attore protagonista a Festival del Cinema di Cannes del 1987 e il Golden Globe nello stesso anno, nonché la candidatura all’Oscar che però quell’anno gli strappa Paul Newman per la sua interpretazione ne “Il colore dei soldi”.

“Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice

(Italia/Francia, 2021)

Personalmente non ho mai avuto una grande empatia con Gabriele D’Annunzio, non tanto per le sue opere, alcune delle quali indiscutibilmente immortali, ma per il suo modo d’essere e per il fatto – per me imperdonabile – di aver querelato Eduardo Scarpetta per una sua parodia de “La figlia di Iorio”, scandalo e causa legale che alla fine fecero smettere allo stesso Scarpetta di scrivere per il teatro.

Ma se all’inizio D’Annunzio fu un esempio per Benito Mussolini, già a metà degli anni Trenta era diventato un vero e proprio problema. Perché il poeta, che aveva guardato con passione ed entusiasmo Mussolini Presidente del Consiglio, col passare degli anni e con la gestione mediocre e miope del potere (per non parlare dell’uso vile e feroce della violenza) diventa il primo e inesorabile critico del Duce. E la sua voce di Vate è davvero difficile da contenere o zittire.

Siamo nel 1936 e ormai da molti anni D’Annunzio (uno straordinario Sergio Castellitto) è rinchiuso nel suo Vittoriale sul Lago di Garda. Mussolini lo paragona a un dente marcio: “…O lo si ricopre d’oro …o lo si estirpa” dice ai suoi fedelissimi.

Il baratro della Seconda Guerra Mondiale si sta materializzando all’orizzonte e Hitler stringe per portare definitivamente Mussolini nella sua sfera di potere, nonostante confidi ai suoi collaboratori, riferendosi a noi italiani: “…Questa feccia ci tradirà”.

D’Annunzio, nonostante l’isolamento, la cocaina e le donne che a fiumi arrivano nel suo Vittoriale, ha intuito cosa vuole dire un’alleanza con Berlino, per Mussolini e soprattutto per gli italiani.

Così il Ministro Achille Starace invia il giovane e promettente Federale di Brescia Giovanni Comini (Francesco Patané) a sorvegliare e contenere il Vate, per impedirgli di esternare i suoi dubbi sull’Asse di Ferro senza al tempo stesso: “…farlo incazzare”.

L’incontro e la frequentazione con D’Annunzio apriranno gli occhi all’ingenuo Comini su Mussolini e sul Fascismo, soprattutto sui suoi metodi – fin troppo spesso violenti e sanguinari – che subdolamente si infilano nei rapporti personali sia coi propri familiari che con le persone che si frequentano.

Il giovane Federale Comini ricorda in questo quel Primo Arcovazzi, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi ne “Il Federale” di Luciano Salce, che suo malgrado si ritrova complice e al tempo stesso disilluso da un sistema fatto per lo più di gretta prepotenza e vile arroganza. Prepotenza e arroganza che molti vogliono far passare tragicamente per grandezza.

Nonostante le aggressive divise nere, con stemmi e teschi che richiamano quelle delle SS, gli alti gerarchi fascisti, a partire da Mussolini, temono più di ogni altra cosa un uomo dal pensiero libero che può far cadere il velo che nasconde un potere ormai corrotto e burattino nelle mani di un folle sanguinario.

Se D’Annunzio non riuscirà a farlo, e sulla sua morte cade l’ombra addirittura di Hitler che pochi giorni dopo annetterà alla Germania l’Austria, sarà la Seconda Guerra Mondiale a squarciare il velo e mostrare la cruda e amarissima verità.

Se qualcuno ancora dice che però i treni allora arrivavano in orario, magari può vedersi questo bel film…

“Roma” di Federico Fellini

(Italia/Francia, 1972)

A circa trent’anni dal suo effettivo arrivo nella Città Eterna, Federico Fellini decide di raccontarlo nel film che dedica alla metropoli che è ormai diventata la sua terra d’adozione.

Così riprendiamo idealmente la fine de “I vitelloni” in cui Moraldo/Federico sale sul treno lasciando Rimini per cercare fortuna e, soprattutto, se stesso. L’impatto con la capitale dell’Impero – siamo nel 1939 e l’ombra dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale si staglia all’orizzonte – già sul marciapiede della stazione è travolgente. Il giovane riminese osserva la flora e l’incredibile fauna che segneranno in maniera indelebile la sua esistenza privata e creativa. Così come l’arrivo nell’edificio che ospita la sua pensione sita in via Albenga, edificio che Fellini fece ricostruire interamente nel suo studio preferito di Cinecittà.

A fare gli onori di casa e a introdurre il giovane Federico nella sua nuova città ci sono le donne, e non solo quelle romane: ma tutte quelle che a Roma – come lui stesso – hanno scelto o dovuto vivere, loro malgrado. Come la sua enorme padrona di casa immobilizzata a letto, la cameriera tuttofare della pensione, la pensionante accanto alla quale mangia in trattoria, le “ragazze” che lavorano nelle terribili case di tolleranza, o la principessa decaduta che ormai vive solo di ricordi.

Fellini così ci sottolinea che Roma è donna: amata ma al tempo stesso usata, abusata e sfruttata dagli uomini. Ma che nonostante ciò sopravvive, soddisfa e “allatta” tutti, anche gli uomini che in quel momento sono impegnati ed eccitati nei loro giochi sanguinari di guerra. L’incarnazione della Città Eterna, è infatti per il geniale cineasta riminese, una prostituta di mezza età, matrona dalle grandi forme, col trucco pesante e dallo sguardo rassegnato ma attento, che scende nel cuore della notte dall’ennesima automobile sulla passeggiata archeologica. Volto su cui il regista basa la locandina del film.

E la voce a Roma la dà l’immensa Anna Magnani – che Fellini conosce personalmente dai tempi di “Roma Città Aperta”, e che purtroppo è alla sua ultima apparizione cinematografica – che alle domande fuori campo dello stesso regista sull’essenza della città risponde laconica e sorridendo: “a Federì và a dormì: …nun me fido”.

Capolavoro assoluto della cinematografia, dove le immagini hanno la prevalenza sui dialoghi, con delle scene ancora oggi – a distanza di cinquant’anni – potenti e struggenti. Scritto dallo stesso Fellini assieme a Bernandino Zapponi, questo film è ancora un ritratto affascinante e al tempo stesso attuale della città che da millenni muore e rinasce sdraiata sui sette colli. L’omaggio dichiarato di Paolo Sorrentino nel suo “La grande bellezza” ne è l’ennesima dimostrazione.

Di diritto nella storia del cinema il segmento dedicato al teatrino della Barafonda che coglie, come poche altre pellicole hanno saputo fare, l’anima sorniona e cruda non solo dei romani, ma di tutti gli italiani.

Da vedere, naturalmente.

“Stai con me oggi?” di Billy Crystal

(USA, 2021)

Charlie Burnz (un bravo, come sempre, Billy Crystal) è uno scrittore e un commediografo di successo. Le sue commedie sono ancora in cartellone a Broadway. Nonostante abbia raggiunto la terza età, è ancora fra gli autori di una dei programmi televisivi comici più di successo realizzati a New York (che assomiglia tanto al mitico “Saturday Night Live”).

Ma Charlie vive solo nel suo grande e lussuoso appartamento di Manhattan, e anche il rapporto con i suoi due figli, Rex (Penn Badgley) e Francine (Laura Benanti) è molto complicato e formale.

Partecipando a un’asta di beneficenza, Charlie accetta di essere il premio: pranzerà con chi farà l’offerta più alta. Poco dopo al ristorante si ritrova al tavolo insieme alla giovane Emma Payge (Tiffany Haddish) che ignora chi sia il suo ospite, visto che ha rubato il pranzo vinto all’asta al suo ex ragazzo – che di mestiere fa l’attore – quando ha scoperto che la tradiva.

I due sembrano irrimediabilmente distanti, ma quando Emma è vittima di una reazione allergica Charlie la porta in ospedale pagando il conto visto che lei è priva di assicurazione. Qualche giorno dopo la ragazza passa da Charlie per portagli una parte dei soldi anticipati all’ospedale e fra i due esplode un’amicizia, soprattutto perché la donna intuisce che Burnz è dilaniato da un segreto e decide di scoprirlo.

Charlie Burnz, infatti, è afflitto da una malattia neurodegenerativa i cui effetti sono un’infame e inesorabile demenza senile. Se ne è accorto quando una volta si è ritrovato a parlare seduto a un tavolo con uno sconosciuto. Solo dopo parecchi minuti si è ricordato che si trattava di suo figlio Rex. Ciò che lo devasta, oltre a sapere che a breve lentamente dimenticherà tutto e tutti, è perdere i ricordi di Carrie, la sua adorata moglie. Appena tornato a casa, avendo avuto la diagnosi, Charlie si è messo a scrivere un libro a lei dedicato. Libro però che non riesce a portare avanti, ma Emma…

Struggente pellicola dedicata a uno dei tipi di malattie più terribili e infami che affliggono l’umanità che, forse più di altre implacabili patologie, tende a togliere la dignità a una persona. Scritta dallo stesso Crystal assieme ad Alan Zweibel – autore del racconto “The Prize” a cui è ispirata e coautore con lo stesso Crystal dello spettacolo “700 Sundays” che ha sbancato a Broadway e vinto anche un Emmy – questa pellicola ci parla con eleganza, dolore e anche ironia di una persona che ha basato tutta la vita sull’agilità e l’arguzia del suo cervello ma che sa che a breve proprio lui (…il secondo organo preferito da Woody Allen…) vigliaccamente lo tradirà. E che trova conforto solo nel poter lasciare ricordi indelebili come quelli raccolti in un libro.

Pe la chicca: a volte viene da pensare che i distributori nostrani neanche vedano i film prima di decidere il loro titolo in italiano. Questo insignificante “Stai con me oggi?” c’entra ben poco con l’originale “Here Today” che è la frase che ripete Charlie quando Emma teme che sia preda della demenza e non ricordi nulla della sua vita e di chi gli sta intorno: “Sono ancora qui, oggi…”.

“Transamerica” di Duncan Tucker

(USA, 2005)

La famiglia, così come la società nel senso più alto del termine, dovrebbe tutelare e difendere i più deboli dall’arroganza, la cattiveria e la prepotenza dei più ignoranti e ottusi. Ma purtroppo, così come la società, troppo spesso la famiglia non riesce a salvaguardare i più fragili, diventando lei stessa il primo nemico e un luogo fra i più dolorosi di tutti.

Come accade a Stanley Schupak (interpretato magistralmente da Felicity Huffmann) che alla soglie della mezza età è finalmente in procinto di risolvere il dramma che lo ha dolorosamente diviso fin dall’adolescenza: essere una donna nata nel corpo di un uomo. Il sentirsi così irrisolto ha impedito a Stanley di raggiungere gli obiettivi che le sue capacità gli avrebbero consentito, come terminare il college e insegnare. Ora sbarca il lunario lavorando in un fastfood e come venditrice al telefono, visti soprattutto i suoi modi molto garbati e discreti, vivendo in un quartiere periferico di Los Angeles.

Con la sua analista Bree – ormai Stanley ha lasciato il posto a Sabrina “Bree” Osbourne – è finalmente riuscita a terminare il percorso che la porterà all’operazione per il suo definitivo cambio di sesso. Ma una settimana prima dell’intervento Bree riceve una telefonata dal carcere minorile di New York: Toby Wilkins (Kevin Zegers), il figlio minorenne di Stanley Schupak è stato arrestato per prostituzione e adescamento.

Il primo istinto di Sabrina è quello di rispondere: “Stanley non abita più qui”, visto che poi lei ignorava di avere un figlio nato dall’unica relazione eterosessuale della sua vita – e dall’unico rapporto fisico avuto con una donna – consumatasi durante il periodo del college. Ma, saputolo, la sua analista ritira il visto per l’operazione finché Sabrina non affronterà questa nuova e inaspettata parte della sua esistenza.

Bree, suo malgrado, parte alla volta di New York per pagare la cauzione a Toby, al quale però dice di essere una sorta di assistente sociale inviata da una chiesa evangelica. Visto che la madre del ragazzo è morta qualche mese prima, l’unico parente in vita di Toby è il suo ex patrigno che vive in un piccolo paese al centro degli Stati Uniti. Così Bree pensa di risolvere la situazione riportando il ragazzo dall’ex compagno della madre, ma…

Scritto e diretto da Duncan Tucker, questo film ci racconta con raffinata crudezza i drammi e i terribili dolori di un essere umano ripudiato dal lato più ottuso e perbenista della società, a partire dalla sua famiglia. E soprattutto i danni profondi che quest’ottusità provoca anche negli altri: figli, fratelli, sorelle o genitori che siano.

Prodotta da William H. Macy – compagno di vita della Huffman – questa pellicola, anche se candidata a due Oscar, venne alla fine snobbata dall’Accademy visto – raccontano le cronache dell’epoca – il tema trattato.

Così la Huffman non vinse la statuetta come miglior attrice protagonista che andò invece a Reese Witherspoon per la sua interpretazione in “Quando l’amore brucia l’anima”, pellicola dedicata alla vita del grande Johnny Cash (impersonato da Joaquin Phoenix) in cui la Witherspoon incarnava June Carter, compagna di vita del cantante, e personaggio diametralmente opposto a quello di Sabrina “Bree” Osbourne.

Certo non un film “facile” da guardare, ma senza dubbio necessario.

“Assassinio sul palcoscenico” di George Pollock

(UK, 1964)

Penultima avventura cinematografica della Miss Jane Marple interpretata dall’indimenticabile Margaret Rutherford, dopo “Assassinio sul treno” e “Assassinio al galoppatoio“. Tratto dal romanzo “Fermate il boia” pubblicato da Agatha Christie nel 1952, questo “Assassinio sul palcoscenico” ci presenta una combattiva Miss Marple membro di una giuria a un, apparentemente “banale”, processo per omicidio.

Se durante il dibattito le prove a carico dell’imputato erano particolarmente lampanti convincendo tutti gli altri membri della giuria della sua colpevolezza, la Marple invece è rimane graniticamente convinta della sua innocenza. Questo porterà il giudice a indire un nuovo processo, ma soprattutto la geniale Miss Marple a iniziare le proprie personali indagini.

Per farlo dovrà entrare a far parte di una piccola compagnia teatrale dove, secondo il suo infallibile intuito, si nasconde il vero assassino…

Deliziosa, come sempre, commedia gialla che unisce l’arte di una grande interprete come la Rutherford e il genio di una grande scrittrice come la Christie. E non è un caso, quindi, che la Marple ricordi all’ispettore Craddock (interpretato anche in questa pellicola da Charles “Bud” Tingwell) che: le donne a volte hanno il cervello che funziona meglio di quello degli uomini…

Rispetto agli altri tre film interpretati dalla Rutherford nei panni della Marple, questo possiede un fascino superiore proprio perché ambientato nel mondo del teatro britannico, luogo dove la stessa Rutherford, assieme a molti altri interpreti della pellicola, si sentivano davvero a casa. Sulle assi di legno, infatti, intere generazioni di attori britannici poi divenuti famosi grazie al cinema, hanno mosso i loro primi passi e spesso lasciato il cuore, come la stessa Rutherford o Stringer Davis – suo compagno di vita – che incarna il fidato bibliotecario Jim Stringer, presente anche nell’ultima avventura cinematografica dell’investigatrice creata dalla Christie e impersonata dalla Rutherford “Assassinio a bordo”, sempre del 1964.    

“Ma papà ti manda sola?” di Peter Bogdanovich

(USA, 1972)

Hollywood è in piena crisi: i grandi e “vecchi” divi così come i grandi e “vecchi” autori sembrano essere ormai molto lontano dal gusto del pubblico che è cambiato senza che le grandi major siano riuscite ad afferrarlo. E così la nuova linfa vitale della mecca del cinema arriva da quella zona chiamata Off-Hollywood (in chiaro riferimento alla Off-Broadway) dove lavorano attori e autori “fuori” dal sistema che sta inesorabilmente scricchiolando.

Poco prima dell’avvento epocale del Dreamteam formato dalla coppia “stellare” George Lucas-Steven Spielberg, archetipo della Off-Hollywood che diventerà colonna portante della futura Hollywood (circa il 13 percento dei maggiori incassi americani è imputabile proprio a loro due), rinasce la sophisticated comedy con questo “What’s Up Doc?”, nel suo titolo originale.

Peter Bogdanovich scrive il soggetto di una classica commedia degli equivoci e affida a Buck Henry (già sceneggiatore de “Il laureato” di Mike Nichols), David Newman e Robert Benton la sceneggiatura che ammicca palesemente al mitico “Susanna” con Katherine Hepburn e Cary Grant.

Howard Bannister (Ryan O’Neal) è un pacifico e formale musicologo che giunge a San Francisco assieme alla sua austera e volitiva fidanzata Eunice (Madeline Kahn) per conquistare il premio annuale di ventimila dollari creato dal milionario Frederick Larrabee (Austin Pendleton). Bannister è in lizza assieme all’antipatico e saccente Hugh Simon (Kenneth Mars) che è pronto a tutto pur di portarsi a casa i soldi del premio.

Ma sulla sua strada di Bannister incappa in Judy Maxwell (Barbra Streisand) giovane, brillante e indomabile studentessa che decide di aiutarlo a modo suo…

A quasi ormai cinquant’anni questa pellicola è sempre divertente e godibile fino all’ultima scena, grazie sopratutto alla deliziosa interpretazione di tutto il cast al completo. Non è un caso, quindi, che siano presenti alcuni degli attori che parteciperanno poi a storiche produzioni di Mel Brooks come “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” e “Frankenstein Junior“. Kenneth Mars, Liam Dunn e, soprattutto, Madeline Kahn entreranno a far parte della squadra di Brooks e contribuiranno al successo dei suoi film.

Sempre in ruoli comprimari vanno ricordati anche Michael Murphy, Randy Quaid, John Hillerman e Sorrell Booke che qualche anno dopo impersonerà il perfido ma goffo Jefferson Davis Hogg, detto “Boss Hogg” nel telefilm “Hazzard”.