“L’ispettore Martin ha teso una trappola” di Stuart Rosenberg

(USA, 1973)

San Francisco, una notte qualunque. Un autobus urbano scivola tra le strade illuminate della città. In fondo al mezzo, un passeggero silenzioso. Si alza. Imbraccia un mitra da commando. E in pochi secondi tutti i passeggeri sono morti, ammazzati senza un perché apparente, senza un senso decifrabile. Il killer sparisce nel buio come se non fosse mai esistito.

È un’apertura che ti prende allo stomaco. E da lì il film non ti lascia più andare.

“L’ispettore Martin ha teso una trappola” — con il titolo originale “The Laughing Policeman”, che echeggia molto più fedelmente il romanzo da cui è tratto — affonda le radici in una fonte letteraria nobile e riconoscibile per chiunque ami il giallo nordico. Il romanzo “Il poliziotto che ride” scritto dalla coppia svedese formata da Per Wahlöö e Maj Sjöwall, autori della celeberrima serie del commissario Martin Beck: dieci romanzi pubblicati tra il 1965 e il 1975 che hanno letteralmente reinventato il poliziesco scandinavo e gettato le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo — da Mankell a Larsson, fino alla valanga di noir nordici che ha travolto il mondo negli ultimi vent’anni. Wahlöö e Sjöwall erano marxisti convinti, e nei loro libri la critica sociale non era un ornamento ma la struttura portante. Il crimine non nasceva mai dal nulla: nasceva da una società malata, da un sistema che produceva violenza e poi fingeva di combatterla.

Portare tutto questo a San Francisco nel 1973, in piena crisi post-sessantottina, era una scelta coraggiosa e, col senno di poi, perfetta.

Quando arriva la Polizia sul luogo del massacro, tra i cadaveri c’è anche Evans, il collega e collaboratore più stretto dell’ispettore Martin. E qui entra in scena Walter Matthau.

Bisogna fermarsi un momento su di lui, perché la sua presenza in questo film è una delle cose più interessanti e meno scontate che il cinema americano di quegli anni ci abbia regalato. Matthau era l’uomo della commedia, il volto sgualcito e rassicurante de “La strana coppia“, lo spirito brillante di tante situazioni leggere e godibili. Qui tutto questo viene azzerato. Il suo ispettore Martin non è simpatico, non cerca di esserlo, non ne ha nemmeno voglia. È un uomo duro, frustrato, che porta su di sé il peso di un caso irrisolto di due anni prima come si porta un macigno sulla schiena. Matthau recita con una cupezza trattenuta, quasi interiore, che sorprende e convince al tempo stesso. Non urla, non si agita. Osserva, riflette, brucia dentro. È un antieroe credibile proprio perché non fa nulla per sembrarlo.

Stuart Rosenberg — regista che il pubblico conosceva già grazie a “Nick Mano Fredda” e “Detective Harper: acqua alla gola”, e che pochi anni dopo avrebbe diretto lo splendido “Brubaker” — aveva alle spalle anche un importante passato televisivo, forgiato in serie come “Alfred Hitchcock presenta” e la sublime “Ai confini della realtà” di Rod Serling. Quella scuola si sente. Rosenberg sa costruire l’atmosfera senza eccedere, sa raccontare il silenzio tra le scene con la stessa cura con cui racconta l’azione. San Francisco diventa qui una città cupa, quasi ostile, lontanissima dalla cartolina colorata che il cinema spesso ci propina. Le strade sono sporche, nelle file della polizia c’è del marcio, i rapporti umani sono fin troppo spesso irrisolti.

E mentre il Sindaco e il Capo della Polizia premono per una soluzione rapida — non necessariamente quella giusta, basta che sia una soluzione qualsiasi… — Jake Martin va per la sua strada. Ha un’intuizione, quasi un’ossessione: il massacro sull’autobus è legato a un caso che lui non è riuscito a chiudere due anni prima. Una ferita aperta, un fallimento personale che riemerge sotto forma di strage. E la sua indagine diventa anche un viaggio interiore, un tentativo di fare i conti con se stesso prima ancora che con il colpevole.

L’ombra di Harry Callahan — nato due anni prima con “Ispettore Callaghan: il caso ‘Scorpio’ è tuo!!” di Don Siegel — è visibile, ma Rosenberg non cede alla tentazione di fare di Martin un giustiziere. Il suo ispettore è più ambiguo, più scomodo, meno eroico. Non ha certezze morali da sbandierare. Ha solo una tenace, quasi irrazionale, volontà di capire.

Il film respira lo spirito di un’America che dopo il 1968 non sa più cosa sia, dove stia andando, di chi può fidarsi. La violenza non è spettacolo ma sintomo. Il sistema è malato, e chi dovrebbe curarlo ne fa parte, nel bene e nel male.

E poi c’è la scena finale …ma di quella, come sempre, non ne parlo: lascio tutti i brividi a chi ancora non l’ha vista.

Un film che davvero merita di essere riscoperto.

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