“Lenny” di Bob Fosse

(USA, 1974)

Quando nell’ottobre del 2018 parlai del libro “Come parlare sporco e influenza la gente” di Lenny Bruce, questo bellissimo film era introvabile. Oggi, fortunatamente, è tornato disponibile in dvd.

Il grande Bob Fosse decide di ricordare le fortune e soprattutto le sfortune di uno dei comici più geniali e rivoluzionari del Novecento, considerato il padre della “stand-up comedy”. E lo fa basandosi sulla pièce teatrale omonima scritta da Julian Barry, noto drammaturgo e sceneggiatore americano, che in quel periodo furoreggia a Broadway.

A vestire i panni di Bruce è un bravissimo Dustin Hoffman, e il film – con una serie di flashback concatenati – ricostruisce la vita e l’arte del comico attraverso le interviste alla sua ex moglie Honey (una bravissima Valerie Perrine), a sua madre Sally Marr (Jan Miner) e al suo agente Artie Silver (Stanley Beck).

Quando ancora Bruce è un comico sconosciuto che si esibisce soprattutto in locali di striptease, incontra la provocante Honey, una spogliarellista con una fluente chioma rossa. Scoppia un amore profondo e i due decidono di sposarsi e condividere il palcoscenico.

Ma, sulla strada di Lenny, insieme al successo arrivano anche gli stupefacenti. Grazie alla sua comicità caustica e senza sconti per nessuno, Bruce viene soprannominato la “coscienza d’America”. Cosa che la parte più reazionaria e puritana degli Stati Uniti non gli perdonerà mai, e così il comico verrà travolto da arresti e cause per offese al comune senso del pudore.

Già quando Fosse girò questo film, otto anni dopo la morte di Bruce, le accuse erano ormai considerate ridicole, visto che i termini e soprattutto gli argomenti che molti giudici gli contestarono erano già diventati parte del lessico quotidiano della società. Figuriamoci oggi…

Il film venne giustamente candidato a sei Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior fotografia (con una pellicola girata totalmente in bianco e nero). Hoffman e la Perrine ottennero la candidatura come miglior attore e attrice protagonista.

Nella nostra versione, realizzata quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale, è uno stratosferico Gigi Proietti a doppiare Hoffman.

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“Come parlare sporco e influenzare la gente” di Lenny Bruce

(Giunti/Bompiani 2018)

Leonard Alfred Schneider è stato un eroe decorato della Seconda Guerra Mondiale.

Nato nel 1925 a Mineola, località dell’area urbana di New York, cresce in una famiglia di religione e tradizione ebraica, passando l’infanzia soprattutto in strada, fra non poche difficoltà economiche.

Poco più che adolescente, come molti altri della sua generazione, viene travolto dal conflitto planetario dal quale, nel 1945, torna a casa con una medaglia.

Fra mille piccoli lavori, Leonard una sera accompagna sua madre a un’esibizione di ballo e visto che il presentatore non può introdurre il numero, sul palco ci sale lui, prendendo il nome d’arte di Lenny Bruce.

Inizia così la carriera di uno dei più importanti e rivoluzionari comici (e in questo caso il termine è davvero riduttivo) del Novecento che influenzerà la cultura mondiale nei decenni successivi.

Ma allo stesso tempo Bruce – che si ispirò a Mort Sahl, il fondatore del nuovo genere di comicità satirica, sia politica che sociale, che realizzava monologhi strepitosi con solo un giornale fra le mani come oggetto di scena – è anche il primo comico vittima di una censura bigotta e reazionaria che, oltre a renderlo protagonista suo malgrado di numerosi e assurdi processi “contro la morale”, arrivò a minacciare i proprietari di night se solo gli proponevano una serata.

Questa autobiografia, apparsa per la prima volta a puntate su Playboy dal 1964 al 1965 – unica testata allora che ebbe il coraggio di pubblicarla, alla faccia dell’editoria tradizionale… – ci racconta la vita e la nascita di numerosi pezzi geniali di Bruce, ma anche delle numerose denunce e degli altrettanti processi e arresti da lui subiti.

Se oggi le accuse allora mosse sono pateticamente imbarazzanti, la comicità geniale e diretta di Bruce fa ancora scuola, tanto da ispirare ancora numerosi comici di tutto il mondo. Solo per citare una delle sue innumerevoli battute immortali: “Noto una certa tendenza a lasciare la Chiesa per tornare da Dio”.

Il 3 agosto del 1966 Lenny Bruce viene trovato morto, nella sua casa di Los Angeles, a causa di un’overdose di barbiturici.

Senza mostrare il minimo rispetto per il morto, la Polizia di Los Angeles lascia che i fotografi ritraggano il cadavere dell’artista così come è stato rinvenuto: nudo e steso nel salotto.

Per la chicca: nel 1974 il grande Bob Fosse gira “Lenny” dedicato a Bruce con Dustin Hoffman nei panni del comico.

Da leggere.

“All That Jazz – Lo spettacolo continua” di Bob Fosse

(USA, 1979)

Non sono numerosi i testamenti spirituali di grandi autori cinematografici come questo splendido “All That Jazz” scritto (assieme a Robert Alan Aurthur) e diretto dal grande Bob Fosse.

Per farlo, il geniale coreografo/regista americano torna ad ispirarsi – dopo “Le notti di Cabiria” per “Sweet Charity” – al maestro Federico Fellini e al suo “8 e 1/2”. Tutto il resto è la vera vita privata e artistica – che alla fine sembrano proprio inscindibili – dello stesso Fosse.

Joe Gideon (un grande Roy Scheider sempre con la sigaretta in bocca) è in tutto e per tutto l’alter ego di Fosse, e come lui deve mettere su le coreografie e la regia di un nuovo spettacolo musicale a Broadway. Il tutto mentre monta, da ormai parecchi mesi, la sua ultima fatica cinematografica dedicata a un famoso comico americano.

Come succede a Gideon ogni volta, l’impresa sembra impossibile, ma grazie al suo genio alla fine la vetta diventa accessibile. Ma tutto ha un costo, soprattutto quando si abusa indiscriminatamente del proprio corpo e della propria salute con alcol, droghe, fumo (anche sotto la doccia…) e donne, tante donne.

Fosse non nasconde, anzi palesa, il suo essere Gideon tanto che nel ruolo di Kate, la compagna ufficiale del protagonista, anche lei ballerina e anche lei, come la sua ex moglie, continuamente tradita c’è Ann Reinking, al tempo delle riprese del film vera compagna di Fosse.

C’è il film che Gideon monta, che in tutto e per tutto si riferisce a “Lenny“, girato dallo stesso Fosse nel 1974, e dedicato al grande comico Lenny Bruce. E poi ci sono tutti i lati oscuri dello show business fatti di cavillose assicurazioni, invidie personali e profitti da ottenere.

E poi c’è l’epilogo tragico della vita di Gideon, che drammaticamente anticipa tutto quello che porterà a quell’infarto fatale che nel 1987 stroncherà nella realtà Bob Fosse a soli 60 anni.

Con numeri coreografici ancora oggi straordinari, e con una crudeltà narrativa che lascia l’amaro in bocca, “All That Jazz” è uno dei più grandi film sul mondo dello spettacolo mai realizzati, che ci rapisce e commuove al pari della splendida “Show Must Go On” dell’immortale Freddy Mercury.

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