Vaclav ha 10 anni ma sa già che nella vita sarà un mago, un grande mago illusionista. La sua spettatrice preferita – e molto spesso unica – è Lena, che di anni ne ha 9, di cui lui è fin troppo palesemente innamorato.
I due vivono a New York e appartengono alla comunità russa della Grande Mela. Chiariamoci però, non certo nella lussuosa Manhattan, ma nella periferia della città che da secoli è la casa degli immigrati di tutto il mondo che inseguono il sogno americano.
Vaclav vive con i suoi genitori, Oleg e Rasia, che arrivano a fine mese grazie al taxi che il padre guida per tutta la città. Lena, invece, vive con la zia, la sorella della madre, che per mantenersi si prostituisce.
Il lato oscuro della vita di Lena, o meglio quello della zia, rischia drammaticamente di inghiottirla, ma il suo rapporto infantile – e per questo splendido – con Vaclav potrà salvarla.
Haley Tanner firma un romanzo d’esordio che è soprattutto una storia dolce e romantica, anche se, come in tutte le storie d’amore di formazione, ha riflessi scuri e dolorosi.
E’ inutile tentare anche solo di alzare un dito per ribattere: il Re è sempre il Re.
In questo crepuscolare e sentimentale romanzo King ci racconta come nel 1973 un ragazzo – che all’epoca aveva più o meno la sua età, con il suo aspetto fisico e, molto probabilmente, con il suo carattere – a vent’anni è diventato grande. E come accade nella realtà, la cosa non è stata facile né indolore.
Ho letto alcune recensioni di lettori che si lamentano perché non ci sono i “bei mostri” di una volta. A parte che i mostri ci sono e fanno pure paura, e come sempre quelli più terrificanti non sono figli della fantasia ma presi pari pari dalla realtà.
Ma soprattutto non è un caso che fra i film di maggior successo – e incasso – tratti dalle opere letterarie di King ci siano “Le ali della libertà” (diretto da Frank Darabont nel 1994), “Stand By Me – Ricordo di un’estate” (di Rob Reiner del 1986) e “Shining” (del maestro Stanley Kubrick, 1980), e in nessuno di questi si parla di mostri fantastici o venuti da un altro mondo, ma di quelli – molti più temibili e spietati – che fanno parte della razza umana.
Un bel romanzo di formazione da leggere, per gli amanti di King e non solo.
Non avrebbe alcun senso raccontare la trama di questo lungo racconto di Stephen King: “Colorado Kid” va semplicemente letto e goduto.
Ci sono molti che trovano la seconda parte della produzione letteraria del Re triste e malinconica, soprattutto priva della suspense e dei brividi di cui invece è zeppa la prima.
Ma le persone cambiano (e non mi azzardo certo a dire “crescono”). E l’incidente nel quale King ha seriamente rischiato di morire nel giugno del 1999, oltre che fisici, probabilmente ha lasciato anche profondi segni interiori.
E siccome King è un grande scrittore anche per la totale onestà che usa per quanto riguarda tutto ciò che scrive, le storie tristi e malinconiche sono diventate forse le sue preferite.
Di romanzi di fantascienza ambientati in un futuro post apocalittico ce ne sono molti, ma questo di Miller è davvero particolare.
Scritto nel 1959, il romanzo inizia 600 anni dopo il “Diluvio di Fiamma” che ha spazzato via la civiltà umana così come la si conosceva. I sopravvissuti, terrorizzati e sconvolti, per vendicarsi degli “autori” del massacro hanno dato la caccia a ogni individuo “possessore” di conoscenza e per questo ogni libro o documento è stato distrutto, o quasi.
Solo in una piccola abbazia, dispersa nel deserto, si conservano gelosamente gli ultimi documenti scritti rimasti che, nel corso dei secoli, vengono copiati e tramandati.
600 anni dopo nel mondo, che è tornato ad essere suddiviso in nazioni, la conoscenza non è più considerata un male; anzi, alcuni sovrani illuminati comprendono che possa essere una potente “arma” di dominazione.
600 anni dopo la Terra è nuovamente sull’orlo dell’abisso: la tecnologia è arrivata a costruire armi di distruzione di massa e fra i grandi blocchi scoppia una crisi senza ritorno, ma nell’abbazia si continua a tentare di salvare la conoscenza…
Con frequenti richiami alla filosofia e alla religione, “Un cantico per Leibowitz” è una dura lettura del genere umano destinato all’autodistruzione, che ha come unica grande salvezza la fede.
Anche solo per l’intricato paradosso Fantascienza-Fede merita di essere letto!
Quando il 20 novembre del 1989 Leonardo Sciascia ci lasciava, ammetto che non compresi davvero l’entità della perdita che la cultura italiana stava affrontando.
Oggi parlare di mafia è considerato un dovere e un diritto, ma Sciascia, durante la sua vita, dovette confrontarsi con una società e, soprattutto, con uno Stato che granitico affermava indignato che: ”LA MAFIA NON ESISTE!”.
Ma oltre a questo grande merito sociale, di cui non si parla mai abbastanza, i libri di Sciascia sono sublimati dall’ironia, quell’ironia che è uno degli indiscutibili pregi della Sicilia, che ha contribuito a rendere così famoso anche il commissario Montalbano di Camilleri (che di Sciascia si è sempre dichiarato un discepolo).
Tutta l’ironia di “A ciascuno il suo” – ma soprattutto quella della sua ultima pagina – rappresenta uno degli apici della nostra letteratura.
Questo è un libro che, ogni volta che lo prendo in mano, mi lascia con una sensazione di stupore e di vertigine. “Se una notte d’inverno un viaggiatore“ di Italo Calvino è una delle opere più ingegnose e spiazzanti del Novecento. È un romanzo che parla di romanzi, ma non è solo questo. È un viaggio nella lettura, o meglio, nei tanti modi in cui si può leggere, e nelle infinite storie che un libro può contenere.
L’idea di base è tanto semplice quanto geniale: il lettore (sì, proprio tu, che stai leggendo) inizia a leggere un libro intitolato “Se una notte d’inverno un viaggiatore“, ma presto scopre che per un errore di stampa la storia si interrompe bruscamente. Così inizia la sua (o meglio, la tua) ricerca per scoprire come va a finire, ma ogni volta che riesce a mettere le mani su una nuova copia, si ritrova davanti l’inizio di una storia completamente diversa. E così via, in un loop narrativo che sembra non finire mai.
Ogni volta che si gira una pagina, ci si trova catapultati in un nuovo mondo: un noir, un dramma esistenziale, un romanzo d’avventura, e così via. Ogni racconto è scritto con uno stile diverso, come se Calvino volesse dimostrare la sua incredibile versatilità, ma anche prenderci un po’ in giro, perché, diciamocelo, chi non vorrebbe arrivare alla fine di una di queste storie? Ma Calvino è un maestro nel tenere le redini del gioco e, mentre noi ci disperiamo per non poter andare avanti, lui ci guida con mano sicura verso un’altra storia, altrettanto affascinante e altrettanto incompiuta.
Ma cosa vuole dirci, davvero, Calvino con questo romanzo? Forse che la lettura non è mai un atto passivo, che il lettore ha un ruolo attivo nel dare senso a quello che legge. O forse ci vuole ricordare che la realtà è frammentata, che non esistono risposte facili e che la ricerca, il viaggio, è più importante della meta. Oppure, più semplicemente, ci vuole far divertire con un gioco letterario che, nonostante la sua complessità, non perde mai la sua leggerezza.
E poi c’è la storia d’amore tra il Lettore e la Lettrice, che si incontrano e si avvicinano proprio grazie a questa caccia ai frammenti di libri. Anche qui, Calvino ci ricorda che i libri possono essere un ponte tra le persone, un modo per entrare in connessione, anche quando le parole sembrano non bastare.
In conclusione, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” è un libro unico, un’esperienza che ogni appassionato di lettura dovrebbe provare almeno una volta. Ma attenzione: una volta iniziato, è difficile smettere di inseguire quelle storie che Calvino dissemina lungo il percorso, anche se sappiamo che non arriveremo mai alla fine. E forse è proprio questo il punto: lasciarsi incantare dal viaggio, senza preoccuparsi troppo della destinazione.
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La prima volta che ho letto questo breve romanzo di Steinbeck – fortunatamente nella traduzione di Cesare Pavese, così come qualche tempo dopo lessi quella di “Moby Dick” di Melville – mi ha fatto venire gli incubi.
Certamente ero troppo piccolo, e inconsciamente mi identificavo con i topi e i cuccioli che Lennie accarezza compulsivamente. Poi, di recente, mi è tornata la voglia di leggerlo e mi ha commosso nuovamente, ma per ragioni completamente diverse.
Oltre che per lo splendido stile narrativo dell’inarrivabile Steinbeck, la cosa che mi ha colpito di più è che le tragedie di Lennie, George, Candy, Mrs. Curley e di tutti gli altri “topi” oggi sono drammaticamente attuali.
John Whitman Sutter è un aristocratico WASP – che in lingua inglese è l’acronimo di White Anglo-Saxon Protestant (bianco anglosassone protestante) – a tutti gli effetti.
Rampollo di una storica famiglia di avvocati newyorchesi, John ha sposato lady Susan Stanhope e con lei vive nella Costa d’Oro, la zona di Long Island famosa per le grandi e splendide ville, simbolo imperituro dell’opulenza dell’upperclass americana affermatasi nel primo dopoguerra.
I Sutter vivono nella foresteria della lussuosa residenza degli Stanhope – che per evitare di pagare le tasse il vecchio Stanhope, padre di Susan, tiene chiusa – e passano le giornate cavalcando, navigando sul proprio yacht o andando a mangiare nell’esclusivissimo club della zona.
Ma questa splendida routine viene interrotta dall’arrivo del nuovo proprietario della tenuta a fianco: Frank Bellarosa detto il Vescovo, l’ultimo grande padrino della mafia newyorchese.
La vita di John Sutter e quella del Vescovo si intrecceranno fin nel profondo, con conseguenze a dir poco imprevedibili…
Un gran bel romanzo su due mondi così lontani e così vicini, che sentono la propria fine avvicinarsi ma che si comportano come se fossero immortali.
C’è qualcosa di profondamente commovente nell’immagine del ragionier Bianchi che, alle nove di sera precise, dovunque si trovi in Italia per lavoro, solleva la cornetta del telefono per raccontare una favola alla sua bambina. Varese è lontana, la settimana lavorativa lo tiene incatenato a una vita da pendolare, ma quel filo telefonico diventa un cordone ombelicale che non si spezza mai, un ponte sospeso tra l’affetto paterno e il bisogno di tenerezza di una figlioletta che senza quella voce non riesce ad addormentarsi.
Gianni Rodari costruisce attorno a questa premessa apparentemente semplice uno dei capolavori assoluti della letteratura italiana del Novecento, e non solo di quella per l’infanzia. Perché “Favole al telefono” è molto più di una raccolta di storie brevi per bambine e bambini: è un manifesto di fantasia, libertà e resistenza poetica contro la grigia routine del mondo adulto. È la dimostrazione che l’amore può assumere le forme più creative, che la distanza fisica può essere annullata dall’immaginazione, che bastano pochi minuti e poche parole – perché le telefonate interurbane allora costavano molto care – per costruire universi interi.
E infatti sono favole brevissime, fulminanti, concentrate come haiku narrativi. Ma in quella brevità c’è tutto: mondi alla rovescia, personaggi impossibili, situazioni paradossali che ribaltano la logica quotidiana e spalancano le porte dell’impossibile. Rodari non scrive mai a caso: dietro ogni storia c’è un’intelligenza pedagogica finissima, una capacità di parlare ai bambini senza mai essere didascalico, moralistico o peggio ancora paternalistico – seguendo i principi che il grande scrittore descriverà nell’intramontabile “Grammatica della Fantasia“. Le sue favole non insegnano lezioni preconfezionate; aprono a domande, stimolano la curiosità, invitano a guardare il mondo da prospettive inedite.
Trovo particolarmente toccante il dettaglio delle centraliniste che interrompono il loro lavoro per ascoltare. Non è solo un espediente narrativo: è il riconoscimento di una bellezza che trascende il destinatario originario. Quelle storie, nate per una bambina specifica, diventano patrimonio collettivo, poesia condivisa, momento di sospensione in cui anche le operatrici telefoniche – donne probabilmente stanche, sottopagate proprio perché donne, invisibili – si concedono qualche minuto di meraviglia. È un gesto politico, nel senso più nobile del termine: Rodari ricorda che la fantasia non è un lusso per pochi, ma un diritto universale, specialmente per chi vive vite difficili.
Tra tutte le favole della raccolta, “La strada che non andava in nessun posto” emerge come un piccolo gioiello filosofico. La storia di Martino che abbandona le strade conosciute per seguire un sentiero che non porta da nessuna parte – e proprio per questo porta ovunque – è una metafora esistenziale di straordinaria potenza. Continua a risuonare negli anni, a tornare in mente nei momenti cruciali, quando dobbiamo scegliere tra il percorso sicuro e quello ignoto, tra la strada battuta e quella inesplorata. Rodari sapeva che le decisioni importanti si prendono sempre su strade che non sono segnate sulle mappe.
Questo libro ha segnato l’infanzia di generazioni intere, non solo in Italia. Ha abitato le case, le scuole, le biblioteche; è stato letto ad alta voce da genitori, insegnanti, nonni; ha accompagnato il sonno di milioni di bambini. E continua a farlo, perché la sua magia è intatta. Anzi, forse oggi, nell’epoca della fretta compulsiva e della distrazione permanente, quelle favole al telefono assumono un significato ancora più urgente: ci ricordano che bastano pochi minuti di attenzione autentica per creare un legame, che la qualità del tempo conta più della quantità, che un padre può essere presente anche quando è fisicamente lontano.
“Favole al telefono” deve stare in ogni casa dove ci sono bambine e bambini, certo. Ma anche in quelle dove ci sono adulti che hanno dimenticato di essere stati bambini, o che hanno bisogno di ricordarselo. Perché Rodari non scriveva solo per i piccoli: scriveva per quella parte di noi che rischia di addormentarsi definitivamente sotto il peso delle responsabilità e della routine. Le sue favole sono una sveglia gentile, un invito a non smettere mai di guardare il mondo con occhi curiosi e meravigliati.
Un capolavoro assoluto. Da leggere, rileggere, tramandare.
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Régine è una giovane e ambiziosa attrice. Il suo desiderio più grande è quello di rimanere immortale nella memoria degli uomini. Ma quando incontra Fosca le sue convinzioni naufragano.
Fosca, infatti, è l’unico uomo ad essere immortale. Nato nel 1279 a Carmona, una florida città italiana antagonista di Genova e Firenze, grazie alla pozione magica di un mendico, ha sconfitto la morte.
Ma questo, col passare dei decenni e soprattutto dei secoli, lo ha reso un essere avulso a tutti gli eventi e i sentimenti degli altri esseri umani che vivono sapendo di dover morire…
Citato e imitato ancora oggi, fra cinema, editoria e televisione (ha ispirato, per esempio, il famoso episodio “Long Live Walter Jameson” della mitica serie “Ai confini della realtà” 1959-1964 creata dal grande Rod Serling o il bellissimo romanzo “L’amante senza fissa dimora” dei maestri Fruttero & Lucentini ambientato in una crepuscolare Venezia) “Tutti gli uomini sono mortali” è davvero un caposaldo della letteratura mondiale, nonché il primo grande romanzo esistenzialista.
E’ davvero un libro splendido.
Drammaticamente, questo superbo e fondamentale romanzo è stato, nel nostro Paese, per decenni fuori catalogo. Oggi, fortunatamente, è tornato, ma solo nel formato digitale.
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