I recentissimi fatti di cronaca, drammaticamente, mi hanno riportato alla mente questo film allucinante ed enigmatico fino alle sequenze finali, che dovrebbe essere visto da tutti, a partire dall’adolescenza.
Per quelli che non lo hanno ancora visto non aggiungo altro, solo che, oltre che per la storia, merita di essere ricordato anche per la grande interpretazione di Christian Bale, che ha perso decine di chili proprio per le sue riprese.
Infine, va sottolineato come, nonostante la lingua originale del film sia l’inglese, la sua produzione è totalmente spagnola, segno di una cinematografia viva, attenta e con la voglia di sperimentare.
Dopo aver visto questo film, molte cose non saranno più come prima.
Il nocciolo di questo film è dichiarato esplicitamente già nei titoli di testa in cui domina la fotografia del grande Alfred Hitchcock accanto a quella del principe della risata Totò.
Un giallo atipico per quegli anni dominati dai grandi thriller firmati da Dario Argento o, se volete, una commedia noir atipica per quegli anni dominati dai pecorecci scollacciati.
Insomma, un caso singolare nel panorama cinematografico italiano che il grande Corbucci – troppo spesso dimenticato e considerato un semplice mestierante – (già autore l’anno precedente de “La mazzetta” con Nino Manfredi) riesce a costruire dosando al meglio ogni singolo elemento.
Fra questi splende su tutti l’interpretazione di Marcello Mastroianni, che sembra un napoletano di nascita e che nella vita non ha fatto altro che suonare il mandolino.
Questa pellicola va ricordata anche per un altro motivo: segna l’ultima – e irresistibile – interpretazione cinematografica del grande Peppino De Filippo.
Ci sono due grandi motivi per vedere – o rivedere – questo film. Il primo è il virtuosismo tecnico con cui è stato realizzato: un unico e visionario piano sequenza.
Come le classiche e sempre più rimpiante commedie televisive di una volta, questo film è stato tutto girato in “diretta” e in tempo reale, non è stato fatto nessun montaggio.
Il secondo, e forse ancora più accattivante, è la bellezza unica dell’Ermitage di San Pietroburgo dentro il quale è girato, che rimane ancora oggi uno dei più splendidi edifici del pianeta, con l’aggiunta poi delle scene di ballo con centinaia di figuranti in strepitosi costumi dell’epoca.
Forse un po’ troppo “spot” della Russia di oggi che si richiama a quella degli Zar, ma davvero un film da godere fino all’ultimo fotogramma.
Sono un grande estimatore di Miyazaki, ma soprattutto sono un folle fan delle serie “Le avventure di Lupin III” quello dalla giacca verde, serie firmate proprio dallo stesso Miyazaki, e quindi questo film, che racchiude due miei miti personali, non può che essere speciale per me.
Il 15 dicembre 1979 arriva nelle sale giapponesi “Il castello di Cagliostro” secondo lungometraggio dedicato a Lupin III e primo diretto da un allora semi-sconosciuto Hayao Miyazaki. Una pellicola che, pur rimanendo ancorata al mondo del celebre ladro gentiluomo creato da Monkey Punch, anticipa molti dei temi e delle atmosfere che caratterizzeranno il futuro maestro dello Studio Ghibli.
La vicenda si apre con Lupin e Jigen intenti a fuggire dopo un furto, scoprendo che il bottino è composto da banconote false prodotte nella misteriosa contea di Cagliostro. Decisi a indagare, i due si ritrovano coinvolti in una trama ben più pericolosa: salvare la giovane Clarisse dalle grinfie del malvagio Conte di Cagliostro, che vuole costringerla a un matrimonio per ottenere un antico segreto legato a un tesoro nascosto.
Fin dalle prime sequenze, Miyazaki ci trasporta in un universo che mescola il brivido dell’avventura con una delicatezza narrativa che raramente si trova in opere dello stesso genere. Pur mantenendo l’ironia e l’audacia tipiche di Lupin III, il regista dà al personaggio un’inedita sfumatura romantica e cavalleresca, rendendolo più vicino a un eroe della tradizione epica che a un semplice furfante.
E poi ci sono i paesaggi: il castello, sospeso tra sogno e minaccia, le distese verdi che sembrano uscite da una cartolina dell’Europa di un altro tempo, i cieli vasti e azzurri che già preannunciano lo stile che consacrerà Miyazaki come maestro dell’animazione mondiale. Ogni fotogramma è un’opera d’arte, carica di dettagli che trasmettono una bellezza senza tempo.
Ma “Il castello di Cagliostro” non si limita a stupire visivamente. Il film porta con sé una riflessione sull’avidità, sulla corruzione del potere e sull’importanza di proteggere ciò che è puro e innocente. Clarisse, inizialmente vittima inerme, diventa simbolo di speranza e riscatto, incarnando quella figura femminile forte e resiliente che ritroveremo in molti dei lavori futuri di Miyazaki.
All’epoca della sua uscita, la pellicola non fu un grande successo commerciale, ma col tempo è diventata un vero cult, apprezzata tanto dai fan di Lupin quanto dagli estimatori del cinema d’animazione. Una tappa obbligatoria per chi vuole scoprire le origini di uno dei più grandi registi del nostro tempo.
Per chi ama le storie ricche di avventura, ironia e poesia, questa è una piccola meraviglia capace di conquistare spettatori di ogni età, mostrando che anche dietro al più imprevedibile dei ladri può nascondersi un cuore grande.
Per non parlare poi dell’inarrivabile Fiat 500 del mago del furto… un film d’animazione che col passare degli anni non perde un colpo.
Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.
Su questo grande libro c’è poco da aggiungere o da commentare, perché “Memorie di Adriano” è una di quelle opere che non hanno bisogno di presentazioni. Eppure, proprio perché è un classico indiscusso, vale la pena tornarci sopra per ricordarci quanto sia attuale e quanto abbia ancora da insegnarci.
Ci sono molti motivi e spunti per rileggere le “riflessioni” che fece uno dei più grandi imperatori di Roma sulla sua vita pubblica e privata. Marguerite Yourcenar impiega quasi tre decenni per completare quest’opera monumentale, partita nel 1924 come progetto vago e diventata realtà solo nel 1951. Il risultato è un romanzo che ha la forma di una lunga lettera, un testamento spirituale che l’imperatore Adriano scrive al giovane Marco Aurelio, suo futuro successore.
Oltre ad essere uno splendido scorcio di quella che era la vita durante uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, il libro ci restituisce un affresco vivido e complesso del secondo secolo dopo Cristo: le campagne militari, le riforme amministrative, i viaggi interminabili attraverso le province, la costruzione di monumenti che ancora oggi sfidano il tempo. Ma la vera grandezza dell’opera non sta nella ricostruzione storica, per quanto minuziosa e affascinante. Sta nell’introspezione di un uomo che si trova a fare i conti con il proprio declino fisico mentre ripercorre una vita dedicata interamente al potere e al dovere.
Quello che mi ha sempre affascinato di quest’opera della Yourcenar è il grande senso del dovere e di responsabilità che Adriano ha nei confronti del suo ruolo e dei suoi cittadini. Qui sta il punto che rende questo romanzo così straniante per noi lettori contemporanei. Adriano non è un santo, non è un eroe da fumetto. È un uomo con le sue debolezze, i suoi errori, le sue ossessioni personali, basta pensare al dolore straziante per la morte dell’amato Antinoo. Eppure, anche nei momenti più bui della sua esistenza, non perde mai di vista il bene dell’impero. Ogni sua decisione, ogni sua azione, è filtrata attraverso queste domande fondamentali: cosa serve a Roma? Cosa serve ai cittadini?
È quasi commovente – e insieme tragicamente ironico – vedere come un imperatore romano del secondo secolo abbia un’idea così alta della funzione pubblica. Adriano si sente depositario di un mandato che va oltre la sua persona, custode di un’eredità che deve tramandare integra, se non migliorata. Si circonda di collaboratori capaci, governa con pragmatismo e visione, cerca sempre l’equilibrio tra fermezza e clemenza. Non è perfetto, ma è profondamente consapevole del peso delle sue responsabilità.
Leggere “Memorie di Adriano” oggi significa fare un salto temporale di quasi duemila anni e scoprire che, in materia di senso civico e dedizione alla cosa pubblica, siamo forse regrediti invece che evoluti. Dove Adriano vedeva un compito da onorare fino all’ultimo respiro, troppo spesso vediamo oggi un palcoscenico per narcisismi personali e beghe di partito.
La scrittura della Yourcenar è sublime: sobria, elegante, capace di passare dai dettagli più concreti della vita quotidiana alle riflessioni filosofiche più elevate senza mai perdere il filo. Non c’è retorica, non c’è enfasi superflua. Solo la voce di un uomo che sa di essere vicino alla fine e vuole lasciare traccia di sé, non per vanità, ma per trasmettere esperienza e saggezza. È un libro che richiede attenzione, rispetto, tempo. Non è una lettura da spiaggia, ma un’immersione profonda in un’epoca e in una mentalità che ci sembrano lontanissime eppure, paradossalmente, molto più vicine ai nostri ideali di quanto lo sia la realtà che viviamo.
“Cave Canem! Cave Canem!” …come diceva Totò. E state attenti anche voi, perché dopo aver letto questo libro non riuscirete più a guardare un telegiornale senza pensare ad Adriano e senza sentire un pizzico di nostalgia per un tempo in cui governare significava servire.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloudCastopodSpotifyYouTube e Amazon Music.
Classificare questo volume come un semplice libro per ragazzi è davvero troppo limitativo.
Con questa breve storia ambientata nella madre Africa, Antoine Guilloppé ci dona una vera e propria opera d’arte che non ci si stanca mai di rileggere, scoprendo ogni volta un dettaglio o un particolare nascosto.
Anche se, a dire il vero, la sceneggiatura non è scritta in maniera impeccabile, ci sono numerosi motivi per vedere – o rivedere – questo film diretto da Stanley Kramer.
Con un cast degno della più classica Hollywood, fra cui spiccano il bravissimo e sempre sobrio Gregory Peck, una sempre bellissima Ava Gardner (che indossa degli abiti strepitosi firmati dalle Sorelle Fontana), Anthony Perkins e Fred Astaire (non mi toccate il grande Fred, che litighiamo subito!) Kramer ci racconta l’ultimo anelito di vita del genere umano sopravvissuto al conflitto atomico.
1964: l’Australia è l’ultima zona della Terra a essere rimasta incontaminata dalle implacabili radiazioni nucleari che hanno sterminato la vita nel resto del globo, dopo l’esplosione del terzo conflitto mondiale.
Ma gli studi rivelano che a causa dei venti e delle correnti il continente verrà comunque raggiunto dalle radiazioni al massimo in cinque mesi. Ogni sopravvissuto affronterà come può la fine imminente…
Considerato il capostipite del genere “the day after” questo film – che fu candidato all’Oscar come miglior pellicola dell’anno – in alcune scene conserva intatta la sua potenza narrativa, e ci da un’idea ben precisa dell’angoscia nucleare che regnava in quei tempi di piena guerra fredda.
Un inno alla pace e alla vita. D’altronde Peck e Kramer furono dei paladini cinematografici dei grandi ideali civili, se Peck vinse l’Oscar con la sua interpretazione in “Il buio oltre la siepe”, Kramer firmò pellicole come “E l’uomo inventò Satana” e “Indovina chi viene a cena?”.
Nel 2000 è stato realizzato un anonimo remake televisivo dallo stesso titolo, tratto anch’esso del romanzo di Nevil Shute.
Capitano momenti, nella storia del cinema, in cui tutto si allinea. La stella, il regista, la sceneggiatura, la musica. Un attimo di grazia in cui la macchina da presa smette di essere un oggetto meccanico e diventa qualcosa di più simile a uno specchio dell’anima. “Matrimonio all’italiana” è uno di questi momenti. E diciamolo subito, senza giri di parole: questo film del maestro Vittorio De Sica non è semplicemente una delle colonne portanti della cinematografia italiana. È una delle colonne portanti della cinematografia planetaria. Punto.
Quando pensiamo alla coppia Sophia Loren-Marcello Mastroianni, cosa ci viene in mente? L’alchimia? La chimica? Parole troppo piccole, troppo scientifiche per descrivere quello che accade sullo schermo quando questi due titani si guardano. È più simile a un fenomeno naturale. Come un temporale estivo, come il mare in tempesta. Qualcosa che ti travolge e ti lascia lì, sulla poltrona, con il cuore che batte forte e gli occhi lucidi.
E parliamoci chiaro: su Loren, con la quale gli organizzatori della premiazione dei David di Donatello 2014 dovrebbero scusarsi fino alla fine dei tempi (ma questa è un’altra storia, dolorosa e vergognosa), c’è davvero poco da aggiungere. Qui è Filumena Marturano. Non la interpreta, non la recita: è Filumena. Con quella bellezza mediterranea, prorompente, devastante. Con quella forza che esce da ogni fotogramma come un’onda che ti prende e non ti molla più.
Ma veniamo al cuore pulsante di questo capolavoro. Io questo film l’ho visto decine di volte. Decine. Conosco le battute a memoria, so quando arrivano le pause, i silenzi, gli sguardi. Eppure, ogni singola volta, quando arriviamo a quella scena, mi commuovo. Sempre. Come fosse la prima volta.
La scena è quella in cui Filumena spiega ai suoi tre figli come fu avviata alla prostituzione. E qui Eduardo De Filippo, quel genio assoluto della drammaturgia napoletana e planetaria, compie un miracolo di scrittura. Filumena dice semplicemente: “Incontrai una mia compagna di scuola così ben vestita… che mi disse: funziona così… così… e così”.
Fermatevi un attimo. Rivivetela questa frase. Quattro parole: “così… così… e così”, che contengono un universo di dolore, di vergogna, di necessità, di sopravvivenza. Eduardo non spiega, non racconta, non descrive. Lascia che sia il vuoto a parlare, che siano quei puntini di sospensione a urlare quello che le parole non possono dire. È pudore e violenza insieme. È l’orrore dell’innocenza tradita raccontato con una delicatezza che ti spezza il cuore.
Questa è drammaturgia del Novecento ai suoi massimi livelli. Uno dei momenti più alti che il teatro italiano abbia mai prodotto. E De Sica, con quella classe che solo i grandi maestri possiedono, con quella sapienza cinematografica che gli ha permesso di attraversare decenni senza mai perdere la bussola, è riuscito a trasportare sullo schermo tutta – e dico tutta – la potenza narrativa di quelle parole.
Guardate Loren in quella scena. Guardate come tiene il corpo, come modula la voce, come gli occhi le si velano di lacrime trattenute. Non sta recitando. Sta vivendo Filumena. Sta portando sullo schermo il peso di una vita intera, di mille vite, di tutte le donne che hanno dovuto scegliere tra la fame e la dignità, o meglio, che non hanno potuto scegliere affatto.
E Mastroianni? Domenico Soriano è l’altra faccia della medaglia. Il maschio napoletano – e italiano… – con tutte le sue contraddizioni, la sua vigliaccheria mascherata da pragmatismo, il suo egoismo dipinto come libertà. Ma anche lui, alla fine, viene travolto dalla forza tellurica di Filumena. Perché lei non chiede permesso, non supplica, non si piega. Combatte. Con le armi che ha, con l’intelligenza, con l’astuzia, con quella dignità riconquistata un passo alla volta, un centimetro alla volta.
“Matrimonio all’italiana” è tutto questo e molto altro. È il ritratto di un’epoca, di una Napoli che non esiste più ma che continua a vivere in queste immagini. È la storia di una donna che si prende quello che la vita le ha sempre negato. È cinema che diventa vita, vita che diventa cinema.
E quando i titoli di coda scorrono, quando la musica di Armando Trovajoli si spegne, tu rimani lì. Con il respiro ancora sospeso, con la consapevolezza di aver visto qualcosa di inarrivabile.
Perché sì, questo è il termine giusto. Inarrivabile. Come Loren, come Mastroianni, come De Sica, come Eduardo, come “Ieri, oggi, domani“. Inarrivabile come solo il grande cinema sa essere.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloudCastopodSpotifyYouTube e Amazon Music.
Sembra incredibile, eppure è vero. Nel 1966, nel Regno Unito di Sua Maestà, il Rock and Roll era considerato dalla parte più reazionaria della società – quella che sedeva negli scranni più alti del Parlamento e del governo – nient’altro che pornografia bella e buona. Roba da censurare, da imbavagliare, da cacciare fuori dalle frequenze radio come si caccia un cane rognoso dalla soglia di casa.
E così fu. Le stazioni ufficiali della BBC avevano ricevuto l’ordine: quella musica non doveva passare. Il rock era pericoloso, sovversivo, immorale. Era la colonna sonora di una generazione che non voleva più stare zitta, che si muoveva diversamente, che amava diversamente, che pensava diversamente. E proprio per questo faceva paura.
Ma la musica, si sa, non si incatena. E quella musica, in particolare, era una forza della natura.
La soluzione fu tanto geniale quanto assurda, come spesso accade alle idee migliori: alcune radio private iniziarono a trasmettere da navi ancorate nelle acque internazionali, al di là dei confini territoriali britannici, dove la legge di Londra non arrivava. Navi che dondolavano sull’Atlantico del Nord, sferragliate dal vento e dalla pioggia, abitate da un manipolo di dj folli e visionari che ogni giorno sparavano rock and roll nelle orecchie di milioni di sudditi assetati di quella musica proibita. Una storia che sa di romanzo d’avventura, e che Richard Curtis ha trasformato in un film straordinario.
La più importante e seguita di queste stazioni si chiamava Radio Rock. E Radio Rock era molto più di una semplice emittente: era uno stile di vita, un manifesto generazionale, una comunità galleggiante di anime libere. I suoi dj erano personaggi stravaganti, irriverenti, magnificamente fuori dalle righe, capaci di dettare il ritmo e l’umore di quasi tutto il Paese. E il governo, naturalmente, non poteva tollerarlo. La reazione fu implacabile, guidata da un funzionario del Ministero interpretato da un Kenneth Branagh in stato di grazia, algido e ridicolmente pomposo, che nella sua crociata contro il rock and roll finisce per incarnare perfettamente tutto il grottesco di un certo potere borghese e conservatore.
Curtis costruisce il suo film come una grande festa, un concerto che dura centoventi minuti senza mai perdere energia. La storia è quella di Carl, un ragazzo che viene mandato sulla nave dalla madre per stare con il suo padrino, e che si ritrova catapultato in un mondo dove le regole sono quelle del rock, della libertà e dell’amicizia. Un mondo imperfetto, caotico, rumoroso, meraviglioso. Il film funziona proprio perché sa essere leggero senza essere superficiale, e sa emozionare senza diventare stucchevole.
E poi c’è il cast. Un cast da manuale. Nick Frost, l’irresistibile protagonista di tanti film britannici, qui è pura gioia. Bill Nighy – lo stesso che ci ha fatto venire i brividi nei panni del terribile Capitano Davy Jones nella saga dei “Pirati dei Caraibi” – interpreta il proprietario di Radio Rock con un’eleganza stramba e malinconica che è tutto un programma. E poi c’è lui, l’uomo che manca. Philip Seymour Hoffman, il grande Philip Seymour Hoffman, nei panni del Conte, il dj americano stella della nave: un’interpretazione così magnetica, così carnale, così totale, da lasciare il segno anche a chi lo vede per la prima volta. Se n’è andato troppo presto, Hoffman. I film come questo ce lo ricordano con una fitta al cuore.
Ma la vera protagonista di “I love Radio Rock”, quella che rimane incollata addosso anche molti giorni dopo la visione, è la colonna sonora. Un’antologia strepitosa del rock e del pop britannico degli anni Sessanta: i Rolling Stones, i Kinks, Jimi Hendrix, Procol Harum, The Who. Ogni canzone è scelta con cura chirurgica, ogni pezzo racconta un momento, un’emozione, uno spaccato di un’epoca. Un’epoca che noi – …almeno una parte – non abbiamo vissuto, e che questo film ci restituisce con una nostalgia dolcissima e generosa.
Curtis ha il dono raro di fare cinema popolare senza tradire l’intelligenza dello spettatore. “I love Radio Rock” è un film che ride e commuove, che celebra la musica come atto politico e come atto d’amore, che ci racconta come certe battaglie – quelle per la libertà di espressione, per il diritto di essere se stessi – si combattano spesso su fronti inaspettati. Come una nave che dondola in mezzo al mare, con le antenne puntate verso il cielo e il volume al massimo.
Il rock è vivo. E combatte ancora con noi.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloudCastopodSpotifyYouTube e Amazon Music.
Diciamo la verità, il dramma che fino a pochi anni fa ha devastato e dilaniato i Balcani noi, che eravamo così vicini ma in realtà così lontani, non lo abbiamo vissuto, studiato e compreso davvero.
Sulle sue ragioni storiche si è detto tanto, ma su quello che poi ha comportato e significato sulle generazioni che lo hanno vissuto, invece, non se ne parla mai abbastanza.
E questa bella pellicola – premiata anche al Mostra del Cinema di Venezia – diretta dalla spagnola Isabel Coixet, e prodotta da Pedro Almodóvar, ci riporta a quel dramma con un’eleganza e una delicatezza davvero rare.
Hanna (una bravissima Sarah Polley) è una giovane infermiera che accetta un lavoro temporaneo su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Il suo compito è quello di assistere Josef (il premio Oscar Tim Robbins), un operaio che a causa di un incidente sul lavoro ha momentaneamente perso la vista.
Ovviamente il mezzo per distrarre e rendere più sopportabile la convalescenza a Josef è la parola, e così Sarah comincia a raccontare storie ed episodi della sua vita, fino ad arrivare a confidare al degente la tragedia che, suo malgrado, ha subito durante il conflitto nei Balcani…
Un film tanto commovente quanto lucido e sincero, con un grande cast fra cui spiccano Polley e Robbins, ma anche, in parti minori, Julie Christie e il grande Javier Camara.
Da vedere per ricordare, visto che molti di noi, di questi tempi, sembrano avere la memoria troppo corta.
Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast il podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.