Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Totò e le donne” di Steno e Mario Monicelli

(Italia, 1952)

Scritto da Steno, Mario Monicelli, Age e Furio Scarpelli (ma diretto solo da Steno, anche se nei titoli di testa appare accanto il nome di Monicelli) questo film segna uno dei punti di svolta del nostro cinema: arriva la grande commedia all’italiana.

Se è vero che sono presenti alcuni elementi ben riconoscibili del Neorealismo, è vero anche che questa pellicola punta dritta sulla commedia pura, abbandonando definitivamente i tratti della semplice parodia o della farsa tipica di quegli anni. Gli sceneggiatori e il regista sono quelli che diventeranno fra i protagonisti della grande commedia, così come il suo attore principale che dà prova delle sue stratosferiche capacità recitative.

L’Italia si sta rialzando dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, e se ancora non è arrivato il Boom, sta tornando la voglia di ridere, soprattutto di se stessi. E’ l’Italia delle piccole e “normali” famiglie, quelle che poi fanno la storia del Paese. E’ l’Italia delle maggiorate e delle Miss. Ed è l’Italia del Cav. Filippo Scaparro (altro che principe, l’Imperatore delle risate all’italiana Antonio De Curtis in arte Totò) che è vittima della moglie (una straordinaria come sempre Ave Ninchi) e della figlia (la maggiorata Giovanna Pala) intenta a fidanzarsi col promettente medico Paolo Desideri (un sempre eccezionale Peppino De Filippo).

Ed è l’Italia delle donne, che solo qualche anno prima hanno ottenuto il diritto al voto, e proprio sul rapporto fra i due sessi gira il motore del film. Ma la visione delle donne non è falsamente perbenista e soprattutto maschilista come nella stragrande maggioranza dei film contemporanei (in una sequenza, non a caso, sono prese in giro le pellicole “strappalacrime” e al tempo stesso “morbose” il cui protagonista principale era quasi sempre Amedeo Nazzari).

Infatti, la visione intollerante e misogina del Cav. Scaparro – che in soffitta ha un altarino con tanto di cero dedicato a Landru – alla fine naufraga contro il profondo amore che nutre per la moglie e dalla quale è ricambiato. La lite fra i due, che provoca una temporanea separazione, anche se con toni da commedia, è fra le prime del cinema italiano in cui si da voce alle donne, alle loro insoddisfazioni e alle loro difficoltà quotidiane (Ava Gardner vs Gregorio Pecco…).

Anche la scena in cui Scaparro, senza moglie e figlia che sono in vacanza, tenta di passare una serata con una donnina allegra (così come si chiamavo in maniera ipocrita allora le prostitute) il Cav. incontra Ginetta (Lea Padovani) che lo rende, suo malgrado, partecipe di tutti i suoi guai.

Insomma, in questa memorabile pellicola le donne sono reali, possiedono un’anima e una parola, e non sono più banalmente innocenti, colpevoli, caste o peccatrici. Sono donne.

Peter Falk

Il 16 settembre del 1927 nasce a New York Peter Michael Falk in una famiglia ebraica di origini polacche, russe, ungheresi e ceche. A tre anni, a causa di una grave patologia oculare, il piccolo Peter subisce l’asportazione dell’occhio destro. L’evento cambia per sempre i suoi connotati e sembra stridere con la futura carriera d’attore. Ma proprio quello strano e particolare sguardo diventerà il suo tratto distintivo.

Gli inizi però non sono semplici. Durante un casting, per esempio, il fondatore della Columbia Pictures Harry Cohn lo boccia dicendo una frase che lo stesso Falk ricorderà spesso: “Con gli stessi soldi posso avere un attore con due occhi”.

Ad accorgersi delle possibilità recitative di Falk non è il cinema ma la televisione. L’attore newyorkese, infatti, approda alla fine degli anni Cinquanta in alcune delle serie tv che di fatto faranno la storia della fiction americana come “Alfred Hitchcock presenta” e “Ai confini della realtà”.

Grazie all’esperienza acquisita e alla sua bravura nel 1961 Frank Capra lo sceglie per il suo “Angeli con la pistola”, nel ruolo secondario di Carmelo. Così, nonostante le origini mitteleuropee, Peter Falk diventa famoso al grande pubblico come il classico immigrato italiano di “Broccolino”.

Seguono numerosi ruoli secondari nei panni di personaggi sulla linea di Carmelo in film come “Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo” di Stanley Kramer (1963) o “La grande corsa” di Blake Edwards (1965).  

Ma è nuovamente il piccolo schermo a dare a Falk l’occasione giusta, quella per diventare finalmente protagonista assoluto. Nel 1968 gira il pilota della serie poliziesca “Columbo” (che da noi diventa “Colombo”) in cui interpreta un tenente italoamericano (…sob!) della squadra omicidi del LAPD, dall’incredibile intelligenza deduttiva nonostante l’aspetto trasandato e distratto.

Nel 1971, dopo un secondo pilota, viene prodotta definitivamente la prima serie, e a dirigere il primo episodio viene chiamato un giovanissimo e sconosciuto Steven Spielberg. Il successo è clamoroso, tanto da portare la produzione a realizzare sette stagioni consecutive, quattro film direttamente per il grande schermo e uno spin-off dal titolo “Mrs. Columbo” dedicato alle (improbabili…) imprese investigative della “fantomatica” moglie del tenente.

Sul set della serie Falk ha modo di conoscere John Cassavetes (omicida nella puntata “Concerto con delitto”) maestro del cinema indipendente americano che per produrre i suoi film recita (è il protagonista, per esempio, del mitico “Contratto per uccidere” del maestro Don Siegel). Falk così partecipa a ottime pellicole come “Mariti”, “Una moglie” e “La sera della prima” tutte dirette dall’amico Cassavetes.

Il successo televisivo permette a Falk di scegliere i ruoli per il grande schermo e lui, da grande attore, passa con bravura da quelli più drammatici dei film di Cassavetes a quelli tipici della commedia come in “Invito a cena con delitto” (1976) di Robert Moore, “Mikey e Nicky” (1976) della grande Elaine May , “Una strana coppia di suoceri” (1979) di Arthur Hiller o quello del vecchio manager nel bellissimo “California Dolls” (1981) di Robert Aldrich. Ma Falk si cimenta anche nel poliziesco con l’avvincente “Pollice da scasso” (1978) di William Friedkin.

Nel 1987 Wim Wenders lo vuole nel suo sublime “Il cielo sopra Berlino” e nel sequel “Così lontano, così vicino” del 1993. Sempre nel 1987 Falk partecipa a un fantasy che all’uscita nelle sale non ottiene un particolare riscontro ma che oggi è diventato un vero e proprio cult: “La storia fantastica” diretto da Rob Reiner.

Nel 1996 è accanto a Woody Allen nel film per la tv “I ragazzi irresistibili”, nuovo adattamento della famosa commedia di Neil Simon, diretto da John Erman.

Nel frattempo, dal 1989, Falk è tornato a vestire i panni del tenente Colombo nelle nuove stagioni che riscuotono sempre un buon successo di pubblico. Nel 2003 le avventure di Colombo si chiudono definitivamente e l’attore dirada i suoi impegni lavorativi a causa di ricorrenti amnesie.

Nel 2008 gli viene diagnosticato definitivamente il morbo di Alzheimer, e l’attore si ritira nella sua villa di Beverly Hills. Purtroppo le sue ultime immagini pubbliche vengono catturate da alcuni fotografi mentre è in strada smarrito, prigioniero e sfigurato dalla malattia degenerativa. Peter Falk muore poco dopo, il 23 giungo del 2011.

Chiamarlo caratterista è davvero troppo riduttivo, visto che è stato uno dei volti più noti del cinema e della televisione del Novecento. Se è vero che Falk deve molto al piccolo schermo, è vero anche che la sua bravura e la sua classe hanno contribuito a nobilitare la fiction televisiva.

Infine, è giusto ricordare Giampiero Albertini, indimenticabile voce italiana di Falk e del tenente Colombo fino al 1991.  

“Turista per caso” di Lawrence Kasdan

(USA, 1988)

Dello struggente e indimenticabile romanzo “Il turista involontario” di Anne Tyler ho già avuto modo di parlare con tutto l’entusiasmo che merita, e quindi è giunto il momento di occuparci della sua trasposizione cinematografica, firmata nel 1988 da Lawrence Kasdan: uno di quei rari casi in cui il cinema non tradisce la letteratura, ma la abbraccia con rispetto e intelligenza rara.

Vale la pena ricordare chi è Kasdan, perché il suo nome non è quello di un regista qualunque. È uno dei cineasti più significativi che Hollywood abbia prodotto negli ultimi decenni, uomo capace di muoversi con disinvoltura tra scrittura e direzione senza mai perdere di vista ciò che conta davvero: i personaggi, le loro ferite, il peso invisibile che si portano dentro. Non è un caso che George Lucas lo abbia voluto al suo fianco nel 1978 per mettere mano alla sceneggiatura di “Star Wars – L’impero colpisce ancora“. Con Lucas collaborerà anche agli script di “Indiana Jones e i predatori dell’Arca perduta” e “Il ritorno dello Jedi”, due pietre miliari dell’avventura cinematografica. Ma Kasdan ha sempre dimostrato di saper fare molto di più: con “Brivido caldo” aveva già rivelato una sensibilità tutta sua, personale, adulta, capace di guardare alle emozioni senza filtri né retorica. Ed è proprio questa sensibilità che lo rende l’autore perfetto per portare sullo schermo un romanzo intimo e delicatissimo come quello di Anne Tyler.

Macon Leary — interpretato da un bravissimo William Hurt in una delle sue prove più misurate e toccanti — è uno scrittore di guide turistiche. Non le guide entusiastiche per chi vuole scoprire il mondo, sia chiaro: le sue sono pensate per chi viaggia per necessità, per lavoro, per obbligo, e sogna soltanto di poter restare a casa. Il simbolo dei suoi libri è una poltrona con le ali — immagine felicissima, efficacissima — ed è proprio così che Julian, il suo editore interpretato da un giovane Bill Pullman, li promuove: per chi è costretto a volare ma preferirebbe non alzarsi mai dal divano di casa.

Macon vive con sua moglie Sarah (Kathleen Turner) da oltre vent’anni. La loro è un’esistenza ordinata, quasi ossessivamente regolare, costruita su abitudini consolidate e silenzi condivisi. Poi è arrivata l’estate precedente, e con essa qualcosa di irreparabile: il loro figlio Ethan, dodici anni appena, viene ucciso durante una rapina in un fast food. Uno di quei delitti assurdi, casuali, che non hanno spiegazione e non ne avranno mai. Il tipo di tragedia che non si elabora, si porta.

Da quel momento l’ingranaggio dell’esistenza di Macon — già fragile nella sua perfezione — comincia a incepparsi. E quando Sarah decide di lasciarlo, quell’ingranaggio si spezza del tutto. Macon si isola, si raggomitola dentro sé stesso come solo chi ha perso tutto sa fare.

A salvarlo, in modo quasi paradossale, ci pensa Edward: il cane di Ethan. Un animale che, dopo la perdita del suo giovane padrone, è diventato imprevedibile e aggressivo, una belva domestica capace di mordere chiunque si avvicini. Proprio per domare Edward, Macon incontra Muriel Pritchett, addestratrice di cani, interpretata da una straordinaria Geena Davis. Muriel è tutto ciò che Macon non è: caotica, esuberante, viva in modo quasi fastidioso, con un figlio piccolo e malaticcio e una vita tutt’altro che facile. Eppure qualcosa tra loro scatta, lentamente, senza annunci e senza fanfare. Il modo in cui Kasdan costruisce questa relazione è esemplare: nulla è forzato, nulla è sentimentale nel senso più deteriore del termine. È il racconto discreto di due solitudini che si sfiorano e, forse, si riconoscono.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Kasdan insieme a Frank Galati, rispetta l’anima del romanzo pur operando le inevitabili semplificazioni che il passaggio da pagina a schermo richiede. Il risultato è un film che sa essere malinconico senza essere plumbeo, tenero senza essere melenso. La fotografia di John Bailey avvolge tutto in una luce autunnale, domestica, che rispecchia perfettamente lo stato d’animo del protagonista. E la colonna sonora del “solito” John Williams — nomination agli Oscar compresa — fa il resto, sottolineando senza invadere.

Il film riceve quattro candidature agli Academy Awards: miglior film, migliore sceneggiatura non originale, migliore colonna sonora e migliore attrice non protagonista per Geena Davis. Quest’ultima è l’unica statuetta conquistata, e difficilmente si potrebbe obiettare: Davis è semplicemente perfetta, capace di illuminare ogni scena in cui appare con una leggerezza che nasconde profondità.

“Turista per caso” resta, a distanza di quarant’anni, uno dei migliori adattamenti cinematografici della storia del cinema. Uno di quei film rari che non si limitano a illustrare un romanzo, ma lo abitano davvero.

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“Certain Women” di Kelly Reichardt

(USA, 2016)

Tratta dai racconti “Both Ways Is the Only Way I Want It” di Maile Meloy – giovane scrittrice americana e collaboratrice del “New Yorker” – questa delicata e intimistica pellicola è stata scritta da Anish Savjani, Neil Kopp, Vincent Savino e Kelly Reichardt che lo ha diretto e montato.

Le vite di quattro donne si sfiorano quasi casualmente a Livingston, cittadina del Montana, che con i suoi quasi 1.400 metri di altitudine vive di un clima rigido e severo.

Laura Wells (Laura Dern) è un avvocato capace e preparato, ma ogni giorno deve fare i conti con il maschilismo – più o meno velato – della società in cui vive. Come quello del suo cliente Fuller (un bravissimo Jared Harris), ottimo manovale che da otto mesi tenta di fare causa alla sua ex ditta, lavorando per la quale ha subito un grave incidente. Ma Fuller, avendo accettato la prima offerta d’indennizzo, ormai non ha più voce in capitolo, e si convince della verità solo quanto la Wells lo porta a un incontro con un avvocato, uomo.

Laura è ufficialmente una donna single, ma in realtà ha una relazione clandestina con Ryan Lewis (James LeGros) marito di Gina (Michelle Williams). Fra i coniugi Lewis le cose non sembrano andare bene, sia per il rapporto conflittuale che lei ha con la loro unica figlia adolescente, sia per la profonda insoddisfazione che Gina ha verso la sua vita domestica. L’unica cosa che la rende felice è la nuova casa che il marito le sta costruendo fuori Livingston. Proprio per realizzare una grande parete del salone, Gina vuole delle antiche pietre arenarie che una volta facevano parte della prima scuola costruita dai coloni a Linvingston, e ora sono abbandonate nel giardino di un anziano solitario.

Beth Travis (Kristen Stewart) è una giovane praticante che sogna di emanciparsi diventando avvocato. Sua madre e sua sorella nella vita hanno fatto, e fanno, sempre e solo le commesse, e lei da sempre è stata disposta a tutto pur di non seguire le loro orme. Accetta così di tenere dei corsi serali in leggi scolastiche presso la scuola di una piccola località ad oltre quattro ore di macchina da Livingston. Ad una lezione incontra casualmente Jamie, che gestisce da sola un ranch nei dintorni del piccolo paese...

Bella pellicola, con immagini e paesaggi alla Wenders, che ci racconta come a volte, quando si sente troppo freddo, può non dipendere dal clima.  

“Signore e signori” di Pietro Germi

(Italia, 1965)

Ci sono pellicole, come attrici e attori, indimenticabili. Così come il film “Signore e signori” diretto da Pietro Germi nel 1965, e Gastone Moschin che è uno dei suoi protagonisti.

Scritto – non senza problemi – dallo stesso Germi insieme ad alcuni fra i più grandi sceneggiatori del Novecento come  Ennio Flaiano, Luciano Vincenzoni (scrittore di fiducia di Sergio Leone), Age e Furio Scarpelli, “Signore e signori” è una fotografia ironica e spietata della nostra società in pieno Boom.

Nel film si intrecciano le bugie, i tradimenti e le feroci ipocrisie di un gruppo di ricchi commercianti e liberi professionisti di una cittadina del Nord Est. In un’Italia schiacciata dal senso cattolico distorto e bigotto, ma soprattutto dal suo perbenismo, l’importante non è comportarsi secondo i suoi dettami, ma: “Che la cosa resti fra noi…” frase simbolica del film.

Fra le vicissitudini raccontate spicca quella del ragionier Osvaldo Bisigato (uno stratosferico Gastone Moschin) che si innamora della giovane Milena Ziulian (una davvero splendente Virna Lisi dall’insolita chioma nera), cassiera di uno degli esercizi più noti della cittadina. Nessuno sembra sconvolgersi più di tanto per la liaison clandestina, neanche Gilda Bisigato (Nora Ricci) moglie legittima del ragioniere. Le cose cambiano però quando l’innamorato Bisigato decide di fuggire con Milena: l’intera cittadina si oppone fermamente all’”ufficializzazione” della tresca, che viene drasticamente condannata e interrotta.

Oggi la nostra società non sta vivendo un periodo economicamente paragonabile al Boom di quei tempi (e se qualcuno lo sta vivendo è sempre la solita piccola parte, la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, invece, deve barcamenarsi per arrivare a fine mese, quando ci riesce…) ma l’ipocrisia di un perbenismo figlio di alcuni principi cattolici distorti c’è sempre. Basta sbirciare i social per vedere immagini o migliaia di frasi, “sagaci e filosofiche perle di vita”, che vengono condivise ogni giorno ma che poi stridono non poco con la vita quotidiana che si consuma dentro i nostri confini nazionali.

Sono passati ormai più di sessant’anni dall’uscita di questo film, e ogni suo singolo fotogramma è ancora vivo, graffiante e attuale. Un capolavoro insomma.      

Fra i numerosi premi, “Signore & signori” vince il Grand Prix al Festival di Cannes.

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“L’ispettore Martin ha teso una trappola” di Stuart Rosenberg

(USA, 1973)

San Francisco, una notte qualunque. Un autobus urbano scivola tra le strade illuminate della città. In fondo al mezzo, un passeggero silenzioso. Si alza. Imbraccia un mitra da commando. E in pochi secondi tutti i passeggeri sono morti, ammazzati senza un perché apparente, senza un senso decifrabile. Il killer sparisce nel buio come se non fosse mai esistito.

È un’apertura che ti prende allo stomaco. E da lì il film non ti lascia più andare.

“L’ispettore Martin ha teso una trappola” — con il titolo originale “The Laughing Policeman”, che echeggia molto più fedelmente il romanzo da cui è tratto — affonda le radici in una fonte letteraria nobile e riconoscibile per chiunque ami il giallo nordico. Il romanzo “Il poliziotto che ride” scritto dalla coppia svedese formata da Per Wahlöö e Maj Sjöwall, autori della celeberrima serie del commissario Martin Beck: dieci romanzi pubblicati tra il 1965 e il 1975 che hanno letteralmente reinventato il poliziesco scandinavo e gettato le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo — da Mankell a Larsson, fino alla valanga di noir nordici che ha travolto il mondo negli ultimi vent’anni. Wahlöö e Sjöwall erano marxisti convinti, e nei loro libri la critica sociale non era un ornamento ma la struttura portante. Il crimine non nasceva mai dal nulla: nasceva da una società malata, da un sistema che produceva violenza e poi fingeva di combatterla.

Portare tutto questo a San Francisco nel 1973, in piena crisi post-sessantottina, era una scelta coraggiosa e, col senno di poi, perfetta.

Quando arriva la Polizia sul luogo del massacro, tra i cadaveri c’è anche Evans, il collega e collaboratore più stretto dell’ispettore Martin. E qui entra in scena Walter Matthau.

Bisogna fermarsi un momento su di lui, perché la sua presenza in questo film è una delle cose più interessanti e meno scontate che il cinema americano di quegli anni ci abbia regalato. Matthau era l’uomo della commedia, il volto sgualcito e rassicurante de “La strana coppia“, lo spirito brillante di tante situazioni leggere e godibili. Qui tutto questo viene azzerato. Il suo ispettore Martin non è simpatico, non cerca di esserlo, non ne ha nemmeno voglia. È un uomo duro, frustrato, che porta su di sé il peso di un caso irrisolto di due anni prima come si porta un macigno sulla schiena. Matthau recita con una cupezza trattenuta, quasi interiore, che sorprende e convince al tempo stesso. Non urla, non si agita. Osserva, riflette, brucia dentro. È un antieroe credibile proprio perché non fa nulla per sembrarlo.

Stuart Rosenberg — regista che il pubblico conosceva già grazie a “Nick Mano Fredda” e “Detective Harper: acqua alla gola”, e che pochi anni dopo avrebbe diretto lo splendido “Brubaker” — aveva alle spalle anche un importante passato televisivo, forgiato in serie come “Alfred Hitchcock presenta” e la sublime “Ai confini della realtà” di Rod Serling. Quella scuola si sente. Rosenberg sa costruire l’atmosfera senza eccedere, sa raccontare il silenzio tra le scene con la stessa cura con cui racconta l’azione. San Francisco diventa qui una città cupa, quasi ostile, lontanissima dalla cartolina colorata che il cinema spesso ci propina. Le strade sono sporche, nelle file della polizia c’è del marcio, i rapporti umani sono fin troppo spesso irrisolti.

E mentre il Sindaco e il Capo della Polizia premono per una soluzione rapida — non necessariamente quella giusta, basta che sia una soluzione qualsiasi… — Jake Martin va per la sua strada. Ha un’intuizione, quasi un’ossessione: il massacro sull’autobus è legato a un caso che lui non è riuscito a chiudere due anni prima. Una ferita aperta, un fallimento personale che riemerge sotto forma di strage. E la sua indagine diventa anche un viaggio interiore, un tentativo di fare i conti con se stesso prima ancora che con il colpevole.

L’ombra di Harry Callahan — nato due anni prima con “Ispettore Callaghan: il caso ‘Scorpio’ è tuo!!” di Don Siegel — è visibile, ma Rosenberg non cede alla tentazione di fare di Martin un giustiziere. Il suo ispettore è più ambiguo, più scomodo, meno eroico. Non ha certezze morali da sbandierare. Ha solo una tenace, quasi irrazionale, volontà di capire.

Il film respira lo spirito di un’America che dopo il 1968 non sa più cosa sia, dove stia andando, di chi può fidarsi. La violenza non è spettacolo ma sintomo. Il sistema è malato, e chi dovrebbe curarlo ne fa parte, nel bene e nel male.

E poi c’è la scena finale …ma di quella, come sempre, non ne parlo: lascio tutti i brividi a chi ancora non l’ha vista.

Un film che davvero merita di essere riscoperto.

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“Dunkirk” di Christopher Nolan

(UK/USA/Francia/Olanda, 2017)

Non sono molti i film che raccontano in maniera così reale, sconvolgente e terrificante che cos’è davvero la guerra, e quale devastazione fisica e mentale questa comporti. A “E Johnny prese il fucile”, “Salvate il soldato Ryan” e “Vittime di guerra” – che personalmente trovo fra i migliori di tutti – deve essere aggiunto questo “Dunkirk” firmato dal genio cinematografico inglese Christopher Nolan.

Nolan ha impiegato quasi venticinque anni per scrivere la sceneggiatura di questo film, basandosi sulle dinamche della vera evaquazione di Dunkirk avvenuta nel 1940 durante i primi anni della Seconda Guerra Mondiale.

Quattrocentmila soldati delle Forze Armate britanniche, francesi e belghe sono rimasti isolati nella cittadina costiera francese di Dunkirk (che noi chiamamo Dunkuerque). I soldati aspettano di essere imbarcati per essere portati in salvo in Inghilterra, ma sulla spiaggia gli uomini sono bersagli fin troppo facili per gli aerei tedeschi. Per le maree e i fondali bassi, le grandi navi militari non posso avvicinarsi troppo alla riva. La situazione sembra senza speranza, tanto che lo stesso Churchill considera ottimistico portare in salvo anche solo trentamila soldati. Ma…

Duro e crudo resoconto di un episodio tragico e drammatico del secondo conflitto mondiale: ma in una guerra ci sono episodi non tragici o drammatici?

Con sequenze spettacolari e immagini strazianti, Nolan ci raccontano la storia di Dunkirk attraverso gli occhi del giovane soldato inglese Tommy (Fionn Whithead) che, come ogni essere umano indifeso e sconvolto, vuole solo tornare a casa ed è pronto a tutto pur di riuscirci.

Infine è doveroso riflettere che i cattivi del film eravamo noi, gli aerei che bombardavano e mitragliavano i soldati indifesi sulla spiaggia appartenevo all’Asse di Ferro. Ma in una guerra alla fine non ci sono nè vinti nè veri vincitori. Così Nolan non ci mostra mai direttamente i soldati tedeschi, perché i nemici in una guerra sono molti di più. E dedica la pellicola a tutti coloro le cui vite sono state segnate dagli eventi di Dunkirk, assediati e assalitori.

Da vedere, e da far vedere soprattutto a chi parla di guerra o interventi militari troppo facilmente.

“L’ultimo cavaliere” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 1982/2013)

Con questo romanzo il Re dà vita alla saga de “La Torre Nera”, saga che ancora oggi non è conclusa.

Pubblicato integralmente per la prima volta nel 1982, King lo ha iniziato a scrivere in una notte del marzo del 1970 – esatto, proprio alla fine dell’inverno del 1970! – grazie a una risma di carte verde che aveva casualmente trovato all’Università che allora frequentava.

In un mondo post apocalittico l’umanità è tornata ai tempi del vecchio Far West, dove i cavalieri, che hanno le caratteristiche e l’onore dei samurai, sono pistoleri. Roland de Gilead è l’ultimo cavaliere che attraversa il mondo conosciuto, addentrandosi poi anche in quello sconosciuto, per raggiungere e uccidere l’Uomo in Nero.

Il duro addestramento che Roland ha superato da adolescente gli ha insegnato a essere pronto a tutto, e a considerare chiunque sacrificabile per ottenere il suo scopo. Perché i poteri dell’Uomo in Nero sono quasi sconfinati…

Il Re è sempre il Re, e anche in questa prima “puntata” de “La Torre Nera” ce lo dimostra sapientamente. Le atomosfere cruente e gli incubi che lastricano il percorso di Roland sono indimenticabili come tutti quelli creati dal Re. Da leggere, come tutte le sue opere.

E’ uscita da poco al cinema la versione cinematografica de “La Torre Nera” diretta da Nikolaj Arcel, con Idris Elba nel ruolo di Roland e Matthew McConaughey in quello dell’Uomo in Nero.

“Il debito” di John Madden

(USA, 2010)

Quanto tempo si può vivere mentendo su un evento fondamentale della propria esistenza? Uno, dieci o trent’anni? …Ma soprattutto: a che prezzo ci si riesce?

Rachel Singer (Helen Mirren) è una ex agente del Mossad. E’ nota in tutto il Paese perché è stata lei, assieme a Stephen Gold (Tom Wilkinson) e David Peretz (Ciaràn Hinds) nel 1965 nell’allora Berlino Est, a scovare, catturare e poi uccidere Dieter Vogel (Jesper Christensen) il sanguinario e spietato chirurgo del campo di concentramento di Birkenau.

A poco più di trent’anni da quei fatti, Rachel è l’ospite d’onore alla presentazione del libro di sua figlia Sarah, dedicato proprio a quei giorni, che leggendo alcuni brani le fa rivivere…

Berlino Est, 1965. La giovane Rachel Singer (Jessica Chastain) passa il confine per unirsi a due suoi colleghi del Mossad: Stephen Gold (Marton Csokas) e David Peretz (Sam Warthington) che sono sulle tracce di Vogel. L’identificazione e la cattura di Vogel riescono perfettamente, grazie al coraggio di Rachel, ma per un disguido il ritorno a Berlino Ovest no. Mentre i tre agenti aspettano ordini per un nuovo tentativo di espatrio clandestino, Vogel si libera e colpisce, sfigurandola, Rachel che però riesce a ucciderlo prima che riesca a fuggire.

Poco dopo la fine della presentazione del libro di Sarah, Rachel viene raggiunta da Stephen, che oggi è diventato membro del Governo oltre che il suo ex marito. L’uomo le riporta la tragica notizia che David, poche ore prima, si è suicidato. Rachel è costretta così a dover affrontare il suo passato …quello vero.

Tosto film d’azione con un grande cast, quasi tutto britannico, e comunque tutto proveneite dai palcoscenici teatrali inglesi o americani, regista compreso.

Remake del film israeliano “Ha-Hov” scritto da Assaf Bernstein e Ido Rosenblum, e diretto dallo stesso Bernstein nel 2007.

“Hysteria” di Tanya Wexler

(UK/Lussemburgo, 2011)

Qualche simpatico buontempone ancora scherza sulla storia dell’emancipazione delle donne e su come queste vergognosamente venivano – e purtroppo a volte ancora oggi vengono – trattate e considerate.

Se ci fermiamo un attimo a pensare che nel nostro Paese il voto alle donne è stato concesso solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale c’è poco da fare gli spiritosi. E allora andiamo in Gran Bretagna, alla fine del XIX Secolo.

Il giovane medico Mortimer Granville (Hugh Dancy) viene assunto dal noto Dottor Darlymple (un bravissimo Jonathan Price) proprietario del più famoso studio medico di Londra che cura il male del momento: l’isteria femminile. Ovviamente parliamo solo di quella che affligge le ricche signore dell’alta borghesia e aristocrazia britannica. E la cura che propone il serio Dottor Darlymple non è altro che una masturbazione travestita da terapia medica. Tutte la altre donne si devono arrangiare. E se qualcuna esagera nell’essere troppo ribelle e volitiva, il Codice Penale di Sua Maestà prevede l’isterectomia coatta.

Darlymple ha due figlie femmine: Emiliy (Felicity Jones) e Charlotte (Maggie Gyllenhaal). La prima è la classica e remissiva donna che la società maschile esige, la seconda invece è volitiva, ribelle e indomita, proprio una spina nel fianco nel becero e conservatore padre. Viste le ottime capacità di Granville, Darlymple gli propone un accordo: sposare sua figlia Emily e succedergli un giorno come titolare dello studio. I sogni del giovane medico sembrano finalmente realizzarsi, ma i dolori lancinanti alla mano, che aumentano inesorabilmente dopo ogni seduta, e il suo successivo scarso rendimento li fanno naufragare.

Per fortuna l’amico d’infanzia di Granville, Lord Edmund St. John-Smythe (Rupert Everett), è un patito di nuovi macchinari a corrente elettrica, e sta mettendo a punto una sorta di piumino elettrico. Il nuovo e strano strumento verrà preso da Granville come spunto per realizzare il primo vibratore della storia…

Scritto da Jonah Lisa Dyer, Stephen Dyer e Howard Gensler, “Hysteria” ci racconta con eleganza e pungente ironia la nascita di uno degli strumenti più utili della storia, che ha contribuito a liberare le donne, così come la pillola anticoncezionale, da una schiavitù mentale, fisica e medievale. Strumento che però purtroppo ancora oggi troppi considerano – per ragioni quelle davvero imbarazzanti – un vero e proprio tabù.