“Freaks Out” di Gabriele Mainetti

(Italia/Belgio, 2021)

Il 18 settembre del 1938, così come il 16 ottobre del 1943, sono due date ignobili, tragicamente incise a fuoco e sangue nella carne del nostro Paese. La prima è il giorno in cui a Trieste, nella splendida piazza Unità d’Italia, Mussolini annunciò fra fragorosi applausi l’approvazione e l’applicazione delle leggi razziali fasciste. La seconda è il giorno in cui vennero deportati gli ebrei del ghetto di Roma, la più antica comunità della capitale.

Naturalmente, e purtroppo, ce ne sono anche altre di date così infauste e infami per il nostro Paese, ma Mainetti, a distanza di quasi ottant’anni, decide di partire proprio dalla seconda, frutto inesorabile della prima, per raccontarci questa sua nuova storia.

Così ci troviamo a Viterbo nel ’43, dove il circo “Mezzapiotta” di Israel (Giorgio Tirabassi) si esibisce incantando il pubblico con i suoi “mostri”: il forzuto uomo lupo Fulvio (Claudio Santamaria), l’uomo calamita Mario (Giancarlo Martini), l’ammaestratore d’insetti Cencio (Pietro Castellitto) e la donna elettrica Matilde (Aurora Giovinazzo).

Un bombardamento però, oltre ad interrompere lo spettacolo, distrugge il tendone del circo così tutto il gruppo si ritrova senza lavoro. Israel propone di partire per l’America e con 300 lire ciascuno, grazie a degli amici che ha nel ghetto di Roma, riuscirà a farsi fare i documenti falsi per tutti. Ma la sera Israel non torna, e così Fulvio, Mario e Cencio si convincono che il loro ex capo li ha traditi rubandogli i soldi. Solo Matilde è certa che all’uomo che l’ha trovata e cresciuta come una figlia sia successo qualcosa di brutto. Giunti a Roma il gruppo si separa, i primi tre decidono di unirsi al Circo di Berlino diretto dal pianista con sei dita Franz, mentre Matilde va alla ricerca di Israel. Tutti però dovranno fare i conti con la ferocia e la follia del nazifascismo…

Scritto dallo stesso Mainetti, sempre assieme a Nicola Guaglianone come per “Lo chiamavano Jeeg Robot“, questo secondo lungometraggio del regista romano è indubbiamente un gran bel film, che ci racconta di mostri ma soprattutto di mostruosità col suo originale e particolare linguaggio cinematografico.

Davvero emozionante e straziante è la ricostruzione del rastrellamento nel ghetto di Roma durante il quale i protagonisti vi si ritrovano, ricostruito crudelmente così come venne eseguito nella realtà forse per la prima volta nella nostra cinematografia. Se è facile paragonare questa pellicola e il suo linguaggio con quello di “Bastardi senza gloria” di Tarantino, i riferimenti di Mainetti vanno anche più lontano nel tempo, come al maestro Georges Méliès, al circo di Federico Fellini, a “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari – che ha ispirato guarda un pò proprio “Bastardi senza gloria”- e, soprattutto, a quel bellissimo “Freaks” diretto da Tod Browning nel 1932, dove i veri mostri erano quelli che volevano sfruttare i cosiddetti “fenomeni da baraccone”.

Per quanto riguarda il titolo, nulla mi toglie dalla testa che Mainetti abbia voluto citare una delle canzoni simbolo degli anno Settanta, a lui sempre molto cari, quella “Jack Le Freak” che conquistò tutte le discoteche del mondo e che nel ritornello aveva il famoso “…Freak Out!”. I mostri della canzone degli Chic erano altri rispetto a quelli di Mainetti (i componenti del gruppo vennero cacciati dalla fila per entrare nel leggendario “Studio 54” di Manhattan proprio con quell’epiteto su cui successivamente costruirono volutamente la canzone) che ci ricorda bene quali siano i veri mostri, indipendentemente dal loro aspetto.

Nonostante siano passati così tanti decenni forse noi italiani ancora non abbiamo finito di fare i conti con questa parte buia e dolorosa della nostra storia. Basta pensare che il primo film italiano sulla deportazione degli abitanti del ghetto romano, “L’oro di Roma” di Carlo Lizzani, venne prodotto solo quasi vent’anni dopo i tragici eventi; e che il presidente del cosiddetto “Tribunale della Razza” presso il Dicastero degli Interni, nonché grande sostenitore delle legge razziali, Gaetano Azzariti, dal 1957 al 1961 fu presidente della nostra Corte Costituzionale. Allo stesso Azzariti, nel 1970, il Comune di Napoli dedicò una via che solo nel 2015 venne re-intitolata a Luciana Pacifici, la vittima napoletana più giovane della Shoah.

I veri mostri sono quelli che vogliono colpevolmente dimenticare e, soprattutto, far dimenticare.

“Tre fratelli” di Francesco Rosi

(Italia/Francia, 1980)

Liberamente ispirato al racconto “Il terzo figlio” di Andrej Platonovič Platonov e scritto dallo stesso Rosi assieme a Tonino Guerra, “Tre fratelli” ci racconta in maniera davvero splendida e dolorosa l’Italia nel duro passaggio fra gli anni Settanta e Ottanta.

Nella profonda e meravigliosa campagna pugliese l’anziano Donato Giuranna (Charles Vanel) lascia la sua masseria per raggiungere il paese più vicino dove, dall’ufficio postale, manda tre telegrammi ai suoi tre figli per avvisarli che la loro madre è appena morta.

Il primo arriva a Napoli dove, in un carcere minorile, come maestro lavora Rocco Giuranna (Vittorio Mezzogiorno). Il secondo viene recapitato a Roma, nella quale vive e svolge la sua attività di magistrato Raffaele Giuranna (un bravissimo Philippe Noiret doppiato in maniera sublime da Paolo Bonacelli). Il terzo raggiunge Torino dove Nicola Giuranna (Michele Placido) è un attivista sindacale nonché operaio in una grande fabbrica di automobili.

I tre, ricevuta la notizia, partono subito per la loro casa d’origine lasciando, chi i propri ragazzi come Rocco, chi moglie (Andréa Ferréol) e figlio adolescente come Raffaele, e chi un matrimonio naufragato come Nicola, che ha rotto con la moglie (Maddalena Crippa) e porta con sé la piccola figlia Marta.

Il triste ritorno nella grande masseria, dove sono nati e cresciuti, diventa l’occasione per un nuovo e profondo confronto fra i tre fratelli che hanno preso strade molto diverse. Se Rocco ha dedicato la sua vita agli altri, Raffaele e Nicola rappresentano invece i due lati che si scontrano più violentemente in quegli anni nella nostra società. Se il primo è un giudice che, sapendo di poter essere ammazzato in qualsiasi momento, accetta di presiedere un processo contro alcuni terroristi, il secondo da operaio e attivista, ne appoggia non i mezzi ma certo gli ideali.

Sullo sfondo la piccola Marta osserva sia la vita contadina, che per lei nata e cresciuta in città è un “gioco” da fare nella vecchia casa paterna, sia l’inconsolabile dolore del nonno Donato a cui rimangono solo gli umili ma al tempo stesso splendidi ricordi del suo lungo matrimonio.

L’incontro-scontro fra i tre fratelli rappresenta in maniera efficace e tagliente tutta la nostra società che proprio in quegli anni stava cambiando pelle, anche con drammatiche conseguenze, abbandonando definitivamente la sua anima contadina per quella industriale e cittadina.

Se alla fine Nicola è quello che si preoccupa meno delle nuove generazioni, Raffaele invece, nonostante le armi dei terroristi ancora falcino i suoi colleghi, si preoccupa per l’avvenire proprio delle giovani generazioni, come profetizzando che la fine delle ideologie porterà inesorabilmente a una generazione “televisiva”. 

Rocco, che ha rinunciato ad avere una propria famiglia per dedicarsi totalmente ai ragazzi più sbandati, compie un sogno che ancora oggi commuove dove i ragazzi del riformatorio dove lavora ripuliscono la loro città spazzando prima e bruciando poi tutte le armi e le siringhe che la insozzano, il tutto sulle note della splendida “Je’ so pazzo” di Pino Daniele.       

Questa bellissima pellicola vince 5 David di Donatello, tra cui miglior regista e la miglior sceneggiatura (ad oggi lo stesso Rosi è il cineasta che ha vinto più David nella categoria miglior regista con ben 5 statuette) e riceve la candidatura come miglior film straniero agli Oscar del 1982.

Per la chicca: nei panni di un terrorista che tormenta in un incubo Raffaele c’è un giovane e allora sconosciuto Sergio Castellitto.

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“Il colpevole – The Guilty” di Gustav Möller

(Danimarca, 2019)

Asger Holm (Jakob Cedergren) è un uomo convinto di sapere esattamente qual è la differenza fra il bene e il male, e forse anche per questo ha scelto nella vita di fare il poliziotto. Ma è anche un uomo arrogante e scontroso, che considera i suoi errori molto meno rilevanti di quelli degli altri. E proprio per questo è stato sospeso dal ruolo attivo su strada e “relegato” come operatore del centralino per le emergenze della città di Copenaghen.

La mattina seguente, infatti, assieme al suo collega di pattuglia affronterà la commissione degli Affari Interni per l’udienza finale di un drammatico evento di cui lui è stato protagonista e, se tutto andrà come nei piani, tornerà al servizio attivo.

Ma, negli ultimi dieci minuti del suo ultimo turno, inizierà a fare i conti con se stesso.

Perché Asger risponderà alla chiamata di una donna che, sconvolta e in lacrime, gli fa capire di essere stata rapita. Dopo aver avvisato chi di dovere, Asger decide comunque che è il caso di intervenire anche “fuori” dalle regole e dai protocolli della Polizia. Ma imparerà alla fine, anche sulla propria pelle, che il mondo non è tutto bianco o nero, ma pieno di milioni di sfumature di grigio…   

Indimenticabile e originale pellicola danese girata tutta in interni fra due stanze e ispirata a un video su Youtube con la vera registrazione di una donna che riesce a far capire all’operatore del numero di emergenza di essere stata rapita.

L’ottima sceneggiatura, che riesce a inchiodarci davanti allo schermo fino all’ultimo fotogramma nonostante l’ambientazione fissa e cupa, è stata scritta dallo stesso Gustav Moller assieme a Emil Nygaard Albertsen. Una sorta di rivisitazione in chiave crime noir de “La voce umana” di Jean Cocteau.

Da questo film è stato realizzato il remake “The Guilty” con Jake Gyllenhaal come protagonista.  

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“Welcome Venice” di Andrea Segre

(Italia, 2021)

Già nel 1979 Francesco Guccini cantava – su un testo di Gian Piero Alloisio – che: “…Venezia è anche un sogno, di quelli che puoi comperare” anticipando un tema che per una delle città più belle e famose del mondo è diventato ormai focale, e che si può riassumere in una domanda senza dubbio provocatoria: ma Venezia è diventata una città fantasma che la sera si spegne e la mattina si riaccende per i turisti?

Così entriamo nella vita di tre fratelli: Toni (Roberto Citran), Pietro (Paolo Pierobon) e Alvise (Andrea Pennacchi) tutti nati e cresciuti alla Giudecca, una delle isole più famose di Venezia.

Toni, il maggiore, è quello che ha seguito la tradizione di famiglia facendo il pescatore di moeche, i granchi verdi che in fase di muta diventano un piatto tipico lagunare. Assieme a lui lavora Pietro, che dopo un passato burrascoso fatto anche di un periodo di detenzione per furto – durante il quale si è ammalata la moglie che poco dopo è morta lasciando sola lo loro unica figlia – è tornato alle sue origini ritrovando l’equilibrio. E proprio lui vive nella vecchia casa di famiglia sull’isola, da dove parte nel cuore della notte per andare a pescare.

Alvise, invece, ha lasciato la Giudecca per vivere a Mestre, come hanno fatto quasi tutti, e insieme alla figlia gestisce alcuni B&B per turisti. Fra i tre è senza dubbio lui quello che fa la vita più agiata e comoda, nonostante la pandemia che ha ridotto drasticamente i turisti.

Per aumentare i suoi introiti Alvise propone ai suoi due fratelli di trasformare la vecchia casa in una struttura ricettiva di lusso, visto anche il posto barca. Quando Toni perisce a causa di un incidente durante la pesca, Alvise liquida la parte della casa di Toni a Elisa (Ottavia Piccolo) la sua vedova, e cerca in ogni modo di forzare Pietro ad accettare la sua offerta…    

Scritta dallo stesso Segre assieme a Marco Pettenello, questa pellicola ci racconta di come inesorabilmente Venezia stia diventando un negozio di souvenir a cielo aperto, dove se è vero che Alvise incarna l’arroganza e la brama di ricchezza, è anche vero che quando vacilla davanti alla fermezza del fratello, tutta la sua famiglia, per paura di perdere gli “sghei”, lo intima ad andare fino in fondo. E così Venezia può rappresentare tutto il nostro Paese, che per comodità, avidità e grettezza sembra non avere altra risorsa che quella di essere un museo a cielo aperto…

Amaro.   

“Dune” di Denis Villeneuve

(USA/India/Ungheria/Canada/Norvegia, 2021)

Ottimo adattamento dell’immortale ciclo di fantascienza scritto da Frank Herbert a partire dal 1965. Grazie al genio dello scrittore americano, alle capacità visive di Villeneuve e alla sceneggiatura firmata da Eric Roth, Jon Spaihts e dallo stesso Villeneuve, riviviamo l’inizio dell’ascesa di Paul Atreides.

Siamo nel 10191 e la galassia è nelle mani dell’imperatore che, non avendo un erede maschio ma solo una figlia femmina che non ha ancora preso marito, è ben attento a gestire e arginare le grandi case nobili che regnano sui pianteti, soprattutto su quelli che portano alti profitti come Arrakis detto Dune, dalle cui sabbie si estrae la “spezia”, la sostanza più preziosa dell’universo.

Così l’imperatore toglie Dune agli Harkonnen, che da numerosi decenni con mano decisa e violenta gestiscono l’estrazione della spezia intascando enormi introiti, per darla alla casata degli Atreides, il cui patriarca è il conte Leto (Oscar Isaac) che dalla sua concubina Jessica (Rebecca Ferguson) ha avuto il figlio Paul (Timothée Chalamet).

Ma i “doni” inaspettati e apparentamenti inspiegabili spesso nascondono terribili trappole e così la casata Atreides rischia di soccombere nella morsa dell’imperatore, ma il giovane Paul…

Con un cast stellare fra cui spiccano anche Charlotte Rampling, Josh Brolin, Stellan Skarsgård, Javier Bardem e Jason Momoa, questa pellicola rimane fedele all’opera di Herbert che attraverso la fantascienza affrontava temi caldi e sempre attuali come lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi, l’inquinamento, e la giustizia sociale.

Si tratta del primo film di una trilogia dedicata all’opera di Herbert, le cui prime due pellicole sono basate sul romanzo “Dune” mentre la terza su “Messia di Dune”, pubblicato da Herbert nel 1969.

“Bliss” di Mike Cahill

(USA, 2021)

A chi non è mai capitato di chiedersi la storia e le vicende che hanno portato un essere umano a diventare un senzatetto? 

Sospendiamo per un attimo il giudizio su tutti quegli ottusi che vorrebbero eliminarli dalla faccia della Terra, o quantomeno nasconderli dalla vista della “brava gente”, e che certo nel loro assai angusto cervello – infinitamente più piccolo di una scatola di cartone nella quale molti clochard passano le notti più fredde –  la domanda non se la sono mai posta, o su quelli che per mero interesse personale cavalcano l’egoismo, l’ignoranza e la paure altrui. 

Sicuramente fra i motivi principali di una “scelta” di vita così assoluta, c’è la grave indigenza che scaturisce dalla perdita del lavoro, dall’alcolismo o dalla tossicodipendenza – quest’ultimi sempre più di frequente effetti del primo – e quindi della propria dignità. 

Così il regista visionario Mark Cahill ci racconta la storia di Greg Wittle (un bravo Owen Wilson) che dopo aver visto naufragare il proprio matrimonio – che ha di fatto sancito la fine di ogni rapporto non solo con la propria moglie, ma anche con il figlio Arthur – viene licenziato. 

Turbato e disperato per come si è sviluppato l’incontro col suo (ex) capo Bjorn e rifugiatosi in un pub per bere, Greg incontra Isabel (Salma Hayek) una donna misteriosa e sibillina che sembra conoscerlo nel profondo.

Grazie a delle preziose pietre colorate che una volta ingerite donano poteri incredibili, Isabel mostra a Greg tutti i limiti del mondo, fatto di innumerevoli tendopoli e baraccopoli nascoste sotto i cavalcavia, che fino a quel momento lui stesso credeva reale. La donna, sempre grazie a pietre colorate, mostra a Greg inoltre il vero universo perfetto ed edulcorato dove non esistono senzatetto, difficoltà economiche o ingiustizie.  

Greg è completamente rapito da questa nuova realtà, dove però riesce a raggiungerlo il “fantasma” di Emily (Nesta Cooper) sua figlia, l’unica che cerca in ogni modo di non perderlo. Greg, così, sarà costretto a dover scegliere fra i due mondi: uno fatto di dolore, delusione e sofferenza, l’altro fatto di calma e beatitudine, termine che in inglese si traduce appunto con “bliss”.

Una soggettiva davvero emotivamente efficace di una persona che cade nel baratro della dipendenza e che per sopravvivere perde il contatto con la cruda realtà. Scritto e diretto da Cahill, questo film oltre ad avere un grande impatto visivo ha anche il pregio di farci riflettere.     

“A cavallo della tigre” di Luigi Comencini

(Italia, 1961)

In pieno Boom italico, Luigi Comencini porta la sua macchina da presa dentro un carcere fra i detenuti, spesso derelitti, che lo popolano. Per aiutare il proprio avvocato difensore il semianalfabeta Giacinto Rossi (Nino Manfredi) che, suo malgrado, è diventato un “famigerato” fuorilegge, scrive il suo memoriale dando vita al lungo flashback su cui si basa la pellicola.

Solo poco tempo prima era un onesto autista commerciale, ma vista la scarsa paga e le tre bocche da sfamare a casa oltre la sua – la moglie Ileana (Valeria Moriconi) e due bambini – decide di tentare il colpaccio: si ferma nella campagna di Civitavecchia e finge una rapina nella quale i presunti aggressori gli rubano la borsa con dei soldi affidatagli. Ma un pescatore di molluschi assiste casualmente alla scena e lo denuncia.

Giacinto finisce così nella casa circondariale dove, grazie al suo carattere pavido e servile, sbarca le giornate di detenzione cantando o facendo il bucato in cambio si sigarette e, soprattutto, lavorando come aiuto infermiere del medico del carcere.

Proprio questo suo ruolo attira l’attenzione di tre fra i più pericolosi carcerati: gli ergastolani Tagliabue (Mario Adorf) e Papaleo (Gian Maria Volontè), e lo scassinatore con la mani d’oro detto il Sorcio (Raymond Bussières). I tre, infatti, vogliono evadere e hanno bisogno della lima che il medico del carcere (Franco Giacobini) tiene chiusa in un’armadietto dell’infermeria.

La vigliaccheria e la paura di Giacinto saranno vitali per portare a termine l’evasione, che però non finirà come nei piani dei tre…

Scritto da uno dei veri e propri dreamteam della commedia all’italiana: Age, Furio Scarpelli, Mario Monicelli e lo stesso Comencini, questo “A cavallo della tigre” ci racconta in maniera dura e al tempo stesso divertente l’eclissarsi di una parte della nostra società che già allora iniziava a passare di moda: il sottoproletariato. Quando i protagonisti, dopo alcuni anni passati dietro le sbarre, tornano nella grande città non la riconoscono più e, soprattutto, sono turbati dal numero sconcertante delle automobili che in poco tempo si sono triplicate.

Ma tutto verrà masticato e ingurgitato dalla metropoli e dal nuovo corso economico del nostro Paese che certo non ha più tempo da perdere coi …poveracci.

Il titolo si riferisce a un proverbio cinese secondo il quale una volta a cavallo di una tigre è più pericoloso scendere che rimanerci sopra, proverbio che Giacinto riporta riferendosi al suo rapporto con l’irascibile e feroce Tagliabue, ma forse anche a quello con una società che non comprende più e che ormai gli scivola via dalle mani.

Da ricordare, oltre la superba interpretazione di Volontè nei panni di un dotto laureato che per folle gelosia ha ucciso l’amate della sua fidanzata, anche quelle della Moriconi e di Ferruccio De Ceresa nei panni di Coppola, il suo nuovo compagno.

Per la chicca: nei titoli di testa o di coda del film non è accredita, così come nessun articolo relativo al film lo riporta, ma la bambina che Giacinto e Tagliabue fanno scendere da una macchina tentando vanamente di tenere come ostaggio assomiglia tanto a una giovanissima Cristina Comencini.

“Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica

(Yugoslavia/Italia/UK, 1988)

Siamo alla fine degli edonistici anni Ottanta e mentre il nostro Paese è convinto di vivere un secondo e clamoroso Boom economico, proprio a due passi dai nostri confini esiste una realtà radicalmente diversa.

Nella periferia di Skopje, nella Macedonia del Nord, vive una comunità di rom che guarda all’Italia come il nuovo e splendente Eldorado. Si raccontano leggende e miti su chi arriva nel nostro Paese senza una lira e torna così ricco da potersi costruire una vera e propria casa in muratura “all’italiana”, e smettere così per sempre di vivere in una baracca.

Fra i giovani della comunità c’è Perhan (Davor Dujmovic) che vive con sua nonna Khaditza, suo zio alcolista e perdente giocatore d’azzardo Merdzan, e Danira sua sorella minore che è afflitta da una malformazione alla gamba. Il giovane è innamorato della sua coetanea Azra la cui madre però, vista l’indigenza in cui vive Perhan, lo caccia via senza pietà.

Quando il piccolo figlio di Ahmed, il facoltoso mercante che ha la sua “attività” in Italia, non sembra più riuscire a respirare, Khaditza con ancestrali – e poco ortodossi – metodi lo riesce a salvare. Per questo si fa promettere da Ahmed di portare presso l’ospedale di Lubiana Danira per curarle la gamba, accompagnata da Perhan.

Inizia così il viaggio verso un nuovo avvenire per i due fratelli, quando però Danira viene ricoverata a Lubiana, Perhan è costretto a seguire Ahmed a Milano. Ma la realtà cozzerà tragicamente con i sogni di cui Perhan si è sempre ingenuamente nutrito…

Così come la splendida “Princesa” dell’immortale Fabrizio De Andrè ci racconta la storia di Fernandinho che da Bahia approda sui marciapiedi di Milano, così Kusturica ci narra il tragico viaggio di Perhan verso quella Milano che in quegli anni era davvero una “Milano da bere”.

Amarissima scena finale che ricorda molto quella del film cecoslovacco “Treni strettamente sorvegliati” diretto da Jiří Menzel e vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1968. L’idea per questo lungometraggio viene a Kusturica leggendo la notizia di un neonato venduto in una comunità rom in Italia, e la sceneggiatura la scrive insieme al suo storico collaboratore Gordan Mihic. Il film vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle nostre sale di questa pellicola, il Muro di Berlino è crollato e il Balcani sono stati dilaniati, all’inizio del decennio successivo, da una sanguinosa guerra etnico/civile. Ma il miraggio che rappresenta il nostro Paese – così come quelli più ricchi d’Europa – attrae ancora milioni di profughi che non provengono più dai Balcani, ma da terre più lontane devastate da guerre, fame e terrorismo.

Lascia perplessi, ma ahimè non sorpresi, che proprio in questi tempi alcuni Paesi dell’Unione Europea vogliano alzare veri e proprio muri contro gli immigrati. Nazioni che più o meno trent’anni fa erano in una situazione simile ai protagonisti di questa bellissima pellicola. D’altronde anche noi italiani siamo spesso “vittime” di rigurgiti razzisti e sovranisti, dimenticando troppo facilmente che, oltre a ospitare nei nostri confini il Santo Padre – del quale, almeno una volta su dieci, qualche italiano dovrebbe pur seguire gli insegnamenti… – sopratutto siamo stati uno dei popoli più emigranti del nostro continente.

Da far vedere a scuola.

Purtroppo questo film è inedito in dvd nel nostro Paese, quindi per vederlo – o rivederlo – si è costretti a rivolgersi al mondo dell’usato del VHS (!) o sperare che qualche sito di streaming lo riproponga.

“Alfredo Alfredo” di Pietro Germi

(Italia/Francia, 1972)

All’indomani dell’entrata in vigore nel nostro Paese del divorzio, il maestro Pietro Germi punta la sua tagliente macchina da presa nella camera da letto degli italiani.

E’ indubbio che la legge sul divorzio, nel Paese che confina con lo Stato che ospita il Santo Padre, sia una enorme ed epocale conquista, soprattutto per le donne. Ma gli italiani, sopratutto gli uomini, sono davvero pronti?

Così entriamo nella vita del ligio impiegato di banca Alfredo Sbisà (interpretato da Dustin Hoffman e doppiato in maniera straordinaria da Ferruccio Amendola) che nonostante la sua laurea in Architettura preferisce la morigerata vita impiegatizia che culmina la sera con la visione di uno sceneggiato televisivo assieme al padre.

L’unico elemento fuori le righe della sua esistenza è Oreste (Duilio Del Prete) impenitente donnaiolo, che riesce ogni tanto a strapparlo dalla sua routine. Ma un giorno Alfredo incrocia per le strade della sua Ascoli un’affascinantissima farmacista che poi scopre chiamarsi Maria Rosa (Stefania Sandrelli) e della quale subito si innamora.

Se il carattere di Alfredo è timoroso e profondamente riflessivo, quello di Maria Rosa, invece, è impulsivo e volitivo, così la loro relazione esplode quasi subito e velocemente arriva al matrimonio. Quando poi la neo signora Sbrisà rimane incinta, in casa si stabiliscono anche i suoceri (con un grande Saro Urzì nel ruolo del padre) e Alfredo viene relegato nella cantina, visto poi che suo padre da tempo ormai era stato “invitato” a trasferirsi nella casa di campagna.

In breve tempo di lui nessuno si cura più e così Alfredo, preso dalla solitudine la sera inizia segretamente a uscire di casa per guardare gli altri “vivere”. Una sera, sempre con lo zampino di Oreste, incontra Carolina (Carla Gravina) donna dal carattere e dalla idee diametralmente opposte a quelle di Maria Rosa, ma…

Scritto dallo stesso Germi assieme a Tullio Pinelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, questo “Alfredo Alfredo” – che sembra a tutti gli effetti un antesignano dello struggente “L’amore fugge” del grande Truffaut – ci sussurra all’orecchio una frase che, parafrasando Massimo D’Azeglio, potrebbe essere: “Fatto il divorzio …ora bisogna fare i coniugi”.

A distanza ormai di cinquant’anni, infatti, e con due generazioni di italiani nati con il divorzio in vigore, siamo poi così sicuri che sappiamo davvero bene il significato di matrimonio? Purtroppo per secoli l’unione di una coppia, nella nostra Terra, è stata rigidamente considerata come un vincolo sacro e un dogma della società. Come se dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, tutto si svolga in maniera “naturale” e senza “particolari” problemi.

Questo, naturalmente, secondo una medievale concezione patriarcale per la quale tutto ruotava intorno all’uomo a cui la donna doveva adattarsi in maniera supina. Ho usato il termine medievale, ma in realtà non dobbiamo andare così lontano nel tempo visto che, per fare un esempio, anche i miei genitori si sono sposati senza che esistesse la legge sul divorzio.

E così, una volta scardinato il secolare sacro vincolo le donne, ma soprattuto gli uomini, sono capaci di avere una relazione equilibrata?

Naturalmente generalizzare è sbagliato, ma Germi ha sempre amato farci ridere facendoci pensare. Se invece non abbiamo voglia di ridere col maestro Germi, basta leggere quel bollettino di guerra che sono i femminicidi ancora oggi nel nostro Paese.

“Anatomia di un rapimento” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1963)

Il maestro Akira Kurosawa esplora superbamente il classico noir crime americano, tanto da realizzare un’opera storica e di riferimento per tutto il genere cinematografico, e non solo.

Sceglie il romanzo “Due colpi in uno” pubblicato da Ed McBain nel 1959 e lo ambienta a Tokyo. Così entriamo nella lussuosa villa, che domina un quartiere povero, dell’imprenditore Kingo Gondo (Toshiro Mifune) proprio durante una riunione con gli altri membri del consiglio di amministrazione della National Shoes.

Mentre i suoi colleghi gli propongono di formare una cordata e defenestrare il presidente e fondatore della società, suo figlio Jun gioca nel giardino della villa a cowboy e indiani con Shinichi, il figlio di Aoki, il suo autista. Gondo si rifiuta e caccia i suoi colleghi di casa per poi confidarsi con la moglie Reiko e il suo segretario Kawanishi: ha ipotecato tutte le sue proprietà per comprare segretamente le azioni della National Shoes e diventare lui il nuovo presidente. Ma le parole dell’uomo vengono interrotte dallo squillo del telefono: è uno sconosciuto che dichiara di aver rapito Jun e per liberarlo senza ucciderlo vuole 30 milioni di yen, poco meno della cifra che lo stesso Gondo ha raccolto per la sua scalata.

Appena chiusa la telefonata incredibilmente Jun torna in casa cercando Shinichi. Appare chiaro quindi che il rapitore ha sbagliato bambino e fra le sue mani c’è il figlio di Aoki. Il padrone di casa chiama subito la Polizia che discreta giunge nella villa. Il rapitore richiama ammettendo l’errore, ma se non vuole che il piccolo muoia, anche se non è suo figlio, Gondo deve pagare lo stesso.

L’uomo così si trova davanti a un bivio: o salvare il figlio del suo fidato autista e perdere tutto quello per cui ha lavorato per oltre trent’anni, o diventare presidente della National Shoes ma lasciare morire il piccolo Shinichi. Intanto la Polizia inizia le sue indagini…

Splendida pellicola d’antologia, con un ritmo e una regia indimenticabili. Scritto dallo stesso Kurosawa assieme a Hideo Oguni, Ryuzo Kikushima, Eijiro Hisaita questo film, che ci inchioda alla poltrona ad ogni fotogramma, è di fatto diviso in due: la prima claustrofobica parte si consuma all’interno di villa Gondo, mentre la seconda alla centrale della Polizia e fra i quartieri di Tokyo, anche i più degradati dove il grande cineasta giapponese non ha paura di portare la cinepresa.

Così Kurosawa ci parla anche di una piaga sociale che da noi, in quegli anni, era quasi sconosciuta o peggio tabù: l’eroina e la sua terrificante dipendenza. Arriviamo così alla scena finale, con l’incontro/scontro fra Gondo e il rapitore, davvero memorabile e tragicamente attuale, dove ognuno dei due incarna una parte della società, con le proprie ombre e le proprie luci.

Basta guardarlo anche una sola volta per accorgersi quanto è ancora oggi citato o imitato.

Da vedere.

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