
(2014, Rizzoli Lizard)
Prendete un libro. Tenetelo tra le mani. Sentite il peso della carta, l’odore dell’inchiostro leggermente invecchiato, la copertina consumata agli angoli come se qualcuno lo avesse già letto e riletto prima di voi. Fin qui, niente di straordinario. Ma poi cominciate a sfogliarlo e vi accorgete che qualcosa non torna: sui margini ci sono annotazioni a penna, in inchiostri di colori diversi. Tra le pagine spunta una cartolina. Poi una fotografia. Poi un tovagliolino con una mappa disegnata a mano. A quel punto capite che quello che avete tra le mani non è semplicemente un libro. È un mondo intero che qualcuno ha nascosto dentro un altro mondo.
Benvenuti in “La nave di Teseo”, un oggetto narrativo che appartiene a una categoria tutta sua, una categoria che fino al 2013 – anno in cui uscì nelle librerie americane – probabilmente non esisteva ancora, o perlomeno non aveva ancora trovato la forma giusta per manifestarsi.
Dietro al progetto c’è J.J. Abrams, il creatore di “Lost”, la serie televisiva che ha ridefinito il modo in cui milioni di spettatori intendono il concetto di mistero stratificato, di storia-dentro-la-storia, di indizi nascosti in bella vista. Abrams è uno di quegli autori – nel senso più ampio e contemporaneo del termine – che non si accontenta mai di raccontare qualcosa in modo lineare quando esiste la possibilità di costruire un labirinto. E con Doug Dorst, scrittore e docente universitario, ha edificato qualcosa di straordinariamente ambizioso: un labirinto di carta, inchiostro e… cartoline.
Ma andiamo con ordine, anche se “ordine” è forse la parola meno adatta per descrivere questo libro.
Il primo livello – quello più visibile, quello stampato in caratteri tipografici come qualunque romanzo tradizionale – è “La nave di Teseo”, un romanzo del 1949. L’opera di un certo V.M. Straka, scrittore misterioso la cui identità reale è, come spesso accade nella migliore tradizione letteraria, avvolta in una nebbia tanto fitta quanto affascinante. Il romanzo racconta la storia di un uomo che si risveglia senza memoria su una nave lugubre, popolata da un equipaggio inquietante, diretto verso una destinazione ignota. Già qui ci troviamo di fronte a una narrazione densa, piena di rimandi e di quel senso di straniamento che i migliori autori del Novecento sapevano costruire con una maestria oggi quasi dimenticata.
Ma è il secondo livello quello che trasforma “La nave di Teseo” da ottimo romanzo in opera irripetibile.
Sulle pagine di quel romanzo – sui margini, negli spazi bianchi, nelle note a piè di pagina – due giovani si scambiano da anni messaggi scritti a mano. Lui, uno studente universitario, lei, una dottoranda. Hanno trovato entrambi lo stesso volume in biblioteca e lo usano come veicolo di comunicazione, come campo di battaglia intellettuale, come spazio di incontro. Le loro annotazioni – in inchiostri di colori diversi a seconda dell’epoca in cui sono state scritte, dettaglio non trascurabile – ricostruiscono il loro dialogo, le loro teorie sulla vera identità di Straka, i loro sospetti su chi si nasconda davvero dietro quello pseudonimo e perché.
È come leggere due romanzi contemporaneamente, sovrapposti l’uno all’altro, che si commentano a vicenda e si modificano reciprocamente. Una vertigine narrativa di rara eleganza.
E poi c’è il terzo livello. Quello che trasforma il tutto in qualcosa di fisicamente impossibile da ignorare.
Fra le pagine del libro spuntano – letteralmente spuntano, come se qualcuno le avesse dimenticate lì decenni fa – vecchie fotografie, cartoline sgualcite, mappe disegnate su tovagliolini di carta, ritagli di giornali studenteschi, biglietti scritti a mano. Ogni elemento è un reperto autentico, stampato e invecchiato ad arte, che porta con sé informazioni nascoste, indizi ulteriori, pezzi di un puzzle che il lettore è chiamato ad assemblare da solo. Non c’è un ordine prestabilito. Non c’è una guida. C’è solo la curiosità di chi tiene quel libro tra le mani e decide fino a dove vuole spingersi.
Vale la pena di sottolinearlo: tutto questo non sarebbe stato tecnicamente realizzabile fino a pochi anni fa. Le tecniche di stampa, la possibilità di riprodurre materiali d’epoca con quel grado di fedeltà, i costi di produzione: tutto concorreva a rendere un simile progetto editoriale semplicemente impensabile. Il fatto che oggi esista, e che esista in questa forma rigorosa e meravigliosa, è già di per sé una dichiarazione.
Una dichiarazione rivolta a tutti coloro – e purtroppo non sono pochi – che continuano a lamentarsi del fatto che la narrativa stia morendo, soffocata dalle innovazioni digitali, svuotata di senso da un pubblico sempre più distratto. A costoro “La nave di Teseo” risponde con la cortesia di chi non ha bisogno di alzare la voce: la letteratura non sta morendo. Si sta semplicemente evolvendo. E quando si evolve con questa intelligenza, con questa cura artigianale, con questa capacità di sorprendere chi credeva di aver già visto tutto, il risultato è semplicemente magnifico.
Tanto geniale quanto affascinante. Un libro che si legge, si tocca, si annusa, si vive. E che dimostra – una volta di più – che la vera narrazione non conosce confini di formato, di supporto, di tecnologia. Conosce solo la qualità di chi la costruisce e la curiosità di chi la abita.
Buona lettura. O meglio: buona esplorazione.
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