“Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar

(1963/1981, Einaudi)

Su questo grande libro c’è poco da aggiungere o da commentare, perché “Memorie di Adriano” è una di quelle opere che non hanno bisogno di presentazioni. Eppure, proprio perché è un classico indiscusso, vale la pena tornarci sopra per ricordarci quanto sia attuale e quanto abbia ancora da insegnarci.

Ci sono molti motivi e spunti per rileggere le “riflessioni” che fece uno dei più grandi imperatori di Roma sulla sua vita pubblica e privata. Marguerite Yourcenar impiega quasi tre decenni per completare quest’opera monumentale, partita nel 1924 come progetto vago e diventata realtà solo nel 1951. Il risultato è un romanzo che ha la forma di una lunga lettera, un testamento spirituale che l’imperatore Adriano scrive al giovane Marco Aurelio, suo futuro successore.

Oltre ad essere uno splendido scorcio di quella che era la vita durante uno dei più grandi imperi di tutti i tempi, il libro ci restituisce un affresco vivido e complesso del secondo secolo dopo Cristo: le campagne militari, le riforme amministrative, i viaggi interminabili attraverso le province, la costruzione di monumenti che ancora oggi sfidano il tempo. Ma la vera grandezza dell’opera non sta nella ricostruzione storica, per quanto minuziosa e affascinante. Sta nell’introspezione di un uomo che si trova a fare i conti con il proprio declino fisico mentre ripercorre una vita dedicata interamente al potere e al dovere.

Quello che mi ha sempre affascinato di quest’opera della Yourcenar è il grande senso del dovere e di responsabilità che Adriano ha nei confronti del suo ruolo e dei suoi cittadini. Qui sta il punto che rende questo romanzo così straniante per noi lettori contemporanei. Adriano non è un santo, non è un eroe da fumetto. È un uomo con le sue debolezze, i suoi errori, le sue ossessioni personali, basta pensare al dolore straziante per la morte dell’amato Antinoo. Eppure, anche nei momenti più bui della sua esistenza, non perde mai di vista il bene dell’impero. Ogni sua decisione, ogni sua azione, è filtrata attraverso queste domande fondamentali: cosa serve a Roma? Cosa serve ai cittadini?

È quasi commovente – e insieme tragicamente ironico – vedere come un imperatore romano del secondo secolo abbia un’idea così alta della funzione pubblica. Adriano si sente depositario di un mandato che va oltre la sua persona, custode di un’eredità che deve tramandare integra, se non migliorata. Si circonda di collaboratori capaci, governa con pragmatismo e visione, cerca sempre l’equilibrio tra fermezza e clemenza. Non è perfetto, ma è profondamente consapevole del peso delle sue responsabilità.

Leggere “Memorie di Adriano” oggi significa fare un salto temporale di quasi duemila anni e scoprire che, in materia di senso civico e dedizione alla cosa pubblica, siamo forse regrediti invece che evoluti. Dove Adriano vedeva un compito da onorare fino all’ultimo respiro, troppo spesso vediamo oggi un palcoscenico per narcisismi personali e beghe di partito.

La scrittura della Yourcenar è sublime: sobria, elegante, capace di passare dai dettagli più concreti della vita quotidiana alle riflessioni filosofiche più elevate senza mai perdere il filo. Non c’è retorica, non c’è enfasi superflua. Solo la voce di un uomo che sa di essere vicino alla fine e vuole lasciare traccia di sé, non per vanità, ma per trasmettere esperienza e saggezza. È un libro che richiede attenzione, rispetto, tempo. Non è una lettura da spiaggia, ma un’immersione profonda in un’epoca e in una mentalità che ci sembrano lontanissime eppure, paradossalmente, molto più vicine ai nostri ideali di quanto lo sia la realtà che viviamo.

“Cave Canem! Cave Canem!” …come diceva Totò. E state attenti anche voi, perché dopo aver letto questo libro non riuscirete più a guardare un telegiornale senza pensare ad Adriano e senza sentire un pizzico di nostalgia per un tempo in cui governare significava servire.

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