Craig Thompson (classe 1975) è considerato uno dei migliori autori di narrativa grafica contemporanei grazie a opere come questa, a “Blankets” (2003) e a “Habibi” (2011). Nel 1999 pubblica questo “Addio Chunky Rice” che gli vale un Harvey Award, uno dei premi più prestigiosi per fumetti e graphic novel americani, dedicati a Harvey Kurtzman (1924-1993) tra i più grandi autori satirici e ironici statunitensi.
Chunky Rice è una piccola tartaruga che decide di iniziare un lungo viaggio per mare con lo scopo di trovare se stesso e soprattutto la sua vera meta, che ancora non è riuscito a capire. L’unico grande dolore nel partire è lasciare Dandel, il piccolo topo con cui ha un’amicizia molto intima e profonda. Ma Dandel sa, invece, che il suo posto è lì dove vive e così non può seguire il suo più caro amico.
La partenza e la separazione sarà straziante per entrambi, e dal ponte della nave che lo sta portando dall’altra parte del mondo Chunky Rice non può che pensare al suo amore per l’amica che quasi certamente non rivedrà mai più. E dalla riva, dalla quale lo ha visto inesorabilmente allontanarsi, Dandel non può che fare lo stesso guardando amareggiata quel mare che spesso può diventare così impetuoso…
Struggente graphic novel apparentemente per i più piccoli, che affronta il tema della separazione in maniera davvero commovente e sincera. Se i disegni e i personaggi, nelle prime strisce, possono sembrare dedicati per il tratto ai bambini, più ci addentriamo nella storia più affrontiamo il doloroso tema della perdita e del dolore, e più ci rendiamo conto che sono una storia e un tema che, di solito, i piccoli non dovrebbero affrontare o conoscere. Ma la vita ci ricorda fin troppo spesso che non è sempre così…
Lo stesso Thompson, nella parte finale del volume, ci racconta che il dolore per l’abbandono subito da una sua compagna – “che lo ha lasciato per tornare con il suo ex” – è stato lo spunto per disegnare questo fumetto.
Poesia ed emozioni simili a quelle che suscita lo splendido corto animato “Father and Daughter” di Michaël Dudok de Wit.
Da leggere.
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Mateusz Urbanowicz è nato in Slesia, Polonia, nel 1986. Mentre studiava Ingegneria Elettronica ha iniziato a collaborare con l’Istituto Polacco Giapponese di Tecnologia dell’Informazione. Successivamente ha vinto una borsa di studio finanziata dal Governo Giapponese grazie alla quale si è trasferito a Kobe, dove ha iniziato a studiare animazione e fumetti. Dopo essersi laureato alla Kobe Design University ha cominciato a lavorare nell’ambito dell’animazione presso la Comix Wave Films di Tokyo.
Proprio nei primi tempi in cui si è stabilito a Tokyo, Urbanowicz ha iniziato a studiare e girare per il quartiere dove aveva trovato alloggio. E’ subito rimasto affascinato dalle numerose piccole botteghe che incontrava nelle vie. Alcune erano, e sono ancora oggi, famose in tutta la città, altre invece nel corso del tempo sono state trasformate in abitazioni private o sono state demolite.
Affascinato dai loro angoli e dalle loro peculiarità Urbanowicz ha deciso di immortalarle su un foglio di carta, dopo averle fotografate attentamente. I suoi bellissimi disegni ricordano molto gli angoli e gli sfondi dei più famosi film d’animazione giapponese contemporanei, a partire da quelli realizzati dal maestro Hayao Miyazaki e dal suo Studio Ghibli.
Per ogni bottega ritratta, della quale l’artista ci fornisce la precisa localizzazione nella mappa della città, ci sono riassunte brevemente le caratteristiche che lo hanno colpito e una breve storia dell’attività. Un viaggio delizioso diviso per quartieri che ci racconta di una Tokyo così diversa da quella che noi occidentali di solito conosciamo.
Quasi tutte le botteghe scelte dall’artista polacco appartengono all’era Shōwa, che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, e cioè realizzate fra il 1926 e il 1989. Così come ha fatto Nanni Moretti nel suo “Caro diario”, anche Urbanowicz ci racconta una città attraverso le facciate di alcuni dei suoi edifici, molti dei quali poco conosciuti e fuori dai canonici tour turistici.
Un libro originale che ci ricorda come forse l’arte ancestrale del disegno, così profondamente radicata nel Paese del Sol Levante, sia una delle migliori chiavi per comprendere a fondo la cultura giapponese.
Nella parte finale del libro, Urbanowicz ci mostra, con l’ausilio dei suoi bellissimi disegni ma anche di alcune fotografie, tutti gli strumenti del suo lavoro – compreso il suo atelier – nonché le tecniche cha ha usato per realizzare i disegni.
Un viaggio bellissimo tra l’arte, la fantasia e le strade di Tokyo.
Grazia Cherchi (1937-1995) è stata una delle figure più rilevanti della nostra editoria del Novecento. Oltre ad essere una delle migliori, se non la migliore in assoluto, collaboratrice e curatrice editoriale – termine che può voler dire tutto e niente, ma che oggi si traduce al meglio in editor – è stata una formidabile talent scout, scoprendo scrittori come Stefano Benni, Alessandro Baricco e Massimo Carlotto.
I suoi consigli, i suoi suggerimenti e i suoi scritti hanno inciso profondamente nella storia della nostra editoria a partire dai primi anni Sessanta con la fondazione e la direzione – assieme a Piergiorgio Bellocchio – della rivista “Quaderni piacentini”, passando poi per numerosi articoli pubblicati su alcune delle riviste e dei giornali più rilevanti del nostro panorama editoriale, nonché con la stretta collaborazione con le case editrici più agili e illuminate dell’epoca. Attività che ha svolto fino a quasi la sua morte in maniera lucida e sempre all’avanguardia perché, a differenza di alcuni nostri contemporanei sedicenti editor, Grazia Cherchi non era una scrittrice mancata: ma una lettrice implacabile, famelica e soprattutto onesta.
Ma allora perché oggi, ai più, il suo nome è praticamente sconosciuto?
Io che sono uno scrittore che si autopubblica, e quindi non ha alcun contatto con la nostra editoria canonica, non posso affermarlo con certezza. Certo fanno riflettere gli scritti della Cherchi, soprattutto quelli in cui si scaglia contro il “patriarcato” dell’editoria – che allora naturalmente era solo quella classica – e aborriva ogni tipo di premio letterario, dallo “Strega” al “Campiello”, considerandoli una patetica replica dei “migliori” salotti che l’intellighenzia italica offriva e che erano uno dei carburanti principali dello stesso patriarcato.
Così questo prezioso tomo, a cura di Roberto Rossi, ci racconta lucidamente le radici della grave crisi della nostra editoria che, qualche anno dopo la morte della stessa Cherchi, sfocerà in quella sempre più profonda che oggi noi stiamo vivendo da tempo. Con i suoi articoli per riviste e giornali come “Linea d’ombra”, “Linus”, “Panorama” o “L’Unità”, la Cherchi punta il dito sulla metamorfosi che l’editoria – e non i libri, attenzione! – in quegli anni sta iniziando.
Ci racconta di un ambiente fatto di “mafie e mischie” dove fin troppo spesso vengono spinti e pubblicizzati libri di autori cari all’establishment e non quelli di valore. Le pubblicità e la recensioni dei libri, ci sottolinea, sono ormai a uso e consumo dell’editore e a volte dello scrittore, ma mai per il lettore. Tanto che lei sovente è in quelli poco conosciuti o che spariscono subito dagli scaffali delle librerie che trova perle e chicche, come ad esempio “Le streghe” di Roald Dahl o il racconto “La gente delle dieci” di Stephen King. Per questo, con almeno trent’anni di anticipo sulla storia, la Cherchi ipotizza e sogna che ogni lettore possa poter mettere lui personalmente una breve recensione, magari anche sintetizzata da un pollice giù o uno in su, a favore di tutti gli altri lettori che desiderino avere pareri sinceri e non strumentali sul libro…
Ma non solo, l’acume della Cherchi la porta a parlare sia di romanzi e saggi ma anche di racconti, forma letteraria che lei giustamente pone sullo stesso piano per dignità e interesse alle prime due. E, già a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, inizia a notare un apparente inspiegabile e preoccupante scarto da parte di tutti gli editori nostrani della forma racconto, soprattutto quelli di autori italiani. A distanza di trent’anni la nostra editoria è una delle poche al mondo che ormai ignora di fatto i racconti dei nostri autori – tranne raramente di quelli già famosi – limitandosi a pubblicare al massimo, ogni tanto, quelli di scrittori che siano “tassativamente” stranieri.
Insomma, una raccolta di testi che ci illumina sulla crisi profonda della nostra editoria che non è legata, come qualcuno cerca ancora e in ogni modo di farci credere, all’avvento dei libri digitali, ma sopratutto a scelte commerciali miopi e ottuse che partono da lontano.
Pubblicato per la prima volta nel 1997, “Scompartimento per lettori e taciturni” – il cui titolo si rifà a un articolo in cui la Cherchi auspica che un giorno le Ferrovie dello Stato riservino alcuni scompartimenti appositamente per incalliti viaggiatori lettori che per leggere hanno bisogno di un educato silenzio… – è una preziosa miniera di diamanti per chi, come la sua autrice, ama soprattutto leggere, miniera dove trovare preziosi suggerimenti.
Ma, sopratutto, attraverso articoli, deliziose e pungenti interviste ai nostri maggiori autori dell’epoca come Raffaele La Capria, Oreste Del Buono, Goffredo Fofi, Giuseppe Pontiggia o Michele Serra, nonché ritratti e ricordi, come quello struggente della sua amica personale Elsa Morante da poco scomparsa, Grazia Cherchi ci racconta che cose è stata – …sob! – la nostra grande editoria.
Menomale che, fino ad oggi, almeno nessuno si sia azzardato a dedicarle un premio letterario…
Da leggere, tenere gelosamente nella propria biblioteca e da far studiare a scuola.
Dite quello che volete, ma io non mi stanco mai di leggere le ricette/storie che Yaro Abe disegna ambientandole nella Taverna più famosa – nell’ambito dei manga – di Tokyo.
Anche in questo sesto volume il cibo è il viatico per narrare le “piccole” vicende intime e personali degli avventori che nella Taverna entrano per mangiare, di solito, il loro cibo preferito. Cibo che spesso rappresenta o ricorda un’emozione profonda e particolare della loro esistenza.
Ma, come nella vita, non tutte le storie finiscono come il loro protagonista vorrebbe. Così, nella grande tradizione culinaria orientale, quasi tutti i piatti quindi hanno un sapore …agrodolce.
Charlie Reade è un diciassettenne alto oltre 190 centimetri e dal peso che supera i 100 chili. Viste le sue dimensioni è uno dei gioielli del suo liceo quando parliamo di football o baseball. Ma Charlie possiede altre peculiarità che molti ignorano.
Sua madre, quando lui era ancora un bambino, è morta investita da un camioncino e suo padre, non riuscendo ad affrontare il lutto, è precipitato nell’alcolismo. In quel periodo, quando ogni sera doveva tornare a casa e trovare suo padre ubriaco davanti alla televisione, non si è comportato bene col mondo, commettendo piccole scorribande insieme a un suo nocivo compagno di scuola.
Ma un giorno, grazie a un ex collega, suo padre decise di disintossicarsi e così iniziò a frequentare gli Alcolisti Anonimi. In pochi ma determinati mesi suo padre tornò ad essere presente e affidabile e lui a sentire finalmente di tornare ad avere una famiglia. Così promise a se stesso di sdebitarsi appena il destino glielo avrebbe concesso.
Il destino aspettò Charlie un pomeriggio quando, tornando a casa, passò davanti alla vecchia casa posta in cima alla strada dove abitava. Quell’edificio, gli abitanti della zona, lo chiamavano da sempre “La casa di Pyscho”, sia per l’inquietante somiglianza architettonica con quella del capolavoro di Hitchcock, sia perché lì ci abitava Howard Bowditch, un anziano solitario e scontroso che possedeva un cane feroce e molto aggressivo.
Se Charlie, nel corso degli anni, aveva incontrato qualche volta casualmente il signor Bowditch, non aveva mai visto il suo cane che un suo compagno di classe assicurava essere famelico e spietato. Ma quel pomeriggio, passando accanto al recinto della casa, Charlie lo sentì mugolare in maniera inconsolabile. Fermandosi e mettendosi ad ascoltare con attenzione il giovane sentì anche la voce di un uomo chiedere aiuto. Dopo aver scavalcato la recinzione e voltato l’angolo della casa Charlie trovò in signor Bowditch a terra con una gamba spezzata con accanto un vecchio e ammaccato cane lupo.
Mentre puliva le grondaie l’uomo era caduto dalla scala e grazie al suo cane, che era una femmina e si chiamava Radar e naturalmente a Charlie, venne soccorso prima che la situazione diventasse ancora più grave. Ricoverato in ospedale e stabilizzato, prima della lunga serie di interventi che lo aspettavano, Bowditch aveva un grande problema: chi si sarebbe occupato del suo cane? E così Charlie decise di “pagare” il suo debito prendendosi lui cura di Radar e della casa dell’anziano col quale, nonostante il suo carattere complicato, riuscì ad instaurare un rapporto di fiducia.
E proprio per pagare i salatissimi conti dell’ospedale Bowditch fu costretto a rivelare al ragazzo la combinazione di una vecchia cassaforte dove teneva nascosto un secchio colmo di pepite d’oro. Le cose si complicarono quando Bowditch rivelò l’incredibile provenienza di quell’oro e, soprattutto, che nel vecchio capanno degli attrezzi sistemato nel suo giardino c’era un antichissimo e misterioso pozzo che portava in un mondo parallelo al nostro. Un mondo dove lui prese tutto quell’oro, ma che era vittima di una terribile maledizione e di un essere terrificante…
Il Re ci racconta una storia per ragazzi, ma non solo. Attraverso un mondo magico, ma anche maledetto, King ci parla dell’ancestrale dicotomia fra il bene e il male attraverso richiami velati ed espliciti ai suoi maestri fra cui spicca, naturalmente, H. P. Lovecraft. E ci ricorda, come sempre, che noi siamo quello che scegliamo di fare. Che il coraggio è quello di affrontare una situazione ingiusta e sbagliata, anche se questo comporterà il non fare ritorno.
Per quasi seicento pagine sguazziamo nella fantasia geniale del Re per il quale, come già sottolineato più di una volta, i mostri più terribili non sono per forza quelli che hanno un aspetto terribile.
Se all’apparenza può sembrare un “normale” romanzo fantasy, finita l’ultima pagina e riposto il tomo nella nostra libreria, per molto tempo ci ritroviamo a pensare ad alcuni passaggi del romanzo, che lasciano il segno.
Viva il Re!
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G.H. Fretwell ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo “Senza K” e, come richiesto dal suo editore, parte per un tour promozionale. Lo fa malvolentieri perché a casa lascia sua moglie Rebecca e suo figlio piccolo Olly. Ma ogni scrittore ha bisogno del suo pubblico e così lascia la sua città per un’altra dove rimarrà pochi giorni, giusto il tempo di incontrare in alcune librerie i suoi lettori e firmare loro le copie del suo libro.
Ma alla stazione della sua meta uno sconosciuto, fingendosi un facchino, gli ruba la valigia con dentro i suoi libri. Dopo aver denunciato il furto, Fretwell passa al suo albergo e poi si reca nella libreria per l’incontro col pubblico. Ma nel locale trova solo la signora Rebecca (come sua moglie …senza K) Harpin, la commessa: forse a causa della pioggia alla libreria non si presenta nessuno. Un po’ sconfortato Fretwell viene convinto dalla Harpin ad anticipare la chiusura dell’evento, visto che lei poi è stata invitata a cena al “Locarno”, il migliore ristorante della città.
Tornato in albergo Fretwell ordina un pasto in camera e si mette subito a letto. Ma la mattina dopo, prima di raggiungere la nuova libreria per il nuovo incontro con i suoi lettori, Fretwell viene avvicinato da due poliziotti che vogliono rivolgerli alcune domande sulla sera precedente, visto che la signora Harpin è scomparsa e in città c’è uno spietato serial killer. Le assonanze fra la trama del suo ultimo romanzo e la scomparsa della donna sono incredibilmente tante. Inizia così per Fretwell una discesa agli inferi che diventerà sempre più ripida…
Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 2019, questo delizioso graphic novel ci racconta la storia, ma soprattutto la mente, di uno scrittore travolto da quello che più difficilmente può comprendere e gestire: tutto ciò che è oltre i suoi libri.
Con efficaci toni kafkiani e inquietanti atmosfere simili allo splendido romanzo breve del grande Leonardo Sciascià “Una storia semplice”, Watson ci dipinge un racconto dentro ad altri racconti davvero bello, grazie anche al suo tratto apparentemente semplice e lineare.
Da leggere e da vivere.
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Émile Beaufort è stato uno degli uomini più influenti di Francia e del mondo. Il suo carattere decisionista, volitivo e pratico lo ha reso uno degli statisti più famosi del suo tempo. Alla politica e alla Francia Beaufort ha sacrificato tutto, anche la sua vita privata.
E’ stato sposato, è vero, ma solo per circa tre anni. Ha avuto anche una figlia, ma che non ha mai veramente frequentato e non vede da molto tempo. Beaufort è stato uno dei “Cinque Grandi”, che erano i cinque capi di stato che per molto tempo hanno governato l’intero pianeta. Ma adesso, tranne lui, i “Cinque Grandi” sono tutti morti. Così come sono scomparse moltissime delle persone con cui ha fatto politica per tanti decenni.
Beaufort ormai ha superato gli ottant’anni e vive a “Les Ébergues”, una residenza che ha scelto molti anni prima come luogo di risposo e villeggiatura, e poi messagli a disposizione dal Governo. La villa è a pochi chilometri da un piccolo porto della Normandia dove tutto lo conoscono e lo chiamano: il Presidente.
Ma se Beaufort è stato numerose volte Presidente del Consiglio, non è mai riuscito a diventare Presidente della Repubblica. Il treno per l’Eliseo passa una sola volta nella vita di un politico, anche in quella di uno consumato e scaltro come lui, e quella volta sulla sua strada ci si è messo Chalamont, il suo fedele e storico assistente.
Da quel giorno i due non si parlano più e il giovane intraprese la sua carriera politica indipendentemente dal suo storico mentore che, poco prima di ritirarsi, dichiarò perentoriamente: “Chalamont non sarà mai Presidente del Consiglio finché io sarò in vita …e neanche dopo”.
Il Presidente ormai passa le giornate seduto sulla sua poltrona Luigi Filippo ad osservare il fuoco nel camino che la sua storica segretaria rintuzza con precisione maniacale, assistito dai suoi collaboratori fedelissimi come Emilè, il suo autista che è l’unico a cui lui dà del tu. Nelle sue giornate ci sono anche l’infermiera e il medico che si prendono cura della sua salute ormai divenuta cagionevole dopo un ictus che lo ha colpito poco tempo prima. Inoltre, nel giardino de Les Ébergues si alternano ventiquattro ore al giorno tre poliziotti inviati dal Ministero degli Interni per garantire la sua sicurezza.
Ma davanti al fuoco Beaufort ripercorre la sua vita politica – e non solo – ripercorrendo la sua carriera, le sue vittorie e le sue – poche ma determinanti – sconfitte, soprattutto adesso che tutti i giornali e radiogiornali – che lui ascolta in ogni edizione – parlano della grave crisi di Governo che ha investito il Paese. Perché l’ultima risorsa per il Presidente della Repubblica, l’ultimo politico che sembra poter ottenere la fiducia per un suo Governo dopo che tutti, da settimane, naufragano miseramente, sembra essere proprio Chalamont…
Splendido romanzo intimista del maestro Simenon che ci porta magistralmente – come sempre – nell’animo del suo protagonista e ci racconta la storia personale di un uomo che ha fatto la storia. Finito di scrivere nell’ottobre del 1957 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo bellissimo romanzo sembra essere stato appena redatto.
Il genio e l’arte di Simenon ci descrivono meravigliosamente lo sguardo di uomo anziano, che aspetta l’ultimo respiro, ma che al tempo stesso è legato alla vita come forse non lo è mai stato in precedenza. E soprattutto ci parla di una politica dura e spietata che nel corso dei decenni non sembra essere affatto cambiata.
Incredibilmente attuale. Da leggere.
Nel 1961 Henri Verneuil dirige l’adattamento cinematografico “Il presidente” con Jean Gabin nei panni di Beaufort e Bernard Blier in quelli di Chalamont.
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L’inglese Leslie Purnell Davies (1914-1988) è stato uno degli scrittori di fantascienza per stile e atmosfere fra i più paragonabili al grande Philip K. Dick. I suoi protagonisti, infatti, sono sovente vittime di manipolazioni della propria coscienza con conseguenti gravi amnesie e perdite d’identità. E la loro ricerca della verità diventa la colonna portante dei suoi romanzi.
Nel 1965 Davies pubblica “The Artificial Man” che nel 1968 viene portato sul grande schermo con lo sfizioso adattamento “Anno 2118: Progetto X” firmato da William Castle. Nel 1967 pubblica “Psychogeist” che da noi arriva solo dieci anni dopo nella mitica collana “Urania”, col titolo “Psicospettro”.
Colford è un piccolo centro nella campagna inglese. Il giovane dottore Peter Hill vi si è trasferito da un paio di settimane dopo che suo zio Andrew, storico medico della località, è stato colpito da un infarto ed è in convalescenza nell’ospedale del luogo.
La routine quotidiana fra l’ambulatorio e le visite a domicilio di Peter viene interrotta dall’incontro con la signora Martha Metclafe che gli chiede di far ricoverare suo zio Edward Garvey. Il giovane Hill, solo qualche giorno dopo e successivamente ad aver parlato con suo zio medico, decide di andare a Betley Hatch, località situata a circa cinque chilometri dal paese, dove vive la Metclafe. Garvey, un anno prima, è stato vittima di un grave incidente con numerose fratture dal quale ancora non si è completamente ripreso sia fisicamente che moralmente.
Per cercare di velocizzare la sua ripresa, Martha Metcalfe e sua figlia Rosemary, si sono traferite insieme allo zio nel villino a Betley Hatch. Ma le cose non sono migliorate, anzi, Edward passa quasi tutto il tempo a dormire chiuso nella sua camera. Appena arrivato, Hill scopre che nell’abitazione ci sono solo Garvey e Rosemary, perché Martha Metcalfe è stata ricoverata in ospedale a causa di un esaurimento nervoso, poco dopo il loro incontro.
A fare gli onori di casa c’è anche Harvey Milton, un anziano insegnate in pensione che vive nel cottage accanto al loro. E proprio davanti ai tre una tazzina inizia a fluttuare nel salone per poi rovinare sul pavimento andando in mille pezzi.
Nonostante lo scetticismo, Hill non può che prendere atto che nella casa si consumano fenomeni paranormali, imputabili a un poltergeist. Ma, intanto, nella stanza al piano superiore Garvey si addormenta risvegliandosi nel corpo e nell’anima di Argred il Libero, alla ricerca dell’Antica Razza e pronto a compiere la sua inesorabile vendetta…
Originale e sfizioso romanzo nel segno della grande fantascienza degli anni Sessanta, con un accattivante snodo narrativo e un gustosissimo finale del quale, naturalmente, non anticipo nulla. Per patiti del genere e non solo.
Purtroppo oggi questo gioiellino è reperibile solo nel mondo dell’usato, dove si possono trovare copie stampate oltre quarant’anni fa.
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Dopo l’esilarante e al tempo stesso amara autobiografia “A proposito di niente”, il genio newyorkese Woody Allen torna a scrivere un libro. Questa volta si tratta di una raccolta di diciannove racconti, alcuni già comparsi sul “New Yorker”, altri invece inediti.
Tutti sempre divertenti e a volte malinconici che ci narrano di una società e una cultura che, quantomeno, lascia molto a desiderare. Cosa che ci ricorda l’intramontabile frase del grande Groucho Marx – sempre molto amato da Allen – che più o meno diceva così: “Non voglio far parte di un club che accetti tra i suoi soci uno come me”. Ecco, Woody Allen, con questi racconti sembra dirci che mal sopporta la cultura contemporanea, anche se volente o nolente lui stesso vi fa parte ed è considerato – giustamente! – una delle punte di diamante più rilevanti.
Se proprio devo scegliere, costretto davanti al plotone d’esecuzione, dico “Crescere a Manhattan”, bello e struggente che sfiora molti – se non tutti – argomenti e ambientazioni preferiti da sempre da Allen e narrati in numerose delle sue pellicole, a partire dalla città che non dorme mai: New York.
Arrivati all’ultima pagina, come capita solo coi grandi libri, ci intristiamo diventando nostro malgrado orfani di pagine e parole che ci hanno riempito l’anima e il cuore, facendoci ridere, sorridere a volte diventare malinconici.
Anche se Dio è morto, Marx (…Karl) è morto, tu Woody resisti e scrivi ancora …mi raccomando!
D’altronde, come diceva sempre il grande Marx (stavolta ancora Groucho): “All’infuori del cane, il libro è il migliore amico dell’uomo. Dentro il cane è troppo scuro per leggere”.
E’ indiscutibile che la famiglia è spesso uno dei pilastri della società, ma è doveroso riconoscere allo stesso tempo come questa possa essere, fin troppo spesso, il focolaio di dolori e traumi profondi. Al di là della mera definizione di famiglia, che ormai fortunatamente è andata ben oltre a quella arcaica e oppressivamente limitante dettata da dogmi e condizionamenti religiosi, l’ambiente in cui cresciamo e impariamo a convivere con noi stessi ci segnerà in maniera indelebile nel bene come nel male.
Già dal titolo è chiaro che la Garagnani ci racconta la storia delle donne delle sua famiglia, donne con le quali è cresciuta o con le quali sono cresciute le donne con cui lei ha vissuto. Il racconto di questo bel graphic novel è al tempo stesso struggente, drammatico e crudo. Inizia dall’infanzia di sua madre Annette, cresciuta assieme al fratello gemello Christer sotto l’ombra della madre Inger, una donna tanto avvenente quanto dura e preda sovente di terribili crisi d’ira, soprattuto quando il marito era assente.
I continui abusi emotivi e morali – e probabilmente anche fisici – portano i due piccoli bambini a crescere in un mondo il cui lato oscuro diventa sempre più ingombrante. Raggiunta la maggiore età Annette abbandona la casa della madre, che dopo aver lasciato il marito frequenta altri uomini alcuni dei quali assai ambigui, e dalla Svezia si trasferisce in Italia dove incontra Agostino col quale decide di creare una famiglia.
Inizia così la seconda parte della vita di Annette che diventa la madre di Sara. Ma quell’enorme vuoto nero è sempre più difficile da arginare, viste poi le frequenti ingerenze di Inger nella vita della neomamma. Se Inger, per sopravvivere al suo di vuoto, replica “l’educazione” ricevuta sulla figlia, Annette tenta in ogni modo di lasciare lontano Sara dalle dinamiche tragiche della sua infanzia. Ma il prezzo sarà, purtroppo, altissimo…
La Garagnani ci ricorda come il ruolo della madre, in una società inesorabilmente patriarcale, è schiacciato e oppresso visto che lo stesso ruolo deve essere sempre e comunque complementare a quello degli uomini, mariti o figli che siano. Che si tratti dell’Italia – dove negli anni dell’infanzia di Annette erano ancora in vigore tragicamente il “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore” – o della più “progredita” Svezia, le donne dovevano sempre e comunque adeguarsi, stritolate da arcaici dogmi culturali e religiosi. Tema che il maestro Ingmar Bergman ci ha raccontato in maniera sublime in molti dei suoi film, fra cui spiccano “Fanny & Alexander” o “Con le migliori intenzioni”, da lui scritto e diretto da Bille August nel 1992.
Quello che Garagnani ci sottolinea in maniera molto efficace è poi l’assordante silenzio di molti degli uomini della sua vita, a partire dal nonno, il padre di Annette.
Da leggere.
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