“Disclosure Day” di Steven Spielberg

(USA, 2026)

La fantascienza, quella vera, sa raccontare la nostra società con i suoi lati più oscuri e fragili. Sempre più generazioni, così, passano notti insonni per la paura dell’arrivo di mostri alieni che potrebbero conquistare il nostro pianeta, ponendosi anche quesiti cruciali. Alla soglia degli ottant’anni, Steven Spielberg – lo stesso che nel 2005 ha diretto uno dei numerosi adattamenti cinematografici tratti da La guerra dei mondi del maestro Herbert George Wells, anche quello scritto da David Koepp – ci pone la tanto scomoda domanda: è davvero il nostro il “mondo” più giusto ed equo, rispetto a quello di una eventuale forma aliena?

Kansas City Missouri, nei – cupi – giorni nostri. La brillante conduttrice del meteo locale Margaret Fairchild (che ha il viso e gli occhi luminosi ma al tempo stesso irrequieti di Emily Blunt) andando al lavoro inizia ad avere delle strane percezioni. Nella sede del suo network tutti ascoltano le notizie dal mondo, fatte di guerre e terribili violenze che sembrano ormai aver innescato una escalation inarrestabile. Margaret inizia il suo breve collegamento meteo ma dalla sua bocca escono solo strani e incomprensibili suoni alla fine dei quali la donna cade a terra priva di sensi.

Daniel Keller (incarnato da un fragile ma al tempo stesso deciso Josh O’Connor) riesce a fuggire dagli uomini, che sembrano in tutto e per tutto dei militari, che hanno rapito la sua ragazza Jean (che ha il viso di Eve Hewson) e che sono comandati dall’inesorabile Nohan Scanlon (un granitico e volitivo Colin Firth). Il percorso che poi faranno Margaret e Daniel potrebbe consegnare al mondo una delle rivelazioni più determinanti di sempre con conseguenze forse inimmaginabili, ma…

Ecco: Disclosure Day comincia esattamente così. E da quel momento in poi non ti lascia più respirare tranquilla o tranquillo — non perché ti spaventi, ma perché ti farà pensare. E pensare, si sa, fa sempre un po’ male. La sceneggiatura che David Koepp firma, da un soggetto dello stesso Spielberg, è come sempre asciutta e diretta e non si lascia andare mai a facili predicozzi o inflazionate ovvietà. C’è invece la quotidianità del conflitto, la fatica del dialogo, la paura dello sconosciuto, ma – l’autore degli script di film come Jurassic Park e Carlito’s Way – ci regala anche la bellezza fragile e improbabile dell’intesa profonda e della fiducia.

Steven Spielberg non ha fatto un film di fantascienza nel senso tradizionale del termine. Ha fatto qualcosa di più antico e di più necessario. Ha fatto un film sull’essere umano, realizzato con il suo tocco unico e sognatore. Naturalmente c’è sempre una fuga, marchio di fabbrica del regista di Cincinnati a partire dal suo indimenticabile Sugarland Express.

So bene che oggi la parola “tolleranza” può suonare stanca, consumata dall’uso eccessivo nel dibattito pubblico e anche in quello privato. Ma Disclosure Day la restituisce alla sua dimensione più concreta e più difficile: non solo l’accettare chi è diverso, ma fare lo sforzo attivo di capirlo. Di avvicinarsi. Di rischiare. E forse è questa l’unica e ultima possibilità che ha oggi l’essere umano per non soccombere a se stesso.

Spielberg lo dice con le immagini, non con i discorsi. Con quella luce calda che avvolge le scene di contatto. Con la colonna sonora del “solito” John Williams che non schiaccia mai le emozioni ma le accompagna, come una mano discreta sulla spalla.

Disclosure Day, come altri film del suo regista, sembra apparentemente solo un’opera di facile intrattenimento ben fatta, ma non lo è. Il Re Mida di Hollywood – lo stesso che ha detto sorridendo, nel corso di una intervista per la promozione proprio di questa pellicola, di essere stato più volte rifiutato, qualche decennio fa, come regista per uno degli episodi della saga di James Bond dagli stessi produttori che oggi invece: “…non potrebbero certo permetterselo” – ormai si può permettere di dire quello che vuole. E lo fa nella sua lingua, o meglio, nel suo linguaggio preferito: quello cinematografico dove si sente a proprio agio e sa di esprimersi al meglio.

E quando arrivano le sequenze finali, che invadono gli schermi grandi e piccoli di tutto il pianeta, senti un blocco nello stomaco perché le riconosci, perché sono molto simili a quelle che vediamo ormai da troppo tempo sui nostri di schermi. Ed il blocco si piazza nel centro dello stomaco perché forse ti rendi conto che ti stavi abituando a vedere quelle immagini e l’abitudine ti stava rendendo ogni giorno sempre più passivo. E il blocco diventa un mattone perché capisci che ti ci voleva un film di fantascienza per farti tornare a sentirle e vederle per quello che sono davvero.

L’autore di Schindler’s List e Munich ci regala un film che non dimentichi subito. Ti rimane sotto la pelle per qualche giorno, fino a quando poi ti accorgi che stai guardando le persone intorno a te in modo leggermente diverso. Con un pizzico di curiosità in più. Con un po’ meno fretta di giudicarle.

E in questo momento storico, dobbiamo riconoscerlo, non è poco.

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“Il giardino segreto” di Marc Munden

(UK/Francia/USA/Rep. Pop. Cinese, 2020)

E’ disponibile su Prime Video e in dvd il nuovo adattamento cinematografico dello storico romanzo di Frances Hodgson Burnett “Il giardino segreto“.

A scrivere l’ottima sceneggiatura è Jack Thorne, lo stesso autore di quelle di pellicole come “Radiocative” e “Enola Holmes“, che aggiorna il romanzo originale apportando alcune modifiche sostanziali.

L’azione si svolge nel 1947, poco dopo la fine del secondo conflitto planetario, proprio mentre si sta verificando la drammatica separazione fra l’India, il Pakistan Orientale e quello Occidentale. La piccola Mary (una bravissima Dixie Egerickx) rimane sola e abbandonata nella sua grande tenuta in India, dopo che i suoi genitori sono morti di colera in poche ore.

Una volta trovata dai militari britannici, la piccola viene spedita dall’unico parente in vita, il signor Archibald Craven (Colin Firth) cognato di sua madre. L’arrivo in Inghilterra e soprattutto quello presso la tenuta Craven è davvero molto freddo e duro. Ad attendere la piccola infatti c’è solo la governante, signora Medlock (Julie Walters) che in maniera assai brusca e altera la porta nella camera che le è stata destinata. E soprattutto la diffida nel guardare negli occhi il signor Craven e soprattutto la deformazione di cui è vittima, quando lo incontrerà.

Il padrone di casa è afflitto, infatti, da una deformazione del torace dovuta ad alterazioni ipercifotiche della colonna vertebrale, che volgarmente molti chiamano “gobba”. Naturalmente il carattere viziato e arrogante di Mary la portano, al loro primo incontro, non solo a guardare negli occhi suo zio ma ad osservare con attenzione la sua escrescenza sulle spalle.

Il clima nella casa è molto triste e algido perché il padrone di casa non si è mai ripreso dalla morte della moglie – sorella della madre di Mary – avvenuta a causa di una grave malattia qualche anno prima. E la sua enorme magione sembra essere rimasta congelata ai quei giorni tristi.

La notte Mary sente dei lontani e misteriosi lamenti che tutti però, a partire dalla indisponente signora Madlock, imputano al fischiare del vento. Ma la piccola scopre che invece sono i lamenti di Colin, il figlio del signor Craven, suo coetaneo e quindi anche suo cugino. Il piccolo è costretto a letto da una misteriosa quando terribile malattia…

Grazie alla bravura di Thorne e a quella di un cast davvero di primo livello – fra cui spicca il sempre bravo Colin Firth che nonostante i suoi quasi 190 centimetri di altezza rendere credibile la sua deformità – riviviamo al meglio uno dei romanzi per ragazzi più famosi di sempre.

Da vedere.

“Quando tutto cambia” di Helen Hunt

(USA, 2007)

C’è chi pensa di essere perfetto, c’è chi cerca di sembrare perfetto, e c’è chi è sicuro di non essere perfetto. A quest’ultima categoria appartiene April, la protagonsita di questa bella pellicola diretta da Helen Hunt.

April (la stessa Hunt) è una brava insegnante delle elementari. Alla soglia dei quarant’anni si sposa col collega Ben (Matthew Broderick). Nonostante i tentativi, April non riesce a rimanere incinta. Sua madre le consiglia vivamente l’adozione, così come ha fatto lei, visto che April è stata adottata. Ma la donna si rifiuta categoricamente: proverà in tutti i modi a diventare una madre “biologica”.

Alla vigilia del primo anniversaro di matrimonio, Ben la lascia e April, al lavoro, conosce casualmente Frank (Colin Firth) il padre di un suo alunno. Poche ore dopo sua madre, aggravatasi, muore. La sua vita subisce così una violenta scossa e quando le cose sembrano tornare a calmarsi, la star del talk show matttutino locale Bernice Graves (Bette Midler) bussa alla sua porta con una notizia alquanto destabilizzante…

Scritto da Helen Hunt, Alice Arlner, Victor Levin (già produttore della serie tv “Innamorati pazzi” che portò la Hunt al successo) e tratto dal romanzo di Elinor Lipman, “Quando tutto cambia” ci parla con eleganza e sincerità di come il modo in cui affrontiamo la vita è determinante per la forma che questa poi prenderà. Davvero un bel film.

Per la chicca: piccolo cameo di Tim Robbins come ospite del talk show.