“Arctic” di Joe Penna

(Danimarca/USA, 2018)

Immaginate di aprire gli occhi ogni mattina sapendo esattamente cosa fare, ma non sapendo se farlo abbia ancora un senso. Immaginate la routine come unica ancora di salvezza, il gesto ripetuto come antidoto alla follia, la disciplina come forma estrema di speranza. È questo il mondo in cui Joe Penna ci scaraventa fin dai primi fotogrammi di “Arctic”, senza preamboli, senza spiegazioni, senza la cortesia di una backstory che ci tenga per mano.

Siamo nell’Artico. Un uomo di nome Overgård — lo scopriamo solo dai documenti, perché il film non si prende la briga di presentarcelo — è sopravvissuto all’ammaraggio del suo aereo in un punto imprecisato del mondo ghiacciato. Non sappiamo chi fosse prima, non ci viene offerta alcuna tragedia personale da appendere al muro come giustificazione emotiva. C’è solo lui, il bianco infinito, e una liturgia di sopravvivenza costruita giorno dopo giorno con una disciplina quasi monastica: i buchi nel ghiaccio per pescare, il segnale di soccorso da azionare, la mappa studiata con attenzione maniacale. Overgård ha trasformato la sopravvivenza in un rito, e quel rito è l’unica cosa che lo tiene vivo e in senno.

E a interpretarlo c’è Mads Mikkelsen, che con questo ruolo entra di diritto nel catalogo dei grandi attori solisti del cinema.

Inevitabile, necessario, il confronto con il Chuck Noland di Tom Hanks in “Cast Away” di Robert Zemeckis. Lì, un naufragio commerciale diventava un romanzo di formazione involontario, con un pallone da pallavolo come unico interlocutore e la costruzione di un’amicizia improbabile con un oggetto inanimato che Zemeckis trasformava in qualcosa di commovente. Ma dove Hanks costruiva la sua interpretazione sul registro della commedia tragica, sul calore umano, sulla capacità di far sorridere anche nel mezzo della catastrofe, Mikkelsen sceglie una strada opposta e altrettanto efficace. Il suo è un uomo di silenzi, di gesti misurati al millimetro, di sguardi che dicono tutto quello che la bocca non pronuncia. Non recita la disperazione, la abita. Non dimostra la paura, la contiene. Ed è in questo contenimento che risiede la potenza di una prova attoriale che dovrebbe stare accanto a Sandra Bullock che galleggiava nello spazio in “Gravity” di Alfonso Cuarón e a Matt Damon che sopravviveva su Marte in “Sopravvissuto – The Martian” di Ridley Scott.

Quando il destino introduce nel film una seconda figura umana — una giovane donna, unica sopravvissuta di un secondo incidente, ferita gravemente e incosciente — la storia cambia geometria senza cambiare sostanza. Overgård non può parlarle perché lei non risponde. Ma la sua presenza trasforma tutto. Improvvisamente la sopravvivenza smette di essere un fine in sé e diventa responsabilità verso un altro essere umano, che per di più stava cercando di soccorrerlo. Ed è qui che “Arctic” si rivela qualcosa di più di un esercizio di stile: è una riflessione su cosa significhi scegliere la vita quando sarebbe molto più semplice — e forse persino più ragionevole — non farlo.

La fotografia di Tómas Örn Tómasson trasforma l’Islanda, location delle riprese, in una presenza quasi metafisica. Il bianco non è mai neutro: è minaccioso, accecante, indifferente con una crudeltà che non ha niente di personale. Il freddo non viene mostrato con effetti speciali ma con la lentezza dei movimenti, con il respiro che si vede nell’aria gelida, con i guanti che non bastano mai. È un film dove senti fisicamente la temperatura, un brivido autentico di freddo ti accompagna per tutta la visione.

Joe Penna — regista brasiliano che prima di questo lungometraggio d’esordio aveva costruito la sua reputazione su YouTube, il che potrebbe sembrare un’informazione marginale ma non lo è — dimostra una maturità rara nella gestione del ritmo e dello spazio. Non cede mai alla tentazione del sentimentalismo facile. Non c’è musica che ti suggerisca quando commuoverti, non ci sono flashback che giustificano le scelte del protagonista con drammi personali preconfezionati, non c’è voce fuori campo che condivide pensieri e rimpianti. C’è solo Mikkelsen che cammina, che fatica, che cade, che si rialza. E in questa essenzialità il film tocca qualcosa di universale: quella parte di noi che sa che la vita è spesso una questione di un passo dopo l’altro, anche quando ogni passo sembra impossibile.

“Arctic” è cinema che si fida dello spettatore. Un regalo raro, e sempre più prezioso.

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“The Last Duel” di Ridley Scott

(USA/UK, 2021)

Il Medioevo è ricco di poemi, canzoni e ballate dedicate alle donne, dove le protagoniste vengono elogiate, ricoperte di amorevoli complimenti e idolatrate. Altri scritti invece raccontano di donne malvagie e diaboliche che rovinano implacabilmente uomini onesti e valorosi.

La stragrande maggioranza degli uomini, quindi, vedeva e trattava così le donne, o come eteree e verginali dee o come infami e sataniche arpie, ma mai come esseri alla pari. E, naturalmente, a giudicare il comportamento di una donna era sempre ed esclusivamente un uomo…

E’ facile così capire che la vita di una donna, nel Medioevo, dipendeva esclusivamente da quella di un uomo: padre, fratello, marito o figlio che fosse. E questo valeva non solo per le umili figlie del popolo analfabeta, ma anche per le nobili e acculturate figlie dell’aristocrazia.

Così Ridley Scott ci porta nella Francia della fine del XIV secolo per raccontarci la vera storia di Marguerite de Thibouville (interpretata da Jodie Comer) divenuta moglie del cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon) e che denunciò pubblicamente lo scudiero Jacques Le Gris (Adam Driver) di averla stuprata durante l’assenza del marito.

Visto che lo stesso Le Gris, che negava ogni colpa, era uno dei favoriti del conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck), ma soprattutto che lo stupro era un delitto solo contro il patrimonio del tutore della vittima, marito padre o fratello che fosse, Jean de Carrouges andò fino a Parigi per protestare contro il sopruso subito e a chiedere il giudizio dell’Onnipotente attraverso il cosiddetto duello di Dio, previsto dall’allora legge transalpina.

Il duello di Dio era una sorta d’ordalia all’ultimo sangue attraverso la quale la volontà divina avrebbe punito il colpevole e fatto vincere l’innocente. Se a morire fosse stato de Carrogues, oltre a far cadere in disgrazia tutto il suo casato, sua moglie Marguerite sarebbe stata arsa viva per avere dichiarato il falso. Altrimenti il nome di Le Gris sarebbe caduto per sempre nel fango.

Grazie a un’ottima sceneggiatura scritta dagli stessi Matt Damon e Ben Affleck assieme a Nicole Holofcener – che si sono ispirati al libro “L’ultimo duello. The Last Duel. Una storia di scandali, intrighi e un confronto all’ultimo sangue per la verità” di Eric Jager – ripercorriamo le vicende che portarono all’ultimo duello di Dio svoltosi in Francia, attraverso tre flashback: il primo con gli occhi di Jean de Carrouges, il secondo con quelli di Jacques Le Gris, e il terzo con lo sguardo rassegnato di Marguerite.

Naturalmente i tre racconti si discostano molto l’uno dall’altro, soprattutto quella della donna che, oltre ad essere trattata come una mera parte della propria dote, proprio per la sua voglia di denunciare il sopruso subito, viene vessata e insultata, soprattutto durante il processo portato avanti dal clero.

Così come Artemisia Gentileschi qualche secolo dopo, Marguerite de Thibouville affrontò l’onta e l’umiliazione pubblica pur di denunciare il suo aguzzino. Sulla bravura del maestro dei film storici Ridley Scott c’è poco da aggiungere, e anche in questo film il regista inglese ci regala crude e violente scene di combattimenti sanguinari, ma forse i momenti più duri e difficili da scordare sono proprio quelli del processo.

Molte cose, fortunatamente, sono cambiate dai giorni della de Thibouville, ma non così rapidamente come avrebbero dovuto. D’altronde, la Repubblica Italiana solo nel 1981 ha abrogato il famigerato “matrimonio riparatore” – che comprendeva in maniera ignominiosa anche le vittime minorenni – e soltanto con la legge n.66 del 15 febbraio 1996 – ho scritto bene: è millenovecentonovantasei… – ha stabilito che lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica.

“Sugarland Express” di Steven Spielberg

(USA, 1974)

C’è un film di Steven Spielberg che, stranamente, quasi nessuno cita quando si parla del grande regista di Cincinnati. Si preferisce ricordare lo squalo meccanico di “Lo squalo”, i camion dell’esercito che sfilano davanti all’hangar nei vari Indiana Jones, il T-Rex che sbuca dalla pioggia in “Jurassic Park”. Tutto legittimo, tutto meraviglioso. Ma c’è un piccolo gioiello del 1974 che merita davvero di essere riscoperto, e che forse dice più di qualsiasi blockbuster sulla vera natura di questo regista straordinario: si tratta di “Sugarland Express”.

Spielberg aveva ventotto anni quando lo girò. Ventotto. L’età in cui molti, io per primo, stavano ancora cercando di capire cosa fare della propria vita. Lui stava già definendo il linguaggio del cinema contemporaneo. È bene ricordarlo anche perché “Sugarland Express” è il suo vero esordio sul grande schermo: “Duel”, il magnifico film-inseguimento del 1971 con Dennis Weaver alle prese con un camion assassino, nacque come produzione televisiva, per quanto la sua qualità fosse già siderale. “Sugarland Express” è invece cinema tout court, dalla prima all’ultima inquadratura.

La storia è tratta da un fatto di cronaca realmente accaduto in Texas nel 1969. Lou Jean Poplin — interpretata da una straordinaria, luminosa, dolente Goldie Hawn, all’epoca poco più che una stella nascente dopo “Fiore di Cactus” — è una giovane donna ai margini della società che costringe il marito Clovis (William Atherton, bravo e credibile nella sua inadeguatezza) a evadere dalla prigione dove stava scontando l’ultimo mese di una pena relativamente breve. Il movente? Riprendersi il loro piccolo figlio Baby Langston, affidato dai servizi sociali a una famiglia adottiva. Un atto d’amore disperato, irrazionale, destinato a trasformarsi in una fuga senza possibilità di redenzione.

Quello che rende “Sugarland Express” un film così speciale — e così commovente — è la sua capacità di vivere contemporaneamente su più livelli. È un road-movie, prima di tutto: una di quelle pellicole in cui la strada non è solo sfondo ma destino, in cui il paesaggio americano diventa specchio di un’America che stava cambiando, che stava perdendo qualcosa di essenziale. Siamo in pieno post-Sessanta, in quel momento di sospensione malinconico in cui il sogno della controcultura si stava sgretolando sotto i colpi implacabili della realtà. Lou Jean e Clovis sono figli di quell’epoca: ingenui, vitali, inesorabilmente impreparati alla durezza del mondo che li circonda. Non sono criminali nel senso classico del termine. Sono due ragazzi che non sanno come funziona la vita adulta, e che pagheranno questo non-sapere con un prezzo altissimo.

Spielberg costruisce attorno a loro una narrazione che ha l’andamento di una ballata triste. La macchina da presa — già in pieno possesso di quel talento visionario che esploderà negli anni successivi — accompagna la coppia con sequenze di inseguimento spettacolari, in cui decine di auto della polizia seguono il veicolo dei fuggitivi come una processione grottesca e surreale. È cinema dell’assurdo, ma mai gratuito. Ogni scena spinge in avanti la tragedia con la logica implacabile delle favole nere: si ride, ci si incanta, e poi all’improvviso si sente lo stomaco stringersi.

Hawn è semplicemente bravissima. Riesce a fare qualcosa di difficilissimo: rendere simpatica, anzi adorabile, una donna che oggettivamente sta facendo una serie di scelte sbagliate a causa della sua immaturità e della sua superficialità. C’è una disperazione luminosa nel suo sguardo, una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo. È un personaggio che porta addosso tutto il peso di chi è nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con gli strumenti sbagliati per affrontare il mondo. E lo fa senza lamentarsi, anzi: con una vitalità quasi commovente.

È impossibile, guardando “Sugarland Express” oggi, non pensare a “Thelma & Louise” di Ridley Scott, uscito quasi vent’anni dopo, nel 1991. Il film di Scott è un capolavoro a tutti gli effetti, ma deve moltissimo a questa pellicola: l’idea della fuga come atto di libertà, la coppia in viaggio verso un orizzonte impossibile, la società che non comprende e non perdona. Senza Lou Jean e Clovis che sfrecciano sulle strade del Texas, probabilmente Thelma e Louise non sarebbero mai salite su quella Thunderbird.

“Sugarland Express” è uno di quei film che il cinema americano sa fare in certi momenti irripetibili: popolare nella forma, profondo nella sostanza, capace di parlare a tutti senza rinunciare a dire qualcosa di vero. Spielberg non sarebbe diventato Spielberg senza questo film. E noi faremmo bene a ricordarlo.

Da rivedere, assolutamente.

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