“Il Gatto con gli Stivali” di Kimio Yabuki

(Giappone, 1969)

Poco più di dieci anni dopo l’uscita nella sale giapponesi dello splendido “La leggenda del serpente bianco“, il primo anime nella storia del cinema, la Toei Animation realizza il suo quindicesimo lungometraggio.

Così come per il primo, ispirato ad un’antica leggenda cinese, anche per questo la società di produzione prende spunto da una fiaba fuori dalle tradizioni giapponesi, cosa che le consente di ampliare il mercato di distribuzione.

Viene scelta “Il gatto con gli stivali” del francese Charles Perrault, alla quale gli sceneggiatori Hisashi Inoue e Morihisa Yamamoto uniscono spunti ed elementi tipici dei romanzi immortali del maestro Alexandre Dumas. Al gatto protagonista viene dato il nome Pero – senza accento – proprio in onore del suo creatore.

Assistiamo all’imponente processo felino nel quale Pero viene condannato a morte dai suoi simili perché ha lasciato fuggire vivo e vegeto un topo. Ma Pero è così: ama la giustizia e la vita. Così, ascoltata la condanna alla pena capitale, saluta tutti col suo cappello e fugge via grazie alla sua scaltrezza e alla sua spada.

Sulle sue tracce vengono inviati tre maldestri gatti sicari, tra cui il più imbranato è Gattognan, che però non riescono mai a prenderlo. Intanto Pero s’imbatte casualmente nel povero e cortese Pierre, giovane contadino vittima dei suoi fratelli maggiori che gli hanno portato via tutto.

Grazie al suo ingegno Pero riesce a far incontrare Pierre con la bella principessa Rosa che, suo malgrado, è al centro delle attenzioni del perfido e malefico Re Lucifero. Ma Pero non si lascia intimidire dai suoi nefasti poteri magici…

Ottanta minuti di ottimo cinema d’animazione, con trovate e gag molto divertenti, conditi da musiche e canzoni scritte apposta per il film. Il successo è planetario tanto da portare la stessa Toei Animation ad adottare Pero come mascotte usando il suo ritratto stilizzato nel proprio logo, e ha mettere in cantiere vari sequel.

Al di là del fatto che questa pellicola è una delle più care della mia infanzia, anche perché veniva trasmessa a ripetizione da un’emittente privata romana alla fine degli anni Settanta, possiede due rilevanti elementi in comune col grande cinema d’animazione che l’ha preceduta e con quello che la seguirà.

Infatti non è casuale il richiamo a “Puss in Boots”, uno dei primi cortometraggi realizzati da Walt Disney nel 1922. Inoltre nel cast tecnico, fra gli animatori, ci sono Hayao Miyazaki e Yasuo Ôtsuka. I due collaboreranno molto insieme, soprattutto nei decenni successivi in serie televisive come “Le avventure di Lupin III” e “Il fiuto di Sherlock Holmes” dirette dallo stesso Miyazaki.

Ma soprattutto Ôtsuka parteciperà alla realizzazione di “Lupin III: Il castello di Cagliostro” primo lungometraggio animato diretto da Miyazaki, in cui alcune scene spettacolari si ispirano esplicitamente a quelle animate dai due dieci anni prima ne “Il gatto con gli stivali”, relative all’inseguimento di Rosa e Pierre da parte di Lucifero sulla torre del suo oscuro castello. Anche la scena finale ricorda molto quella conclusiva de “La ricompensa del gatto“.

Un lungometraggio d’animazione davvero particolare, che in Italia venne presentato all’apertura del Salone Internazionale dei Comics di Lucca del 1969.

“Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2010)

Come molte altre opere realizzate dallo Studio Ghibli, questa nasce da una delle letture giovanili del maestro Hayao Miyazaki, e si ispira al romanzo per ragazzi “The Borrowers”, scritto dall’inglese Mary Norton nel 1952.

La giovane prendinprestito Arrietty compie quattordici anni e finalmente potrà andare “a caccia” di oggetti utili con suo padre Pod. Perché i prendinprestito sono una particolare specie di gnomi – alti pochi centrimetri – che vivono nei pressi delle case degli esseri umani dai quali rubano piccoli oggetti “dimenticati”, che poi usano e riadattano in relazione alle loro “piccole” esigenze.

Arrietty è nata e cresciuta sola con il padre e la madre, che le raccontato spesso come una volta la villa di campagna che abitano ospitasse altre famiglie di prendinprestito che ora però, probabilmente a causa della curiosità e della crudeltà degli esseri umani, sono sparite.

Ma nella grande casa sotto la quale abita Arrietty con la sua famiglia, arriva il giovane Shò, un essere umano coetaneo della prendimprestito, che passa lì le settimane prima un importante intervento chirurgico al cuore.

Nonostante le differenze insormontabili, fra i due nascerà un sentimento che entrambi si porteranno dietro per il resto della loro esistenza.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi – regista poi di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega” e che sembra ormai l’erede del maestro Miyazaki – questo film ci parla della prima storia d’amore platonica e impossibile nella vita di due giovani, così diversi e così simili, così come siamo tutti noi.

Bellissimo.

 

Per la chicca: nel 1997 Peter Hewitt dirige “I rubacchiotti” con John Goodman, e ispirato allo stesso romanzo della Norton.

“Mary e il fiore della strega” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2017)

E’ arrivato – purtroppo per pochissimi giorni – nelle nostre sale “Mary e il fiore della strega”, lungometraggio giapponese nella grande tradizione della cinematografia più classica del maestro Hayao Miyazaki.

Il regista quarantenne Hiromasa Yonebayashi è infatti della scuola dello Studio Ghibili, e si ispira al romanzo “La piccola scopa” dell’inglese Mary Stewart per portarci in un mondo fantastico e allo stesso tempo in grave pericolo.

La piccola Mary detesta i suoi capelli rossi “pel di carota” e mentre i suoi genitori stanno terminando il trasloco, lei si è già trasferita nella grande magione rossa dove vive la sua anziana prozia Charlotte. Un pomeriggio, vagando per la foresta che circonda la grande casa della prozia…

102 minuti nel segno della fantasia più pura e incontenibile, proprio nel solco dello Studio Ghibli e del suo autore più famoso. Numerose, infatti, sono le citazioni e gli omaggi che Yonebayashi fa al suo maestro: da “Kiki consegne a domcilio” a “La città incantata”.

Davvero un piccolo gioiello d’animazione.

“La regina delle nevi” di Lev Atamanov

“La regina delle nevi” di Lev Atamanov

(URSS, 1957)

Questo mediometraggio è uno dei più fulgidi esempi di quello che è stato il grande cinema d’animazione dell’Unione Sovietica, dove i suoi artisti (nel bene e nel male, ovviamente) venivano stipendiati direttamente dallo Stato, indipendentemente dai risultato al botteghino. Così gli autori di cartoni animati non avevano problemi di tempo o di consegne, e potevano permettersi di realizzare un film secondo le proprie esigenze artistiche e non sotto quelle rigide del mercato.

La storia ci dice come è andata a finire, purtroppo ( …o fortunatamente) il mercato detta legge, comanda ed è implacabile. Tralasciando tutte le discussione socio-economiche sul crollo dell’URSS, sta di fatto che oggi sarebbe impensabile realizzare un film d’animazione così: senza scadenze ma solo seguendo il genio dei suoi autori (…sob!).

E allora godiamoci questo capolavoro indiscusso della cinematografia mondiale che vinse a Venezia il Leone d’Oro per l’animazione, e che si ispira fedelmente a uno dei capolavori del maestro danese Hans Christian Andersen.

Seguiamo così le vicissitudini della piccola Gerda disposta a tutto pur di ritrovare il suo amico del cuore Kai, rapito dalla perfida e glaciale regina delle nevi. Ogni avventura della piccola è un viaggio fantastico creato da artisti dell’animazione unici.

Per rendere l’idea di quanto questo capolavoro abbia influenzato il mondo dell’animazione basta ricordare che il maestro giapponese Hayao Miyazaki ha sempre affermato di aver iniziato a lavorare nell’ambito dei cartoni animati proprio dopo averlo visto in gioventù.

Nessuno si offenda, ma la bellezza di questa pellicola – che visivamente ancora oggi continua a essere fonte di ispirazione – annulla tutte le successive versioni cinematografiche della favola di Andersen.

“I sospiri del mio cuore” di Yoshifumi Kondō

(Giappone, 1995)

Questo struggente film diretto da Yoshifumi Kondō e scritto da Hayao Miyazaki, è ispirato al manga per ragazze “Sospiri del cuore” di Aoi Hiiragi. Prodotto e realizzato dallo Studio Ghibli, nasce da un’idea dello stesso Miyazaki.

Il maestro del cinema d’animazione giapponese è stato sempre attento al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, e la sua sensibilità si respira tutta in questa bellissima pellicola.

Shizuku è una stundetessa delle medie in vacanze per l’estate. La sua passione è la lettura e così si reca quasi ogni giorno nella biblioteca civica della città o in quella della sua scuola per prendere sempre nuovi libri in prestito.

Casualmente si accorge che un certo Seiji Amasawa ha preso prima tutti i libri che lei chiede in prestito. Intanto, una mattina incontra casualmente un gatto che la porta in un particolarissmo negozio di antiquariato dove è esposta, tra le altre cose originali, una statuetta rappresentante un gatto antropomorfo che si chiama Baron. La strana magia che ruota intorno al gatto cambierà la sua esistenza facendole decidere di diventare scrittrice e permettendole di incontrare il nipote dell’antiquario…

Stupenda pellicola di formazione su un’età così particolare. Da ricordare anche la canzone “Take Me Home, Country Road” di John Denver che la stessa Shizuku tenta più volte di tradurre e adattare in giapponese.

Nel 2002 viene realizzato sempre dallo Studio Ghibli lo spin-off “La ricompensa del gatto” ispirato al gatto Baron di questo film.

“La città incantata” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2001)

Questo stupendo lungometraggio ha, fra gli altri, il merito di aver fatto conoscere al mondo interno il genio del maestro Hayao Miyazaki.

La vicenda della piccola Chihiro che, a causa della sventatezza dei suoi genitori, deve crescere in pochissimo tempo, è una delle storie di formazione più belle mai apparse sul grande schermo.

Il maestro Miyazaki – che firma anche la sceneggiatura ispirandosi al romanzo per ragazzi “Il meraviglioso paese oltre la nebbia” della scrittrice Sachiko Kashiwaba pubblicato la prima volte nel 1987 – ci porta nel suo regno fantastico (forse il più affascinante da lui creato) che ha le sue regole ferree alle quali nessuno, neanche la potente strega Yubaba, può alla fine sottrarsi. Soltanto il grande cuore di Chihiro e la sua umiltà – due qualità giustamente molto apprezzate nel Paese del Sol Levante – potranno sconfiggere i terribili sortilegi…

Senza doverci persare troppo trovo sempre un ottimo motivo per rivedere un film del genio giapponese, e “La città incantata” è uno dei miei preferiti. Ogni volta che la rivedo i miei occhi e la mia anima godono letteralmente della sua bellezza. Come tutte le opere di Miyazaki, anche questa è poesia pura animata.

Vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino – prima volta nella storia degli anime – e dell’Oscar come Miglior Film Straniero.

Per la chicca: il lampione saltellante che accoglie Chihiro dopo essere scesa dal treno, e l’accompagna alla casa della strega Zeniba, è un dichiarato omaggio alla lampada da tavolo simbolo della Pixar, i cui film sono molti amati da Miyazaki. Un genio in tutti i sensi!

Da tenere, gelosamente, nella propria videoteca.

La città incantata

“Il castello nel cielo” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1986)

Questo splendido lungometraggio animato è il primo prodotto dallo Studio Ghibli. I due maestri del cinema d’animazione giapponese Hayao Miyazaki e Isao Takahata fondarono quella che poi sarebbe diventata una delle case cinematografiche più rilevanti del mondo dei cartoni animati, proprio per realizzare questa storia ispirata a un breve racconto presente ne “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift. Miyazaki si occupa del soggetto, della sceneggiatura e della regia, mentre Takahata lo produce.

La piccola contadina orfana Sheeta è stata rapita da un gruppo di eleganti quanto volitivi sconosciuti, che le hanno confiscato la pietra azzurra che portava al collo. Pietra che appartiene alla sua famiglia da numerose generazioni. Siamo in quella che potrebbe essere l’Europa negli anni Venti del secolo scorso – periodo tanto amato da Miyazaki – dove però l’aeronautica ha avuto uno sviluppo incredibile. Per questo i rapitori di Sheeta viaggiano su un’enorme aeronave, che improvvisamente viene attaccata da un gruppo di pirati volanti comandanti da Dola, una “signora” decisa e senza scrupoli.

Nel tentativo di fuggire dai suoi rapitori e dai pirati, Sheeta cade nel vuoto. Quando tutto sembra perduto, la pietra azzurra che porta al collo – pietra che prima di fuggire la ragazzina è riuscita a recuperare – illuminandosi la fa lievitare nel vuoto, frenando la sua caduta e facendola atterrare nei pressi della miniera dove lavora il suo coetaneo Pazu. Ed è proprio la pietra azzurra è al centro di una feroce caccia in cui sono stati coinvolti, loro malgrado, i due ragazzini…

Poesia animata allo stato puro grazie alla quale Miyazaki ci ricorda il potere terribile delle armi e la devastazione materiale e morale che lascia ogni tipo di guerra. Da vedere e tenere nella propria videoteca.

“Pom Poko” di Isao Takahata

(Giappone, 1994)

Il Tanuki è un animale leggendario nell’antica cultura giapponese, protagonista di molti racconti e fiabe, che si ispira al vero cane procione tipico proprio dell’Estremo Oriente.

Partendo di un’idea del maestro Hayao Miyazaki, il suo stretto collaboratore – nonché autore di vari capolavori firmati dallo Studio Ghibli come “La storia della principessa splendete”, “La famiglia Yamada” o “Una tomba per le lucciole” – Isao Takahata gira “Pom Poko”, un bel film d’animazione divertente e malinconico allo stesso tempo.

L’idea di Miyazaki prende spunto, a sua volta, da un racconto del poeta, scrittore per ragazzi e agronomo giapponese Kenji Miyazawa (1896-1933), fra le figure più influenti della cultura nipponica del primo Novecento.

Alla fine degli anni Sessanta la collina Tama, situata alla periferia di Tokyo, viene fatta oggetto del progetto di sviluppo urbanistico “New Town” che, per rispondere alla grande richiesta abitativa della capitale giapponese, prevede la costruzione di un enorme quartiere dormitorio. Ciò, purtroppo, a scapito della Natura e di tutti gli animali che da secoli la abitano, come i Tanuki. Ma questi particolari animali, maestri nella secolare arte del mutaforma e del travestimento, non ci stanno e ingaggiano una dura battaglia senza esclusione di colpi contro gli esseri umani…

Splendida metafora della corruzione dell’antica cultura contadina da parte di quella industriale arrogante, superficiale e materiale. Paragonabile, sotto molti punti di vista, al nostro immortale “Il sorpasso” di Dino Risi, “Pom Poko” è un film che a differenza di molti altri prodotti dallo Studio Ghibli, è realizzato quasi esclusivamente per il pubblico giapponese, e per questo è anche un prezioso documento sulla cultura e la vita sociale nipponica.

Come tutti le altre opere firmate Studio Ghibli, da tenere nella propria videoteca.

“La Tartaruga Rossa” di Michaël Dudok de Wit

(Francia/Belgio/Giappone, 2016)

L’olandese Michaël Dudok de Wit (che nel 2001 ha vinto l’Oscar per il miglior cortometraggio d’animazione con il bellissimo “Father and Doughter”, disponibile su Youtube) nel corso dei decenni, ha collaborato alla realizzazione di alcuni famosi film d’animazione prodotti dalla Disney.

Dopo aver scritto il soggetto de “La Tartaruga Rossa”, ne scrive la sceneggiatura insieme a Pascale Ferran, e riesce a creare una coproduzione internazionale che si appoggia direttamente allo Studio Ghibli. Come produttore e direttore artistico c’è Isao Takahata, antico collaboratore del maestro Hayao Miyazaki, e autore, fra gli altri, de “La storia della Principessa Splendente” del 2013.

Un uomo sopravvive al naufragio della sua barca e si ritrova sulla spiaggia di una piccola isola sperduta nell’immenso oceano. Inizia l’esplorazione del suo nuovo mondo fatto principalmente di una foresta di bambù, una pozza di acqua potabile e alti scogli pericolosi. C’è tutto quello che può farlo sopravvivere senza troppa fatica.

Ma, dopo qualche tempo, la solitudine lo porta a costruire una barca di fortuna per tornare a casa. Il mare è liscio come l’olio e il viaggio sembra iniziare sotto i migliori auspici, ma qualcosa colpisce ripetutamente la zattera fino a distruggerla. L’uomo, che non ha capito cosa è successo, è costretto a tornare a riva. Al terzo tentativo e al terzo naufrago finalmente vede cosa, o meglio chi, gli distrugge tutte le volte la zattera: un’enorme tartaruga rossa che gli si avvicina fissandolo, per poi allontanarsi negli abissi.

L’uomo, disperato e sconfitto, torna sull’isolotto. E proprio quando crede di non avere più speranze, scorge il grande rettile uscire dall’acqua e arrancare sulla sabbia. Fulmineo lo raggiunge e lo capovolge. L’inaspettato trionfo lo incoraggia a costruire una nuova e più grande zattera, proprio accanto alla sua nemica sconfitta. Dopo ore passate sotto il sole cocente, l’uomo si rende conto che la tartaruga non si muove più, e invaso dal senso di colpa la idrata. Ma l’animale non sembra riprendersi, e così l’uomo le costruisce sopra un tetto, fatto di rami, per proteggerla dal sole. Quando tutto sembra inutile, la tartaruga si trasforma in una bellissima ragazza dalla folta e lunga chioma rossa…

Poesia cinematografica pura. Una splendida riflessione sul significato della vita e sull’amore, fatta di immagini e suoni, senza una parola di dialogo. Imperdibile. Candidato all’Oscar come miglior film d’animazione.

La Tartaruga Rossa

“Il libro del té” di Okakura Kakuzo

Il libro del te Cop

(Elliot, 2014)

Okakura Kakuzo, nato nel 1862 a Yokohama, dopo essere stato uno studente dell’Università Imperiale di Tokyo diventa direttore della Scuola Nazionale d’Arte di Tokyo, e paladino nonché fervente sostenitore della conservazione della cultura e della tradizione nipponica.

Ma il Giappone della seconda metà dell’Ottocento è proiettato alla massima e rapida occidentalizzazione, e così Kakuzo è costretto – si dice addirittura su invito del’Imperatore – ad abbanodonare il suo ruolo e lasciare il Paese.

Si stabilisce negli Stati Uniti dove fonda un Istituto di Arte Giapponese, oltre a diventare consulente per numerosi musei. E proprio negli Stati Uniti, nel 1906, Kakuzo scrive “Il libro del té” nel quale, raccontando dell’antico rito legato all’ancestrale bevanda, parla della cultura secolare, dell’arte e della storia del suo Paese che in quegli anni, sempre più in maniera scellerata, aderisce all’Occidente.

Kakuzo, anche se non avrà il tempo di vedere la Prima Guerra Mondiale morendo nel 1913, arriva anche a presagire l’epilogo di tale asservimento culturale: la catastrofe che sarà per il suo Paese la Seconda Guerra Mondiale.

Per me, che amo tanto il Giappone del maestro Hayao Miyazaki, è un libro imperdibile.

Il libro del té