“Quando soffia il vento” di Raymond Briggs

(Orient Express, 1984)

I coniugi Hilda e James Bloggs vivono in un piccolo cottage nella campagna inglese. I loro due figli Beryl e Ron, con le rispettive famiglie, risiedono da anni a Londra. I Bloggs hanno una vita molto semplice e spartana: James va tutti i giorni nel paese a pochi chilometri da casa a leggere il giornali in biblioteca e a fare quattro chiacchiere mentre fa la spesa.

Hilda, invece, pensa soprattutto alla casa e al piccolo giardino che la circonda. La loro tranquilla routine viene interrotta dalle drammatiche notizie che giungono da radio e carta stampata: la crisi internazionale è al collasso e si teme un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica.

Seguendo scrupolosamente i dettami dell’opuscolo governativo che ha trovato in paese James, con delle porte e dei cuscini, costruisce un piccolo rifugio antiatomico dentro casa, dove il Governo consiglia di passare almeno 14 giorni dopo l’attacco nucleare.

Ai due anziani non può non tornare in mente quando, circa quarant’anni prima, insieme affrontarono la Seconda Guerra Mondiale e i devastanti bombardamenti di Londra. Ma l’olocausto atomico, purtroppo, è ancora più terrificante…

Pubblicato per la prima volta nel 1982, questo romanzo grafico, è una delle opere antimilitariste più taglienti ed efficaci realizzate negli anni Ottanta. Raymond Briggs (1934-2022), per parlare di uno degli incubi planetari più oscuri della guerra fredda, prende spunto dalla storia dei suoi veri genitori ai quali poi dedicherà nel 1999 il bellissimo romanzo grafico “Ethel & Ernest” (da cui Roger Mainwood ha tratto il lungometraggio animato “Ethel & Ernest – Una storia vera“), che si conobbero nel 1928 e rimasero insieme fino al 1971, anno in cui entrambi scomparvero.

Per molti anni abbiamo vissuto ingenuamente convinti che il pericolo di un olocausto atomico fosse stato scongiurato per sempre alla fine degli anni Ottanta. Ma la storia ci sta sbattendo in faccia che, purtroppo, non è così.

Drammaticamente attuale.

“In caso di disgrazia” di George Simenon

(Adelphi, 2014)

L’avvocato Lucien Gobillot è uno dei più famosi di Parigi. E’ il penalista più noto del foro della capitale francese, e nel corso della sua lunga carriera non ha rinunciato a difendere anche rei moralmente ambigui.

Il suo studio – forse per questo – è uno dei più ambiti, e averlo dalla propria parte è una garanzia molto spesso di successo. Fra i suoi clienti ci sono nomi illustri e aziende internazionali, visto che il suo cognome è conosciuto anche all’estero.

Molto del suo successo Gobillot lo deve a sua moglie Viviane, fra le personalità più rilevanti dei salotti parigini. La donna era la giovane moglie di un altrettanto noto principe del foro, presso il quale lo stesso Gobillot iniziò la sua carriera.

Ma Viviane, con grande stupore dello stesso Gobillot, scelse lui e lasciò l’ansiano avvocato per il suo giovane e assai promettente assistente. Grazie a Viviane e alle sue pubbliche e private relazioni personali, lo studio del nuovo marito in poco tempo prese quota e il nome Gobillot divenne uno dei più citati e ricercati al Palazzo di Giustizia.

Ma la sera dello scorso 6 novembre Lucien Gobillot ha iniziato a scrivere un vero e proprio memoriale che inserisce in un fascicolo, in carta di Lione beige, esattamente uguale a quelli che redige per i suoi casi. Ciò che lo spinge a farlo è il timore, o forse la certezza, che quelle pagine possano diventare utili …in caso di disgrazia.

Circa un anno prima Gobillot ha conosciuto la ventenne Yvette, una giovane prostituta implicata nel furto di alcuni orologi in un negozio, e che proprio da lui è andata per essere difesa. L’avvocato, incuriosito dal carattere e dall’aspetto della giovane, l’ha fatta parlare e al momento delle garanzie per pagare la parcella la giovane, come se fosse la cosa più naturale, gli si è offerta sessualmente.

Gabillot ha declinato l’invito, ma ha lo stesso deciso di diventare il suo legale Pro Bono. Il caso, e soprattutto il difensore, hanno suscitato non poco l’interesse della stampa e degli addetti ai lavori. Solo dopo l’assoluzione Gobillot è diventato l’amante di Yvette.

Il rapporto con la sua ormai ex cliente, per l’avvocato è diventato sempre più possessivo e morboso, soprattutto da quando Yvette gli ha confessato di aver incontrato un giovane, tale Mazetti, intenzionato a sposarla. Per GobiIlot il nuovo amore rischia però di rallentare le frenetiche attività del suo studio, ma la stessa Viviane ne è a conoscenza e lo tollera purché il marito rispetti gli impegni ufficiali che lei programma. Ma…

Finito di scrivere nel 1955 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo “In caso di disgrazia” ci parla degli uomini che vogliono trattenere e stringere le donne ma che in realtà alla fine e nel profondo proprio non le comprendono. E forse per questo non riescono ad afferrarne la vera essenza.

Il maestro Simenon, che invece le capiva molto bene, tratteggia superbamente ancora una volta il ritratto di alcune donne indimenticabili e, in un modo o nell’altro, vittime loro malgrado dell’ottusità degli uomini. E non è solo quello della giovane e affamata di vita Yvette, ma anche quello indimenticabile di Viviane, donna matura e razionale.

Un altro viaggio intimo e carnale nel rapporto fra uomini troppi miopi e immaturi e donne troppo libere ed emancipate.

“Blankets” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2010)

Come sottolinea anche Zerocalcare: il fumetto non è un genere ma un vero e proprio linguaggio narrativo. Se nel resto del mondo questo concetto è ormai assodato e riconosciuto, solo nel nostro Paese sembra scontrarsi con una barriera di polverosi e ottusi pregiudizi.

Basta leggere però questo splendido romanzo grafico per abbandonare ogni indugio e considerare il fumetto alla pari del più classico dei romanzi.

Pubblicato per la prima volta nel 2003 questo “Blankets” di Craig Thompson (classe 1975) – che aveva debuttato con “Addio Chunky Rice” nel 1999 – ci racconta la storia autobiografica e poco semplice dell’adolescenza del suo autore. Nato nel Michigan, Thompson è cresciuto nella Contea di Marathon nel Wisconsin settentrionale, in una comunità prettamente agricola.

I suoi genitori appartenevano ai Cristiani Rinati, protestanti molto ortodossi, che fin da piccolo lo hanno cresciuto, assieme al fratello minore Phil, in maniera molto spartana e religiosa. Se fra le mura di casa Craig ha Phil come riferimento, fuori la vita è molto più dura, sia a scuola che in chiesa.

Ma durante una vacanza in un campo religioso Craig conosce Raina, una sua coetanea che vive a Marquette, nel Michigan. Fra i due nasce subito un’amicizia molto particolare che non naufraga alla fine della vacanza. Dopo mesi di telefonate e lettere, Raina lo invita per due settimane a casa sua approfittando delle vacanze invernali.

L’impatto con la famiglia di Raina sarà per Craig profondamente catartico, visto che per la sua educazione, soprattutto quella religiosa, il senso di colpa non lo ha mai abbandonato da quando ha memoria. E con dolore affronterà anche il distacco dai suoi genitori e dalla loro scelta di vita.

La presenza del freddo e della neve è una costante del libro, metafora geniale e profonda dell’adolescenza che è spesso uno dei momenti più “freddi” della nostra esistenza, in cui cerchiamo più di ogni altra cosa la coperta – che in inglese si dice appunto blanket – più adatta a noi per tenerci al caldo.

Bellissimo romanzo – grafico – di formazione che ci parla direttamente al cuore con dei disegni e delle atmosfere struggenti ed emozionanti. Non è un caso quindi che “Blankets” abbia fatto incetta dei premi americani più prestigiosi per autori di fumetti come gli Eisner Awards, gli Harvey Awards e gli Ignatz Awards, premi che hanno consacrato giustamente Thompson come autore di spicco del romanzo grafico contemporaneo.

Da leggere.

“Pigiama computer biscotti” di Alberto Madrigal

(Bao Edizioni, 2019)

E’ semplice conciliare la propria vena artistica e creativa con la vita quotidiana centrata sulla famiglia e col lavoro fatto solo per sbarcare il lunario? …Assolutamente no, ma non è impossibile e quando ci si riesce è bellissimo, ci risponde Alberto Madrigal con questo delizioso graphic novel.

Madrigal ci racconta la storia della sua vita personale da quando, insieme alla sua compagna, ha deciso di diventare genitore. E con acquarelli in bianco e nero, davvero molto belli e d’atmosfera, l’artista ci parla di come una cosa così grande come un figlio può mettere in crisi il rapporto che abbiamo con la nostra creatività.

Per fare i genitori bisogna essere onesti e sinceri col proprio figlio, e così anche per realizzare un’opera d’arte bisogna essere onesti e sinceri con se stessi. Un ruolo fondamentale ce l’ha, ovviamente, la persona con cui si decide di iniziare un viaggio così importante e che non finirà più. Anche gli amici possiedono un’influenza rilevante e fra quelli di Madrigal spicca Michele Reich – al secolo Zerocalcare – col quale lui ha collaborato per le copertine e i toni di grigio di libri come “Macerie prime” o “No Sleep Till Shengal“.

Naturalmente il processo creativo ognuno lo deve trovare dentro se stesso, come ci ricorda anche il Re Stephen King nel suo fondamentale “On Writing – Autobiografia di un mestiere“, che anche Madrigal cita in questo tomo. E ci si riesce, repetita iuvant, soprattutto quando si è onesti con se stessi e con le proprie emozioni.

Godibile conforto e spunto di riflessione per chi ama creare usando una matita, una penna o un computer.

“Casa d’altri e altri racconti” di Silvio D’Arzo

(Einaudi, 2007)

Ezio Comparoni nacque a Reggio Emilia il 6 febbraio del 1920. Sua madre, Rosalinda Comparoni, nonostante le difficoltà materiali e morali che in quel contesto storico comportava crescere un figlio da sola, riuscì a farlo laureare in Lettere presso l’Università di Bologna a soli ventuno anni.

Ma già adolescente il piccolo Ezio aveva iniziato a scrivere racconti e storie legate soprattutto alle tradizioni e alla cultura della sua terra. Non a caso discuterà la tesi di glottologia sui dialetti di Montericco e di Albinea, comuni compresi nella provincia di Reggio Emilia.

Già dalle prime pubblicazioni Comparoni predilige usare vari pseudonimi ed è con quello di Silvio D’Arzo che viene pubblicata la sua opera più famosa: il racconto “Casa d’altri”, che uscirà però postumo nel 1953, visto che il suo autore verrà stroncato dalla leucemia nel gennaio del 1952 a soli 32 anni.

“Casa d’altri” ci racconta in maniera struggente l’ultimo periodo di sacerdozio di un anziano prete di montagna, che da giovane veniva chiamato “Doctor Ironicus” per la sua sottile intelligenza, ma che col passare del tempo è divenuto un “Prete da sagre”, abituato a vivere fra rocce e case diroccate dove la vita è molto dura e povera. Un giorno l’anziano prete scorge una “vecchia” che sola lava i panni nel ruscello ai piedi del paese.

Preso da una inspiegabile curiosità il prelato chiede informazioni e viene a sapere che l’anziana, che si chiama Zelinda, ha circa sessant’anni e vive da sola in un rudere nei dintorni. Ogni giorno macina a piedi svariati chilometri per lavare a pagamento i panni e poi torna a casa. L’unica compagna che ha nella vita è una vecchia capra che si porta appresso legata con una corda.

L’uomo poco dopo, inaspettatamente, viene avvicinato da Zelinda che, non senza difficoltà, gli pone una domanda cruciale e al tempo stesso ingenua alla quale il prelato però, per la prima volta nella sua vita, non ha il coraggio di rispondere. “Un’assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo”, la definisce lo stesso protagonista, ma in realtà una delle vette più alte della letteratura del nostro Novecento.

Gli altri racconti contenuti nel volume sono: “Alla giornata”, “Una fasciatura ben fatta”, “L’aria della sera”, il bellissimo “Elegia alla signora Nodier”, il malinconico “Due vecchi” e “Un minuto così”, oltre alla prefazione a “Nostro lunedì” in cui Comparoni dichiara i suoi principi di scrittore e lettore.

Quasi tutti i racconti sono permeati e intrisi della tragedia della guerra, alla quale lo stesso autore prese parte e in qualità di ufficiale ebbe anche un ruolo di rilievo. Finì poi prigioniero in un campo inglese alla falde dell’Himalaya dal quale tornò, come tutti, profondamente turbato e cambiato. E i suoi sono i racconti di una generazione spezzata dal conflitto mondiale per la quale nulla sarà mai più come prima.

Comparoni per vivere insegnava lettere nelle scuole superiori reggiane e contemporaneamente aveva molti contatti stretti con altri scrittori, editori e critici anche se molti dei quali li considerava “Sottufficiali della cultura anche loro”.

“Niente al mondo è più bello che scrivere. Anche male. Anche in modo da far ridere la gente. L’unica cosa che so è forse questa” scrive nella prefazione a “Nostro lunedì”. Il poeta Attilio Bertolucci, padre del regista Bernardo, scrisse di Comparoni: “La sua figura dolce e fiera, sognatrice e temeraria è rimasta a turbare la coscienza di quanti credono in una letteratura non effimera”.

Nel 1954 Giorgio Bassani scrive l’adattamento del racconto “Casa d’altri” che Alessandro Blasetti dirige inserendolo nel film “Tempi nostri – Zibaldone n.2”. La potenza narrativa rimane fedele a quella del racconto di Comparoni, ma per ovvie ragioni politiche e sociali legate al periodo irrequieto della nostra Repubblica in cui il film approda nelle sale, Bassani e Blasetti ne cambiano leggermente il finale.

Da leggere, assolutamente.

“Ho servito il re d’Inghilterra” di Bohumil Hrabal

(Edizioni e/o, 2017)

Pubblicato per la prima volta nel 1971, questo romanzo è arrivato nelle nostre librerie solo nel 1986, riscuotendo poi un notevole successo. Il suo autore Bohumil Hrabal (1914-1997) nacque a Brno in Moravia, nell’attuale Repubblica Ceca, e iniziò a scrivere già dagli anni Trenta, soprattutto poesie, e solo agli inizi degli anni Sessanta esordì come romanziere.

Nella Cecoslovacchia del primo e del secondo dopoguerra Hrabal fece numerosi mestieri fra cui il magazziniere, il birraio, l’assicuratore e il capo stazione. Questo ampio ventaglio di esperienze quotidiane influì in maniera determinante nelle sue opere. Il suo romanzo “Treni strettamente sorvegliati” del 1965, ambientato nella Seconda Guerra Mondiale e il cui protagonista è un giovane vice capo stazione, viene accolto anche all’estero con notevole entusiasmo e diventa un film che nel 1967 vince l’Oscar come migliore pellicola straniera. Il suo successivo romanzo “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare” diventa il film pluripremiato “Allodole sul filo” diretto da Jirí Menzel nel 1969.

Nel 1971 Hrabal pubblica “Ho servito il re d’Inghilterra” che però ha una distribuzione clandestina vista la feroce censura del regime comunista che lo considera, giustamente, una tagliente critica alla società cecoslovacca contemporanea.

Jan Dite è un giovane e minuto apprendista cameriere che inizia a lavorare presso il ristorante dell’hotel Alla Città d’Oro di Praga. Il suo ruolo è del tutto marginale, ma Jan impara presto a conoscere e studiare l’umanità che passa ai tavoli che serve.

Col passare del tempo il giovane diventa sempre più bravo e scaltro, e viene assunto presso l’hotel La Quiete, un albergo più esclusivo. A fargli da mentore saranno i capo camerieri che lo dirigeranno fra cui Zdenek e il signor Skrivànek il cui blasone è rappresentato dal fatto di avere servito una volta, personalmente, il re d’Inghilterra. Il destino e la sua bravura offriranno anche a Jan un blasone altrettanto prestigioso.

Ma la storia del suo Paese influirà direttamente sulla sua vita e sulle sue aspirazioni, soprattutto con l’occupazione da parte delle truppe del III Reich della Cecoslovacchia. Jan, che frequenta Elizabetha, una maestra di ginnastica tedesca, viene cacciato dall’albergo come infame collaborazionista. Il matrimonio con la giovane “ariana” e un attento esame medico, però, lo portano a diventare un cittadino tedesco a tutti gli effetti. Il suo sogno di possedere e dirigere un albergo tutto suo diventa sempre più vicino, ma lo scoppio della guerra cambierà tutto.

A conflitto terminato a salvare Jan dalla feroce epurazione c’è Zdenek che nel frattempo è diventato un alto membro del Partito Comunista cecoslovacco. Ma le desolazione e le disparità del regime comunista non sembrano essere così lontane da quelle precedenti lo scoppio del conflitto…

Romanzo carnale e decadente che ci racconta in maniera cruda e al tempo stesso barocca una parte della società mitteleuropea che così tanta responsabilità ebbe nell’escalation che portò al secondo conflitto planetario. Ma Bohumil Hrabal ci racconta che alla tragedia della guerra ne seguì un’altra, meno sanguinaria e catastrofica forse, ma certamente profonda e incisiva soprattutto nella vita e nella cultura del suo Paese come il regime totalitario comunista.

Nel 2007, sempre il regista Jirí Menzel, realizza l’adattamento cinematografico.

“Tugèin” di Bruno Bozzetto e Grégory Panaccione

(ReNoir, 2022)

Il grande Bruno Bozzetto torna a pubblicare un fumetto, ma stavolta ne scrive solo i testi, a disegnarlo è Grégory Panaccione. Ma la magia del maestro visionario milanese è sempre la stessa.

Questo volume in realtà è stato pubblicato in Francia nel 2020 e solo a novembre scorso è approdato anche nel nostro Paese. Così, in piena pandemia, quando tutto il mondo era stravolto dal Covid-19 col terrore di essere spazzato via anche da uno solo starnuto, Bozzetto ci racconta la storia di un piccolo essere antropomorfo che cerca disperatamente la sua Tugéin.

Come sempre, però, gli esseri umani ne vogliono approfittare con la scusa del bene superiore, tentando così di celare il loro mero interesse personale. Ma essere piccoli non vuol dire per forza essere stupidi o sprovveduti…

Nel libro c’è un delizioso omaggio all’attrice Maureen O’Sullivan, che nella realtà è stata anche la mamma di Mia Farrow e con lei ha recitato in “Hannah e le sue sorelle” di Woody Allen, proprio nel ruolo di sua madre.

Con atmosfere deliziosamente alla Bozzetto, assistiamo alla storia di un essere tanto piccolo – ma che negli ultimi tempi diventato tanto importante… – che cerca suo malgrado una cosa sola nella vita, che è poi quella che cerchiamo tutti: l’amore.

Da leggere, come tutte le opere del grande Bruno Bozzetto.

“Sanpei il ragazzo pescatore 1” di Takao Yaguchi

(Star Comics, 2002)

Takao Yaguchi (1939-2020) per oltre dieci anni ha lavorato in una banca, ma a trent’anni ha deciso di seguire la sua grande passione e si è trasferito a Tokyo per fare il fumettista. Nel 1973 inizia la pubblicazione del suo fumetto più famoso, soprattutto fuori dal Giappone: “Sanpei il ragazzo pescatore”. Le avventure del giovane pescatore diventano anche una famosa e fortunata serie d’animazione che conquista i telespettatori di tutto il mondo. Nel 1983 Yaguchi decide di terminare il fumetto con la morte del nonno, suo vero mentore e maestro di pesca.

L’autore, nonostante il successo di altri suoi manga, per lunghi anni ha avuto infinite richieste per tornare a firmare avventure inedite del suo personaggio più noto. Solo alle soglie del nuovo millennio, a diciott’anni dall’ultimo numero uscito, Yaguchi accetta finalmente la sfida. Lo stesso autore, nella post fazione di questo volume, ci parla dei suoi grandi dubbi legati al raccontare dopo tanto tempo la storia di un ragazzo che inevitabilmente è cresciuto, così come è cambiato il Giappone dal 1983 al 2001.

Come punto di riferimento Yaguchi decide di ambientare la nuova storia fra i monti, fiumi e corsi d’acqua dove è cresciuto e cioè alle terme del fiume Tama nei pressi della località di Akita. Così fra le mani di Sanpei capita un volantino con una il titolo: “Per favore trovate il kunimasu!”. Il kunimasu è un pesce della famiglia dei salmonidi che prosperava nel lago Tazawa, in più profondo del Giappone, che si trova ad Akita.

Negli anni Trenta, per favorire l’urbanizzazione dell’intera regione venne costruita un’imponente centrale elettrica che iniziò a scaricare le acque proprio nel lago. Quelle acque cambiarono rapidamente l’acidità del lago e fecero estinguere in breve tempo il kunimasu. Col passare dei decenni il Governo ha finalmente compreso l’importanza della salvaguardia della Natura e dell’ecosistema e così ha fatto costruire un depuratore per le acque di scarico della centrale che ora sono tornare normali e stanno normalizzando anche quelle del lago.

Ma, ormai, del kunimasu non ci sono più tracce. Così i responsabili degli enti locali della regione hanno creato la commissione e indetto un premio di 5.000.000 di yen per chi provasse che il pesce tipico del lago non si sia veramente estinto.

Ma naturalmente per Sanpei i soldi non sono importanti, la cosa fondamentale è la pesca, le sue sfide e soprattutto i preziosi insegnamenti del nonno…

Piacevolissimo volume che proietta l’arte dei manga nel nuovo millennio. Un’arte che come Sanpei dimostra di essere sempre attuale e di non invecchiare mai, e che è stata fra le prima a ricordare a tutti, già a partire dagli anni Settanta in cui il Giappone viveva un incredibile boom economico, l’importanza dell’ecologia e del rispetto della Natura.

Per tutti gli appassionati di cultura giapponese e non solo della pesca.

“No Sleep Till Shengal” di Zerocalcare

(BAO Edizioni, 2022)

Dopo sei anni Zerocalcare torna in Iraq, ma non a Kobane – come ci ha raccontato nel suo indimenticabile “Kobane Calling”- nella confederazione democratica del Rojava, ma più a ovest verso il confine con la Siria e precisamente a Shengal, ai confini della regione del Kurdistan iracheno.

La località di Shengal – in arabo Sinjar o Shingal – è abitata dagli Ezidi – Yazidi in arabo – molti dei quali sopravvissuti al massacro compiuto contro di loro dalle forze dell’Isis nel 2014. Gli unici che li hanno soccorsi e protetti, la maggior parte erano donne e bambini, sono stati le miliziane e i miliziani curdi.

Dopo aver conosciuto l’esperienza di autogoverno del Rojava, con la parità di genere, la convivenza tra tutti i popoli e la ricerca della democrazia in mezzo alle atrocità e alla barbarie, gli Ezidi hanno deciso di adottarlo anche nella loro Shengal.

Ma in un paese strategico e dilaniato dalle tragiche conseguenze di una guerra che in realtà non è mai finita, l’autonomia di Shengal è “scomoda” per troppi interessi. A partire da quelli della vicinissima Turchia che non tollera qualsiasi riferimento ai Curdi e alle loro tradizioni, ma anche a quelli del Governo centrale iracheno. E la confinante Siria ancora non si è palesemente espressa.

Fra la primavera e l’estate del 2021 Zerocalcare si è recato, non senza difficoltà, a Shengal semplicemente per raccontare attraverso il suo libro la situazione di alcune delle persone che qualche anno fa hanno difeso, anche con la loro vita, il mondo dall’Isis, ma che oggi si ritrovano quasi isolate.

Eppure nel nostro Paese, durante l’avanzata delle truppe dell’Isis, tutti i grandi media esaltavano le donne e gli uomini che si sacrificavano per fermarla, tanto che alle combattenti curde venne dedicata anche una linea di abbigliamento …ma oggi?

Con “No sleep till Shengal” Zerocalcare – con i toni di grigio di Alberto Madrigal – ci racconta la storia di donne e uomini che nonostante la loro storia straziante tentano di portare a termine una rivoluzione sociale e culturale che inciderebbe nel presente di tutto il resto del pianeta in maniera davvero impattante. Ma tutto il resto del pianeta, per un interesse diretto o indiretto, sembra proprio volutamente guardare da un’altra parte.

L’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Russia ha ulteriormente complicato la vita e i sogni delle donne e degli uomini di Shengal.

A volte anche un disegno è importante.

“Il male oscuro” di Giuseppe Berto

(Neri Pozza, 2016)

Pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1964 questo “Il male oscuro” è uno dei capisaldi della letteratura italiana, e non solo, del Novecento.

Giuseppe Berto (1914-1978) sulla scia del grande Italo Svevo e del suo contemporaneo Carlo Emilio Gadda, capovolge all’indietro la pupilla del narratore, raccontando così non più il mondo esterno ma quello interno all’essere umano.

Viviamo il racconto del protagonista che inizia proprio al capezzale del padre morente. Padre severo e ottuso, che così tanto gli ha influenzato l’esistenza. E che, anche una volta morto, continua a infettagli la vita. Fra le mille cure che il protagonista prova per il suo “oscuro” e inafferrabile male fisico che inesorabilmente gli toglie sempre più parti della vita quotidiana, c’è anche quella della psicoanalisi grazie alla quale scoprirà dolorosamente se stesso e i rapporti col mondo esterno…

Se l’evento di partenza richiama fin troppo chiaramente lo straordinario “La coscienza di Zeno“, il titolo è un richiamo esplicito a “La cognizione del dolore” di Gadda. E Berto alza l’asticella dei due grandi scrittori italiani, raccontando delle nevrosi e del “male di vivere” di un uomo cresciuto all’ombra di una generazione che, con la tragedia immane della Seconda Guerra Mondiale, ha sbagliato le scelte più importanti.

Ma non basta, sulle rovine ancora insanguinate la vecchia generazione è disposta, senza fare una piega, a voltare pagine e ideali lasciando coloro che ha cresciuto – vera carne da cannone del periodo storico – ancora più disorientati e soli. Il protagonista, che dopo aver indossato la camicia nera a fine conflitto diventata un convinto uomo di sinistra, è annichilito dal comportamento del padre – ex Carabiniere del Re – che senza ammettere alcuna colpa tenta spudoratamente di adeguarsi al nuovo Paese che, suo malgrado, anche lui ha contribuito a creare.

Berto ci racconta in maniera cruda e carnale la tragedia di un uomo e di una generazione ma, come forse solo il grande Svevo aveva fatto, lo fa con un sublime e irresistibile umorismo che, sottile e implacabile, illumina ogni pagina e ogni riga. D’altronde lo stesso autore afferma nell’appendice del libro: “…un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”.

Perché “Il male oscuro” è un romanzo molto autobiografico, in cui Berto ci racconta buona parte della sua esistenza, soprattutto la prima parte. Era figlio di un ex Carabiniere del Re che – come quello del romanzo – ha lasciato l’arma per aprire un negozio di cappelli. E molti altri sono i riferimenti alla vita reale dello scrittore, che a causa delle sue nevrosi per oltre dieci anni non riuscì più a scrivere. Lo fece poi pubblicando proprio questo splendido libro, nel cui frontespizio volle mettere tre citazioni: la prima da “La cognizione del dolore” di Gadda con la frase contenete “il male oscuro”. La seconda è presa da una lettera di Freud e la terza, splendidamente illuminante, dal “Prometeo incatenato” di Eschilo che dice: “Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”.

Un capolavoro.

Nel 1990 il maestro Mario Monicelli realizza “Il male oscuro“, l’adattamento cinematografico con Giancarlo Giannini nei panni del protagonista.