Scritto da Herbie Brennan nel 1977 con il titolo originale “The Armageddon Decision”, il racconto viene pubblicato in Italia nel 1978 col titolo “Il dilemma di Benedetto XVI” nella collana Urania. In un futuro oscuro Victor Ling, dittatore assoluto di Anderstraad, preoccupa il mondo intero.
Lo psichiatra di fama mondiale Steinmann viene invitato segretamente in Vaticano (che a causa di eventi socio-politici si è trasferito in Svizzera…) per fare il test Rahmboid – l’unico in grado di stabilire la sanità mentale del paziente in pochi minuti – al Santo Padre Benedetto XVI. Questo perché il Pontefice intende dichiarare pubblicamente guerra a Ling, ma prima di agire vuole capire se quello che intende fare è dettato dalla ragione o dalla follia… ma il finale – a sorpresa – non lo racconto!
Si tratta di una dozzina di pagine molto piacevoli e accattivanti. Anderstraad, nonostante il nome, fa pensare all’Italia, e se osserviamo la tragica situazione attuale mondiale …e me la chiamano FANTASCIENZA!!!
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Ci sono libri che raccontano il tennis, e c’è “Open”, che il tennis lo mette sotto accusa. Andre Agassi apre la porta di camera sua – quella vera, quella dei quindici anni passati a colpire palle lanciate da una macchina truccata per essere più cattiva del normale – e non la richiude più fino all’ultima pagina. Il risultato, scritto con la collaborazione di Alfred A. Knopf, è una delle autobiografie sportive più spietatamente oneste che si possano leggere: non l’ennesimo instant book da campione soddisfatto, ma la confessione di un uomo che per anni ha odiato lo sport che lo ha reso famoso e immortale.
Il libro si apre con un’infanzia che definire difficile sarebbe riduttivo. Il padre di Agassi, ex pugile di origini iraniane, trasforma il piccolo Andre in un progetto, quasi un esperimento: ore e ore di allenamento forzato, una macchina lanciapalle modificata per essere più veloce e più crudele del normale, l’ossessione di trasformare il figlio più piccolo – dopo il fallimento di quello più grande – nel numero uno al mondo prima ancora che il ragazzo potesse scegliere se quello fosse davvero il suo sogno. Leggendo queste pagine si capisce come il tennis, per Agassi, non sia mai stato un gioco ma una condanna, un destino imposto da altri. È forse questo l’aspetto più toccante del libro: la capacità dell’autore di raccontare con lucidità disarmante un rapporto controverso con lo sport che lo ha reso famoso, arrivando a confessare di averlo odiato per gran parte della carriera.
Da qui parte un racconto che attraversa decenni di tennis mondiale, tra vittorie clamorose e sconfitte brucianti, raccontate sempre con un tono intimo, quasi confessionale. Agassi non risparmia critiche a se stesso: parla apertamente dei periodi bui, del calo psicologico e fisico, di scelte sbagliate, persino di un episodio legato all’uso di sostanze che gli costò una squalifica, ammesso con un candore che sorprende in un personaggio pubblico del suo calibro. E proprio in questa sincerità sta la forza del libro: non c’è nulla di costruito a tavolino per fare bella figura, anzi, spesso l’autore sceglie di mostrarsi debole, insicuro, in difficoltà – come per esempio il pessimo rapporto con la sua calvizie – lontano anni luce dall’immagine patinata del campione perfetto che il grande pubblico si aspetterebbe.
Parallelamente alla carriera sportiva, Open racconta anche la vita privata di Agassi, e qui il libro assume i contorni di un vero romanzo sentimentale. Il matrimonio con Brooke Shields viene descritto come un rapporto nato sotto i riflettori e mai davvero autentico, destinato a naufragare proprio perché incapace di reggere il peso delle rispettive vite pubbliche e delle reciproche fragilità. Diverso, invece, il racconto dell’incontro con Steffi Graf, altra leggenda del tennis mondiale, con cui Agassi costruisce una relazione solida, discreta, lontana dai riflettori, che porterà alla nascita dei loro due figli.
Ed è proprio in questo passaggio che il libro regala uno dei momenti più esilaranti e al tempo stesso rivelatori: la presentazione delle due famiglie, in cui il signor Agassi e il signor Graf, entrambi convinti di essere stati loro a “creare” il campione perfetto, arrivano quasi a uno scontro fisico per stabilire chi tra i due avesse insegnato il tennis migliore alla propria figlia o al proprio figlio. Una scena che fa sorridere ma che, letta alla luce di tutto il libro, lascia anche l’amaro in bocca, perché mostra fino a che punto l’ambizione di certi genitori possa condizionare, o addirittura deformare, l’infanzia dei propri figli.
Non a caso, arrivati alle ultime pagine, si comprende perfettamente perché sia Agassi che Graf abbiano sempre dichiarato di augurarsi che i loro figli si dedichino a qualsiasi attività, tranne il tennis. È la sintesi perfetta di un libro che, sotto la superficie di una biografia sportiva, racconta in realtà una storia più universale: quella di un figlio che cerca disperatamente di liberarsi dal peso delle aspettative altrui per ritrovare, alla fine, una propria identità e una propria pace.
Lo stile di scrittura, merito probabilmente anche del lavoro di editing di Knopf, è scorrevole, diretto, capace di alternare momenti di grande tensione sportiva a passaggi più intimi e riflessivi senza mai risultare pesante o didascalico. Open si legge con la stessa intensità con cui si segue una finale al quinto set, e proprio come in quelle partite, anche qui il vero avversario da battere non è mai stato solo l’uomo dall’altra parte della rete, ma anche qualcosa di molto più profondo e personale da questa parte delle rete…
Open è un libro, insomma, che consiglio non solo agli amanti del tennis, ma a chiunque sia interessato a capire cosa si nasconde davvero dietro il successo sportivo.
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Il formato racconto nella nostra cultura editoriale ha una scarsissima diffusione, soprattutto poi se l’autore è un italiano.
Non voglio dilungarmi troppo sul concetto che il racconto è stata la palestra dove hanno mosso i primi passi quasi tutti i più grandi autori mondiali, e che ignorarlo significa annullare di fatto l’ambito principe in cui si formano le nuove leve: la ricchezza di racconti è il sintomo principale di una letteratura viva e fresca (la quasi nullità di riviste italiane dedicate alla pubblicazione di racconti inediti la dice lunga sullo stato della letteratura del nostro Paese).
Ma torniamo a Scerbanenco: questi quattordici racconti segnano uno degli apici della narrativa italiana del secondo Novecento. Quattordici viaggi indimenticabili creati da un autore fin troppo spesso dimenticato.
Assolutamente da leggere.
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Emerenziano Paronzini è un uomo volitivo, e adesso che è giunto alla decisione di prender moglie nulla può fermarlo.
Fra le donne in età da marito disponibili e con un’ottima rendita, nel piccolo paese di Luino, i suoi attenti studi lo portano a concentrarsi sulle tre sorelle Tettamanzi: Fortunata, Camilla e Tarsilla.
Dopo un’assidua frequentazione di casa Tettamanzi, il Paronzini sceglie e si dichiara a Fortunata, la maggiore. Ma con metodo e perseveranza riuscirà a diventare, di fatto, il marito anche delle altre due sorelle, costi quel che costi…
Un delizioso affresco della provincia borghese italiana del Ventennio. Da questo romanzo Alberto Lattuada, con la collaborazione alla sceneggiatura dello stesso Chiara, ha tratto il film “Venga a prendere il caffè da… noi” (1970) con un grande Ugo Tognazzi nel ruolo del Paronzini.
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Barnaby Gaitlin ama osservare le cose e soprattutto le persone.
Osservare a volte può essere pericoloso, ma alla fine è più semplice e pratico che confrontarsi faccia a faccia. Per Barnaby la parola fiducia ha un significato pesante e doloroso, ma nonostante ciò fa un lavoro in cui la fiducia è tutto.
E’ uno dei migliori impiegati della “Due braccia per te”, una piccola società che offre ausilio fisico a persone anziane: dal fare l’albero di Natale a spostare mobili, dall’accompagnare il cliente al supermercato a riordinare la spesa in frigo.
Sembra un lavoro molto modesto, ma Barnaby le sue soddisfazioni se le prende, anche se è un Gaitlin, uno dei cognomi più importanti della città…
Struggente e intimista “Le storie degli altri” emoziona, e neanche poco. Anne Tyler ci regala uno dei romanzi più belli e crepuscolari degli ultimi anni. In una società fatta di contatti e incontri, Tyler ci racconta in maniera sublime la storia di un personaggio che vive di riflesso delle storie degli altri. E lo fa per nascondersi ed evitare il vero confronto che, nella sua di storia, è stato spesso molto doloroso.
Un grande romanzo, da leggere.
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Se di Robert Shaw ho sempre ricordato il suo volto prestato al cinico cacciatore Quint de “Lo squalo” di Steven Spielberg, al cattivo e biondissimo Grant che per poco non riesce ad uccidere Sean Connery in “007 – Dalla Russia con amore” (1963), o al claudicante Doyle Lonnegan che viene gabbato magistralmente da Paul Newman e Robert Redford ne “La stangata” (1973), ho sempre ignorato invece la sua carriera di scrittore.
Sul banco di un mercato di libri usati ho trovato per caso il suo incredibile romanzo d’esordio “Situazione disperata ma non seria”.
Durante la Seconda Guerra Mondiale due soldati alleati vengono paracadutati oltre le linee nemiche sul suolo tedesco, ma finisco per atterrare nel centro di una cittadina. Per salvarsi dal linciaggio accettano l’ospitalità di Frick, un signore tedesco affabile ed educato, che li rinchiude nella propria cantina.
Fra carcerati e carceriere si instaura un rapporto così particolare che alla fine del conflitto Frick continuerà a tenerli prigionieri, mentendo spudoratamente sul suo esito e sulla nuova situazione mondiale.
Se la “situazione” è destinata ad avere accenti drammatici e claustrofobici (che la cronaca reale riprende anche troppo spesso), i suoi protagonisti riescono a divertire, alleggerendo tutto lo sviluppo del racconto.
Nel 1965 Gottfried Reinhardt gira “Situazione disperata ma non seria” la versione cinematografica del romanzo, con Alec Guinness nei panni di Frick e Robert Redford in quelli di uno dei due prigionieri.
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Jean-Claude Romand ha una bella moglie, due bambini piccoli, ancora vivi i propri genitori, e soprattutto un bel lavoro da medico.
Romand vive in un paesino francese nei pressi del confine con la Svizzera, che attraversa tutti i giorni per raggiungere il suo posto di lavoro. Ma il 9 gennaio del 1993 il villino dove abitano i Romand va a fuoco.
I soccorritori riescono a salvare solo lui, mentre non possono fare altro che recuperare i cadaveri di moglie e figli. L’evento sconvolge non solo la piccola cittadina, ma tutta la Francia quando gli inquirenti scoprono che la famiglia di Jean-Claude era stata sterminata prima dell’incendio.
Intanto, vengono ritrovati anche i cadaveri dei genitori di Romand: freddati con un fucile da caccia. Durante i primi controlli si scopre che Romand non ha mai lavorato come medico in Svizzera, anzi, non è neanche un medico: non si è mai laureato.
L’ipotesi della classica doppia vita prende subito piede, ma Jean-Claude Romand non aveva una doppia vita. Non ha falciato una famiglia per proteggerne un’altra. Nei diciotto anni di matrimonio Jean-Claude non ha mai lavorato, per inedia e viltà, ha semplicemente fatto passare il tempo stando nella propria macchina, fra i boschi, durante l’orario di lavoro.
Spesso ha finto di andare in trasferta, ma in realtà passava due o tre giorni chiuso nella camera di un hotel dell’aeroporto a guardare la televisione. Per mantenersi ha lentamente rosicchiato il patrimonio dei suoi genitori e quello di suo suocero. Quando alla fine sentiva di stare per essere scoperto ha preferito uccidere chi lo avrebbe giudicato.
La cosa più terribile è che Jean-Claude esiste e – al momento – sconta l’ergastolo in una prigione della Francia. Neanche Stephen King sarebbe riuscito ad immaginare un orrore tanto profondo.
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Una tigre del Bengala di nome Richard Parker. Duecentoventi chili di predatore magnifico e letale. Una scialuppa di salvataggio in mezzo all’Oceano Pacifico. E un adolescente solo che decide — contro ogni logica, contro ogni istinto di resa — di voler sopravvivere a tutti i costi.
“Vita di Pi” di Yann Martel è tutto qui. Ed è tutto tranne che semplice.
Martel pubblica questo romanzo nel 2001 e vince il Booker Prize l’anno successivo. È uno di quei casi in cui il premio arriva nel momento giusto, per il libro giusto, senza che si avverta il sospetto — frequente, ahimè — che la giuria abbia deciso di premiare qualcos’altro rispetto a ciò che aveva tra le mani. Perché “Vita di Pi” è davvero un romanzo straordinario, e non nel senso inflazionato con cui si usa spesso l’aggettivo. È straordinario perché è, letteralmente, fuori dall’ordinario: non appartiene a nessun genere riconoscibile, non segue nessuna delle regole che ci aspetteremmo, e nonostante questo — o forse proprio per questo… — funziona con una precisione che lascia senza parole.
Ci sono arrivato, lo confesso, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dall’omonimo film di Ang Lee del 2012. Sono uscito dalla sala con la sensazione strana di chi ha visto qualcosa di importante senza averlo ancora capito del tutto. Così ho aperto il romanzo. E in pochi minuti non ero più sul divano di casa…
Il protagonista si chiama Piscine Molitor Patel, detto Pi — come il numero irrazionale, e già questo la dice lunga su cosa Martel voglia costruire — figlio del direttore di uno zoo a Pondicherry, nell’India del Sud. Un’infanzia vissuta con una cura sensoriale quasi esasperante: colori, aromi, rumori, la convivenza quotidiana con gli animali, la curiosità intellettuale di un bambino che non si accontenta di un solo dio e decide, con la stessa naturalezza con cui si sceglie un vestito, di essere contemporaneamente hindu, cristiano e musulmano. Non per sincretismo distratto, ma per una fame spirituale autentica, quasi vorace. Pi vuole capire come funziona il divino, e non trova ragioni valide per limitare la propria indagine a una sola risposta.
Poi arriva il naufragio. La famiglia di Pi emigra in Canada portando con sé gli animali dello zoo. La nave affonda. Pi si ritrova su una scialuppa con una iena, uno zebra ferito, un orango e una tigre del Bengala adulta. Nel giro di poche pagine, con una progressione che Martel gestisce con mano ferma e crudele quanto basta, restano solo Pi e Richard Parker. E cominciano i sette lunghi mesi.
Quello che segue è un racconto di sopravvivenza in mezzo all’Oceano Pacifico. Ma sarebbe riduttivo — e un po’ disonesto — definirlo solo così. Perché ciò che colpisce davvero, ciò che rimane appiccicato alla pelle anche dopo aver chiuso l’ultima pagina, non è la successione degli eventi, non le tempeste o i pesci o le notti senza luna. È la volontà di Pi. Quella volontà ostinata, quasi irragionevole, di voler sopravvivere a tutti i costi, che affonda le sue radici proprio in quell’infanzia florida e spirituale, in quella India fatta di aromi, divinità e animali selvatici addomesticati a fatica. Come se tutto ciò che Pi aveva assorbito da bambino — la meraviglia, la fede, la capacità di guardare il mondo senza giudicarlo — diventasse, sull’oceano, l’unica vera possibilità di sopravvivenza.
Poi c’è la tigre. Richard Parker non è un simbolo nel senso letterario del termine, o almeno non solo. È anche, semplicemente, una tigre. Enorme, imprevedibile, letale. E tuttavia la sua presenza sulla scialuppa diventa paradossalmente la ragione principale per cui Pi rimane vivo: non puoi cedere, non puoi smettere di pensare, non puoi lasciarti andare quando a pochi metri da te c’è qualcosa che ti mangerebbe in un batter d’occhio se solo abbassassi la guardia. Il pericolo come ancora di salvezza. L’avversario come motivo di resistenza.
Martel scrive con una prosa che non si affretta mai, che sa indugiare su un dettaglio come su un panorama, che oscilla tra il tono del racconto orale — Pi parla a uno scrittore che lo intervista, anni dopo — e improvvise aperture poetiche che arrivano senza preavviso e ti lasciano lì, con il libro in mano e la sensazione di aver visto qualcosa. Il romanzo porta in sé anche una domanda che non rivelerò qui, perché rispondere significherebbe togliervi qualcosa che merita di arrivare al momento giusto. Dico solo che è una domanda su cosa sia una storia, su cosa chiediamo alle storie, su perché ne abbiamo bisogno anche quando — …soprattutto quando! — la realtà è troppo difficile da guardare senza filtri.
Ang Lee ha detto, a proposito del suo film: “Siamo tutti Richard Parker!.” È una di quelle frasi che sembrano semplici e poi non ti lasciano dormire la notte. Vale per il film. Vale, forse anche di più, per il libro.
Leggetelo. Poi decidete da che parte della scialuppa preferite stare.
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Per un amante del rugby come me che ha visto in diretta, appiccicato al televisore, la finale del Campionato del Mondo del 1995 – tifando Nuova Zelanda e soprattutto quel gigante veloce come un fulmine di Jonah Lomu – è molto facile amare questo libro.
Ma anche per chi non conosce la palla ovale è un’ottima occasione per comprende al meglio il difficilissimo compito che ha dovuto affrontare il grande Nelson Mandela.
Carlin ricostruisce la storia del Sud Africa nel suo momento più difficile, quando il primo Presidente di colore della storia, grazie anche a una partita, è riuscito a scongiurare una sanguinosa guerra civile e a unire – il più possibile – una Nazione.
Leggendo “Ama il tuo nemico” si comprende a pieno il significato più profondo del gesto che Mandela fece il giorno della finale: indossare la maglia degli Springboks, fino ad allora fra i simboli più arroganti e feroci dell’Apartheid.
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Stephen King ci racconta di aver buttato nel cestino la prima bozza del suo “Carrie”. Troppo difficile, troppo cruda, troppo lontana da quello che pensava di saper fare. È sua moglie Tabitha a tirarla fuori dalla spazzatura, a leggerla, a dirgli che valeva qualcosa. Quel romanzo avrebbe venduto milioni di copie e cambiato per sempre la sua vita e quella di milioni di lettrici e di lettori.
Il Re lo racconta senza enfasi. Quasi di passaggio. Ed è esattamente in quel momento che capisci perché questo non è un manuale come gli altri.
Di manuali per aspiranti scrittori ne esistono a decine. Scaffali interi nelle librerie, corsi che promettono di trasformarti in uno scrittore nel tempo di un weekend. La maggior parte sono onesti, alcuni utili, qualcuno inutile. Tutti però hanno in comune una cosa: si percepisce, leggendoli, la distanza tra chi insegna e chi impara. Una cattedra invisibile. Un sapere che scende dall’alto con la compostezza austera di chi sa tutto e te lo spiega per grazia.
Stephen King quella cattedra l’ha fatta a pezzi e ci ha costruito una piccola sedia su cui sedersi accanto a te.
“On Writing” è uscito nel 2000, con traduzione italiana nel 2001, ed è una di quelle anomalie editoriali difficili da classificare: metà autobiografia, metà manuale, interamente qualcosa che non assomiglia a nient’altro. King arriva al libro dopo un incidente stradale che per poco non lo aveva ucciso, e quella vicinanza alla morte — che nel testo non viene celata né esibita, ma semplicemente raccontata con la stessa precisione con cui racconta tutto il resto — dà al libro una densità che non ci si aspetta. Non è il memoir di uno scrittore di successo che passa in rassegna i propri trionfi. È qualcosa di più scomodo e più prezioso: la testimonianza di un uomo che ha capito cosa vuole fare con il tempo che gli è rimasto.
Io non sono un lettore di horror. Lo dico per chiarezza, non per sminuire il genere. Le pagine più splatter le supero a fatica, i demoni mi interessano meno dei personaggi che li fronteggiano, e certa violenza grafica fa parte di un registro che non cerco nella narrativa, soprattutto la mia. Eppure Stephen King — lo stesso Stephen King che sa fare paura come nessun altro scrittore vivente — è tra gli autori che amo di più. E questo libro spiega, almeno in parte, il perché.
Perché King scrive come pensa, e pensa come vive. Non c’è distanza costruita, non c’è posa letteraria, non c’è la voce solenne di chi si è messo addosso il costume da Grande Autore. C’è un uomo del Maine con un passato di stenti, alcolismo e tossicodipendenza alle spalle, una moglie di cui è ancora innamorato dopo decenni, una dipendenza dalle storie che risale all’infanzia e che non ha mai smesso di bruciare. E c’è una chiarezza nel modo in cui parla del proprio mestiere che taglia come un bisturi.
La prima parte del libro — quella biografica — non è un contorno. È la struttura portante di tutto il resto. King racconta la sua formazione di lettore e scrittore con un’onestà che in certi momenti fa quasi male: le prime pubblicazioni su riviste da quattro soldi, i rifiuti, la povertà vera. Quel dettaglio di Tabitha che recupera “Carrie” dal cestino – in un periodo in cui non potevano permettersi di chiamare un medico per curare il loro primogenito gravemente ammalato – è uno dei momenti più importanti del libro, e King lo sa. Lo racconta senza enfasi e senza sentimentalismo, che è esattamente il modo in cui si racconta la verità quando si è imparato a rispettarla.
Poi arriva la parte del mestiere, e qui il libro cambia marcia.
King ha opinioni precise e le espone senza tentennamenti. L’avverbio è il nemico del verbo forte. La voce passiva è la scelta di chi ha paura di assumersi la responsabilità di quello che scrive. La prima stesura si scrive per sé, la seconda per il lettore, le successive per togliere quello che non serviva. Il vocabolario non si costruisce con i dizionari dei sinonimi ma leggendo, leggendo, leggendo: sempre, ovunque, con la stessa ossessione e la stessa fame con cui certi bambini – come lo ero io tanto per fare un esempio… – mangiano.
Ma il consiglio che mi ha colpito di più — quello che continua a tornarmi in mente ogni volta che scrivo qualcosa e sento il richiamo della menzogna comoda — è uno solo: l’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici, mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto. Non tecnico. Irreparabile. Come quei danni che non si riparano perché hanno cambiato la struttura di qualcosa che non tornerà mai più come prima. E su questo, e naturalmente non è un caso, Stephen King è assai vicino ai concetti espressi dal Italo Calvino nel suo immortale “Lezioni americane“.
“On Writing” non è un libro che ti insegna a scrivere nel senso tecnico del termine. Non ci trovi dentro esercizi progressivi, schede di valutazione, modelli da copiare. Quello che troverai è qualcosa di più raro e di più utile: la dimostrazione che la scrittura è un atto di fiducia. Verso il lettore, verso i personaggi, verso la storia …e soprattutto verso se stessi, con tutta l’esposizione e il rischio che questo comporta.
Il Re Stephen King lo sa da sempre. E in questo libro, finalmente, ce lo dice, anzi: che lo scrive.
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