“The Weather Man – L’uomo delle previsioni “ di Gore Verbinski

(USA, 2005)

Devo essere sincero, dopo “Stregata dalla Luna”, non ho mai amato Nicolas Cage in ruoli da commedia o drammatici.

Ho sempre detto: fategli cercare un tesoro nascosto da secoli, fatelo correre in moto con la testa in fiamme, fatelo combattere con un extraterrestre o fategli doppiare un uomo delle caverne: ma non fategli interpretare un quarant’enne in crisi esistenziale!

E invece il buon vecchio Nik ti tira fuori dal cilindro una bella interpretazione in questo melanconico “The Weather Man – L’uomo delle previsioni” di Gore Verbinski (autore della trilogia de “I Pirati dei Caraibi”), dove interpreta David Spritz, un modesto presentatore di previsioni che però ha un continuo successo lavorativo, tanto quanto un profondo fallimento personale come padre, marito e figlio.

Con una grande interpretazione di Michael Caine, nel ruolo del padre di David, questo film è una piccola …perla (chi vuol intendere intenda!).

“Don Jon” di Joseph Gordon-Lewitt

(USA, 2013)

Dite quello che vi pare ma questa commedia, scritta diretta e interpretata dal giovane Joseph Gordon-Lewitt, è davvero sfiziosa e interessante.

Non pretenderà certo di risolvere i problemi esistenziali che affliggono il mondo, ma scatta una scanzonata e sincera fotografia di uno spicchio attualissimo della contemporanea commedia umana.

Jon Martello (lo stesso Gordon-Lewitt) è un giovane e piacente ragazzo che ha dei precisi punti fermi nella vita: la sua macchina, la sua casa – che ama pulire con cura -, la sua famiglia – con la quale partecipa alla messa ogni domenica – e le donne, che riesce a conquistare in discoteca e portare a letto, senza fallo, ogni sabato sera (con grande invidia degli amici).

Ma in realtà Jon ha anche un altro punto fermo che forse sottovaluta un po’ troppo: guardare i porno su internet.

Anche dopo un bell’amplesso con una ragazza piacente, Jon non si sente appagato se poi non si masturba davanti al suo pc guadando un filmato hard.

Una sera, nel suo solito luogo di caccia, incontra Barbara (una brava quanto antipatica Scarlett Johansson) che accetta la sua corte ma con delle precise e ferree condizioni, tra cui c’è quella di non usare mai più un porno per masturbarsi. Jon, che infondo è un uomo puro e di cuore, accetta ma…

Non si può non ricordare, inoltre, anche la brava – come al solito – Julianne Moore che interpreta un ruolo molto particolare, che non ha senso svelare a chi non ha visto il film.

Per la chicca: Joseph Gordon-Lewitt è stato scelto per doppiare, nella versione inglese, Jiro Horikoshi, il protagonista dello splendido “Si alza il vento” del maestro Miyazaki.

“La Luna” di Enrico Casarosa

(USA, 2011)

Ecco un altro piccolo gioiello firmato dalla Pixar, scritto e diretto da Enrico Casarosa, nato a Genova nel 1970 e trasferitosi vent’enne a New York per iscriversi alla School of Visual Arts, la stessa frequentata – tanto per dirne uno – da Keith Haring.

Casarosa ci porta in una splendida favola onirica i cui protagonisti sono tre classici italiani – così come se li immaginano tanto gli americani – di tre generazioni differenti: nonno, papà e nipote che nella vita fanno un lavoro molto particolare…

7 minuti di puri sogni e immagini fantastiche da vedere ogni volta che ci capita una giornata storta e che riportano alla mente la Cosmicomica “La distanza della Luna” del grande Italo Calvino.

Nominato all’Oscar come miglior film d’animazione nel 2012.

“Interstellar” di Christopher Nolan

(USA/UK, 2014)

Christopher Nolan ci regala un’altra pellicola dalla trama superbamente circolare (è proprio il caso di dirlo!) e con delle sequenze così spettacolari e visionarie da meritare di essere vista anche solo per quelle.

Gli esseri umani sono nati sulla Terra, ma sono destinati anche a morirci?

E, soprattutto, chi è disposto davvero a sacrificarsi per salvare gli altri della propria specie?

Della trama non dico altro perché come ogni film di Nolan – a partire da “Memento” in poi – “Interstellar” va visto e basta: 169 minuti di grande spettacolo cinematografico.

“Si alza il vento” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 2013)

Il maestro Hayao Miyazaki aveva dichiarato che questo sarebbe stato il suo ultimo lungometraggio, e che una volta terminato avrebbe fatto il pensionato. Sappiamo bene e fortunatamente come sia andata a finire — il richiamo dell’animazione si è rivelato più forte di qualsiasi buon proposito — ma all’epoca quella dichiarazione suonò come una notizia triste per tutto il cinema e la cultura mondiale. E in effetti, guardando Si alza il vento oggi, si capisce perché: oltre ad essere un’altra vera opera d’arte, è anche il testamento artistico di un uomo che ha dedicato la vita a insegnarci a sognare ad occhi aperti.

La storia è quella di Jiro Horikoshi, l’ingegnere progettista dei micidiali velivoli Zero che ebbero una tragica fama durante la Seconda Guerra Mondiale. Miyazaki sceglie di raccontarlo non come un eroe né come un colpevole, ma come un uomo divorato da una passione più grande di lui: il volo, l’aerodinamica, la bellezza pura delle linee di un aereo che fende il cielo. È una scelta rischiosa, quella di rendere protagonista un personaggio storico così ambiguo, il cui lavoro avrebbe portato morte e distruzione; eppure il regista non assolve né condanna, si limita a osservare, con la delicatezza che gli è propria, il conflitto silenzioso tra il sogno e la Storia, tra la purezza dell’ideale e la ferocia con cui il mondo se ne appropria.

Il film ci riporta nel Giappone prebellico, un paese fragile, arretrato, scosso dal terremoto del Kantō, eppure attraversato da un fermento creativo e industriale che sembra un’eco lontana del boom economico che sarebbe arrivato decenni dopo. E dentro questo scenario si muove un bambino miope che però sa vedere molto lontano: Jiro, che fin da ragazzo sogna di volare e che, non potendo diventare pilota a causa della sua vista “limitata”, decide di costruire lui stesso le ali che non potrà mai indossare. È in questa dialettica tra limite fisico e visione interiore che Miyazaki trova il cuore pulsante del film, lo stesso cuore che batte in tanti suoi personaggi: da Nausicaä a Kiki, l’ostinazione gentile di chi insegue un’idea più grande di sé.

I sogni, del resto, sono da sempre la materia prima del cinema di Miyazaki, e qui diventano quasi un secondo livello narrativo, un contrappunto onirico alla vicenda reale: gli incontri immaginari con Giovanni Battista Caproni, l’ingegnere italiano che Jiro elegge a maestro e guida spirituale, si susseguono come visioni febbrili in cui l’aeronautica si fa poesia, gioco, utopia. Sono forse le sequenze più alte – …in tutti i sensi – del film, quelle in cui l’animazione tradizionale di Miyazaki — fatta di cieli sconfinati, nuvole che sembrano respirare, macchine volanti disegnate con un amore quasi feticistico per il dettaglio meccanico — raggiunge vertici di grazia visiva che pochissimi altri autori, animati o non, sono in grado di toccare.

E poi c’è la storia d’amore con Nahoko, filo sottile e struggente che attraversa tutto il film, segnato dalla malattia e dalla consapevolezza di un tempo che scorre inesorabile. Miyazaki non concede sconti sentimentali, non cerca la lacrima facile, eppure riesce a costruire una delle relazioni più commoventi del suo intero cinema, proprio perché la racconta per sottrazione, per sguardi, per silenzi, per piccoli gesti quotidiani che valgono più di mille dichiarazioni.

Ma parlare solo della trama di un film di Miyazaki ha davvero poco senso: le sue opere vanno godute fotogramma per fotogramma, lasciandosi attraversare dal ritmo lento e contemplativo che il regista impone alla narrazione, un ritmo che qui si fa ancora più meditativo, quasi crepuscolare, come si addice a un’opera che sa di essere un congedo. Ogni inquadratura è studiata, ogni movimento del vento tra l’erba dei campi, ogni riflesso di luce sulla carlinga di un aereo sembra pensato non solo per raccontare una storia, ma per farci respirare un’epoca, un sentimento, un’intera visione del mondo.

Si alza il vento non è forse il film più immediato di Miyazaki, non ha la magia fiabesca de La città incantata né l’afflato ecologista de La principessa Mononoke o la leggerezza di Porco Rosso, ma è forse il più intimo, il più personale, quello in cui l’autore si mette maggiormente a nudo, interrogandosi sul senso stesso del creare bellezza in un mondo che spesso la trasforma in strumento di distruzione. Una domanda che, chissà, riguarda anche lui, artista e artigiano che ha dedicato la vita a disegnare mondi impossibili.

Da vedere, come tutte le altre opere del maestro giapponese. E da rivedere, ogni volta scoprendo qualcosa di nuovo in quel cielo che continua, inesorabile, ad alzarsi.

Per chi ama davvero le opere del grande cineasta giapponese c’è una meta particolare, nel nostro Paese, da visitare. A Trento c’è il Museo dell’Aeronautica Gianni Caproni, tra l’altro il più antico museo italiano dedicato all’aviazione. Sono presenti, oltre a modelli e veri aerei creati dall’ingegnere trentino, anche cimeli e fotografie d’epoca che riportano ai film di Miyazaki come Porco Rosso – c’è un idrovolante molto simile a quello del film – e lo stesso Si alza il vento.

C’è poi un particolare che rende palpabile la presenza dello stesso Miyazaki in quel luogo: è presente un pezzo della fusoliera del Re.2005 Saggittario, un caccia creato da Caproni nel 1942 di cui non esistono altri esemplari. Sul pezzo esposto è ben visibile la mascotte dipinta sulla carlinga chiamata Testa di rapa molto, ma molto simile al personaggio Rapa che Miyazaki inserirà ne Il castello errante di Howl del 2004.

Vi consiglio di andare a visitarlo.

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“La lunga notte del ‘43” di Florestano Vancini

(Italia, 1960)

In uno degli anni più importanti del cinema italiano (lo stesso in cui uscirono “La dolce vita” di Federico Fellini, “La ciociara” di Vittorio De Sica, “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, “Tutti a casa” di Luigi Comencini e “Kapò” di Gillo Pontecorvo, tanto per citare solo i più famosi) esordisce alla regia Florestano Vancini con un film tratto da un racconto di Giorgio Bassani e sceneggiato da Pier Paolo Pasolini e Ennio De Concini insieme allo stesso Vancini.

Oltre alla drammatica vicenda storica che il film racconta, la sommaria e ingiustificata fucilazione di 11 antifascisti come rappresaglia per l’assassinio del capo dell’ufficio federale fascista della città (in realtà freddato da un sicario inviato da Carlo Aretusi, fascista della prima ora, che così riacquista il potere locale), la cosa che a distanza ancora colpisce come un pugno allo stomaco è la scena finale.

Ambientata nel 1960, in maniera quasi profetica, l’epilogo del film ci descrive l’Italia del boom economico così incredibilmente vicina a quella contemporanea.

Vancini, con stile asciutto e rigoroso, intreccia la dimensione collettiva della Storia con le vicende private dei protagonisti, creando un’opera che si distingue nel panorama cinematografico del tempo per il suo approccio diretto e non retorico agli anni bui del regime fascista.

Gino Cervi, nei panni dell’Aretusi, ci regala un’interpretazione indimenticabile, ma nel cast brillano anche Enrico Maria Salerno, Gabriele Ferzetti e Belinda Lee. Il film vince il Premio come Miglior Opera Prima alla Mostra del Cinema di Venezia.

Come scrive George Santayana nel suo “La vita della Ragione”: “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”.

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“The Universe of Keith Haring” di Christina Clausen

(Italia/Francia, 2008)

Con questo bellissimo documentario diretto da Christina Clausen ripercorriamo l’intensa, ma troppo breve, vita del grande artista di strada Keith Haring.

Nato in una piccola cittadina della Pennsylvania nel maggio del 1958, vista la sua grande propensione al disegno e alle arti in generale, Keith si trasferisce appena ventenne a New York iscrivendosi alla Scuola delle Arti Figurative.

La Grande Mela in quegli anni sta diventando il centro del mondo per molti ambiti della cultura e della società, e così il giovane Haring entra in contatto con quelli che di lì a breve diverranno – come lui – artisti di fama mondiale.

Ma sono gli stessi anni in cui la comunità gay newyorchese è travolta dalla tragedia dell’AIDS, che stroncherà il giovane e ormai immortale Keith Haring il 16 febbraio 1990 a soli 31 anni, lo stesso che qualche anno prima era stato fra i primi personaggi famosi a parlare pubblicamente della sua malattia.

Ma oltre a ciò, questo documentario ci descrive al meglio il genio di Haring e la sua infinita voglia di donare a tutti la sua irripetibile arte – basta buttare un occhio sul sito della sua fondazione dedicato all’incontro fra l’arte e i bambini, che contiene anche percorsi dettagliati per gli insegnati delle scuole primarie – cosa che faceva storcere non poco il naso ai galleristi.

“The Normal Heart” di Ryan Murphy

(USA, 2014)

Questo intenso film per la televisione – scritto da Larry Kramer, diretto da Ryan Murphy e prodotto dalla HBO – ci riporta nella comunità gay di New York del 1981, nel momento in cui apparvero i primi casi del cosiddetto “cancro dei gay”.

La storia ci dice tragicamente che quella misteriosa malattia poco dopo sarebbe stata chiamata con un acronimo che avrebbe segnato tragicamente e moralmente la vita di tutti: AIDS.

Ma il film affronta anche la tragedia morale, oltre che quella fisica, della comunità omosessuale newyorchese che a partire da quell’anno, in pochissimo tempo, venne quasi dimezzata; dei vani e disperati tentativi di questa di coinvolgere le istituzioni per avere finanziamenti per assistere i malati – che non potevano far altro che diventare terminali – e per fare ricerca e prevenzione.

Ma siccome l’AIDS venne considerata per anni esclusivamente una “malattia dei froci” (termine osceno, indegno e tremendamente volgare ma che io, allora appena adolescente, ricordo di uso fin troppo comune) negli Stati Uniti nessuno si mosse, a partire dalla Casa Bianca, dove risiedeva Ronald Reagan.

Solo nel 1986, dopo che vennero riconosciuti numerosi casi anche fra gli eterosessuali, il Presidente Reagan la menzionò in un suo discorso annunciando fondi per la ricerca.

Da ricordare le interpretazioni di Mark Ruffalo – nel ruolo dell’attivista gay Ned Weeks -, Julia Roberts – in quello della dottoressa Brookner, che fu la prima ad accogliere nel suo reparto i sieropositivi – e quella di Jim Parsons.

Da vedere e da far vedere soprattutto a chi, povero stolto, ha ancora medievali problemi con se stesso e si nasconde dietro l’omofobia.

“Unico indizio la luna piena” di Daniel Attias

(USA, 1985)

A tutti gli effetti questo è uno dei tanti B-movie con cui passavano le sarete del sabato sera molti adolescenti degli anni Ottanta come me.

Ma a riguardarlo bene non è solo questo, perché a differenza di altri adattamenti di opere del Re, la sceneggiatura è stata scritta direttamente dallo stesso Stephen King che – come racconta nella prefazione di una recente riedizione dell’omonimo romanzo – ha avuto mano totalmente libera grazie all’acume del grande produttore Dino De Laurentiis.

Con un cast semi sconosciuto – a parte Gary Busey – e un regista al suo esordio (Daniel Attias passerà con successo alla televisione dove dirigerà, e tutt’ora dirige, episodi di serie di tutto rispetto come “Miami Vice”, “Ally McBeal”, “Party of Five”, “Buffy l’Ammazzavampiri”, “I Soprano”, “Alias”, “Lost”, “Dr. House“, “The Walking Dead”, “True Blood”, “The Americans” e “Homeland” solo per citarne alcune), “Unico indizio la luna piena” mantiene al meglio l’elemento principe e originale del romanzo di King: il rapporto conflittuale fra un’adolescente e il suo fratello minore disabile, rapporto che troverà la sua soluzione nello scontro fatale col lupo mannaro.

Nonostante gli effetti speciali ormai davvero poco speciali – teste mozze di evidente cartapesta, per non parlare dell’imbarazzante costumone peloso che indossa il lupo mannaro – e un’ambientazione del 1976 che è fin troppo quella contemporanea del 1985, questo film rimane comunque affascinante.

E come sempre: viva il Re!

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“Gloria” di Sebastián Lelio

(Cile/Spagna, 2013)

E’ un dato di fatto che gli ottimisti – purtroppo – alla fine prendono sempre un sacco di fregature, ma nonostante questo sono parte integrante di quella linfa vitale del mondo che permette a tutti gli altri di andare avanti.

Così affronta la sua vita da sessant’enne Gloria, una divorziata con due figli adulti, che frequenta le sale da ballo per single di Santiago del Cile.

Una sera incontra un uomo, suo coetaneo e appena separato, con il quale inizia una relazione molto intensa. Ma concedere la propria fiducia a uno sconosciuto non sempre finisce per essere la cosa giusta…

Il giovane Sebastián Lelio (classe 1974) firma un delicato affresco della vita di una sessantenne che alle soglie della pensione non si arrende agli stereotipi che la vorrebbero classificata nella parte “anziana” della società, soprattutto perché ama la vita e l’amore, quello vero.

Dite quello che volete, ma la scena finale, sulle note di “Gloria” – cantata da Umberto Tozzi in spagnolo – per me è un altro grande omaggio a “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini.

Gloria ha l’aspetto e le movenze di Paulina García, considerata la “Signora” del teatro cileno, che per questa sua straordinaria interpretazione ha vinto l’Orso d’Argento al Festival di Berlino.

Nel 2018 lo stesso Lelio dirige il remake americano dal titolo “Gloria Bell” con come protagonista Julianne Moore affiancata da John Turturro.