“Zucchero amaro” di Daniel Kraus

(Bompiani, 2022)

Jody è un ragazzino che ha avuto un’infanzia difficile così come lo è l’adolescenza appena cominciata. Nel suo mondo gli adulti sono soprattutto prepotenti, arroganti ed egoisti. Tutti tranne sua madre e Robbie. Da quando il padre li ha abbandonati, infatti, Jody e sua madre hanno sempre vissuto da soli fino al giorno in cui la donna ha smesso di alzarsi dal letto per guardare ininterrottamente la televisione, tanto da avere ormai il corpo pieno di piaghe da decubito.

Nel momento in cui i soldi hanno iniziato a finire la madre di Jody ha fatto richiesta per l’affido di Midget, una bambina che, nonostante la tenera età, era già passata in numerose case famiglia o fra le mani di pessimi genitori affidatari. I soldi che lo Stato passa loro per la piccola permettono a Jody e a sua madre di tirare avanti. Così il piccolo è diventato improvvisamente il fratello maggiore di una ragazzina che non parla con nessuno, se non con gli insetti che incontra.

L’altro adulto per il quale Jody ha un certo rispetto è Robbie, un uomo alle soglie dei trent’anni che vive in fondo a Yellow Street, in una casa ormai diventata una catapecchia. I suoi genitori, circa dieci anni prima, lo hanno abbandonato e lui è rimasto solo, riuscendo a sopravvivere spacciando o facendo piccoli lavoretti che nessun altro vuole fare. Eppure da adolescente Robbie era la promessa dei “Knights”, la squadra di football del liceo locale. Nel gruppo c’è anche Dag, una coetanea di Jody che vive invece in un quartiere molto chic della città. Anche lei però, nonostante il benessere e l’opulenza, è stata vittima dei suoi genitori.

Halloween si avvicina all’orizzonte e i quattro decidono di approfittarne per vendicarsi della cittadina e della società che fisicamente e moralmente li ha presi sempre a calci in bocca. Ma dal male può nascere solo il male, come loro stessi incarnano…

Pubblicato per la prima volta nel 2019 col titolo originale “Blood Sugar”, questo “Zucchero amaro” è un romanzo che ricorda stile e argomenti degli scritti più famosi dello scozzese Irvine Welsh che raccontano in maniera dura e cruda coloro che vivono ai margini, che sono stati masticati e poi sputati dalla società.

Yellow Street, infatti, potrebbe far parte tranquillamente di Leith, il sobborgo di Edimburgo nel quale Welsh è nato e cresciuto, e dove ha ambientato i suoi romanzi più famosi. Anche se “Zucchero amaro” non tocca le vette degli scritti di Welsh merita comunque di essere letto.

“La tempesta del secolo” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2000)

Little Tall Island è una delle isole sparse davanti alla costa del Maine. I suoi circa quattrocento abitanti si conoscono tutti, visto poi che sono quasi tutti parenti. Anche se l’estate l’isola ospita numerosi turisti e villeggianti, il cuore della comunità è composto dagli stessi cognomi da ormai molte generazioni.

E’ per questo che da decenni sull’isola non si consuma nessun delitto, a parte quello presunto di Joe St. George, passato ufficialmente come incidente. St. George, infatti, è stato ritrovato in un vecchio pozzo morto per le ferite subite durante la caduta, ma tutti sull’isola sanno che nella dinamica della sua morte c’è entrata senza dubbio sua moglie, Dolores Claiborne. Ma è stato un “fatto” privato che riguardava esclusivamente le dinamiche e gli abitanti dell’isola, solo loro. A Little Tall Island tutti sanno tutto – o quasi – di tutti e per questo non si commettono delitti. Almeno fino al terribile inverno del 1989.

A raccontarci, nove anni dopo, gli eventi agghiaccianti di quell’inverno è Mike Anderson, che allora sull’isola era il proprietario dell’unico emporio e, “a tempo perso”, lo sceriffo. Il suo secondo lavoro, infatti, prevedeva al massimo il fermo per una notte di qualche suo concittadino ubriaco o molesto, ma niente di più. Il reo veniva ospitato nella cella realizzata dal fabbro alla meno peggio nel retro del suo emporio e la mattina seguente tornava a casa dopo un perentorio rimbrotto.

L’inverno del 1989 era iniziano come tanti altri, ma al suo culmine l’incontro di alcuni fronti freddi provenienti dal continente e dall’oceano aveva dato il via a una tempesta molto forte. Col passare delle ore i meteorologi avevano cominciato a intuire che l’evento sarebbe stato quasi senza precedenti e la sua furia si sarebbe scatenata soprattutto sulle coste del Maine.

Dei circa quattrocento abitanti di Little Tall Island la metà si fermò sulla costa dove c’erano le scuole superiori e le fabbriche, mentre gli altri, soprattutto anziani e i bambini in età d’asilo, rimasero sull’isola. Fu lo stesso Anderson a chiedere al Sindaco Robbie Beals di organizzare letti e cibo per tutti gli isolani rimasti sull’isola nei sotterranei del Municipio.

Mentre il mare iniziava ad agitarsi e la neve a fioccare con vigore, alla porta dell’anziana Martha Clarendon bussò André Linoge, un essere molto cattivo che in pochi secondi la uccise colpendola violentemente col suo bastone dalla testa in argento a forma di lupo. Col sangue della sua vittima scrisse sul muro “Datemi quello che voglio e io me ne andrò” e poi si sedette nella poltrona della padrona di casa aspettando l’arrivo dello sceriffo. Ma chi era Andre Linoge? …E soprattutto cosa voleva dagli abitanti di Little Tall Island…?

Il Re ci racconta superbamente, ancora una volta, una storia agghiacciante dove il mostro più terribile forse non è l’essere sovrannaturale che uccide e abusa gli abitanti di una piccola comunità, ma il lato oscuro della stessa comunità messa con le spalle al muro.

Nella prefazione King ci racconta la genesi e la struttura di questa sua opera. L’idea gli è venuta semplicemente osservando una vecchia foto che ritraeva uno sconosciuto seduto su una branda dietro le sbarre di una cella. Dall’espressione e soprattutto dagli occhi l’uomo doveva essere una persona cattiva, molto cattiva. Al Re è bastato questo per liberare la sua fantasia che col passare del tempo ha elaborato la spina dorsale della storia che si è andata a intrecciare con la vera tempesta di neve che a metà degli anni Settanta colpì duramente gli Stati Uniti del nord.

La scelta poi di ambientarla nella stessa isola immaginaria dove qualche tempo prima aveva fatto consumare le vicende del suo splendido “Dolores Claiborne” – da cui Taylor Hackford ha diretto l’ottimo adattamento “L’ultima eclissi” nel 1995 – gli forniva nuove e numerose possibilità narrative in un ambito conosciuto e già ampliamente rodato.

Per quanto concerne la struttura King ci spiega come fin dalla stesura delle prime pagine gli sia stato chiaro che non si trattava di un romanzo classico ma di un: “autentico romanzo per la televisione”. “E’ sempre l’idea a dettare la forma” ci sottolinea il Re che ha scritto quindi direttamente una vera e propria sceneggiatura. Lo sviluppo della storia non poteva essere contenuto in un normale film e per questo King, una volta finita, la propose direttamente a un nertwork nazionale. La miniserie suddivisa in tre puntate andò in onda sulla Abc a partire dal febbraio del 1999 e solo dopo venne pubblicato questo libro che contiene perciò la sceneggiatura originale firmata dal Re.

Non si può parlare perciò di un adattamento televisivo di un’opera del maestro del terrore, come ad esempio “L’ombra dello Scorpione”, ma di un’opera scritta e pensata proprio per la TV. La serie, diretta da Craig R. Baxley, rispecchia fedelmente l’opera originale e le pochissime modifiche, ci racconta sempre King nella prefazione, hanno toccato solo le scene più cruenti o hanno riguardato i tempi per l’inserimento degli spot pubblicitari.

Per la chicca: Stephen King recita un brevissimo cameo nei panni di un conduttore televisivo che appare per qualche secondo sulla televisione rotta della povera Martha Clarendon.

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“Sei giorni di preavviso” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teseo, 2020)

Siamo nel 1940 e la guerra appena iniziata sembra ancora – ingenuamente… – dover durare poco e portare il Regno d’Italia al centro del mondo assieme al III Reich e all’impero del Sol Levante. La dittatura fascista non approva il genere letterario poliziesco, nato e sviluppatosi in Gran Bretagna, ma le centinaia di migliaia di copie di “gialli” vendute ogni giorno nel nostro Paese gli impediscono di metterlo all’indice, come invece accadrà qualche anno più tardi mentre il conflitto mondiale diventerà più tragico e oscuro.

Il giovane Giorgio Scerbanenco dall’editore Rizzoli è passato a Mondadori dove lo stesso Arnoldo in persona chiede a tutti i suoi autori di cimentarsi proprio nel genere più amato dai lettori. Così anche Scerbanenco crea il suo investigatore personale che basa le sue indagini sull’osservazione e sulla deduzione, proprio come il grande Sherlock Holmes.

Ma il regime esige che i cattivi così come i delitti siano esclusivamente stranieri e non sul suolo patrio, meglio anche se su quello “corrotto” dei nemici. Così l’Arthur Jelling di Scerbanenco è un archivista della Polizia di Boston che, dato il suo incredibile acume, viene incaricato di seguire le indagini relative alle minacce di morte che sta subendo Philip Vaton, noto attore di teatro.

L’uomo sta ricevendo biglietti quotidiani che lo avvertono che il prossimo 12 novembre verrà ucciso all’alba a bordo della sua automobile. La Polizia non ha alcun indizio, e allora Jelling inizia a studiare attentamente la situazione proprio come quando legge i rapporti che poi deve classificare nell’Archivio…

Sfizioso giallo che rappresenta anche la prima inchiesta di Jelling, con un’incredibile ambientazione americana anche se Scerbanenco basa tutto il suo racconto su una carta geografica di Boston, città che prima di scrivere questo libro non ha mai visitato. Si tratta di un’indagine “rompicapo” ma senza troppo spargimento di sangue, proprio nel formato che allora andava per la maggiore e i cui maestri indiscussi sono Agatha Christie e Rex Stout. D’altronde nei decenni successivi, con l’avvento della televisione, verranno create delle serie poliziesche con i medesimi toni che riscuoteranno un successo planetario e duraturo come “Il tenente Colombo, “L’ispettore Derrick”, “Ellery Queen”, “La signora in giallo” o “Monk”.

E anche in questo ambito ben delimitato, la penna di Scerbanenco appare sottile e ficcante, soprattutto nel tratteggiare i caratteri e le anime spesso perdute di vittime e carnefici.

“Tre” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2022)

Come per il bellissimo “Cambiare l’acqua ai fiori“, Valérie Perrin in questo nuovo romanzo ci porta con un viaggio indimenticabile dentro l’anima dei suoi protagonisti.

Questa volta ne seguiamo tre – come ci preannuncia il titolo – Nina, Etienne e Adrien, tre bambini che si incontrano quasi per caso alla scuola elementare e insieme cammineranno per l’infanzia e l’adolescenza uno accanto all’altra.

Ma l’età adulta – anche se fin troppo spesso è solo una data formale – li porterà a confrontarsi con i lati più insondabili del proprio essere, e soprattutto la vita stessa e il destino li metterà alla prova, come capita poi alla maggior parte di noi.

Con uno stile fresco e diretto, che personalmente amo moltissimo, la Perrin ci racconta, attraverso un’efficace destrutturazione temporale, come poter raggiungere la nostra anima e soprattutto come imparare a convivere con noi stessi, cosa troppo spesso davvero complicata.

Così come nel suo precedente libro, la scrittrice usa come ambientazione la provincia francese, ed esattamente una piccola località della Borgogna, e solo come sfondo secondario Parigi, che rimane molto marginale. Un libro profondo, crudo e indimenticabile.

Adesso cara Valérie, non per metterti fretta o pressione, aspettiamo ansiosi la tua prossima opera!

“La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories vol. 5”

(BAO Publishing, 2022)

Torniamo per la quinta volta nella Taverna più originale e saporita di Tokyo.

Dopo: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3” e “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories Vol.4” è arrivato il quinto volume del manga più gustoso degli ultimi tempi.

Nel quartiere di Shinjoku, nei pressi del nodo ferroviario più importante del Giappone, da mezzanotte alle sette del mattino è aperto il piccolo ristorante dove le vite del clienti si intrecciano indissolubilmente coi piatti che il cuoco e proprietario prepara loro.

Attraverso queste nuove trenta ricette entriamo nella vita, così come nello stomaco ma soprattutto nell’anima, di vecchi e nuovi personaggi che almeno una volta nella vita si fermano una notte a mangiare nella Taverna.

E come dice Mayumi, personaggio ricorrente della serie di Yaro Abe, che apre questo quinto volume: “…Ma una vita senza la Taverna sarebbe di una noia mortale!”

Buon appetito e buona lettura!

Su Netflix è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta. Abe, nel corso degli anni, ha pubblicato anche: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.6” e “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.7”.

“La camera azzurra” di Georges Simenon

(Adelphi, 1963/2008)

Tony Falcone è figlio di un immigrato italiano stabilitosi in Francia per trovare una vita migliore. Cresciuto assieme al fratello minore e senza la madre morta poco dopo l’arrivo oltralpe, Tony ha imparato a lavorare sodo fin da bambino, soprattutto per superare tutti i pregiudizi che la sua “identità” di figlio di immigrati comportavano.

Anche quando si è trattato di metter su famiglia, Tony ha scelto Gisèle, una donna solida e pragmatica come lui, e come lui grande lavoratrice. Anche con la loro unica figlia, Marianne, Giséle è sempre stata una madre presente e amorevole, accettando inoltre con silenzio e rassegnazione i suoi discreti e saltuari flirt, e la solidità della sua famiglia gli ha consentito di avviare una piccola attività di vendita e assistenza di macchine agricole, che lo porta a girare nella regione per buona parte della settimana.

Ma una sera, tornado a casa, sulla sua strada Tony incappa di Andrée Despierre, sua vecchia compagna di scuola, figlia di una aristocratica famiglia del posto decaduta, che ha sposato Nicolas Despierre, anche lui ex compagno di scuola, la cui madre oltre ha possedere la drogheria più importante della zona, è proprietaria di buona parte della regione.

Se dall’infanzia Tony ha sempre considerato Andrée una figura altera, distaccata e soprattutto irraggiungibile – nella sua testa sempre paragonata a una statua – quella sera l’uomo realizza che invece la donna è stata sempre innamorata e attratta da lui. Inizia così una relazione estremamente fisica e clandestina, che dopo i primi incontri in luoghi occasionali, si consuma sempre in una stanza dell’albergo che il fratello di Tony gestisce in una delle località vicine, e che riserva loro sempre la stessa camera. Ed è proprio lì, nella camera azzurra, che inizia la scesa agli inferi di un uomo così solido e concreto, ma che fra quelle quattro mura per la prima volta in vita sua diventa passivo, remissivo e forse anche un pò vigliacco…

Scritto dal maestro Simenon nel 1963, questo “La camera azzurra” è forse uno dei suoi romanzi più carnali e viscerali. La caduta di Tony Falcone, che ha sempre basato la sua esistenza sulla lucidità del suo cervello e la forza delle sue braccia, avviene per colpa delle sue viscere, così vicine e legate ai suoi genitali, ma che “inaspettatamente” sono tanto lontane dalla sua mente. Non a caso il romanzo si apre con la descrizione del sesso di Andrée appena terminato un amplesso, con Tony che lo osserva fiero e soddisfatto.

Ancora un grande e doloroso viaggio nell’animo – …e nel ventre – di un uomo apparentemente tanto comune, firmato dell’inarrivabile maestro belga.  

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“Scritto col sangue” di Andrew Garve

(Mondadori, 1961)

Peter Rennie è un giornalista d’inchiesta e lavora per il quotidiano britannico “Post”, che lo manda a Jersey, una delle isole sul canale della Manica, ad intervistare un ex “pesce grosso” della finanza, ormai in pensione, visto che ha da poco pubblicato un libro di memorie con alcuni caustici giudizi su altri pesci grossi al momento ancora in azione.

La trasferta capita proprio durante i giorni di Pasqua e così Rennie passa alcuni giorni in vacanza sull’isola dove incontra casualmente l’avvenente e assai intrigante Mary Smith. Fra i due nasce una tenera amicizia ma, la mattina dell’ultimo giorno che avrebbero dovuto passare insieme, la ragazza sparisce senza lasciare traccia e soprattutto una spiegazione.

Rennie, mesto e sconsolato, torna a casa ma la sua natura di segugio gli impone di rintracciare Mary e soprattutto di capire il perché di un gesto tanto definitivo e apparentemente così immotivato. Grazie al suo lavoro e agli archivi del “Post” Rennie riesce, non senza difficoltà e dopo non poche settimane, a rintracciare Mary che gli confessa il motivo della sua fuga: suo padre è Francis Noel Smith, noto a tutti con lo pseudonimo di John Galloway, fra i più famosi scrittori del Paese. Basta questo per far comprendere tutto a Peter. Infatti Galloway/Smith è in prigione dove deve scontare un ergastolo per aver ucciso Robert Shaw, un anonimo bibliotecario con la passione della scrittura.

Il processo appena conclusosi ha stabilito che Galloway, dopo aver copiato il libro che Shaw gli aveva sottoposto, lo ha pubblicato come se fosse suo, per poi ucciderlo durante un alterco. Rennie, dopo aver studiato gli atti processuali, non può che concordare con la condanna finale, ma lo sguardo fiero di Mary che tenta in ogni modo di convincerlo dell’innocenza del padre, lo porta a fare delle nuove e personali indagini…

Sfiziosissimo giallo nella grande tradizione britannica, ambientato nel mondo del giornalismo e dell’editoria. L’inglese Paul Winterton (1908-2001) nella sua lunga e prolifica carriera di scrittore, oltre a Andrew Garve, usò gli pseudonimi di Roger Bax e Paul Somers. Autore di numerosi gialli, molto famosi soprattutto in Gran Bretagna, Winterton ambienta questo suo piacevole thriller in un mondo che conosce molto bene: quello dell’editoria dove le invidie, i plagi e gli “sgambetti” sono all’ordine del giorno.

Godibile davvero fino all’ultima pagina.

Purtroppo questo “Scritto col sangue” il cui titolo originale è “The Galloway Case” – pubblicato per la prima volta nel 1958 – è fuori catalogo da decenni e praticamente introvabile nel nostro Paese se non nel mondo del vecchio usato.

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“Lo Sbarbato” di Umberto Simonetta

(Baldini & Castoldi – La Nave di Teseo, 2021)

Pubblicato per la prima volta nel 1961 questo “Lo Sbarbato” rappresenta l’esordio letterario di Umberto Simonetta (1926-1998) tra le figure più rilevanti della nostra cultura del secondo Novecento. Nato in Svizzera, dove il padre esule antifascista si era trasferito, Umberto Simonetta dopo la fine del conflitto mondiale diventa milanese d’adozione e approda nel mondo della rivista e, assieme a Guglielmo Zucconi, scrive numerose commedie per i divi dell’epoca come Gino Bramieri e Tino Scotti.

Inizia anche a collaborare con “I due Corsari”, il duo formato da Enzo Jannacci e Giorgio Gaber, e proprio insieme a quest’ultimo nel 1960 scrive la canzone “La ballata del Cerutti” che racconta con sagacia e ironia le fortune e le sfortune di chi nasce e vive nell’immensa periferia milanese, allora in pieno e incontrollato sviluppo.        

Sette anni dopo Simonetta col suo “Lo sbarbato” torna a raccontare la fauna che popola i famigerati bar nella periferia meneghina, dove passano la maggior parte delle loro giornate gli appartenenti al sottobosco della piccola criminalità cittadina.

Ma i tempi sono cambiati e all’orizzonte si staglia quel famigerato ’68 – anno che lo stesso Simonetta prenderà deliziosamente in giro in alcune delle sue commedie più caustiche – che porterà con sé oltre a giusti e intramontabili ideali – la stragrande maggior parte dei quali però rimarrà solo nelle idee ma non nei fatti… – anche il lato più oscuro della violenza urbana.

Così assistiamo a circa un anno nell’esistenza del sedicenne Mario Mereghetti, figlio della ricca borghesia milanese che ha preso a frequentare uno dei classici bar di periferia. Nonostante suo padre sia un alto dirigente di una famosa fabbrica di automobili meneghina e lui frequenti uno dei licei più aristocratici della città, Mario non si sente a proprio agio nel suo ambiente.

Un pomeriggio a un biliardo, per caso, incappa in un diciannovenne dall’ottima stecca che tutti chiamano “Mangia” (che non a caso ricorda tanto quel Cerutti Gino de “La ballata del Cerutti”). Fra i due nasce una particolare amicizia e per Mario diventare complice del Mangia nei piccoli furti che questo compie per sopravvivere diventa vera e propria ragione di orgoglio. Lui certo non ha problemi economici, con tanto di cameriera fissa a casa, ma sogna lo stesso di comprarsi una Lambretta – forse la stessa che qualche anno prima ha tentato di rubare il Cerutti Gino… – che suo padre, il volitivo e “nostalgico” Ingegner Mereghetti, si guarda bene da regalargli.   

Ma se il Mangia, nonostante l’età, si rifà alla vecchia e casalinga tradizione della storica “mala” milanese, Mario invece vuole di più, e così riesce a rimediare oltre che un coltello a serramanico anche un “cannone”…

Amaro e bellissimo romanzo di formazione di un appartenente a quella generazione che qualche decennio dopo verrà battezzata “Boomer”. Ma soprattutto “Lo Sbarbato” è un lucido, calzante e inquietante ritratto antesignano di quello che qualche anno dopo sarebbe potuto diventare un terrorista.   

Come con l’indimenticabile “I viaggiatori della sera”, anche ne “Lo Sbarbato” Simonetta ci narra con tagliente e a volte feroce ironia i lati più spinosi e oscuri della nostra società.

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“La scatola di bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

(Sperling & Kupfer, 2018)

Gwendy Peterson è una dodicenne solitaria, forse a causa del suo aspetto che lei stessa non considera così piacevole visto qualche chilo in più che l’affligge, cosa che porta alcuni suoi compagni di scuola a prenderla in giro chiamandola “Goodyear”.

Così, l’estate del 1974 approfittando delle vacanze estive, decide di perdere un po’ di peso facendo attività fisica salendo ogni mattina la “Scala del Suicidio” che, con i suoi oltre quattrocento scalini fissati su un dirupo, arriva in cima a un monte che domina la valle di Castle Rock, cima sulla quale è stato allestito un parco pubblico. Una mattina Gwendy, ancora vittima del fiatone dovuto agli infiniti scalini appena saliti, viene chiamata da uno strano signore in un curioso vestito nero con tanto di cappello che, seduto sulla panchina che è a pochi passi dall’entrata del parco, le sorride.

L’uomo si presenta come Richard Farris e le promette che non intende farle alcun male, anzi, ha per lei un regalo. Gwendy gli si avvicina titubante e l’uomo le porge un’elegante scatola in legno ornata di bottoni colorati. Consegnandogliela Farris le rivela che ogni bottone, una volta premuto, ha il potere di materializzare i suoi pensieri, soprattutto quelli più nefasti. Solo due sono collegati ad altrettanti piccoli sportelli che, ogni volta che lei li premerà le doneranno o un cioccolatino dalla graziosa forma di un animale o un antico dollaro d’argento dal valore che supera i settecento dollari. Naturalmente, le suggerisce Farris prima di sparire, meno persone sapranno della scatola e meno problemi ci saranno.     

Gwendy torna a casa col suo dono segreto dal quale inizia a prendere quasi quotidianamente un cioccolatino che le premette, incredibilmente, di moderarsi col cibo senza il minimo sacrifico. La vita così inizia improvvisamente a cambiare per il meglio a partire dai suoi genitori che erano sull’orlo del divorzio e invece si ritrovano innamorati più di prima. Ma anche a scuola le cose migliorano, i voti diventano stabilmente sempre più alti, così come il suo aspetto comincia a cambiare e i chili di troppo, senza fatica, scompaiono senza più tornare.

Senza sforzo Gwendy primeggia anche nello sport e iniziano anche i primi corteggiamenti. La voglia di verificare tutte le cose che Farris le ha detto a proposito la scatola diventa irresistibile e così un giorno decide di provare iniziando a studiare un posto nel mondo dove verificare la sua potenza…

Breve ma ficcante romanzo del Re scritto assieme a Richard Chizmar che ci porta, non solo nel Maine e nell’adolescenza – luogo e periodo della vita così cari al grande scrittore americano – ma nell’animo umano di chi, anche con le migliori intenzioni, deve fare i conti con la propria coscienza. Col suo stile diretto e implacabile il Re ci racconta una storia originale che ricorda lo storico episodio “The Box” della serie “Ai confini della realtà” del 1983, ampliandone la tematica. 

A questo sono seguiti “La piuma magica di Gwendy” a firma dello stesso Chizmar e “L’ulitma missione di Gwendy“ sempre scritto dalla coppia King/Chizmar.  

 

“Il paese senza cielo” di Giorgio Scerbanenco

(Alberti Editore, 2002)

Alla fine degli anni Trenta, Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi (il primo papà del Paperino italiano) commissionano al giovane Giorgio Scerbanenco un romanzo di fantascienza per ragazzi da pubblicare a puntate sulle riviste edite da Mondadori: “L’Audace”, “Topolino” e “Paperino”. Le illustrazioni verranno firmate dagli artisti Giuseppe Ingegnoli e Giovanni Scolari.

Nell’aprile del 1939 esce sulle tre testate la prima puntata de “Il Paese senza cielo” che di fatto inaugura la letteratura contemporanea italiana di fantascienza per ragazzi. Le ferree regole dell’editoria sotto il regime fascista esigono che i “malfatti” non possano consumarsi sul puro e giusto suolo italico, così come i “criminali” non possano essere figli della Lupa. 

Ci troviamo così nella Milano del 2002 dove il giovane Elio Aprile, poco più che un adolescente, suo malgrado viene coinvolto in una vicenda internazionale fatta di spie, delitti e pericoli mortali tutti però commessi all’estero e soprattutto negli Stati Uniti. Infatti, il Grande Rapace, ultimo discendente dei nativi americani – che allora si chiamavano con poco rispetto “pellirosse” – grazie al genio scientifico del colonnello Glub ha popolato di oltre otto milioni di suoi cloni le enormi grotte e gallerie che si trovano nel sottosuolo a stelle e strisce.

Doma Everom, il nome del Paese senza cielo, è però tecnologicamente avanzato – soprattutto in campo bellico – e si sta preparando a invadere e conquistare la superficie. Il Presidente degli Stati Uniti, venuto a conoscenza dell’imminente pericolo, invia le sue truppe all’ingresso della caverna che conduce a Doma Everom per capovolgere la situazione. Siamo così sull’orlo dello scoppio di una guerra sanguinaria che travolgerà milioni di vite umane, ma che Elio e il suo manipolo di amici potrebbero evitare…

Godibilissimo romanzo di fantascienza che ci racconta, molto più efficacemente di molti saggi e cronache dell’epoca, come era la nostra società in quegli anni, mentre camminava spavalda verso l’abisso. Se suscitano ilarità mista anche a una certa tristezza le ingenuità legate ai riferimenti di una presunta supremazia scientifica (nel libro infatti tutte le più grandi innovazioni tecniche che hanno fatto progredire il pianeta sono state firmate soprattutto da studiosi italiani) sociale (la moda più comune fra gli uomini più “in gamba” è quella di portare la testa completamente rasata…) e morale del nostro Paese rispetto a tutti gli altri, sono invece ancora assai affascinanti le invenzioni che dominano il quotidiano nel presunto 2002 immaginato da Scerbanenco, molte delle quali poi si concretizzeranno davvero. In ogni casa c’è un macchinario molto simile al nostro televisore, così come esistono autoradio – nel senso di veicoli che si muovono grazie a onde radio – o dischi “video” che è possibile visionare a proprio piacimento la sera in salotto.

Ma in ogni pagina Scerbanenco ci parla anche, con ansia e angoscia, della catastrofe sempre più imminente che si staglia all’orizzonte, e soprattutto lo scrittore ci grida che è una catastrofe evitabile e lo fa alla generazione più giovane, la stessa che pagherà il prezzo più alto del conflitto, come poi tragicamente accade sempre.

Per comprendere al meglio quali furono gli spunti ai quali attinse Scerbanenco per scrivere il romanzo basta ripercorrere brevemente la storia della prima parte della sua esistenza. Nato a Kiev nel 1911, ancora bambino, dovette abbandonare l’Ucraina per le conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avanzata delle truppe nel suo Paese, cosa che lo rese orfano di padre e lo portò a trasferirsi con la madre e senza mezzi di sostentamento a Milano, dove alla fine italianizzò il suo cognome.

Al di là dei tragici corsi e – nonché attualissimi e sanguinari – ricorsi storici, è facile intuire che “Il Paese senza cielo” si rifà non troppo velatamente all’Unione Sovietica e al suo comunismo dove tutti dovevano essere implacabilmente e negativamente “uguali”. Ma a rileggerlo oggi, nonostante i “dovuti” ammiccamenti al regime fascista, Scerbanenco considera anche l’allora Regno d’Italia un “Paese senza cielo”, che per l’ottusità e l’arrogante scelleratezza del suo dittatore sta per precipitare nel baratro di un conflitto planetario.        

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