
(USA, 1974)
C’è un film di Steven Spielberg che, stranamente, quasi nessuno cita quando si parla del grande regista di Cincinnati. Si preferisce ricordare lo squalo meccanico di “Lo squalo”, i camion dell’esercito che sfilano davanti all’hangar nei vari Indiana Jones, il T-Rex che sbuca dalla pioggia in “Jurassic Park”. Tutto legittimo, tutto meraviglioso. Ma c’è un piccolo gioiello del 1974 che merita davvero di essere riscoperto, e che forse dice più di qualsiasi blockbuster sulla vera natura di questo regista straordinario: si tratta di “Sugarland Express”.
Spielberg aveva ventotto anni quando lo girò. Ventotto. L’età in cui molti, io per primo, stavano ancora cercando di capire cosa fare della propria vita. Lui stava già definendo il linguaggio del cinema contemporaneo. È bene ricordarlo anche perché “Sugarland Express” è il suo vero esordio sul grande schermo: “Duel”, il magnifico film-inseguimento del 1971 con Dennis Weaver alle prese con un camion assassino, nacque come produzione televisiva, per quanto la sua qualità fosse già siderale. “Sugarland Express” è invece cinema tout court, dalla prima all’ultima inquadratura.
La storia è tratta da un fatto di cronaca realmente accaduto in Texas nel 1969. Lou Jean Poplin — interpretata da una straordinaria, luminosa, dolente Goldie Hawn, all’epoca poco più che una stella nascente dopo “Fiore di Cactus” — è una giovane donna ai margini della società che costringe il marito Clovis (William Atherton, bravo e credibile nella sua inadeguatezza) a evadere dalla prigione dove stava scontando l’ultimo mese di una pena relativamente breve. Il movente? Riprendersi il loro piccolo figlio Baby Langston, affidato dai servizi sociali a una famiglia adottiva. Un atto d’amore disperato, irrazionale, destinato a trasformarsi in una fuga senza possibilità di redenzione.
Quello che rende “Sugarland Express” un film così speciale — e così commovente — è la sua capacità di vivere contemporaneamente su più livelli. È un road-movie, prima di tutto: una di quelle pellicole in cui la strada non è solo sfondo ma destino, in cui il paesaggio americano diventa specchio di un’America che stava cambiando, che stava perdendo qualcosa di essenziale. Siamo in pieno post-Sessanta, in quel momento di sospensione malinconico in cui il sogno della controcultura si stava sgretolando sotto i colpi implacabili della realtà. Lou Jean e Clovis sono figli di quell’epoca: ingenui, vitali, inesorabilmente impreparati alla durezza del mondo che li circonda. Non sono criminali nel senso classico del termine. Sono due ragazzi che non sanno come funziona la vita adulta, e che pagheranno questo non-sapere con un prezzo altissimo.
Spielberg costruisce attorno a loro una narrazione che ha l’andamento di una ballata triste. La macchina da presa — già in pieno possesso di quel talento visionario che esploderà negli anni successivi — accompagna la coppia con sequenze di inseguimento spettacolari, in cui decine di auto della polizia seguono il veicolo dei fuggitivi come una processione grottesca e surreale. È cinema dell’assurdo, ma mai gratuito. Ogni scena spinge in avanti la tragedia con la logica implacabile delle favole nere: si ride, ci si incanta, e poi all’improvviso si sente lo stomaco stringersi.
Hawn è semplicemente bravissima. Riesce a fare qualcosa di difficilissimo: rendere simpatica, anzi adorabile, una donna che oggettivamente sta facendo una serie di scelte sbagliate a causa della sua immaturità e della sua superficialità. C’è una disperazione luminosa nel suo sguardo, una tenerezza che non scivola mai nel sentimentalismo. È un personaggio che porta addosso tutto il peso di chi è nato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con gli strumenti sbagliati per affrontare il mondo. E lo fa senza lamentarsi, anzi: con una vitalità quasi commovente.
È impossibile, guardando “Sugarland Express” oggi, non pensare a “Thelma & Louise” di Ridley Scott, uscito quasi vent’anni dopo, nel 1991. Il film di Scott è un capolavoro a tutti gli effetti, ma deve moltissimo a questa pellicola: l’idea della fuga come atto di libertà, la coppia in viaggio verso un orizzonte impossibile, la società che non comprende e non perdona. Senza Lou Jean e Clovis che sfrecciano sulle strade del Texas, probabilmente Thelma e Louise non sarebbero mai salite su quella Thunderbird.
“Sugarland Express” è uno di quei film che il cinema americano sa fare in certi momenti irripetibili: popolare nella forma, profondo nella sostanza, capace di parlare a tutti senza rinunciare a dire qualcosa di vero. Spielberg non sarebbe diventato Spielberg senza questo film. E noi faremmo bene a ricordarlo.
Da rivedere, assolutamente.
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