dopo 42 anni si chiude una delle saghe del cinema più famose di sempre (non ci possiamo scordare, infatti, quella dell’agente segreto 007 James Bond che da quasi sessant’anni furoreggia al botteghino).
La terza trilogia della saga sembra definitivamente conclusa. E con quest’ultima fatica del geniale J.J Abrams scopriamo il posto nell’Universo – o forse sarebbe meglio dire …nella Galassia – di ognuno dei personaggi. Ci sono quelli che scompaiono e quelli che rimangono, quelli che fanno scelte oltre i propri limiti e quelli che accettano l’inevitabile.
Se la seconda trilogia ha deluso molti (compreso me) questa riporta “Star Wars” a livello della prima, che ha rinnovato e cambiato il cinema di fantascienza, e non solo. Così non ci dobbiamo stupire se la Forza trova la sua pedina più forte e coraggiosa in una ragazza, o se assistiamo al primo bacio lesbo consumatosi tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…
Abrams rinnova la saga, la rende attuale e contemporaneamente senza tempo, così come è la prima. E se ci rattristiamo per la sua fine annunciata, aggrappiamoci alla speranza che gli incassi superino i record di quelli precedenti tanto da “costringere” la Disney a mettere in lavorazione – oltre ai film della serie “A Star Wars Story” – una nuova trilogia.
Il tocco del genio di J.J. Abrams è paragonabile a quello di Steven Spielberg, che riesce a dare ad ogni storia una marcia in più. Così Abrams prende lo script di questo film, che dal 2012 subisce numerosi cambiamenti, e lo trasforma nel terzo capitolo della serie “Cloverfield” da lui ideata.
In un futuro molto prossimo le risorse energetiche della Terra sono al collasso. Per scongiurare la catastrofe, dalle Nazioni più scientificamente esperte, viene costruita una stazione orbitante sulla quale verrà fatto partire un acceleratore atomico, che fornirà energia pulita e illimitata al Pianeta.
C’è però chi è scettico e molto preoccupato, perché l’accensione dell’acceleratore potrebbe aprire varchi in qualche altra dimensione…
Scritto da Doug Jung e dallo stesso Julius Onah – e ditemi quello che vi pare, ma anche se è accreditato solo come produttore, c’è lo zampino di Abrams pure nella sceneggiatura… – “The Cloverfield Paradox” è un bel filmaccio di fantascienza con tutti i crismi, e diabolici effetti speciali.
Chi poi ha visto anche i primi due film della serie, “Cloverfield” e ” 10 Cloverfield Lane“, si farà una sfiziosa e ironica risatina nella sequenza finale…
Normalmente si associano gli anni Ottanta ai capelli cotonati, ai piumini, agli orecchini a cerchi, alle maniche a palloncino o alle spalline abnormi, e – …poveri noi – alle scarpe ballerine (teribbili!). Ma negli anni Ottanta, fortunatamente, ci sono state anche altre cose. Come i film di Steven Spielberg o i grandi romanzi di Stephen King. E proprio a questi due grandi autori visionari, i fratelli Duffer si sono ispirati per realizzare questa serie tv prodotta da Netflix.
Ispirandosi anche alle atmosfere dello splendido “Super 8” di J.J. Abrams – altro grande omaggio a quegli anni – i Duffer ci portano a Hawinks, una piccola cittadina dell’Indiana, esattamente il 6 novembre del 1983, il giorno in cui scompare il dodicenne Will Byers (primo grande e irresistibile omaggione a “IT” di King).
Sulla piccola località cala l’ombra di qualcosa di oscuro e “straniero” che proviene da un laboratorio governativo segreto situato nelle vicinanze (e qui “L’ombra dello Scorpione” dove me la mettete?!) il cui responsabile è il dottor Martin Brenner (un Matthew Modine truccato da assomigliare tanto a Keys/Peter Coyote di “E.T. – L’’Extraterrestre”). Scattano le ricerche del piccolo, quelle ufficiali guidate dallo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), mentre quelle personali da Joyce Byers (Winona Ryder) e da Jonathan (Charlie Heaton), rispettivamente madre e fratello di Will.
Le più fruttuose però sembrano essere quelle condotte da Mike, Dustin e Lucas (di nome non di cognome…) i tre compagni di scuola e amici del cuore del ragazzino (che vivono in simbiosi alle loro biciclette …eddaje!), che si imbattono in una strana e silenziosa loro coetanea. Ma tutti, comunque, troveranno misteri, enigmi e false piste fino a quando…
Godibilissima serie per amanti del brivido e amatori dei cult di trent’anni fa. Tanto per fare qualche esempio, nella camera di uno dei protagonisti c’è appesa al muro la locandina di “Dark Crystal” di Jim Henson e Frank Oz. Oppure un poliziotto di guardia legge distrattamente un libro con sulla quarta di copertina la foto di un giovanissimo Stephen King. Per arrivare al titolo del IV episodio “The Body”, esattamente come quello originale del racconto dello stesso King da cui è stato tratto il film “Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner. E basta, altrimenti non la smetto più e vi parlo anche delle citazioni dal piccolo cult “Scarlatti – Il thriller” diretto da Frank LaLoggia nel 1988.
Se Steven Spielberg, in un’intervista di allora, affermò che “E.T. – L’extraterrestre” era ciò che lui sognava di vivere con un alieno, mentre “Poltergeist – Demoniache presenze“ (da lui scritto ufficialmente, e co-diretto ufficiosamente) era quello che invece temeva di vivere con una forma aliena, “Stranger Things” è la risposta…
Per la chicca: sigla di testa davvero anni …Ottanta paura!
Scritto da Josh Campbell, Matthew Stuecken e Damien Chazelle (già sceneggiatore e regista di “Whiplash” e “La La Land”) diretto da Dan Trachtenberg e, soprattutto, prodotto dal nuovo genio di Hollywood J.J.Abrams, “10 Cloverfield Lane” ti inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.
Se da una parte possiede caratteri classici e claustrofobici di un thriller psicologico (tratti che ricordano fin troppo chiaramente la serie “Lost”) dall’altra è una chiaro riferimento al “Cloverfield” diretto da Matt Reeves nel 2008 e sempre prodotto da Abrams.
Michelle (una bravissima Mary Elizabeth Winstead) lascia il suo ragazzo Ben (la cui voce nella versione originale è di Bradley Cooper) e parte con la sua auto verso la Luisiana. Con lo scorrere delle ore arriva il buio e proprio poco dopo il tramonto la ragazza, ascoltando l’ennesimo messaggio del suo ex sulla segreteria del cellulare, ha un grave incidente.
Si risveglia con una notevole, ma ben curata, ferita sulla gamba e allo stesso tempo incatenata al materasso dentro una stanza di cemento senza finestre. Dopo un tempo che sembra infinito la porta rumorosamente si apre ed entra Howard (uno stratosferico John Goodman) che le porta il pranzo.
L’uomo le racconta quello che lei non ricorda: l’ha trovata gravemente ferita sul ciglio della strada e l’ha portata con se visto che il loro Paese è sotto un feroce attacco chimico. Adesso sono al sicuro nel suo bunker. Michelle non crede a una solo parola, ma quando scopre che nel bunker c’è anche Emmet (John Gallagher Jr.) un giovane vicino di casa di Howard che, non solo conferma la storia, ma le racconta anche che ha dovuto combattere con l’uomo per entrarci, la ragazza rimane perplessa.
Michelle è sempre titubante e, con uno stratagemma, riesce a impadronirsi delle chiavi per uscire. Ma giunta alla porta esterna dal vetro vede…
Davvero un film tosto. Sconsigliato ai deboli di cuore e con un John Goodman in stato di grazia. Se davvero volete fare i superbi vedetevelo la notte, da soli, in una remota casa di campagna… tzé!
Prima di tutto è importante chiarire che qui nessuno rileverà nulla della trama del VII e attesissimo episodio della saga più stellare del cinema.
Nel nostro Paese ci sono già troppi debosciati che pensano che per parlare di un film basta raccontare il plot …poracci!
Ma tornando all’opera di J.J. Abrams (che a me ha dato grande gusto), nonostante le galattiche aspettative planetarie, riesce a mantenere le promesse e a superare la sfida di raccontare qualcosa di nuovo sulla famiglia Skywalker, quando neanche il suo creatore George Lucas c’era riuscito davvero.
E’ stata una grande emozione rivedere sullo schermo l’inossidabile Harrison Ford nei panni di Han Solo (che è sempre stato il mio personaggio preferito), Carrie Fisher in quelli di Leia e Mark Hamill in quelli di Luke.
Per il resto spettacolarità, colpi di scena come se piovesse e citazioni palesi e sottili da veri intenditori.
Fiducioso mi preparo ora il prossimo episodio che è già in preproduzione…
Prendete un libro. Tenetelo tra le mani. Sentite il peso della carta, l’odore dell’inchiostro leggermente invecchiato, la copertina consumata agli angoli come se qualcuno lo avesse già letto e riletto prima di voi. Fin qui, niente di straordinario. Ma poi cominciate a sfogliarlo e vi accorgete che qualcosa non torna: sui margini ci sono annotazioni a penna, in inchiostri di colori diversi. Tra le pagine spunta una cartolina. Poi una fotografia. Poi un tovagliolino con una mappa disegnata a mano. A quel punto capite che quello che avete tra le mani non è semplicemente un libro. È un mondo intero che qualcuno ha nascosto dentro un altro mondo.
Benvenuti in “La nave di Teseo”, un oggetto narrativo che appartiene a una categoria tutta sua, una categoria che fino al 2013 – anno in cui uscì nelle librerie americane – probabilmente non esisteva ancora, o perlomeno non aveva ancora trovato la forma giusta per manifestarsi.
Dietro al progetto c’è J.J. Abrams, il creatore di “Lost”, la serie televisiva che ha ridefinito il modo in cui milioni di spettatori intendono il concetto di mistero stratificato, di storia-dentro-la-storia, di indizi nascosti in bella vista. Abrams è uno di quegli autori – nel senso più ampio e contemporaneo del termine – che non si accontenta mai di raccontare qualcosa in modo lineare quando esiste la possibilità di costruire un labirinto. E con Doug Dorst, scrittore e docente universitario, ha edificato qualcosa di straordinariamente ambizioso: un labirinto di carta, inchiostro e… cartoline.
Ma andiamo con ordine, anche se “ordine” è forse la parola meno adatta per descrivere questo libro.
Il primo livello – quello più visibile, quello stampato in caratteri tipografici come qualunque romanzo tradizionale – è “La nave di Teseo”, un romanzo del 1949. L’opera di un certo V.M. Straka, scrittore misterioso la cui identità reale è, come spesso accade nella migliore tradizione letteraria, avvolta in una nebbia tanto fitta quanto affascinante. Il romanzo racconta la storia di un uomo che si risveglia senza memoria su una nave lugubre, popolata da un equipaggio inquietante, diretto verso una destinazione ignota. Già qui ci troviamo di fronte a una narrazione densa, piena di rimandi e di quel senso di straniamento che i migliori autori del Novecento sapevano costruire con una maestria oggi quasi dimenticata.
Ma è il secondo livello quello che trasforma “La nave di Teseo” da ottimo romanzo in opera irripetibile.
Sulle pagine di quel romanzo – sui margini, negli spazi bianchi, nelle note a piè di pagina – due giovani si scambiano da anni messaggi scritti a mano. Lui, uno studente universitario, lei, una dottoranda. Hanno trovato entrambi lo stesso volume in biblioteca e lo usano come veicolo di comunicazione, come campo di battaglia intellettuale, come spazio di incontro. Le loro annotazioni – in inchiostri di colori diversi a seconda dell’epoca in cui sono state scritte, dettaglio non trascurabile – ricostruiscono il loro dialogo, le loro teorie sulla vera identità di Straka, i loro sospetti su chi si nasconda davvero dietro quello pseudonimo e perché.
È come leggere due romanzi contemporaneamente, sovrapposti l’uno all’altro, che si commentano a vicenda e si modificano reciprocamente. Una vertigine narrativa di rara eleganza.
E poi c’è il terzo livello. Quello che trasforma il tutto in qualcosa di fisicamente impossibile da ignorare.
Fra le pagine del libro spuntano – letteralmente spuntano, come se qualcuno le avesse dimenticate lì decenni fa – vecchie fotografie, cartoline sgualcite, mappe disegnate su tovagliolini di carta, ritagli di giornali studenteschi, biglietti scritti a mano. Ogni elemento è un reperto autentico, stampato e invecchiato ad arte, che porta con sé informazioni nascoste, indizi ulteriori, pezzi di un puzzle che il lettore è chiamato ad assemblare da solo. Non c’è un ordine prestabilito. Non c’è una guida. C’è solo la curiosità di chi tiene quel libro tra le mani e decide fino a dove vuole spingersi.
Vale la pena di sottolinearlo: tutto questo non sarebbe stato tecnicamente realizzabile fino a pochi anni fa. Le tecniche di stampa, la possibilità di riprodurre materiali d’epoca con quel grado di fedeltà, i costi di produzione: tutto concorreva a rendere un simile progetto editoriale semplicemente impensabile. Il fatto che oggi esista, e che esista in questa forma rigorosa e meravigliosa, è già di per sé una dichiarazione.
Una dichiarazione rivolta a tutti coloro – e purtroppo non sono pochi – che continuano a lamentarsi del fatto che la narrativa stia morendo, soffocata dalle innovazioni digitali, svuotata di senso da un pubblico sempre più distratto. A costoro “La nave di Teseo” risponde con la cortesia di chi non ha bisogno di alzare la voce: la letteratura non sta morendo. Si sta semplicemente evolvendo. E quando si evolve con questa intelligenza, con questa cura artigianale, con questa capacità di sorprendere chi credeva di aver già visto tutto, il risultato è semplicemente magnifico.
Tanto geniale quanto affascinante. Un libro che si legge, si tocca, si annusa, si vive. E che dimostra – una volta di più – che la vera narrazione non conosce confini di formato, di supporto, di tecnologia. Conosce solo la qualità di chi la costruisce e la curiosità di chi la abita.
Buona lettura. O meglio: buona esplorazione.
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