“Incantesimo” di George Cukor

(USA, 1938)

Nel 1938, mentre l’America ancora respirava l’aria del New Deal rooseveltiano e Hollywood viveva la sua età d’oro, George Cukor porta sullo schermo “Holiday” (distribuito in Italia con il titolo “Incantesimo”), adattamento dell’omonima commedia teatrale brillante firmata da Philip Barry. Il risultato è una delle perle più lucenti della commedia sofisticata americana, un film che anticipa di quasi quarant’anni le riflessioni sulla critica al conformismo sociale che esploderanno negli anni ’60.

Cukor, maestro indiscusso nell’arte di dirigere le attrici e nel trasformare testi teatrali in cinema puro, confeziona un’opera che è insieme intrattenimento e sottile denuncia sociale. La storia ruota attorno a Johnny Case (Cary Grant), un giovane di origini modeste che sogna di prendersi una vacanza dalla vita prima di essere inghiottito dalle convenzioni borghesi, e alle due sorelle Seton: Julia (Doris Nolan), la fidanzata conformista, e Linda (Katharine Hepburn), spirito libero destinato a comprendere i veri desideri di Johnny.

La genialità del film risiede nella capacità di Cukor di non tradire mai l’origine teatrale dell’opera, pur trasformandola in cinema puro. Il regista sa quando la parola deve dominare la scena e quando invece lasciare che sia l’immagine a …parlare. Gli interni sontuosi della villa dei Seton diventano una prigione dorata che riflette visivamente l’oppressione sociale che il protagonista rifiuta di subire.

La macchina da presa si muove con eleganza discreta attraverso saloni e salottini, cogliendo con precisione millimetrica le dinamiche di potere che si nascondono dietro le buone maniere dell’alta società. Cukor dimostra come si possa fare grande cinema partendo da un testo di teatro: non appiattendo la parola sull’immagine, ma creando un dialogo fecondo tra i due linguaggi.

Katharine Hepburn, al suo secondo film con Cary Grant e George Cukor dopo il flop commerciale de “Il diavolo è femmina” del 1935 e prima dell’immortale “Scandalo a Filadelfia” del 1940 – basato anch’esso su una commedia teatrale di Philip Barry -, trova qui uno dei ruoli che meglio incarnano il suo spirito indipendente e anticonformista. La sua Linda Seton è una donna che rifiuta le convenzioni imposte dalla sua classe sociale, anticipando quel tipo di eroina moderna che l’attrice interpreterà per tutta la carriera. La Hepburn sa rendere credibile il passaggio dall’ironia pungente alla vulnerabilità emotiva, conferendo al personaggio una profondità psicologica che va ben oltre la commedia di situazione.

Cary Grant, dal canto suo, offre una delle sue interpretazioni più sfumate e mature. Il suo Johnny Case non è il galantuomo sofisticato di tante altre pellicole, ma un uomo genuinamente tormentato dal conflitto tra desideri personali e aspettative sociali. Grant riesce a rendere simpatico e credibile un personaggio che potrebbe apparire semplicemente capriccioso, caricandolo di quella malinconia sottile che caratterizza i grandi personaggi della commedia americana.

Sotto la superficie scintillante della commedia di costume, “Incantesimo” cela una critica feroce al conformismo dell’America rooseveltiana. Philip Barry e, di conseguenza, Cukor, mettono in scena il conflitto eterno tra individuo e società, tra aspirazione alla libertà e pressione al conformismo. Johnny Case diventa il simbolo di tutti coloro che rifiutano di sacrificare i propri sogni sull’altare del successo economico e del rispetto sociale.

Il personaggio del patriarca Seton (Henry Kolker), autoritario e inflessibile, rappresenta quella classe dirigente americana che, pur avendo attraversato la Grande Depressione, non ha messo in discussione i suoi valori fondamentali. La sua incapacità di comprendere le aspirazioni di Johnny riflette l’incapacità di un’intera generazione di aprirsi a prospettive diverse da quelle tradizionali.

Quello che rende “Incantesimo” straordinariamente moderno è la sua capacità di affrontare temi che risuoneranno con particolare intensità negli anni ’60 e ’70: il rifiuto del materialismo, la ricerca di autenticità, la critica alle convenzioni sociali. Johnny Case è, in un certo senso, un precursore degli hippie, un uomo che sceglie l’esperienza al posto dell’accumulo, la libertà al posto della sicurezza.

Il film anticipa inoltre quella crisi della famiglia patriarcale tradizionale che diventerà centrale nella cultura americana dei decenni successivi. Il contrasto tra le due sorelle Seton rappresenta simbolicamente due vie divergenti per la donna americana: la sottomissione alle convenzioni (Julia) o la ricerca dell’autonomia personale (Linda).

Dal punto di vista strettamente cinematografico, “Incantesimo” rappresenta l’apogeo di quel cinema hollywoodiano capace di coniugare intrattenimento popolare e raffinatezza intellettuale. La fotografia di Franz Planer crea atmosfere intime e sofisticate, mentre i costumi di Robert Kalloch definiscono con precisione i caratteri attraverso l’abbigliamento.

“Incantesimo” si conferma così come uno dei vertici assoluti della commedia cinematografica americana, un’opera che riesce a far sorridere e riflettere, a intrattenere e provocare. Un film che merita di essere riscoperto non solo per il piacere immediato che procura, ma anche per la sua sorprendente capacità di parlare ancora oggi al nostro tempo, ricordandoci che la ricerca della libertà personale è sempre stata, e sempre sarà, una sfida attuale.

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