“La signora del venerdì” di Howard Hawks

(USA, 1940)

Diretta da Howard Hawks e interpretata da Cary Grant e Rosalind Russell, questa pellicola rappresenta uno dei vertici assoluti della commedia americana degli anni Quaranta. Con la sua consueta maestria, il regista americano confeziona una storia che mescola satira giornalistica, dialoghi fulminei e una modernissima riflessione sui rapporti di genere, regalando al pubblico un film che diverte e stupisce, anche a distanza di oltre ottant’anni.

La trama ruota attorno a Hildy Johnson, una brillante giornalista interpretata da una straordinaria Rosalind Russell, che tenta di lasciare il mondo del giornalismo per sposarsi e condurre una vita “normale”. Il suo ex marito e direttore Walter Burns, incarnato da un magnetico Cary Grant, orchestrerà ogni sorta di stratagemma per trattenerla nella redazione, sfruttando l’imminente esecuzione di Earl Williams come esca irresistibile per il fiuto giornalistico di Hildy.

Hawks, nella sua magistrale regia, brilla nel dirigere quello che è essenzialmente un film di parole, dove ogni battuta è un proiettile e ogni replica un contrattacco. La sua capacità di orchestrare dialoghi che si sovrappongono, si intrecciano e si rincorrono a velocità vertiginosa è ciò che rende “La signora del venerdì” un’opera unica nel panorama cinematografico mondiale. Il ritmo incalzante, sostenuto da una scrittura chirurgica di Charles Lederer (che adatta la piece teatrale “The Front Page” di Ben Hecht e Charles MacArthur), non concede un attimo di respiro allo spettatore.

Grant, nel ruolo del cinico e manipolatore Walter Burns, dimostra ancora una volta la sua straordinaria versatilità attoriale. La sua interpretazione è un perfetto equilibrio tra charme e cinismo, tra seduzione e spregiudicatezza. Accanto a lui, Rosalind Russell regala una delle interpretazioni femminili più moderne e emancipate del cinema classico americano. La sua Hildy è una donna forte, intelligente e determinata, che tiene testa agli uomini con una naturalezza disarmante e rivoluzionaria per l’epoca.

Il film è ricco di scene memorabili e battute che sono diventate cult nella storia del cinema, come il frenetico susseguirsi di telefonate nella redazione del “Morning Post” o la sequenza in cui Hildy e Walter nascondono il fuggitivo Earl Williams. Ma oltre alla commedia brillante, “La signora del venerdì” offre anche una critica penetrante al mondo del giornalismo e ai suoi metodi, anticipando temi che sarebbero diventati centrali nel cinema successivo.

La fotografia di Joseph Walker accompagna perfettamente le vicende del film, catturando l’energia febbrile della redazione e sottolineando la claustrofobia urbana con un bianco e nero che è pura poesia visiva.

“La signora del venerdì” è un film che ha saputo conquistare generazioni di spettatori con la sua verve inarrestabile e la sua modernità sorprendente, dimostrando ancora una volta il genio di Howard Hawks come regista e la sua capacità di dirigere attrici e attori al massimo delle loro possibilità. È una commedia che, a distanza di decenni, continua a far ridere e a stupire per la sua incredibile attualità, confermandosi come un capolavoro assoluto del cinema americano.

La lungimiranza di Hawks – che volle cambiare il genere del personaggio originale maschile della commedia – nel rappresentare una donna giornalista così forte e indipendente è la Storia che ce la conferma: solo negli anni successivi il cinema avrebbe iniziato a esplorare sistematicamente personaggi femminili altrettanto complessi e moderni, rendendo Hildy Johnson una vera e propria antesignana dell’emancipazione femminile sullo schermo.

Per la chicca: nel ruolo di Bruce Baldwin, l’uomo che Hildy dovrebbe sposare in seconde nozze, c’è Ralph Bellamy che nel 1983 impersonerà Randolph Duke, uno dei due cinici fratelli multimilionari ne “Una poltrona per due” diretto da John Landis.

Nel 1974 Billy Wilder dirige un nuovo remake della commedia dal titolo “Prima pagina” con Jack Lemmon nei panni di Hildebrand ‘Hildy’ Johnson e Walter Matthau in quelli di Burns.

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“Incantesimo” di George Cukor

(USA, 1938)

Nel 1938, mentre l’America ancora respirava l’aria del New Deal rooseveltiano e Hollywood viveva la sua età d’oro, George Cukor porta sullo schermo “Holiday” (distribuito in Italia con il titolo “Incantesimo”), adattamento dell’omonima commedia teatrale brillante firmata da Philip Barry. Il risultato è una delle perle più lucenti della commedia sofisticata americana, un film che anticipa di quasi quarant’anni le riflessioni sulla critica al conformismo sociale che esploderanno negli anni ’60.

Cukor, maestro indiscusso nell’arte di dirigere le attrici e nel trasformare testi teatrali in cinema puro, confeziona un’opera che è insieme intrattenimento e sottile denuncia sociale. La storia ruota attorno a Johnny Case (Cary Grant), un giovane di origini modeste che sogna di prendersi una vacanza dalla vita prima di essere inghiottito dalle convenzioni borghesi, e alle due sorelle Seton: Julia (Doris Nolan), la fidanzata conformista, e Linda (Katharine Hepburn), spirito libero destinato a comprendere i veri desideri di Johnny.

La genialità del film risiede nella capacità di Cukor di non tradire mai l’origine teatrale dell’opera, pur trasformandola in cinema puro. Il regista sa quando la parola deve dominare la scena e quando invece lasciare che sia l’immagine a …parlare. Gli interni sontuosi della villa dei Seton diventano una prigione dorata che riflette visivamente l’oppressione sociale che il protagonista rifiuta di subire.

La macchina da presa si muove con eleganza discreta attraverso saloni e salottini, cogliendo con precisione millimetrica le dinamiche di potere che si nascondono dietro le buone maniere dell’alta società. Cukor dimostra come si possa fare grande cinema partendo da un testo di teatro: non appiattendo la parola sull’immagine, ma creando un dialogo fecondo tra i due linguaggi.

Katharine Hepburn, al suo secondo film con Cary Grant e George Cukor dopo il flop commerciale de “Il diavolo è femmina” del 1935 e prima dell’immortale “Scandalo a Filadelfia” del 1940 – basato anch’esso su una commedia teatrale di Philip Barry -, trova qui uno dei ruoli che meglio incarnano il suo spirito indipendente e anticonformista. La sua Linda Seton è una donna che rifiuta le convenzioni imposte dalla sua classe sociale, anticipando quel tipo di eroina moderna che l’attrice interpreterà per tutta la carriera. La Hepburn sa rendere credibile il passaggio dall’ironia pungente alla vulnerabilità emotiva, conferendo al personaggio una profondità psicologica che va ben oltre la commedia di situazione.

Cary Grant, dal canto suo, offre una delle sue interpretazioni più sfumate e mature. Il suo Johnny Case non è il galantuomo sofisticato di tante altre pellicole, ma un uomo genuinamente tormentato dal conflitto tra desideri personali e aspettative sociali. Grant riesce a rendere simpatico e credibile un personaggio che potrebbe apparire semplicemente capriccioso, caricandolo di quella malinconia sottile che caratterizza i grandi personaggi della commedia americana.

Sotto la superficie scintillante della commedia di costume, “Incantesimo” cela una critica feroce al conformismo dell’America rooseveltiana. Philip Barry e, di conseguenza, Cukor, mettono in scena il conflitto eterno tra individuo e società, tra aspirazione alla libertà e pressione al conformismo. Johnny Case diventa il simbolo di tutti coloro che rifiutano di sacrificare i propri sogni sull’altare del successo economico e del rispetto sociale.

Il personaggio del patriarca Seton (Henry Kolker), autoritario e inflessibile, rappresenta quella classe dirigente americana che, pur avendo attraversato la Grande Depressione, non ha messo in discussione i suoi valori fondamentali. La sua incapacità di comprendere le aspirazioni di Johnny riflette l’incapacità di un’intera generazione di aprirsi a prospettive diverse da quelle tradizionali.

Quello che rende “Incantesimo” straordinariamente moderno è la sua capacità di affrontare temi che risuoneranno con particolare intensità negli anni ’60 e ’70: il rifiuto del materialismo, la ricerca di autenticità, la critica alle convenzioni sociali. Johnny Case è, in un certo senso, un precursore degli hippie, un uomo che sceglie l’esperienza al posto dell’accumulo, la libertà al posto della sicurezza.

Il film anticipa inoltre quella crisi della famiglia patriarcale tradizionale che diventerà centrale nella cultura americana dei decenni successivi. Il contrasto tra le due sorelle Seton rappresenta simbolicamente due vie divergenti per la donna americana: la sottomissione alle convenzioni (Julia) o la ricerca dell’autonomia personale (Linda).

Dal punto di vista strettamente cinematografico, “Incantesimo” rappresenta l’apogeo di quel cinema hollywoodiano capace di coniugare intrattenimento popolare e raffinatezza intellettuale. La fotografia di Franz Planer crea atmosfere intime e sofisticate, mentre i costumi di Robert Kalloch definiscono con precisione i caratteri attraverso l’abbigliamento.

“Incantesimo” si conferma così come uno dei vertici assoluti della commedia cinematografica americana, un’opera che riesce a far sorridere e riflettere, a intrattenere e provocare. Un film che merita di essere riscoperto non solo per il piacere immediato che procura, ma anche per la sua sorprendente capacità di parlare ancora oggi al nostro tempo, ricordandoci che la ricerca della libertà personale è sempre stata, e sempre sarà, una sfida attuale.

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“Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock

(USA, 1959)

L’anno in cui all’Eliseo si insedia Charles de Gaulle come primo Presidente della V Repubblica Francese, e sulla RAI viene trasmesso il Primo Festival della Canzone del Bambino “La Zecchino d’Oro”, esce negli Stati Uniti “North by Northwest”, uno dei capolavori assoluti del maestro Alfred Hitchcock.

A partire dai titoli di testa, il film segna in maniera indelebile il cinema in generale, e quello d’azione nella specifico. Non è un caso quindi che i produttori di quella che diventerà una della saghe più longeve della storia del cinema, per il loro “007 Licenza di uccidere” volevano non solo Cary Grant come James Bond, ma soprattutto Hitchcock come regista.

Ma il genio inglese trapiantato a Hollywood rifiutò perché il progetto non lo stimolava, e soprattutto perché intento a preparare un’altra pietra miliare assoluta come “Psyco”. La sceneggiatura è firmata da Ernest Lehman – autore di script di pellicole come “Sabrina” di Billy Wilder, “West Side Story” e “Lassù qualcuno mi ama” di Robert Wise – che confeziona per il maestro del thriller un plot accattivante ma non particolarmente strutturato.

A farlo diventare un capolavoro è infatti il regista, che gira delle scene strepitose con delle immagini ancora oggi indimenticabili. E così dal classico – e molto caro a Hitchcock – scambio di persona arriviamo a scoprire un pericoloso e grave …intrigo internazionale. Ma i dialoghi hanno poco spazio rispetto alle immagini e alla superbe musiche firmate da Bernard Herrmann, musicista molto amato da Hitchcock e con cui collaborerà frequentemente, e autore di quelle di film come “Quarto potere” di Orson Welles, “Taxi driver” di Martin Scorsese, “Obsession – Complesso di colpa” di Brian De Palma, e di alcuni episodi delle prime stagioni di “Ai confini della realtà” di Rod Serling.

Ma non solo, proprio perché fra i preferiti di Hitchcock, Herrmann verrà chiamato anche da Truffaut per il quale firmerà la colonna sonora dei film “Fahrenheit 451” e “La sposa in nero”. E proprio nello splendido libro “Il cinema secondo Hitchcock” firmato dallo stesso Truffaut, che raccoglie una lunghissima intervista – durata alcuni decenni – al grande cineasta inglese fatta dall’indimenticabile cineasta francese, Hitchcock parla delle genesi di alcune scene di “North by Northwest”.

Come quella dell’agguato a Roger Thornhill/Cary Grant che in realtà all’inizio avrebbe dovuto consumarsi nel cuore della notte, in un luogo angusto e buio dei bassifondi della città. Ma Hitchcock in ogni fotogramma voleva sempre “alzare l’asticella” e così impose a Lehman di riscriverlo ambientandolo alla luce del sole e in un posto il più assolato e ampio possibile. O la scena finale in cui Thornhill/Grant tira sulla cuccetta superiore della scompartimento Eve Kendall, interpretata da Eva Marie Saint, che si chiude con il treno che entra in una galleria, allusione fin troppo esplicita di un rapporto sessuale.

Ogni fotogramma è infatti costruito in maniera impeccabile e al tempo stesso in perfetta simbiosi con quello che lo precede e con quello che lo segue. Se così de Gaulle e il Mago Zurlì oggi ci sembrano appartenere ad un passato abbastanza lontano questa pellicola, invece, continua a splendere nel firmamento dei grandi film della storia del cinema, tanto da essere continuamente imitata e citata.

Insomma, un vero e proprio capolavoro immortale.

Nel cast da ricordare anche James Mason nei panni del perfido Vandamm e Martin Landau in quelli del suo galoppino Leonard.

“Scandalo a Filadelfia” di George Cukor

(USA, 1940)

Per quanto mi riguarda questa è una delle migliori sophisticated comedy della storia del cinema, di cui i maestri indiscussi sono stati Ernst Lubitsch e, appunto, George Cukor, che non a caso fu un giovane aiuto regista del primo..

Basato sulla commedia teatrale di Philp Barry, con l’ottima sceneggiatura per il grande schermo firmata da Donald Ogden Stewart, “Scandalo a Filadelfia” possiede un cast fra i più affiatati e scintillanti di quegli anni. A partire da Cary Grant, per passare a Katharine Hepburn e arrivando a James Stewart, include anche una serie di grandi caratteristi di Hollywood (come Ruth Hussey, Mary Nash e Ronald Young i cui nomi magari dicono poco, mentre troviamo molto familiari i loro volti) tutti diretti magistralmente da Cukor.

Katharine Hepburn, Cary Grant e George Cukor tornano insieme dopo il successo del delizioso “Incantesimo” del 1938.

La Filadelfia del titolo è quella delle grandi famiglie dell’upper class americana, che oltre ad ingenti patrimoni hanno dalla loro la “storia”. Sono fra quelle più antiche della città, simbolo dell’Indipendenza dal Regno Unito e quindi faro ed esempio per tutte le altre.

Non è un caso, quindi, che oltre cinquant’anni dopo il primo vero film hollywoodiano di denuncia sulla discriminazioni subite dagli omosessuali affetti dall’HIV (e non) venne ambientato in quella città, simbolo di tutto il Paese, prendendone anche il titolo: “Philadelphia” di Jonathan Demme, appunto.

Ma torniamo al film di Cukor: proprio per mantenere immacolata la reputazione della sua storica famiglia, Tracy Lord (la Hepburn) decide di non invitare il padre alle sue seconde nozze. Seth Lord (John Halliday) poco tempo prima infatti ha lasciato suo moglie Margaret (Mary Nash) per una giovane e avvenente ballerina, suscitando l’ira incontenibile della figlia maggiore Tracy.

Il giornale scandalistico “Spy” ha in mano un servizio rovente su Seth e la sua amante, e per avere l’esclusiva sul matrimonio di Tracy, ricatta il suo primo marito C.K. Dexter Heaven (Cary Grant) o lui permetterà a un giornalista e una fotoreporter di intrufolarsi come falsi amici alle nozze, o il servizio su Lord senior verrà pubblicato.

Così, il giorno prima delle nozze, arrivano nell’immensa tenuta dei Lord C.K., Macaulay Connor (James Stewart) ed Elizabeth Imbrie (Ruth Hussey). Ma…

Con dialoghi ancora oggi memorabili, soprattutto fra Hepburn (forse al massimo del suo fascino) e Grant, il film viene candidato a sei Oscar fra cui: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. Hepburn viene candidata come migliore attrice protagonista, mentre Stewart e Hussey come miglior attore e attrice non protagonista. A portare a casa la statuetta saranno solo James Stewart e Donald Ogden Stewart per lo script.

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