“Tre” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2022)

Come per il bellissimo “Cambiare l’acqua ai fiori“, Valérie Perrin in questo nuovo romanzo ci porta con un viaggio indimenticabile dentro l’anima dei suoi protagonisti.

Questa volta ne seguiamo tre – come ci preannuncia il titolo – Nina, Etienne e Adrien, tre bambini che si incontrano quasi per caso alla scuola elementare e insieme cammineranno per l’infanzia e l’adolescenza uno accanto all’altra.

Ma l’età adulta – anche se fin troppo spesso è solo una data formale – li porterà a confrontarsi con i lati più insondabili del proprio essere, e soprattutto la vita stessa e il destino li metterà alla prova, come capita poi alla maggior parte di noi.

Con uno stile fresco e diretto, che personalmente amo moltissimo, la Perrin ci racconta, attraverso un’efficace destrutturazione temporale, come poter raggiungere la nostra anima e soprattutto come imparare a convivere con noi stessi, cosa troppo spesso davvero complicata.

Così come nel suo precedente libro, la scrittrice usa come ambientazione la provincia francese, ed esattamente una piccola località della Borgogna, e solo come sfondo secondario Parigi, che rimane molto marginale. Un libro profondo, crudo e indimenticabile.

Adesso cara Valérie, non per metterti fretta o pressione, aspettiamo ansiosi la tua prossima opera!

“La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories vol. 5”

(BAO Publishing, 2022)

Torniamo per la quinta volta nella Taverna più originale e saporita di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” e “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories Vol.4” è arrivato il quinto volume del manga più gustoso degli ultimi tempi.

Nel quartiere di Shinjoku, nei pressi del nodo ferroviario più importante del Giappone, da mezzanotte alle sette del mattino è aperto il piccolo ristorante dove le vite del clienti si intrecciano indissolubilmente coi piatti che il cuoco e proprietario prepara loro.

Attraverso queste nuove trenta ricette entriamo nella vita, così come nello stomaco ma soprattutto nell’anima, di vecchi e nuovi personaggi che almeno una volta nella vita si fermano una notte a mangiare nella Taverna.

E come dice Mayumi, personaggio ricorrente della serie di Yaro Abe, che apre questo quinto volume: “…Ma una vita senza la Taverna sarebbe di una noia mortale!”

Buon appetito e buona lettura!

“La camera azzurra” di Georges Simenon

(Adelphi, 1963/2008)

Tony Falcone è figlio di un immigrato italiano stabilitosi in Francia per trovare una vita migliore. Cresciuto assieme al fratello minore e senza la madre morta poco dopo l’arrivo oltralpe, Tony ha imparato a lavorare sodo fin da bambino, soprattutto per superare tutti i pregiudizi che la sua “identità” di figlio di immigrati comportavano.

Anche quando si è trattato di metter su famiglia, Tony ha scelto Gisèle, una donna solida e pragmatica come lui, e come lui grande lavoratrice. Anche con la loro unica figlia, Marianne, Giséle è sempre stata una madre presente e amorevole, accettando inoltre con silenzio e rassegnazione i suoi discreti e saltuari flirt, anche perché la solidità della sua famiglia gli ha consentito di avviare una piccola attività di vendita e assistenza di macchine agricole, che lo porta a girare nella regione per buona parte della settimana.

Ma una sera, tornado a casa, sulla sua strada Tony incappa di Andrée Despierre, sua vecchia compagna di scuola, figlia di una aristocratica famiglia del posto decaduta, che ha sposato Nicolas Despierre, anche lui ex compagno di scuola, la cui madre oltre ha possedere la drogheria più importante della zona, è proprietaria di buona parte della regione. Se dall’infanzia Tony ha sempre considerato Andrée una figura altera, distaccata e soprattutto irraggiungibile – nella sua testa sempre paragonata a una statua – quella sera l’uomo realizza che invece la donna è stata sempre innamorata e attratta da lui. Inizia così una relazione estremamente fisica e clandestina, che dopo i primi incontri in luoghi occasionali, si consuma sempre in una stanza dell’albergo che il fratello di Tony gestisce in una delle località vicine, e che riserva loro sempre la stessa camera. Ed è proprio lì, nella camera azzurra, che inizia la scesa agli inferi di un uomo così solido e concreto, ma che fra quelle quattro mura per la prima volta in vita sua diventa passivo, remissivo e forse anche un pò vigliacco…

Scritto dal maestro Simenon nel 1963, questo “La camera azzurra” è forse uno dei suoi romanzi più carnali e viscerali. La caduta di Tony Falcone, che ha sempre basato la sua esistenza sulla lucidità del suo cervello e la forza delle sue braccia, avviene per colpa delle sue viscere, così vicine e legate ai suoi genitali, ma che inaspettatamente sono tanto lontane dalla sua mente. Non a caso il romanzo si apre con la descrizione del sesso di Andrée appena terminato un amplesso, con Tony che lo osserva fiero e soddisfatto.

Ancora un grande e doloroso viaggio nell’animo – …e nel ventre – di un uomo apparentemente tanto comune, firmato dell’inarrivabile maestro belga.  

“Scritto col sangue” di Andrew Garve

(Mondadori, 1961)

Peter Rennie è un giornalista d’inchiesta e lavora per il quotidiano britannico “Post”, che lo manda a Jersey, una delle isole sul canale della Manica, ad intervistare un ex “pesce grosso” della finanza ormai in pensione, visto che ha da poco pubblicato un libro di memorie con alcuni caustici giudizi su altri pesci grossi al momento ancora in azione.

La trasferta capita proprio durante i giorni di Pasqua e così Rennie passa alcuni giorni in vacanza sull’isola dove incontra casualmente l’avvenente e assai intrigante Mary Smith. Fra i due nasce una tenera amicizia ma, la mattina dell’ultimo giorno che avrebbero dovuto passare insieme, la ragazza sparisce senza lasciare traccia e soprattutto una spiegazione.

Rennie, mesto e sconsolato, torna a casa ma la sua natura di segugio gli impone di rintracciare Mary e soprattutto di capire il perché di un gesto tanto definitivo e apparentemente così immotivato. Grazie al suo lavoro e agli archivi del “Post” Rennie riesce, non senza difficoltà e dopo non poche settimane, a rintracciare Mary che gli confessa il motivo della sua fuga: suo padre è Francis Noel Smith, noto a in tutti con lo pseudonimo di John Galloway, fra i più famosi scrittori del Paese. Basta questo per far comprendere tutto a Peter. Infatti Galloway/Smith è in prigione dove deve scontare un ergastolo per aver ucciso Robert Shaw, un anonimo bibliotecario con la passione della scrittura.

Il processo appena conclusosi ha stabilito che Galloway, dopo aver copiato il libro che Shaw gli aveva sottoposto, lo ha pubblicato come se fosse suo, per poi ucciderlo durante un alterco. Rennie, dopo aver studiato gli atti processuali, non può che concordare con la condanna finale, ma lo sguardo fiero di Mary, che tenta in ogni modo di convincerlo dell’innocenza del padre, lo porta a fare delle nuove e personali indagini…

Sfiziosissimo giallo nella grande tradizione britannica, ambientato nel mondo del giornalismo e dell’editoria. L’inglese Paul Winterton (1908-2001) nella sua lunga e prolifica carriera di scrittore, oltre a Andrew Garve, usò gli pseudonimi di Roger Bax e Paul Somers. Autore di numerosi gialli, molto famosi soprattutto in Gran Bretagna, Winterton ambienta questo suo piacevole thriller in un mondo che conosce molto bene: quello dell’editoria dove le invidie, i plagi e gli “sgambetti” sono all’ordine del giorno.

Godibile davvero fino all’ultima pagina.

Purtroppo questo “Scritto col sangue” il cui titolo originale è “The Galloway Case” – pubblicato per la prima volta nel 1958 – è fuori catalogo da decenni e praticamente introvabile nel nostro Paese se non nel mondo del vecchio usato.

“Lo sbarbato” di Umberto Simonetta

(Baldini & Castoldi – La Nave di Teseo, 2021)

Pubblicato per la prima volta nel 1967 questo “Lo sbarbato” rappresenta l’esordio letterario di Umberto Simonetta (1926-1998) tra le figure più rilevanti della nostra cultura del secondo Novecento. Nato in Svizzera, dove il padre esule antifascista si era trasferito, Umberto Simonetta dopo la fine del conflitto mondiale diventa milanese d’adozione e approda nel mondo della rivista e, assieme a Guglielmo Zucconi, scrive numerose commedie per i divi dell’epoca come Gino Bramieri e Tino Scotti.

Inizia anche a collaborare con “I due Corsari”, il duo formato da Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, e proprio insieme a quest’ultimo nel 1960 scrive la canzone “La ballata del Cerutti” che racconta con sagacia e ironia le fortune e le sfortune di chi nasce e vive nell’immensa periferia milanese, allora in pieno e incontrollato sviluppo.        

Sette anni dopo Simonetta col suo “Lo sbarbato” torna a raccontare la fauna che popola i famigerati bar nella periferia meneghina, dove passano la maggior parte delle loro giornate gli appartenenti al sottobosco della piccola criminalità cittadina.

Ma i tempi sono cambiati e all’orizzonte si staglia quel famigerato ’68 – anno che lo stesso Simonetta prenderà deliziosamente in giro in alcune delle sue commedie più caustiche – che porterà con sé oltre a giusti e intramontabili ideali – la stragrande maggior parte dei quali però rimarrà solo nelle idee ma non nei fatti… – anche il lato più oscuro della violenza urbana.

Così assistiamo a circa un anno nell’esistenza del sedicenne Mario Mereghetti, figlio della ricca borghesia milanese che ha preso a frequentare uno dei classici bar di periferia. Nonostante suo padre sia un alto dirigente di una famosa fabbrica di automobili meneghina e lui frequenti uno dei licei più aristocratici della città, Mario non si sente a proprio agio nel suo ambiente.

Un pomeriggio a un biliardo, per caso, incappa in un diciannovenne dall’ottima stecca che tutti chiamano “Mangia” (che non a caso ricorda tanto quel Cerutti Gino de “La ballata del Cerutti”). Fra i due nasce una particolare amicizia e per Mario diventare complice del Mangia nei piccoli furti che questo compie per sopravvivere diventa vera e propria ragione di orgoglio. Lui certo non ha problemi economici, con tanto di cameriera fissa a casa, ma sogna lo stesso di comprarsi una Lambretta – forse la stessa che qualche anno prima ha tentato di rubare il Cerutti Gino… – che suo padre, il volitivo e “nostalgico” Ingegner Mereghetti, si guarda bene da regalargli.   

Ma se il Mangia, nonostante l’età, si rifà alla vecchia e casalinga tradizione della storica “mala” milanese, Mario invece vuole di più, e così riesce a rimediare oltre che un coltello a serramanico anche un “cannone”…

Amaro e bellissimo romanzo di formazione di un appartenente a quella generazione che qualche decennio dopo verrà battezzata “Boomer”. Ma soprattutto “Lo sbarbato” è un lucido, calzante e inquietante ritratto antesignano di quello che qualche anno dopo sarebbe potuto diventare un terrorista.   

Come con l’indimenticabile “I viaggiatori della sera”, anche ne “Lo sbarbato” Simonetta ci narra con tagliente e a volte feroce ironia i lati più spinosi e oscuri della nostra società.


“La scatola di bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

(Sperling & Kupfer, 2018)

Gwendy Peterson è una dodicenne solitaria, forse a causa del suo aspetto che lei stessa non considera così piacevole visto qualche chilo in più, cosa che porta alcuni suoi compagni di scuola a prenderla in giro chiamandola “Goodyear”.

Così l’estate del 1974, approfittando delle vacanze estive, decide di perdere un po’ di peso facendo attività fisica salendo ogni mattina la “Scala del Suicidio” che con i suoi oltre quattrocento scalini fissati su un dirupo arriva in cima a un monte che domina la valle di Castle Rock, cima sulla quale è stato allestito un parco pubblico. Una mattina Gwendy, ancora vittima del fiatone dovuto agli infiniti scalini appena saliti, viene chiamata da uno strano signora in un curioso vestito nero con tanto di cappello che, seduto sulla panchina che è a pochi passi dall’entrata del parco, le sorride.

L’uomo si presenta come Richard Farris e le promette che non intende farle alcun male, anzi, ha per lei un regalo. Gwendy gli si avvicina titubante e l’uomo le porge un’elegante scatola in legno ornata di bottoni colorati. Consegnandogliela Farris le rivela che ogni bottone, una volta premuto, ha il potere di materializzare i suoi pensieri, soprattutto quelli più nefasti. Solo due sono collegati ad altrettanti piccoli sportelli che, ogni volta che lei li premerà le doneranno uno un cioccolatino dalla graziosa forma di un animale e l’altro un antico dollaro d’argento dal valore che supera i settecento dollari. Naturalmente, le suggerisce Farris prima di sparire, meno persone sapranno della scatola e meno problemi ci saranno.     

Gwendy torna a casa col suo dono segreto dal quale inizia a prendere quasi quotidianamente un cioccolatino che le premette, incredibilmente, di moderarsi col cibo senza il minimo sacrifico. La vita così inizia improvvisamente a cambiare per il meglio a partire dai suoi genitori che erano sull’orlo del divorzio e invece si ritrovano innamorati più di prima. Ma anche a scuola le cose migliorano, i voti diventano stabilmente sempre più alti, così come il suo aspetto comincia a cambiare e i chili di troppo, senza fatica, scompaiono senza più tornare.

Senza sforzo Gwendy primeggia anche nello sport e iniziano anche i primi corteggiamenti. La voglia di verificare tutte le cose che Farris le ha detto a proposito la scatola diventa irresistibile e così un giorno decide di provare iniziando a studiare un posto nel mondo dove verificare la sua potenza…

Breve ma ficcante romanzo del Re scritto assieme a Richard Chizmar che ci porta, non solo nel Maine e nell’adolescenza – luogo e periodo della vita così cari al grande scrittore americano – ma nell’animo umano di chi, anche con le migliori intenzioni, deve fare i conti con la propria coscienza. Col suo stile diretto e implacabile il Re ci racconta una storia originale che ricorda lo storico episodio “The Box” della serie “Ai confini della realtà” del 1983, ampliandone la tematica. 

A questo sono seguiti “La piuma magica di Gwendy” a firma dello stesso Chizmar e “L’ulitma missione di Gwendy“ sempre scritto dalla coppia King/Chizmar.  

 

“Il paese senza cielo” di Giorgio Scerbanenco

(Alberti Editore, 2002)

Alla fine degli anni Trenta, Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi (il primo papà del Paperino italiano) commissionano al giovane Giorgio Scerbanenco un romanzo di fantascienza per ragazzi da pubblicare a puntate sulle riviste edite da Mondadori: “L’Audace”, “Topolino” e “Paperino”. Le illustrazioni verranno firmate dagli artisti Giuseppe Ingegnoli e Giovanni Scolari.

Nell’aprile del 1939 esce sulle tre testate la prima puntata de “Il Paese senza cielo” che di fatto inaugura la letteratura contemporanea italiana di fantascienza per ragazzi. Le ferree regole dell’editoria sotto il regime fascista esigono che i “malfatti” non possano consumarsi sul puro e giusto suolo italico, così come i “criminali” non possano essere figli della Lupa. 

Ci troviamo così nella Milano del 2002 dove il giovane Elio Aprile, poco più che un adolescente, suo malgrado viene coinvolto in una vicenda internazionale fatta di spie, delitti e pericoli mortali tutti però commessi all’estero e soprattutto negli Stati Uniti. Infatti il Grande Rapace, ultimo discendente dei nativi americani – che allora si chiamavano con poco rispetto “pellirosse” – grazie al genio scientifico del colonnello Glub ha popolato di oltre otto milioni di suoi cloni le enormi grotte e gallerie che si trovano nel sottosuolo a stelle e strisce.

Doma Everom, il nome del Paese senza cielo, è però tecnologicamente avanzato – soprattutto in campo bellico – e si sta preparando a invadere e conquistare la superficie. Il Presidente degli Stati Uniti, venuto a conoscenza dell’imminente pericolo, invia le sue truppe all’ingresso della caverna che conduce a Doma Everom per capovolgere la situazione. Siamo così sull’orlo dello scoppio di una guerra sanguinaria che travolgerà milioni di vite umane, ma che Elio e il suo manipolo di amici potrebbero evitare…

Godibilissimo romanzo di fantascienza che ci racconta, molto più efficacemente di molti saggi e cronache dell’epoca, come era la nostra società in quegli anni, mentre camminava spavalda verso l’abisso. Se suscitano ilarità mista anche a una certa tristezza le ingenuità legate ai riferimenti di una presunta supremazia scientifica (nel libro infatti tutte le più grandi innovazioni tecniche che hanno fatto progredire il pianeta sono state firmate soprattutto da studiosi italiani) sociale (la moda più comune fra gli uomini più “in gamba” è quella di portare la testa completamente rasata…) e morale del nostro Paese rispetto a tutti gli altri, sono invece ancora assai affascinanti le invenzioni che dominano il quotidiano nel presunto 2002 immaginato da Scerbanenco, molte delle quali poi si concretizzeranno davvero. In ogni casa c’è un macchinario molto simile al nostro televisore, così come esistono autoradio – nel senso di veicoli che si muovono grazie a onde radio – o dischi “video” che è possibile visionare a proprio piacimento la sera in salotto.

Ma in ogni pagina Scerbanenco ci parla anche, con ansia e angoscia, della catastrofe sempre più imminente che si staglia all’orizzonte, e soprattutto lo scrittore ci grida che è una catastrofe evitabile e lo fa alla generazione più giovane, la stessa che pagherà il prezzo più alto del conflitto, come poi tragicamente accade sempre.

Per comprendere al meglio quali furono gli spunti ai quali attinse Scerbanenco per scrivere il romanzo basta ripercorrere brevemente la storia della prima parte della sua esistenza. Nato a Kiev nel 1911, ancora bambino, dovette abbandonare l’Ucraina per le conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avanzata delle truppe nel suo Paese, cosa che lo rese orfano di padre e lo portò a trasferirsi con la madre e senza mezzi di sostentamento a Milano, dove alla fine italianizzò il suo cognome.

Al di là dei tragici corsi e – nonché attualissimi e sanguinari – ricorsi storici, è facile intuire che il Paese senza cielo si rifà non troppo velatamente all’Unione Sovietica e al suo comunismo dove tutti dovevano essere implacabilmente e negativamente “uguali”. Ma a rileggerlo oggi, nonostante i “dovuti” ammiccamenti al regime fascista, Scerbanenco considera anche l’allora Regno d’Italia un Paese senza cielo, che per l’ottusità e l’arrogante scelleratezza del suo dittatore sta per precipitare nel baratro di un conflitto planetario.        

“La Patria che ci è data” a cura di Umberto Simonetta

(Bompiani, 1974)

Nel 1974 Umberto Simonetta (1926-1998), uno dei nostri più rilevanti umoristi nonché scrittore – autore dell’ottimo “I viaggiatori della sera” – drammaturgo, paroliere nonché giornalista, raccoglie e pubblica alcuni dei più graffianti testi comici contemporanei del cabaret italiano.

Nella prefazione lo stesso Simonetta fa il punto sulla – allora – “breve” storia del nostro cabaret che ormai da tempo si discosta da quel teatro di rivista e avanspettacolo che fino a poco tempo prima faceva da padrone nel comico nostrano.

Naturalmente il “puro” cabaret italiano nasce a Milano agli inizi degli anni Sessanta in locali come il “Derby Club” e successivamente nel “Nebbia Club”. Nel 1965 il cabaret approda anche a Roma grazie a Maurizio Costanzo che apre il “Cab 37” in via della Vite. A recitare sui palchi arriva una nuova generazione che sempre più spesso non è mai stata sulle tavole storiche del teatro leggero italiano. Oltre che quella di attori si forma una nuova generazione di autori – molti dei quali fanno parte di entrambe le categorie – che a metà del decennio successivo Simonetta riunisce in questo volume.

Sono, in ordine di pubblicazione: Silvano Ambrogi, Felice Andreasi, Sandro Bajini, Roberto Brivio, Mario Castellacci e Pierfrancesco Pingitore, lo stesso Maurizio Costanzo, Giorgio Gaber, Roberto Mazzucco, Maurizio Micheli, Franco Nebbia, Enzo Robutti, Nanni Svampa, Enrico Vaime, Walter Valdi, Paolo Villaggio e Saverio Vollaro.

L’anno di pubblicazione di questo volume la dice lunga sulla lungimiranza di Simonetta, visto che di lì a breve verranno liberalizzate le frequenze televisive e nasceranno le cosiddette tv private che nel corso degli anni porteranno il cabaret e i suoi interpreti dagli scantinati dei piccoli locali direttamente nelle case di tutto il Paese. Cosa che farà, naturalmente, anche il cinema con un nome su tutti: Paolo Villaggio.

E’ innegabile che molti sketch contenuti nel libro risentano dei decenni passati, visto soprattutto in relazione a come e quanto è cambiata la nostra società, come per esempio quelli firmati da Castellacci e Pingitore molto più vicini alle semplici parodie e alle facili allusioni sessuali tipiche del “vecchio” avanspettacolo che a quello verso cui punterà negli anni successivi il vero cabaret italiano.

Immortali rimangono invece alcuni i cui autori, non a caso, restano scolpiti nella nostra cultura come Giorgio Gaber o Paolo Villaggio. Ancora divertenti e graffianti gli scritti di Maurizio Micheli, Felice Andreasi, Enrico Vaime e Saverio Vollaro.

Al di là del piacere di ridere, questo libro è davvero un importante documento storico della nostra cultura e soprattutto della nostra società.

Per la chicca: il titolo di questa antologia prende spunto da una battuta dello sketch “Sdegno de frate Jacopone sopra li scandoli” di Saverio Vollaro, contenuto nel libro.

“Totò” di Franca Faldini e Goffredo Fofi

(Tullio Pironti Editore, 1987)

La prima edizione di questo libro, dal titolo “Totò: l’uomo e la maschera”, è uscita nel 1977 in occasione del decimo anniversario della scomparsa del grande attore. Per il ventennale viene ampliato con articoli di grandi artisti italiani che con lo stesso Totò lavorarono.

Il volume si apre col racconto dei quindici anni passati assieme ad Antonio De Curtis di Franca Faldini, sua ultima compagna di vita. Fra i due c’erano circa 33 anni di differenza e soprattutto nessun vincolo legale tra loro, cosa che alla lunga, soprattutto quando la Faldini era rimasta incinta, scandalizzò l’opinione pubblica del Belpaese.

Così la coppia fu “costretta” a raccontare alla stampa che la loro unione era stata sancita all’estero, cosa – assolutamente non vera – che fece tornare nelle grazie della morale italica i due. Purtroppo il loro figlio Massenzio visse solo poche ore, senza lasciare al principe De Curtis un erede maschio, ma solo la tanto amata figlia femmina Liliana nata dal suo precedente matrimonio.

Ma la Faldini ci racconta soprattutto dell’anima di Totò, e di come “il principe della risata” riuscisse a convivere con “Totò”, figlio della strada e della fame atavica degli ultimi, solo grazie al quale poteva permettersi una vita assai agiata e di lusso.

Il libro prosegue con alcuni articoli a firma dello stesso Fofi incentrati sulla “riscoperta” dell’attore da parte delle nuove generazioni, articoli che oggi appaiono ormai alquanto datati. Ci sono poi alcuni scritti e ricordi dello stesso De Curtis sulla sua arte e sulla sua carriera, seguiti da testi delle sue macchiette e gag più famose, fra cui la nascita della frase: “Siamo uomini o caporali?”.

Infine, preziosissimi, sono presenti articoli a firma di grandi autori e registi italiani del Novecento dedicati al “principe della risata”. Le firme sono quelle, tanto per citarne alcune, di Age, Scarpelli, Mario Mattoli, Sergio Corbucci, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo, Cesare Zavattini o Pier Paolo Pasolini.

Fondamentali sono quelli di Dario Fo e Federico Fellini. Il primo descrive e commenta l’arte geniale di Totò, arte che ha segnato indelebilmente il nostro spettacolo in tutti i sensi, e lo fa nel 1977 quando solo i “giovani” iniziavano ad accorgersi di Totò. La critica ufficiale lo considerava ancora un semplice e banale giullare (cosa che la dice lunga sull’acume di alcuni nostri critici).

Il secondo ricorda invece gli incontri avuti dal grande regista riminese con Totò, il primo dei quali avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale quando Fellini era un semplice “vice” di un piccolissimo giornalino dedicato al mondo dello spettacolo. Proprio per quel piccolo foglio Fellini intervistò Totò – allora già famosissimo – che lo prese subito in simpatia e gli fece assistere gratis allo spettacolo. Molti anni dopo, quando ormai Fellini era stato universalmente riconosciuto quale maestro del cinema, i due si rincontrarono e Totò, ormai completamente cieco, lo salutò dicendogli “…ormai sei diventato un registone!”.

Non a caso, la premessa che la stessa Faldini fa all’inizio del suo racconto si chiude con la frase: “Antonio De Curtis, in arte Totò, era un uomo umano”.

Da leggere …a prescindere!

“Billy Summers” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Billy Summers non ha avuto certo una vita facile. Sua madre è passata da un uomo all’altro, portandoli tutti nella grande roulotte che era la loro casa, dove il piccolo Billy viveva con sua sorella minore. Poi un giorno, proprio uno dei “compagni” della madre, tornando nella roulotte ha segnato la sua vita, come quella di sua sorella e così anche quella della madre.

Da quel giorno la vita di Billy è diventata una lunga e inesorabile salita che lo ha portato ad arruolarsi, neanche maggiorenne, per partecipare alla guerra di “liberazione” che gli Stati Uniti facevano in Medio Oriente. E lì, tra le cose che ha imparato, oltre a vedere i propri amici morire o tornare a casa devastati nel fisico e nell’animo, Billy ha compreso come affinare la tecnica per uccidere le persone, soprattutto a distanza.

Congedatosi è diventato uno dei killer prezzolati più ricercati dalla criminalità americana e, grazie al suo talento di cecchino e alla sua pignoleria nel studiare i piani di fuga, superati abbondantemente i quaranta non ha sulla testa alcun mandato di cattura.

Uno dei suoi clienti più fidati gli propone un lavoro nella piccola cittadina di Red Bluff. Il compenso è astronomico tanto che permetterebbe a Billy di ritirarsi, ma l’obiettivo è in carcere e bisogna attendere forse lunghi mesi prima del suo trasferimento nella cittadina. Nel frattempo, come copertura, Billy dovrà fingere di essere uno scrittore…

Insolito romanzo del Re del terrore che questa volta ci racconta la storia di un uomo “costretto” dalla vita a diventare “cattivo”, e che casualmente scopre la scrittura che diventa inesorabilmente l’unico modo possibile per fare i conti col proprio passato e anche, naturalmente, col proprio futuro. Il Re così ci ricorda che, anche nella persona meno probabile della Terra la scrittura, sfiorata sia pure per scherzo, può accendere comunque il sacro “demone” della narrazione.

Anche questa volta non sono i mostri fantastici a essere i protagonisti, ma quelli in carne ossa che fin troppo spesso si nascondono dentro gli abiti di persone famose e facoltose. Per questo diventa godibile fino all’ultima sillaba anche il richiamo che il Re fa all’Overlook Hotel…

Chi segue il grande scrittore americano sa bene delle scintille social – e non solo – che si sono consumate fra lui e Donald Trump (soprattutto quando era presidente in carica) tanto che questo lo bloccò come suo follower, prima di essere bloccato a sua volta in tutti i social più noti del pianeta. E così nelle sue opere più recenti, come in questa, King non lesina frecciate o attacchi diretti all’ex presidente repubblicano.