
(USA, 1983)
Come si filma l’aria che cambia? È la domanda che mi sono fatto scrivendo del romanzo di Ray Bradbury, perché Il popolo dell’autunno vive di sensazioni più che di fatti: l’odore di foglie bruciate, il vento che gira, quel presentimento che a tredici anni ti fa sbirciare la strada dalla finestra. Per portare un libro così sullo schermo c’è soprattutto un modo per sbagliare: prendere alla lettera ciò che andava soltanto suggerito. Jack Clayton nel 1983 non sbaglia del tutto.
La trama, senza rovinare nulla: a Green Town, Illinois, arriva a notte fonda il carnevale di Cooger & Dark, e per Will e Jim (Vidal Peterson e Shawn Carson, facce giustissime e recitazione forse a tratti un po’ acerba) comincia la settimana più lunga della loro vita. Dietro la macchina da presa c’è un regista che di adattamenti, ombre e infanzie inquiete se ne intendeva: Jack Clayton che nel 1961 aveva firmato Suspense tratto dal racconto di Henry James con un’ottima Deborah Kerr, e nel 1974 Il grande Gatsby con Robert Redford e Mia Farrow, sempre con quell’eleganza gotica britannica che si respira anche qui, anche se trapiantata in una provincia americana. A produrre la pellicola, però, c’è la Disney, e vedremo che peso ha.
La prima differenza con il libro è la più ovvia: la voce narrante. Bradbury scrive in un flusso di similitudini e pensieri non detti che il cinema, per sua natura, non può filmare. La sceneggiatura, firmata dallo stesso scrittore (che a Hollywood aveva già lavorato, tra l’altro, al Moby Dick del maestro John Huston), risolve il problema affidando ad un narratore fuori campo le parti più letterarie, asciugando così i dialoghi. Il guadagno è la scorrevolezza; la perdita, inevitabile, è quella febbre linguistica che sulla pagina ti avvolge. Il film dura circa novanta minuti, e si vede: passaggi che nel romanzo respirano qui si chiudono in una battuta e via.
La seconda differenza riguarda il cuore della storia che, come nel libro, è Charles Halloway. E qui va fatto un applauso a Jason Robards, che da queste parti è di casa, tra Il lungo viaggio verso la notte, Magnolia e Giulia. Il suo bibliotecario non ha la malinconia fluviale delle pagine di Bradbury, ma una stanchezza concreta, quasi imbarazzata, di chi si sente un padre arrivato in ritardo. Quando scopre che l’arma contro il male è alla portata di chiunque (e non aggiungo altro) si assiste a una piccola rivincita personale prima ancora che a una vittoria. I momenti tra padre e figlio sono, a mio avviso, i migliori del film.
Sul fronte dei cattivi, Jonathan Pryce (doppiato superbamente nella nostra versione da un un indimenticabile Tonino Accolla) è un Mr. Dark di una cortesia gelida, tutto sussurri e sorrisi, che si prende la scena senza bisogno di alzare la voce. Chi lo conosce solo come il Pontefice di I due Papi o come l’eroe sfortunato di Brazil di Terry Gilliam faccia un salto indietro: qui è giovane, magnetico e molto, molto inquietante. Accanto a lui Pam Grier, regina del blaxploitation anni Settanta (Coffy, Foxy Brown solo per citarne due) e poi musa di Quentin Tarantino in Jackie Brown, presta fisicità e sguardo alla Strega della Polvere, ed è una scelta di casting più audace di quanto sembri. Diane Ladd, nei panni della madre di Jim, aggiunge una nota dolente che nel libro era più defilata.
Veniamo alla parte tecnica. La fotografia di Stephen H. Burum dipinge Green Town con un ottobre color rame e notti piene di fumo; la colonna sonora di James Horner fa il suo dovere senza strafare. Il problema, semmai, è che la Disney di allora voleva un film per tutta la famiglia buonista ed edulcorato, mentre Bradbury aveva scritto una storia che con la paura non scherza. Dopo proiezioni di prova tiepide arrivarono, a quanto si racconta, ritocchi, nuove scene e una buona dose di nervosismo, e il risultato al botteghino fu un fiasco. Eppure il film è sopravvissuto, e oggi lo si ricorda con un affetto che quella stagione non gli concesse.
La differenza più sottile è nel tono. Nel romanzo il male è una vera tentazione, che promette ai ragazzi di crescere in fretta e agli adulti di tornare giovani, e nessuno ne esce davvero innocente. Nel film tutto è più lineare, più fiaba nera che incubo: il confine tra bene e male è tracciato con il pennarello, il finale è più rapido e più ordinato, e la sequenza della mongolfiera, nella sua artigianalità, ha il fascino dei grandi effetti fatti a mano dell’epoca. È un limite? Per chi cerca lo spavento, forse sì. Per chi cerca lo spirito del libro, molto meno di quanto si potrebbe temere.
Personalmente credo che il merito principale sia di aver saputo fare una cosa rara: rinunciare alla parola per affidarsi al volto, e in particolare a quello di Robards, che regge da solo intere sequenze con un’espressione appena accennata. Si arriva ai titoli di coda con la sensazione di aver visto una versione più gentile, ma non infedele, della storia originale.
Qualcosa di sinistro sta per accadere non è un capolavoro, e nemmeno pretende di esserlo: è un film ineguale, generoso, pieno di idee a metà e di momenti che restano. Da vedere dopo aver letto il libro, a fine ottobre.
Per la chicca: per i palati più fini è impossibile non riconoscere il set degli esterni della piazza principale di Green Town in quello che ospita il centro di Hill Valley, teatro dello strepitoso Ritorno al futuro, che Robert Zemeckis realizzerà nel 1985.
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