“Ai confini della realtà” di Rod Serling

(2006, Fanucci Editore)

Amo questa raccolta anche se i 19 racconti contenuti sono un po’ anomali. Sono, infatti, la trasposizione letteraria delle sceneggiature di altrettanti episodi di una delle serie televisive più affascinanti, originali e influenti di tutti i tempi: “Ai confini della realtà“, creata dal grande Rod Serling e trasmessa dalla CBS dal 1959 al 1964.

Chi ha già letto la mia recensione della serie sa quanto io tenga a quest’opera e al suo autore. Rod Serling (1924–1975) è stato, insieme a pochissimi altri, uno di quegli intellettuali capaci di usare la televisione non come semplice intrattenimento ma come strumento di riflessione civile e morale. In un’America ancora fortemente razzista e paralizzata dalla paranoia della guerra fredda e dalla caccia alle streghe maccartista, Serling riuscì a parlare di tolleranza, uguaglianza e paure collettive con una lucidità e un’intelligenza che ancora oggi lasciano senza parole. Lo fece episodio dopo episodio, in poco più di venti minuti ciascuno, tenendo milioni di spettatori — dai bambini agli adulti — letteralmente incollati allo schermo.

Capire, dunque, quanto questa raccolta di Fanucci rappresenti qualcosa di prezioso e al contempo di incompleto è il punto di partenza per parlarne onestamente.

Prezioso, perché leggere queste pagine significa poter rivivere alcune delle storie più belle e significative della serie in una forma diversa, più intima e personale. La parola scritta restituisce ai racconti di Serling una dimensione che lo schermo, per forza di cose, comprimeva nei ritmi della messa in onda. Sul foglio, certi dialoghi rivelano ancora più chiaramente la loro forza, la loro ironia, il loro peso morale. Si ha la sensazione di ritrovare un vecchio amico sotto una luce nuova.

Incompleto, però, perché mancano alcuni fra gli episodi più belli e più noti. La ragione è tristemente nota: le interminabili liti sui diritti d’autore che tormentarono Serling negli ultimi anni della sua vita e che lo costrinsero, amareggiato, a cedere alla CBS i diritti dell’opera che aveva creato e amato più di ogni altra. Un destino crudele per un uomo che aveva dato tutto a quella serie, anche la propria immagine, diventandone il presentatore quando il budget non permetteva di ingaggiare Orson Welles — il primo nome sulla lista — né Richard Egan, che aveva appena firmato per un film.

Nonostante queste assenze, i racconti presenti riescono comunque a rappresentare il meglio dell’invenzione narrativa di Serling. Quella capacità unica di partire da premesse apparentemente fantascientifiche o soprannaturali per arrivare, in poche pagine, al cuore dei grandi temi dell’esistenza umana: la paura del diverso, la solitudine, il rimpianto, il fanatismo, l’intolleranza. Non è un caso che “Ai confini della realtà” sia ancora oggi una delle opere più citate e imitate della cultura popolare, capace di influenzare generazioni di autori, registi e scrittori, da George Lucas a Steven Spielberg, che nella serie riconobbe una delle radici della propria formazione artistica.

Fra i racconti contenuti in questa raccolta, uno spicca su tutti e merita una menzione speciale: “Mostri in Maple Street”. È un inno contro ogni forma di razzismo e pregiudizio, una storia che mostra con spietata lucidità come la paura dell’altro, del diverso, del nemico invisibile possa trasformare una comunità apparentemente normale, in una folla pronta alla violenza cieca. Scritto in anni in cui il maccartismo avvelenava la società americana, mantiene oggi una freschezza e una pertinenza inquietanti. Basterebbe da solo a giustificare l’acquisto del volume.

Per chi ama la serie, questo libro è un complemento quasi obbligatorio. Per chi ancora non la conosce, è invece un ottimo punto di partenza: una porta d’ingresso in uno dei mondi più affascinanti che la fantasia del Novecento abbia saputo costruire. Con la consapevolezza, però, che il passo successivo — guardare la serie, tutta la serie — è assolutamente inevitabile.

Da leggere.

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“Nulla più di un omicidio” di Jim Thompson

(1959/1994, Mondadori)

Fra i grandi maestri del noir americano (con la N maiuscola) Jim Thompson occupa un posto di riguardo, al pari di Raymond Chandler e James M. Cain. Pubblicato la prima volta nel 1949, Nulla più di un omicidio ha una trama poi non così complicata: ci sono due donne e un uomo e, come accade quasi sempre, il triangolo non può durare a lungo…

Protagonista è Joe Wilmot, piccolo imprenditore di provincia che gestisce, insieme alla moglie Elizabeth, l’unico cinema della sonnolenta Stoneville. Una vita di routine, fatta di incassi modesti e serate sempre uguali, finché Elizabeth non sorprende il marito in un bacio con Carol, la giovane e apparentemente ingenua commessa del locale. Qui la penna di Thompson comincia a mostrare i muscoli: Elizabeth, lungi dal fare la vittima, propone un patto degno di un baratto commerciale più che di un dramma coniugale. Si dice disposta a togliersi di mezzo, a scomparire per sempre, purché il marito e la giovane amante trovino il modo di farle avere venticinquemila dollari. La soluzione che i tre partoriscono – fingere la morte di Elizabeth in un incidente e incassare l’assicurazione – è tanto scellerata quanto, sulla carta, perfetta.

Naturalmente, come in ogni buon noir che si rispetti, “perfetta sulla carta” è l’espressione che dovrebbe far accendere un campanello d’allarme in ogni lettore smaliziato. Quando l’investigatore dell’assicurazione arriva in città e si ferma più del previsto, l’ingranaggio criminale comincia a scricchiolare, e con esso le già fragili certezze morali dei tre protagonisti. Lo sviluppo del racconto e lo stile crudo e inesorabile di Thompson lo rendono davvero unico. Scommettiamo che la prima volta che lo leggi, quando arrivi all’ultima pagina, fai un salto sulla sedia?

Quello che colpisce di questo romanzo, terzo della carriera di Thompson e suo vero e proprio debutto nel crime thriller, è la capacità dell’autore di trasformare un canovaccio da fattaccio di provincia in un affondo impietoso sulla natura umana. Non ci sono eroi in questa storia, né vere vittime: solo persone mediocri, spinte da un’ambizione spicciola e da un’idea distorta di riscatto sociale, che si convincono – una dopo l’altra – che l’omicidio sia in fondo una scorciatoia accettabile per cambiare vita. È lo sguardo tipico di Thompson: lucido, disincantato, quasi entomologico nell’osservare come la morale si sfaldi non per un singolo gesto eclatante, ma per una somma di piccole giustificazioni quotidiane.

C’è poi un elemento che rende il romanzo particolarmente gustoso per chi ama il cinema oltre alla letteratura noir: l’ambientazione nella sala cinematografica di provincia, con i suoi riti, le sue logiche economiche, il pubblico fedele alla programmazione settimanale. Un dettaglio che non stupisce, considerando quanto Thompson stesso abbia avuto a che fare con Hollywood nel corso della sua vita.

Di Thompson, autore anche di Getaway e Rischiose abitudini, Stephen King ha detto: “Troppo spesso imitato ma mai eguagliato” …parola del Re. E in effetti, leggendo Nulla più di un omicidio, si capisce bene da dove arrivi tanta della fascinazione che il maestro dell’Oklahoma ha esercitato su generazioni di scrittori successivi (compreso chi scrive naturalmente…): quella scrittura secca, senza fronzoli, capace di calare il lettore dentro la testa di personaggi moralmente compromessi senza mai concedere sconti né facili redenzioni.

Per chi non conosce bene Jim Thompson è giusto ricordare che è stato l’autore di oltre trenta romanzi – fra cui Colpo di spugna, Un uomo da niente e l’agghiacciante L’assassino che è in me – che fra gli anni Quaranta e Cinquanta hanno segnato l’immaginario collettivo americano. Nato ad Anadarko, in Oklahoma, e morto a Hollywood nel 1977, Thompson ha conosciuto per gran parte della sua carriera un successo tutt’altro che clamoroso: molti dei suoi libri, incluso questo, sono passati quasi in sordina al momento della pubblicazione, per essere poi rivalutati e riscoperti decenni più tardi, complice anche il crescente interesse del cinema per la sua opera.

Ha lavorato infatti anche come sceneggiatore per Hollywood, sia per i vari adattamenti cinematografici dei suoi libri che come autore, collaborando ad esempio con Stanley Kubrick negli script di Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria. Una curiosità che pochi conoscono: nel 1970 fu addirittura il grande Robert Redford a commissionargli una sceneggiatura originale ambientata durante la Grande Depressione, mai però trasformata in film.

Nulla più di un omicidio non è forse il Thompson più feroce e disturbante che si possa leggere – quello arriverà tre anni dopo, con L’assassino che è in me come già ricordato – ma resta una prova solida, capace di intrattenere e al tempo stesso di lasciare quella sensazione di disagio morale che è la vera cifra stilistica dell’autore. Un romanzo perfetto per chi vuole scoprire dove tutto è cominciato.

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“Da dove sto chiamando” di Raymond Carver

(1999, Minimum Fax)

Raymond Carver per me è il racconto, mezzo passo indietro al genio assoluto che è Anton Čechov.

Questa raccolta, che contiene 37 titoli, rappresenta l’apoteosi dello scrivere racconti brevi. Meglio di mille altri romanzi contemporanei, Carver ci racconta la “commedia umana”, prendendo spunto da piccoli o grandi episodi nelle vite di persone, le più disparate fra loro.

Entriamo nell’intimo e nell’anima dei protagonisti come se fosse la cosa più naturale del mondo, e assistiamo a piccoli eventi, almeno in apparenza, che segnano però le loro esistenze. C’è davvero l’imbarazzo della scelta, ma il mio preferito è “L’incarico”, dove Carver ripercorre gli ultimi istanti di vita del suo maestro spirituale Anton Čechov attraverso gli occhi di un umile servitore.

Assolutamente da leggere, come tutti gli altri racconti.

E pensare che se fosse stato italiano, reo di avere usato il formato racconto, probabilmente nessuno lo avrebbe pubblicato…

“La macchina del tempo” di Herbert George Wells

(1996, Mursia)

Qui parliamo di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1895, lo stesso anno in cui i fratelli Lumière brevettarono il loro cinematografo!

Il suo protagonista, che viene chiamato semplicemente “Il Viaggiatore nel Tempo” costruisce una macchina che gli permette di girovagare nei secoli. E proprio durante una cena con pochi intimi amici, egli racconta dei suoi pellegrinaggi.

Grazie al suo marchingegno è riuscito ad arrivare al 802.701 dopo Cristo. La lotta di classe, che nell’Inghilterra di fine Ottocento cominciava a prendere forma, in quel futuro così lontano si è ferocemente estremizzata…

Oltre a essere un grande romanzo di fantascienza è un bellissimo romanzo politico che fotografa, senza filtri, la società capitalistica di quegli anni.

C’è tanto di questo Wells nello splendido “Metropolis” diretto da Fritz Lang nel 1927.

Da leggere, assolutamente.

“Il nostro caro Billy” di Alice McDermott

(1998/2011, Einaudi)

Billy è morto, e al suo funerale ci sono tutti.

C’è sua moglie Meave, ci sono le sorelle e c’è anche Dennis, suo cugino. Finita la cerimonia funebre, in perfetto stile irlandese, il gruppo si ritrova in un pub del Bronx a ripensare al caro estinto e alla sua vita.

Con gli occhi della figlia di Dennis, osserviamo ognuno ricostruire un pezzo della vita di Billy. Gli argomenti principe che hanno caratterizzato la sua esistenza sono due: l’alcolismo ed Eva, la sua giovane fidanzata conosciuta appena rientrato dal fronte della Seconda Guerra Mondiale, e morta di polmonite prima che potessero sposarsi.

Molti considerano il dramma del primo come stretta conseguenza della tragedia di Eva. Ma forse nessuno conosceva Billy, e tutti i suoi segreti, come Dennis…

“Il nostro caro Billy” è una commovente ricostruzione della vita di un uomo nello stretto rapporto con quelle di chi gli è stato vicino in maniera leale e amorosa e di chi, semplicemente, se ne è approfittato.

“Lupi mannari americani” di Michael Chabon

(2006, Rizzoli)

C’è un equivoco che va chiarito subito, prima ancora di aprire il libro: nonostante il titolo strizzi l’occhio all’horror di genere, qui non troverete lune piene, trasformazioni ferine o pallottole d’argento. Michael Chabon, classe 1963, premio Pulitzer e uno dei narratori americani più eleganti della sua generazione, usa “licantropo” come metafora, non come creatura. I mostri di questa raccolta di nove racconti sono tutti, tristemente, umani.

Il viaggio che si fa leggendo questi racconti è interessante, divertente e a volte doloroso, ma è un viaggio che merita di essere fatto. Chabon scrive di matrimoni che scricchiolano, di padri inadeguati, di amicizie che si consumano lentamente come sigarette lasciate accese sul bordo di un posacenere. Lo fa con una prosa che alterna leggerezza e malinconia senza quasi farsene accorgere, con quel tipico sottotesto americano che fa più male di tante tragedie urlate.

Il mio racconto preferito, e credo lo sarà anche per molte altre lettrice e molti altri lettori, è Il figlio del licantropo, che dà il titolo (in modo fuorviante, come detto) all’intera raccolta. Qui Chabon racconta la storia di un padre e di un figlio, di un’eredità emotiva difficile da portare, di quella sensazione di essere “diversi” che non ha bisogno di pelo e zanne per manifestarsi: basta un’infanzia complicata, basta sentirsi sempre un po’ fuori posto nel mondo. Il licantropo del titolo non si trasforma sotto la luna, si trasforma sotto il peso delle aspettative, dei silenzi familiari, di tutto quello che non si dice mai abbastanza chiaramente in famiglia.

Gli altri otto racconti non sono da meno. Chabon ha quella capacità, rara, di trovare il drammatico nel quotidiano senza mai scadere nel patetico. I suoi personaggi sono scrittori falliti, mariti distratti, amici che si rivedono dopo anni e si accorgono di non avere più nulla da dirsi se non i ricordi di una giovinezza che ormai appartiene a un’altra vita. C’è ironia, certo, ma è un’ironia che lascia comunque l’amaro in bocca, come succede spesso nella migliore narrativa americana contemporanea, quella che da Raymond Carver in poi ha fatto della provincia borghese il suo terreno di caccia preferito.

E qui arriviamo a un punto che mi sta particolarmente a cuore: la forma racconto. C’è chi sostiene, da anni, che il racconto breve sia un formato superato, buono per gli esercizi di scrittura creativa o per le antologie da aeroporto, ma incapace di competere con la profondità del romanzo. Leggere Chabon è la dimostrazione plastica di quanto questa convinzione sia sbagliata. In poche pagine l’autore riesce a costruire mondi interi, a far emergere intere biografie con pochi dettagli ben scelti, a lasciarti con un nodo in gola proprio mentre stai girando l’ultima pagina del racconto e ti accorgi che è già finito.

Perché in fondo è questo il segreto del buon racconto: la capacità di dire moltissimo dicendo poco, di lasciare fuori campo tutto quello che non serve e di concentrare l’attenzione su un singolo momento, un singolo gesto, una singola rivelazione che però contiene in sé tutta una vita. Chabon lo fa con naturalezza, senza sforzo apparente, e il risultato sono nove piccoli ritratti che restano addosso più di tanti romanzi di seicento pagine.

Va detto, per onestà, che non tutti i racconti raggiungono la stessa intensità. Come spesso accade nelle antologie, ci sono pezzi che brillano di più e altri che servono più da raccordo, da pausa tra un picco emotivo e l’altro. Ma anche i racconti minori hanno comunque quella scrittura pulita, quella capacità di osservazione acuta che rende Michael Chabon uno degli autori più interessanti da seguire, anche quando si muove lontano dai territori più noti della sua narrativa (penso a Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay o a I misteri di Pittsburgh).

Consiglio Lupi mannari americani a chi ama la narrativa americana che scava nelle pieghe della vita ordinaria, a chi non ha bisogno di mostri veri per provare un po’ di brivido, e soprattutto a chi pensa ancora che il racconto sia un genere minore. Chabon, con questa raccolta, dimostra il contrario: a volte bastano poche pagine per costruire un mondo, ed è proprio in questa economia di mezzi che si misura il vero talento di uno scrittore.

E poi, diciamolo: chi ha ancora il coraggio di sostenere che il formato racconto sia obsoleto, dopo aver letto pagine come queste?

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“84, Charing Cross Road” di Helene Hanff

(1970/2007, Archinto)

Devo essere sincero, a parte Dracula di Bram Stoker, i romanzi epistolari non mi hanno mai entusiasmato più di tanto: la forma frammentata, fatta di lettere che si rincorrono nel tempo, mi ha sempre lasciato la sensazione di leggere qualcosa di più simile a un mosaico incompiuto che a un vero romanzo. Eppure questo libro autobiografico di Helene Hanff è riuscito a smentire ogni mia riserva, e lo ha fatto con una naturalezza disarmante, come se l’autrice non avesse nemmeno bisogno di sforzarsi per conquistarmi.

Tutto comincia nell’ottobre del 1949, quando Hanff, giovane sceneggiatrice newyorkese dal carattere pungente e dai gusti letterari tutt’altro che convenzionali, scrive per la prima volta alla libreria antiquaria Marks & Co., situata all’84 di Charing Cross Road, nel cuore di Londra. Cerca vecchi saggi inglesi del Settecento, edizioni introvabili negli Stati Uniti, e a risponderle è Frank P. Doel, commesso della libreria, uomo di understatement assai british e di squisita competenza bibliografica. Da quel primo scambio, apparentemente commerciale e formale, nasce una corrispondenza che si protrarrà per vent’anni, fino al 1969, attraversando la ricostruzione post-bellica, il razionamento alimentare inglese, i cambiamenti di un’epoca intera.

Ciò che rende speciale questo libro è proprio la sua capacità di trasformare un rapporto professionale in qualcosa di profondamente umano, quasi intimo, senza che i due protagonisti si incontrino mai fisicamente. Helene, generosa e sopra le righe, invia pacchi di cibo alla libreria negli anni dell’indigenza inglese; Frank, discreto e misurato, ricambia con libri scelti con cura maniacale, capaci di anticipare i desideri della sua corrispondente ancor prima che lei stessa li formuli con chiarezza. Con il passare degli anni, alla corrispondenza tra Helene e Frank si aggiungono le voci di altri membri della libreria, delle loro famiglie, creando un piccolo universo epistolare fatto di piccole confidenze, ricette, aneddoti quotidiani, battute argute e un amore sconfinato per i libri che diventa il vero collante di tutto il racconto.

È proprio questa la cifra stilistica che ho apprezzato di più: Hanff non scrive mai un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine, eppure tra le righe di ogni lettera si percepisce un’affinità elettiva che cresce lettera dopo lettera, libro dopo libro, fino a diventare qualcosa di simile all’amore, mai dichiarato e mai davvero consumato. L’oceano Atlantico che separa New York da Londra non è soltanto una distanza geografica, ma diventa quasi un personaggio esso stesso, una barriera che protegge e al tempo stesso frustra il desiderio dei due protagonisti di incontrarsi davvero.

E qui sta forse il cuore più struggente del libro: Helene rimanderà sempre il viaggio a Londra, per mancanza di denaro, certo, ma anche, si intuisce, per un timore sottile di rompere l’incanto di un rapporto costruito solo sulla parola scritta. Quando finalmente riuscirà a raccogliere i soldi necessari per il viaggio, sarà troppo tardi: la libreria avrà chiuso i battenti e Frank P. Doel sarà scomparso, portandosi via per sempre la possibilità di un incontro reale. Solo allora Helene varcherà la soglia dell’84 di Charing Cross Road, in un pellegrinaggio commovente e definitivo, per ritrovare non più l’uomo con cui ha condiviso vent’anni di lettere, ma il luogo, i muri, l’atmosfera di un mondo che ormai esiste solo nella memoria e nelle pagine che ne restano.

Nel 1987 il regista David Hugh Jones porta con particolare maestria questo piccolo capolavoro sul grande schermo, affidandosi a due interpreti straordinari: Anne Bancroft dà corpo e voce a una Helene brillante, caustica e vulnerabile al tempo stesso, mentre Anthony Hopkins restituisce con misura impeccabilmente british la compostezza trattenuta di Frank Doel, un uomo capace di far trapelare, sotto la superficie formale delle sue lettere, un affetto sempre più profondo. Il film, fedele allo spirito del libro, riesce a rendere visivamente ciò che sulla pagina vive solo nell’immaginazione del lettore: le strade di Londra, gli scaffali polverosi della libreria, il tempo che scorre inesorabile tra un continente e l’altro.

84 Charing Cross Road è, in definitiva, un piccolo grande romanzo sull’amicizia epistolare, sulla passione per i libri come forma di comunione tra anime distanti, e sulla malinconia struggente di tutto ciò che, per un soffio, non riusciamo a vivere fino in fondo.

Per la chicca: recentemente sono stato a Londra e sono andato anche io in pellegrinaggio all’84 di Charing Cross Road. Adesso, fra le mura che un tempo ospitavano la libreria, c’è un ristorante che fa parte di una delle catene più famose di fast food del pianeta. A ricordare la libreria che Hanff ha reso immortale c’è rimasta una targa.

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“Forrest Gump” di Winston Groom

(1994 R.C.S./Sonzogno)

Il libro di Groom, che risale al 1986, è diventato famoso a livello planetario quasi dieci anni dopo grazie al film diretto da Robert Zemeckis e interpretato magistralmente da Tom Hanks.

Ma quello che ha stuzzicato la mia curiosità e spinto a leggerlo non è stato il valore artistico della pellicola, ma le dichiarazioni che fece Winston Groom all’uscita del film, ammettendo di essere furioso con la produzione per aver scelto Hanks, attore – secondo lui – lontanissimo dalle corde del suo Forrest.

Ognuno ha nella testa il personaggio che legge, o meglio ancora che crea, ma siccome la letteratura e il cinema sono due arti separate e ben distinte, mi fanno imbestialire quelli che tentano di sovrapporle.

Un film e un libro saranno sempre e comunque due cose profondamente diverse anche se raccontano la stessa storia. Comunque sia, Groom ha scritto, per il suo stile infantile e la sua natura onirica, un romanzo interessante e a suo modo innovativo.

“L’Arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi

(1960/1991, Giunti)

Il volume “La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie” venne pubblicato per la prima volta nel 1891 con scarso successo. Solo nei primi anni Settanta la grande opera di Pellegrino Artusi (1820-1911) è stata riscoperta e apprezzata come meritava.

Così le 790 ricette, con in appendice “La Cucina per gli stomachi deboli”, hanno segnato l’inizio storico della divulgazione e della successiva affermazione della cultura culinaria del nostro Paese nel mondo.

Dalla prefazione: “Due sono le funzioni principali della vita: la nutrizione e la propagazione della specie; a coloro quindi, che, rivolgendo la mente a questi due bisogni dell’esistenza, li studiano e suggeriscono norme onde vengano sodisfatti nel miglior modo possibile, per render meno triste la vita stessa, e per giovare all’umanità, sia lecito sperare che questa, pur se non apprezza le loro fatiche, sia almeno prodiga di un benigno compatimento” …e buon appetito!

“John Carter di Marte” di Edgar Rice Burroughs

(1994, 2012 Newton Compton editori)

“Sotto le lune di Marte”, “Gli dèi di Marte” e “Il signore della guerra di Marte” sono i tre romanzi contenuti nella raccolta dedicata al duro e battagliero capitano sudista che si ritrova catapultato su Marte.

Se tutti considerano giustamente il primo grande genio della fantascienza – e non solo – Jules Verne, Burroughs merita almeno un posto sul podio. “Sotto le lune di Marte” esce per la prima volta nel 1912 e oggi, superato il secolo, mantiene intatto tutto il suo fascino. Probabilmente John Carter ha scontato il successo planetario che qualche anno dopo riscuoterà il fratellastro “Tarzan, l’uomo scimmia”, nato anche lui dalla penna di Burroughs.

Ma vale davvero la pena seguire il capitano Carter quando entra in contatto coi popoli che abitano Barsoom (come i nativi chiamano il loro pianeta che noi invece appelliamo superficialmente Marte). Il paragone con l’incontro-scontro fra Vecchio e il Nuovo Continente è inevitabile.