“Una pazza giornata di vacanza” di John Hughes

(USA, 1986)

John Hughes (1950-2009) è stato uno dei rappresentati di spicco del Brat Pack, il movimento culturale che comprende autori, registi e attori che hanno realizzato film di successo, soprattutto sugli adolescenti, negli anni Ottanta.

E’ infatti lui il regista e sceneggiatore di pellicole come “Breakfast Club” o “La donna esplosiva” che hanno raccontato in maniera originale e molto ironica la generazione che viveva la propria adolescenza negli edonistici Ottanta. Ma è stato anche l’autore di sceneggiature di film come “National Lampoon’s Vacation”, “Bella in rosa”, l’esilarante “Un biglietto in due” (che ha anche diretto), “Io e zio Buck”, e “Mamma ho perso l’aereo”, solo per citarne alcuni, diventando autore fra i più richiesti per il cinema dedicato alle famiglie.

Nel 1986 scrive e dirige “Una pazza giornata di vacanza” che – insieme a “Breakfast Club” con cui ne condivide l’ambiente scolastico – è forse uno dei manifesti adolescenziali più efficaci di quegli anni.

Ferris Bueller (un Matthew Broderick nella sua più iconica interpretazione del decennio) è uno studente apparentemente modello che tutta la cittadina, nei pressi di Chicago, nella quale vive stima e adora. Solo sua sorella minore Jeanie (Jennifer Grey, giusto prima che indossi i panni di Frances “Baby” Houseman in “Dirty Dancing – Balli proibiti”, altra grande icona cinematografica degli Ottanta) sa che è un gran bugiardo e manipolatore, capace di ingannare anche i propri genitori. Ferris non lo fa per cattiveria o lucro, ma solo per vivere la propria adolescenza al meglio e goderne ogni attimo insieme alla sua ragazza Sloane (Mia Sara).

Per questo, invece che la classica automobile, come premio per il suo alto rendimento scolastico ha chiesto un personal computer (il riferimento a “War Games – Giochi di guerra” del 1983, con lo stesso Broderick, naturalmente non è casuale) con il quale riesce, per esempio, a entrare nel database della sua scuola e modificare i proprio voti, alla faccia del Preside Roony (Jeffrey Jones altro attore cult del decennio) che qualche sospetto alla fine comincia ad averlo.

Ma Ferris ha piena fiducia nei propri mezzi e soprattutto nel proprio cervello, e così decide di passare un’intera giornata a Chicago, bigiando la scuola insieme a Mia e al suo migliore amico Cameron (Alan Ruck), ma…

Divertente pellicola che racchiude un’infinità di simboli e must degli anni Ottanta, solo per i quali merita di essere rivista. Così come la sua colonna sonora – elemento sempre molto curato da Hughes in tutti i suoi film – che racchiude l’anima della musica del periodo. E come “Breakfast Club” ci racconta il conflitto generazione fra genitori e figli, dove i primi però erano quei figli rabbiosi che contestavano aspramente i loro genitori negli anni Sessanta. Rispetto a quegli anni, negli Ottanta il conflitto è invece più edulcorato e sottile, ma proprio per questo bisognerebbe chiedersi quali danni ha provocato a lungo termine? …Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto rivediamoci questo film che ci dimostra come gli anni Ottanta siano ancora vivi e combattano accanto a noi!

Per la chicca: piccolo cameo per l’ancora sconosciuto Charlie Sheen, altro simbolo del cinema e della televisione dei decenni a seguire.

“Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock

(USA, 1959)

L’anno in cui all’Eliseo si insedia Charles de Gaulle come primo Presidente della V Repubblica Francese, e sulla RAI viene trasmesso il Primo Festival della Canzone del Bambino “La Zecchino d’Oro”, esce negli Stati Uniti “North by Northwest”, uno dei capolavori assoluti del maestro Alfred Hitchcock.

A partire dai titoli di testa, il film segna in maniera indelebile il cinema in generale, e quello d’azione nella specifico. Non è un caso quindi che i produttori di quella che diventerà una della saghe più longeve della storia del cinema, per il loro “007 Licenza di uccidere” volevano non solo Cary Grant come James Bond, ma soprattutto Hitchcock come regista.

Ma il genio inglese trapiantato a Hollywood rifiutò perché il progetto non lo stimolava, e soprattutto perché intento a preparare un’altra pietra miliare assoluta come “Psyco”. La sceneggiatura è firmata da Ernest Lehman – autore di script di pellicole come “Sabrina” di Billy Wilder, “West Side Story” e “Lassù qualcuno mi ama” di Robert Wise – che confeziona per il maestro del thriller un plot accattivante ma non particolarmente strutturato.

A farlo diventare un capolavoro è infatti il regista, che gira delle scene strepitose con delle immagini ancora oggi indimenticabili. E così dal classico – e molto caro a Hitchcock – scambio di persona arriviamo a scoprire un pericoloso e grave …intrigo internazionale. Ma i dialoghi hanno poco spazio rispetto alle immagini e alla superbe musiche firmate da Bernard Herrmann, musicista molto amato da Hitchcock e con cui collaborerà frequentemente, e autore di quelle di film come “Quarto potere” di Orson Welles, “Taxi driver” di Martin Scorsese, “Obsession – Complesso di colpa” di Brian De Palma, e di alcuni episodi delle prime stagioni di “Ai confini della realtà” di Rod Serling.

Ma non solo, proprio perché fra i preferiti di Hitchcock, Herrmann verrà chiamato anche da Truffaut per il quale firmerà la colonna sonora dei film “Fahrenheit 451” e “La sposa in nero”. E proprio nello splendido libro “Il cinema secondo Hitchcock” firmato dallo stesso Truffaut, che raccoglie una lunghissima intervista – durata alcuni decenni – al grande cineasta inglese fatta dall’indimenticabile cineasta francese, Hitchcock parla delle genesi di alcune scene di “North by Northwest”.

Come quella dell’agguato a Roger Thornhill/Cary Grant che in realtà all’inizio avrebbe dovuto consumarsi nel cuore della notte, in un luogo angusto e buio dei bassifondi della città. Ma Hitchcock in ogni fotogramma voleva sempre “alzare l’asticella” e così impose a Lehman di riscriverlo ambientandolo alla luce del sole e in un posto il più assolato e ampio possibile. O la scena finale in cui Thornhill/Grant tira sulla cuccetta superiore della scompartimento Eve Kendall, interpretata da Eva Marie Saint, che si chiude con il treno che entra in una galleria, allusione fin troppo esplicita di un rapporto sessuale.

Ogni fotogramma è infatti costruito in maniera impeccabile e al tempo stesso in perfetta simbiosi con quello che lo precede e con quello che lo segue. Se così de Gaulle e il Mago Zurlì oggi ci sembrano appartenere ad un passato abbastanza lontano questa pellicola, invece, continua a splendere nel firmamento dei grandi film della storia del cinema, tanto da essere continuamente imitata e citata.

Insomma, un vero e proprio capolavoro immortale.

Nel cast da ricordare anche James Mason nei panni del perfido Vandamm e Martin Landau in quelli del suo galoppino Leonard.

“Spirito allegro” di David Lean

(UK, 1945)

Il commediografo inglese Noël Coward (1899-1973), durante una vacanza sulle coste gallesi con la sua compagna Joyce Carey (attrice britannica che apparve in numerose riduzioni cinematografiche delle opere di Coward) scrive in pochi giorni la commedia “Blithe Spirit”, ispirato dalla lettura della poesia “Ad un’allodola” di Percy Bysshe Shelly.

Siamo nel 1940 e l’ombra oscura della Seconda Guerra Mondiale è già calata tragicamente sul nostro continente. Alla sua rappresentazione, avvenuta l’anno dopo, la critica britannica storce il naso, soprattutto perché Coward scherza in maniera pungente sulla morte.

Ma proprio perché all’orizzonte si prospettano anni terribili, colmi di perdite e privazioni, la gente vuole ridere e dissacrare la morte, troppo presente nella vita quotidiana, e il pubblico decreta un successo quasi senza precedenti per la commedia.

Lo stesso autore produce nel 1945 la sua riduzione cinematografica che fa dirigere al regista, che diventerà fra i più rappresentativi del cinema non solo britannico del Novecento, David Lean che ne scrive la sceneggiatura assieme a Ronald Neame e Anthony Havelock-Allan.

Charles Condomine (Rex Harrison) è uno scrittore di successo che vuole scrivere un nuovo libro per il quale intende ispirarsi a Madama Arcati (Margaret Rutherford) una strana e goffa veggente che vive nella località dove abita anche lui.

Per questo Condomine organizza una seduta spiritica assieme alla moglie Ruth (Constance Cummings) invitando il Dottor Bradman (Kay Hammond) e signora (Joyce Carey). I quattro a stento riescono a non ridere davanti ai gesti e alle frasi di Madame Arcati che però, alla fine, offesa se ne va. Ma qualcosa è successo però perché, appena congedati anche gli altri ospiti, Charles vede materializzarsi il fantasma di Elvira, la sua prima moglie, morta due anni prima.

Se Ruth all’inizio pensa che il marito le stia facendo uno scherzo, visto che lei invece Elvira non può vederla, alla fine comprende la verità, cosa che farà scatenare una “guerra” fra le due, caratterialmente opposte, per conquistare nuovamente Charles, che invece sembra godersi la situazione. Ma…

Deliziosa commedia incentrata sul classico triangolo amoroso, con toni e sfumature davvero insolite e originali, tanto da diventare un vero e proprio capostipite. Coward mette superbamente alla gogna gli aspetti più immaturi e capricciosi dei protagonisti, tanto che alla fine il personaggio più equilibrato e sobrio sembra essere proprio Madame Arcati.

Ma da grande autore quale era, Coward non stereotipizza le due figure femminile rendendole semplici macchiette, ma crea due diversi personaggi, ognuno dei quali possiede pregi e difetti peculiari. E’ Charles quello che davvero ne uscirà moralmente malconcio a causa soprattutto del suo egocentrismo, della sua supponenza e della sua alterigia, peccati per i quali alla fine pagherà il “prezzo” più alto…

Il film nel 1947 vince l’Oscar per i migliori effetti speciali, tutti fatti ovviamente a mano, o quasi.

Nello stesso anno Coward, Lean, Neame e Havelcock-Allan danno vita allo splendido e indimenticabile “Breve incontro“.

Purtroppo l’edizione originale italiana di questa pellicola non è disponibile e così al momento è reperibile solo la sua versione originale – che possiede comunque un fascino del tutto particolare – sottotitolata in italiano.

“Un affare di donne” di Claude Chabrol

(Francia, 1988)

Scritto dallo stesso Chabrol assieme a Colo Tavernier – moglie del cineasta Bertrand Tavernier – e liberamente ispirato sia al libro “Un affare di donne” dell’avvocato Francis Szpiner che alle vicende tragiche che portarono Marie-Louise Giraud ad essere una delle ultime donne ghigliottinate in Francia, questo bellissimo film del maestro francese ci parla di due temi già scottanti durante la Seconda Guerra Mondiale e ancora oggi, purtroppo, considerati tabù in troppi ambienti sociali o addirittura in intere nazioni: l’aborto e la pena di morte.

La guerra è entrata ormai nella sua fase più tragica, soprattutto per i francesi che sono alla mercé del regime collaborazionista di Vichy, guidato dal maresciallo Pétain. Marie Latuor (una bravissima Isabelle Huppert) è una giovane donna senza un’istruzione che deve occuparsi dei suoi due figli piccoli e col marito al fronte. Fin da bambina la sua più grande – e ingenua – aspirazione è quella di diventare una cantante, ma ora al massimo si può concedere un’oretta per ballare e cantare al bar sotto casa insieme alla sua amica Rachel.

Un pomeriggio sorprende la sua vicina Ginette intenta a farsi un bagno nella senape, sperando ingenuamente così di provocarsi un aborto, visto che suo marito sta per essere mandato in Germania a lavorare e lei rimarrà completamente sola. Per solidarietà l’aiuta con un vecchio e rude metodo a base di acqua saponata. Nel frattempo, grazie agli accordi tra la Francia di Pétain e il III Reich che prevedono lo scambio di prigionieri e soprattutto la cattura di tutti gli ebrei francesi e il loro immediato espatrio in Germania, suo marito Paul (Francois Cluzet) torna a casa. La sua amica Rachel, invece, proprio perché ebrea viene catturata e spedita in un campo di concentramento.

Il ritorno di Paul per Marie, però, significa solo una bocca in più da sfamare e un uomo depresso, che forse non ha mai amato, accanto tutto il giorno. Ma Ginette ha iniziato a spargere la voce e le donne in stato interessante che non vogliono portare avanti la loro gravidanza iniziano a bussare alla sua porta.

Casualmente, poco dopo, Marie incontra Lulu (Marie Trintignant) una prostituta alla quale inizia ad affittare una camera ad ore. Ma il Governo, lo stesso che manda quotidianamente bambini ebrei francesi nei campi di sterminio, reputa un alto tradimento contro il Paese uccidere un feto e così scaglia tutta la sua ira sulla donna per rinsaldare il suo potere – reazionario e ottusamente maschilista- in realtà già assai traballante. Maria Latour verrà ghigliottinata a Parigi il 30 luglio del 1943.

Splendida pellicola che ci disegna il ritratto di una donna prima di tutto vittima di se stessa, della società, della sua scarsa cultura ed educazione e della sua ingenuità. Ma soprattutto Marie è una vittima degli uomini, come molte donne della sua generazione. E’ una persona pratica ma al tempo stesso molto ingenua, per nulla abituata ad avere tutto il benessere che gli aborti e la stanza a ore improvvisamente le portano, visto che la sua vita fino a quel momento si è consumata nella più grigia miseria. E con i soldi, oltre a sfamare figli e marito, Marie ci si paga delle tanto desiderate lezioni di canto.

E vittime degli uomini sono anche le donne che si rivolgono clandestinamente a lei, donne che hanno da molto tempo il marito al fronte ma che sono rimaste incinte in un rapporto occasionale per amore o per sopravvivere. O donne come lo struggente caso di Jasmine che, seguendo i dettami della religione cattolica, in sette anni di matrimonio ha partorito sei figli e adesso ne aspetta un settimo, visto che il marito è disposto a vivere in nove in una stanza senza bagno, ma mai a rinunciare alla sua dose quotidiana di piacere.

Vittime, infine, sono anche i bambini: quelli non nati così come quelli nati o cresciuti durante la guerra, come i figli di Marie. Così, mentre i gendarmi la portano sulla ghigliottina, la voce fuori campo di suo figlio, ormai adulto, ci racconta di come venne crudelmente a sapere dell’esecuzione della madre attraverso gli insulti e le risa di alcuni suoi coetanei. Il film si chiude con la frase “Abbiate pietà per i figli dei condannati”.

Purtroppo sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle sale di questo film e quasi ottanta dall’esecuzione della Giraud, ma i temi dell’aborto e della pena di morte sono ancora spinosi in troppi angoli del nostro Pianeta. E Chabrol ci ricorda come, per molti ben pensati, l’aborto dovrebbe essere solo “un affare di donne” che però gli uomini hanno tutto il diritto di giudicare e condannare. Non è un caso quindi che questa pellicola abbia avuto molti problemi prima di arrivare negli Stati Uniti, dove il produttore francese è stato costretto a creare una società ad hoc per la sua proiezione nelle sale, non trovando alcun distributore americano disposto a farlo.

La Huppert vince giustamente la coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia per la sua splendida interpretazione.

Per la chicca: il personaggio del giovane e arrogante collaborazionista francese, esperto nel rastrellamento e nell’individuazione di ebrei fuggiaschi, interpretato da Nils Tavernier (figlio di Colo e Bertrand Tavernier) di cui Marie si invaghisce si chiama non a caso Lucien, come il protagonista del bellissimo “Cognome e nome: Lancombe Lucien” diretto da Louis Malle nel 1974 e ambientato sempre nella Francia di Pétain degli stessi anni.

Da vedere.

“Rifkin’s Festival” di Woody Allen

(Spagna/USA/Italia, 2020)

Mort Rifkin (un bravissimo Wallace Shawn) è un ex insegnate di cinema di New York con la passione per gli autori europei. Sua moglie Sue (Gina Gershon) possiede un’agenzia di stampa che ha fra i suoi clienti il giovane regista francese Philippe (Louis Garrel) che presenta un film al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn.

Mort decide di seguire la moglie perché sospetta che ci sia del tenero fra lei e lo stesso Philippe. Il viaggio in Spagna per Mort sarà catartico e attraverso i sogni che farà, tutti ispirati ai grandi autori che ha sempre amato, trarrà un bilancio della sua vita e soprattutto del suo modo di essere.

Coprodotto anche dal nostro Paese, questo film del maestro Woody Allen ci parla in maniera malinconica e crepuscolare del bilancio di una vita fatto da un uomo – ogni riferimento personale non è ovviamente casuale… – che nel cinema ha trovato il proprio modo di essere e di esprimersi.

Non è un caso quindi che nel ruolo di Mort Rifkin ci sia Shawn, attore fra i più apprezzati di Broadway – famose sono le sue interpretazioni nelle messe in scena soprattutto delle opere di Chekhov – e “rubato” da Hollywood – oltre a partecipare a numerose produzioni è sua, per esempio, la voce di Rex nella saga di “Toy Story” – che nel bellissimo “Manhattan” è al centro di una delle scene più esilaranti della cinematografia di Allen.

Forse non uno dei film più divertenti del genio newyorkese, ma gli omaggi onirici che fa a Fellini, Bergman, Bunùel, Antonioni e Truffaut sono davvero deliziosi. Da ricordare nel cast anche il bravissimo Christoph Waltz nei panni della Morte de “Il settimo sigillo” di Bergman, e Sergi Lòpez già interprete dello splendido “Il labirinto del fauno” del visionario Guillermo De Toro.

“Nomadland” di Chloé Zhao

(USA/Germania, 2020)

Che differenza c’è fra una persona senzatetto e una senza casa?

Questo splendido film, tratto dal libro “Nomadland: Un racconto d’inchiesta” scritto dalla giornalista americana Jessica Bruder e pubblicato nel 2017, tenta di spiegarcelo.

La stessa Bruder ha impiegato circa tre anni per scrivere il libro, anni nei quali ha viaggiato per gli Stati Uniti in un camper, fra il confine col Messico a quello col Canada, entrando in contatto con numerosi suoi connazionali che, a causa della crisi economica – che ha fatto molto più abbienti i ricchi e molto più numerosi i poveri – degli affitti alti e dei bassi salari, vivono in un camper o in un van inseguendo lavori stagionali o occasionali.

L’attrice e produttrice Frances McDormand – già vincitrice dell’Oscar come migliore attrice per le sue interpretazioni nei film “Fargo” scritto dal marito Joel Coen e diretto dal cognato Ethan Coen (cineasti con cui spesso collabora nella stesura degli script) e “Tre manifesti a Ebbing, Mossuri” di Martin McDonagh – insieme al produttore Peter Spears decidono di adattarlo per lo schermo.

Durante la premiazione degli Independent Spirit Awards 2018, la McDormand incontra l’altra candidata come lei al premio Chloé Zhao, alla quale decide di affidare sia la sceneggiatura che la regia.

Per 88 anni la cittadina di Empire, nel Nevada, si è retta sull’industria del cartongesso, che però la grande recessione della fine del primo decennio del nuovo millennio ha portato alla chiusura. La cittadina viene abbandonata da tutti, tanto da portare l’ufficio federale ad eliminare il suo codice di avviamento postale.

Superati i sessant’anni Fern (una grande McDormand) non avendo più una casa – l’immobile apparteneva alla fabbrica – né più un marito – deceduto poco prima della crisi del cartongesso – parte alla ricerca di lavori occasionali o stagionali nell’Ovest degli Stati Uniti a bordo di un van di terza mano, che diventerà la sua casa a tutti gli effetti.

Scoprirà un universo di persone costrette dagli eventi a condurre una vita simile alla sua, grazie alla quali troverà la forza di resistere e il coraggio di vivere.

Una grande pellicola intimista, con accenti che ricordano lo splendido “Una storia vera” di David Lynch, che ci racconta però anche dei grandi buchi neri sempre più frequenti e ampi nella nostra società, dentro i quali cadono loro malgrado sempre più individui. Una pellicola dedicati agli ultimi, che fin troppo spesso sono più rispettosi degli altri e della Natura in confronto ai primi, e forse troppo spesso per questo finiscono ai margini della società. Da sottolineare anche la splendida fotografia che rispecchia in maniera sublime lo stato d’animo della protagonista.

Il film, oltre al Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha vinto numerosi premi in tutto il mondo, due Golden Globe e tre Oscar, fra cui quelli come miglior attrice protagonista alla McDormand.

Da ricordare anche la colonna sonora firmata da Ludovico Einaudi.

“Assassinio sul treno” di George Pollock

(UK, 1961)

Tratto dal romanzo di Agatha Christie “Istantanea di un delitto” pubblicato nel 1957, questo “Assassinio sul treno” ha vari motivi per essere visto o rivisto, al di là del suo intreccio giallo.

Si tratta infatti del primo adattamento cinematografico del personaggio di Jane Marple creato dalla Christie, adattamento che ebbe poi un enorme successo. Questo non solo per il genio della grande scrittrice inglese, ma anche grazie al talento e al carisma di Margaret Rutherford, grande attrice di teatro, che davanti alla macchina da presa interpreta Miss Jane Marple per il cinema in maniera davvero divertente e indimenticabile.

La Marple è una classica “zitella” – così come lei stessa sa di essere appellata – impicciona che però non si arrende facilmente. Ha piena e totale fiducia in se stessa e nei proprio mezzi, e non è un caso quindi che fra le prime battute che dice nel film ci sia: “…Questo è il secolo delle donne!”. Nella nostra versione deve essere ricordata anche l’indimenticabile attrice Lola Braccini che le prestò la voce.

Miss Marple sta viaggiando sul treno ed è sola nello scompartimento. Quando mancano pochi minuti all’arrivo in stazione il suo treno viaggia parallelo ad un altro per pochi instanti. Istanti nei quali però la Marple scorge in uno scompartimento di quel treno delle implacabili mani guantate strozzare a morte una povera donna.

La Marple avvisa subito il controllore che, una volta arrivati in stazione, informa la Polizia. Ma non c’è traccia di alcun cadavere, né sul treno, né lungo i binari. L’ispettore Craddock (Charles Tingwell) ne informa la Marple, che però non ammette di passare per visionaria e così assieme al suo fedele amico nonché bibliotecario Mr. Stringer (interpretato dall’attore Stringer Davis, vero compagno di vita della Rutherford) inizia le sue personali indagini…

Come anticipato il successo è planetario tanto da portare la produzione a realizzare altri tre film con lei nei panni di Miss Marple: “Assassinio al galoppatoio” del 1963, “Assassinio sul palcoscenico” e “Assassinio a bordo” entrambi del 1964; anno in cui la Rutherford vinse l’Oscar e il Golden Globe come migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione nel film “International Hotel” di Anthony Asquith.

Ma non solo, l’attrice Joan Hickson, che in “Assassino sul treno” interpreta il ruolo marginale di una governante part-time, visto il successo del film, a partire dagli anni Ottanta interpreterà Miss Jean Marple in varie serie televisive.

E sempre parlando di televisione non si può non pensare alla serie “La signora in giallo“, il cui titolo originale è “Murder, She Wrote” che richiama direttamente “Murder, She Said” titolo originale di questo “Assassino sul treno”. Non sono poche, infatti, le somiglianze fra la Marple della Rutherford e la Jessica Fletcher interpretata da Angela Lansbury, soprattutto quella delle prime stagioni. Anche la musica dei titoli di testa della serie ricorda chiaramente il tema centrale della colonna sonora del film di Pollock.

Per amanti della Christie, e non solo.

“Betty” di Claude Chabrol

(Francia, 1992)

Oltre trent’anni dopo la prima pubblicazione dello splendido romanzo del maestro Georges Simenon “Betty“, pubblicato per la prima volta nel 1961, Claude Chabrol realizza il suo affascinante adattamento cinematografico.

Fra i numerosi registi che hanno portato sul grande schermo le opere di Simenon, Chabrol è senza dubbio fra quelli che hanno corde narrative molto simili a quelle dello scrittore. Non è un caso quindi che i suoi due adattamenti, “I fantasmi del cappellaio” del 1982 e “Betty”, siano fra i migliori in assoluto realizzati per il grande schermo dalle opere immortali dello scrittore belga.

Nell’anonimo locale “La Buca” di Versailles viene portata dal suo accompagnatore, la giovane e in evidente stato di ebrezza Betty (Marie Trintignant). L’uomo, un ex medico cocainomane, sembra essere preda d’improvvise nevrosi che vengono contenute da Mario, il proprietario del locale. Betty, sempre più in preda all’alcol, chiede all’uomo ancora da bere, mentre al suo tavolo si siede un’altra avventrice del locale, Laure (Stéphane Audran) per ascoltare la sua storia. Storia che però Betty non riesce a raccontare perché sviene ferendosi ad una mano.

Laure chiede a Mario di portarla nell’albergo dove lei risiede ormai da qualche anno, e la fa sistemare nella camera accanto alla sua. La stessa Laure è stata per molti anni la moglie di un famoso medico e così, dopo aver lavato Betty, le cura la mano e la fa assumere alcuni tranquillanti.

Appena la ragazza si risveglia la sua ospite chiama un medico per visitarla, medico che conferma le cure di Laure e raccomanda assoluto riposi per vari giorni. Così Betty inizia a raccontare alla sua nuova amica la propria storia. Fino a pochi giorni prima era la moglie di uno dei rampolli di una delle famiglie più aristocratiche di Parigi, gli Etamble. Ma il suo carattere e soprattutto la sua sessualità irrisolta l’hanno portata alla “rovina”, costringendola ad abbondare le sue due figlie piccole.

Ma Betty, proprio nel locale “La Buca” ha toccato il suo “fondo”, e adesso non può fare altro che risalire…

Molto fedele al romanzo di Simenon, questo film di Chabrol è davvero uno dei migliori girati negli anni Novanta. Infatti, il regista francese, riesce a farne un’opera a se stante, che si basa sul romanzo di Simenon, ma che al tempo se ne distacca, toccando nuove leve emotive. Lo stesso Chabrol, per esempio, ha affermato che se nel libro originale Simenon, proprio per sottolineare la carnalità della storia, inserisce in continuazione carezze, abbracci e palpate amichevoli, lui li ha volutamente evitati. Perché, da vero artigiano del cinema quale era, sapeva bene che un conto è leggere una cosa, un altro assai differente è vederla. E così il senso di carnalità nel film lo ha ricreato attraverso non solo ai corpi, ai comportamenti e ai dialoghi fra i personaggi, ma anche con i rumori, la colonna sonora e i movimenti della macchina da presa, per non parlare dei continui flashback che ci raccontano frammentata e apparentemente incomprensibile la storia di Betty.

Per la chicca: all’inizio dei flashback ambientati nella austera magione degli Etamble, la suocera di Betty, matriarca della famiglia e volitiva vedova del generale Etamble, parla sdegnosa di un film “indegnamente” scandaloso appena visto al cinema. Si tratta del bellissimo “Un affare di donne” che lo stesso Chabrol diresse nel 1988, film che provocò non poche polemiche negli ambienti più reazionari della società francese.

Purtroppo, guardando questo film, non si può non pensare al vero tragico epilogo della vita dell’attrice Marie Trintignant, figlia del grande attore Jean-Louis Trintignant. Nella notte fra il 26 e 27 luglio del 2003 – mentre era a Vilnius, in Lituania, per girare un film – venne massacrata di botte dal suo “compagno” il cantante Bertrand Cantat, frontman del gruppo Noir Désir. Per le gravi lesioni la donna entrò in coma e morì il 1° agosto dopo due vani interventi chirurgici. Il destino volle, inoltre, che questo infame delitto si consumasse in una stanza d’albergo, ambiente in cui si svolge la maggior parte del film “Betty”.

“Tutti i mercoledì” di Robert Ellis Miller

(USA, 1966)

Nel 1964 debutta a Broadway la commedia “Tutti i mercoledì” della scrittrice e drammaturga americana Muriel Resnik. Sia l’autrice che il cast, fra cui c’è Gene Hackman, il quel momento sono semi sconosciuti, ma il riscontro di pubblico e critica è clamoroso cogliendo tutti di sorpresa.

Come spesso accade Hollywood ha un occhio sempre fisso sulla strada dei teatri più famosa d’America, e così due anni dopo esce l’adattamento cinematografico. A scrivere la sceneggiatura è Julius J. Epstein (storico sceneggiatore della Mecca del Cinema, e premio Oscar per quella non originale di “Casablanca”) che produce anche la pellicola.

John Cleves (Jason Robards) è un caparbio dirigente d’azienda di mezza età, rispettato e temuto da tutti. Felicemente sposato con Dorothy Cleves (Rosemary Murphy, unica superstite del cast originale di Broadway) conduce una vita laboriosa e inappuntabile. Almeno per sei giorni a settimana, visto che il mercoledì lo passa in un piccolo appartamento a New York intestato a una delle ditte che dirige, che invece lui assegna regolarmente alle sue giovani amanti con cui passa il giorno feriale. Quando l’ultima lo lascia Cleves parte alla ricerca di quella nuova, e fra le sue facoltose e volitive braccia cade la giovane e fragile Ellen Gordon (una bravissima Jane Fonda, fresca reduce del successo in “Cat Ballou“) che dopo non poche resistenze cede alla sua corte.

Le cose per John sembrano procedere alla grande fino a quando la sua distratta segretaria non dà le chiavi dell’appartamento dove vive Ellen a Cass Henderson (Dean Jones, che il mondo ricorda per le sue interpretazioni nei film dedicati ad Herbie il maggiolino tutto matto) giovane dirigente di una delle ditte di Cleves. Se all’inizio Cass è convinto che Ellen faccia parte dei “benefit” dell’appartamento, non ci mette molto a capire la vera dinamica sentimentale fra l’ospite e il suo capo. A complicare le cose ci si mette anche la signora Cleves che, sempre per colpa della segretaria di suo marito, piomba nell’appartamento per arredarlo…

Classica commedia degli equivoci che però, e forse è questo il motivo del suo successo, ci presenta le protagoniste femminili Ellen Gordon e Dorothy Cleves in una nuova luce. Le due donne, infatti, da posizioni succubi materialmente o moralmente degli uomini, si emancipano prendendo ognuna la propria consapevole strada.

Non è un cambiamento da poco, visto i profondi stereotipi con cui le donne vengono rappresentante in quegli anni nelle commedie sul grande schermo, e anche in pellicole di successo internazionale. Ellen e Dorothy respirano già quell’aria di cambiamento che di lì a pochi anni infiammerà la contestazione e soprattutto la lotta per l’emancipazione delle donne.

Insomma, un piccolo gioiellino precursore dei tempi. Jane Fonda viene giustamente candidata al Golden Globe per la sua interpretazione.

“Il lungo viaggio verso la notte” di Sidney Lumet

(USA, 1962)

Nel 1956, tre anni dopo la morte del suo autore Eugene O’Neill – che lo avrebbe voluto pubblicato non prima di venticinque anni dalla sua dipartita – va in scena il dramma teatrale “Lungo viaggio verso la notte”.

Il successo è immediato in tutto il mondo e l’opera viene subito e giustamente considerata una delle pietre miliari della drammaturgia americana del Novecento al pari di “Un tram che si chiama desiderio” di Tenneesse Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller.

Nel 1962 Sidney Lumet realizza un indimenticabile adattamento cinematografico con un cast davvero memorabile.

Siamo nell’estate del 1912 in Connecticut, nella magione estiva dei Tyrone. Il capofamiglia, James Tyrone (Ralph Richardson) ha fatto una piccola fortuna in gioventù recitando in una lunga serie di commedie teatrali romantiche dove interpretava il protagonista, ruolo che però ha finito per bloccarlo segnando anche il declino della sua carriera. Le sue umili origini lo hanno portato poi ad essere assai parsimonioso col denaro.

Sua moglie Mary (una grande Katharine Hepburn) che lo ha conosciuto proprio al culmine del suo successo ancora studentessa di un austero convento cattolico, alla morte in culla del loro secondo genito è caduta in depressione tanto da portare il medico curante a somministrale dei medicinali a base di morfina. Alla nascita del loro terzo genito Edmund, Mary è caduta nuovamente in depressione ed è ricorsa alla morfina diventandone sempre più dipendente. Poco prima dell’inizio dell’estate è stata dimessa per l’ennesima volta da una clinica disintossicante.

Il primogenito Jamie Tyrone (Jason Robards, che interpretò lo stesso ruolo al primo allestimento del dramma a Broadway nel ’56) ha seguito le orme del padre senza mai avere successo però, cosa che ha contribuito a renderlo un alcolista.

Edmund (Dean Stockwell) che ormai ha vent’anni, è da poco tornato da un lungo viaggio intorno al mondo in nave come marinaio, e ora vorrebbe diventare uno scrittore. Ma la violenta tosse che spesso lo assale insinua in lui, e nei suoi familiari, il sospetto di essere malato di tubercolosi.

Un’uggiosa giornata di pioggia costringe i quattro Tyrone a passare insieme un’intera giornata in casa, cosa che metterà a nudo i rancori, le debolezze, le invidie e i tradimenti di ognuno dei componenti della famiglia.

Molto fedele all’opera di O’Neill, questo adattamento cinematografico ci regala il ritratto drammatico e amaro di una famiglia disfunzionale, dove non si consumano omicidi materiali, ma atroci massacri emozionali e personali. Così come Miller in “Morte di un commesso viaggiatore”, O’Neill ci parla di come la famiglia possa diventare l’inferno e la causa di angosce e gravi nevrosi.

Il motivo principale per cui O’Neill voleva la sua pubblicazione così tanto dopo la morte sono certamente i profondi riferimenti che l’opera ha in relazione alla vera famiglia di origine del suo autore. A partire dalla casa nel Connecticut dove si svolge il dramma (che è molto simile al Monte Cristo Cottage, la casa posseduta dagli O’Neill a New London), per passare alla carriera teatrale del patriarca James Tyrone (James O’Neill, padre di Eugene fu un vero attore teatrale di successo in gioventù, che poi rimase “impantanato” nell’interpretazione del protagonista di una lunga serie di spettacoli teatrali dedicati al Conte di Montecristo) o come i nomi di battesimo dei protagonisti che ricalcano quelli veri di madre, padre e fratello di Eugene. Edmund, il figlio minore dei Tyrone, è malato di tubercolosi e alla fine del dramma si appresta ad entrare in sanatorio, cosa che accadde davvero allo stesso Eugene O’Neill nel 1912 e 1913, e che ne fa quindi un suo vero e proprio alter ego.

E’ curioso pensare che a partire dal secondo dopoguerra, la cultura italiana ha smesso quasi completamente di parlare dei lati oscuri della famiglia, che rimane ovviamente la base fondamentale della società, ma allo stesso tempo è anche il luogo di tragici eventi, come per esempio i femminicidi, che straziano il nostro Paese quasi quotidianamente. L’unica grande opera italiana che affronta le disfunzionalità della famiglia rimane l’immortale “Natale in casa Cupiello” del maestro Eduardo De Filippo, che però risale al 1931.

La Hepburn (che viene anche nominata agli Oscar come migliore attrice protagonista), Richardson, Robards e Stockwell ottengono al Festival di Cannes il premio come migliori interpreti.