“E’ l’ultima battuta?” di Bradley Cooper

(USA, 2025)

C’è una vecchia e perfida legge non scritta della comicità: quella per cui la battuta migliore la trovi sempre un secondo dopo l’attimo in cui avresti dovuto dirla, al matrimonio sbagliato, con la persona sbagliata o vent’anni troppo tardi. Bradley Cooper, con il suo terzo film da regista dopo A Star Is Born e Maestro, sembra aver costruito un’intero lungometraggio attorno a questa legge. E il bello è che qui la battuta arriva davvero, solo che arriva su un palco di stand-up comedy, tra microfoni scrostati e birre calde, quando probabilmente il matrimonio è già finito.

Alex e Tess sono sposati da vent’anni. Non c’è un tradimento a spiegare la fine del loro amore, non c’è una tragedia da indicare come colpevole: c’è solo il tempo, quella lenta erosione che trasforma la passione in abitudine e l’abitudine in distanza. E Cooper, con intelligenza, ci porta dentro la storia quando la decisione di separarsi è già presa, ma il mondo intorno a loro — figli, amici, rituali condivisi, ecc. — non lo sa ancora. Quanti di noi hanno vissuto quella sensazione di portare un segreto enorme in mezzo a una tavolata di persone che ridono divertite ignare di tutto?

Will Arnett interpreta Alex con una vulnerabilità che non gli avevo mai visto prima, nemmeno nei momenti più dolenti di BoJack Horseman, a cui inevitabilmente il suo volto, ma soprattutto la sua voce, continuano a rimandare. Il suo Alex, in piena crisi di mezza età, cerca disperatamente un varco per ricominciare, e lo trova sul palco, tra i club di stand-up comedy di New York (ambiente che io amo molto e per questo ho messo nel mio romanzo L’ultimo lampione). È qui che il film trova la sua anima più vera: nella comicità come terapia, come confessione pubblica travestita da battuta, come unico luogo in cui un uomo può finalmente dire la verità proprio perché la dice ridendo.

E poi c’è lei. Una sempre brava Laura Dern dà a Tess una profondità che va ben oltre il ruolo, sulla carta, più defilato: non è la moglie lasciata indietro, è una donna che rimette in discussione ogni sacrificio fatto in nome della famiglia, ogni pezzo di sé accantonato per anni. Dern ha questa capacità rara di rendere visibile il pensiero prima ancora della parola, di farci capire cosa sta per dire un istante prima che lo dica, e in un film che vive di sguardi più che di dialoghi urlati, questo è un dono che pesa più di qualsiasi monologo.

Bradley Cooper, questa volta, si mette volutamente in un angolo: interpreta Balls, l’amico eccentrico che entra e esce dalla storia portando con sé forse le uniche risate davvero liberatorie del film. È una scelta che dice molto della sua maturità come regista: non ha più bisogno di essere al centro dell’inquadratura per dimostrare qualcosa. Gli basta osservare, e lasciare che siano Arnett e Dern a portare il peso emotivo della pellicola.

Ispirato in parte alla vita del comico inglese John Bishop, co-autore del soggetto insieme a Cooper e Will Arnett, È l’ultima battuta? evita con cura la retorica della “rinascita a tutti i costi” che affligge tanti film simili. Non tutto si risolve, non tutto si perdona, e questo io personalmente lo apprezzo profondamente: il film ha il coraggio di lasciare alcune ferite aperte, di non trasformare la separazione in un lieto fine mascherato. La fotografia di Matthew Libatique — collaboratore storico di Cooper — accompagna questa sincerità con una luce mai artificiosa, quasi documentaristica nei club di stand-up, più calda e dolorosa nelle scene domestiche.

Se devo trovare un limite, è forse nella seconda parte, dove il film indugia un po’ troppo sulla parabola di Alex sul palco, rischiando di squilibrare l’attenzione rispetto al percorso, altrettanto interessante, di Tess. Ma è un peso che la sceneggiatura, scritta a quattro mani con Mark Chappell, riesce quasi sempre a bilanciare, restituendo a entrambi i personaggi dignità e complessità.

È l’ultima battuta? non è un film che urla, non cerca la lacrima facile né la risata a comando. È un film che si guarda con lo stomaco stretto, perché racconta qualcosa che, prima o poi, riguarda tutti: il momento in cui bisogna decidere se restare fedeli a una storia che non c’è più, o trovare il coraggio di raccontarne, finalmente, una nuova, anche a costo di farlo davanti a un microfono, in un locale semivuoto, con la voce che trema un po’.

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“Dietro la maschera” di Peter Bogdanovich

(USA, 1985)

Roy Lee Dennis, detto Rocky per la passione di sua madre per il rock, è stato un ragazzo che all’eta di due anni ha dovuto iniziare a combattere contro la displasia craniodiafisaria, una terribile malattia degenerativa che aumenta in maniera incontrollabile i depositi di calcio sul cranio. Oltre a terrificanti emicranie, gravi problemi con la vista e l’udito, la patologia deforma il cranio e quindi il viso. Ma Rocky scriveva poesie e cercava di vivere la sua vita nella maniera più serena possibile, e cioè fino a dove la malattia e – soprattutto – lo sguardo, l’ignoranza e l’arroganza degli altri glielo permettevano.

Anna Hamilton Phelan, autrice di script per film come “Gorilla nella nebbia” o “Ragazze interrotte”, scrive la sceneggiatura ispirandosi alla vera vita di Rocky. Dietro la MDP c’è Peter Bogdanovich, uno dei grandi artigiani indipendenti americani, che ha iniziato la sua carriera artistica agli inizi degli anni Sessanta come attore nella mitica serie “Ai confini della realtà” di Rod Serling.

Rocky Dennis (un bravissimo Eric Stoltz) deve cambiare scuola e la cosa lo mette a disagio come sempre. Ma come sempre affronta con grande serenità ogni prova che la vita gli riserva, come la malattia degenerativa che ha colpito il suo cranio rendendoglielo “surreale”, come dice lui stesso.

Sua madre Rusty (una bravissima Cher) se ne occupa e lo difende dalla cattiveria del mondo con le unghie e con i denti, ma il prezzo che deve pagare diventa ogni giorno sempre più alto. Rusty, infatti, è una tossicodipendente che ama cambiare gli uomini come i propri vestiti. La vera famiglia di Rocky, visto che il padre lo ha abbandonato, sono anche i motociclisti con cui sua madre lo ha sempre portato in giro, fin da piccolo. E sono sempre loro che ogni mattina lo portano a scuola, dove Rocky è sempre fra i primi della classe.

Con l’arrivo dell’adolescenza – che nessun medico aveva neanche lontanamente sperato – per Rocky arriva anche quello che sua madre ha temuto per anni: il confronto “desolante” con le ragazze. Rusty tenta in ogni modo di salvaguardare il figlio, anche goffamente, ma alla fine Rocky conosce Diana (Laura Dern), una giovane non vedente con la quale allaccia uno stretto rapporto sentimentale. Ma…

Dolorosa e bellissima pellicola che ci parla di sofferenza, amore e tolleranza, soprattutto quella di Rocky che con il cuore grande come il mare, sopporta serenamente la gretta paura e il becero disdegno di chi si ferma sempre e solo al suo aspetto fisico, vedendolo bigottamente come una colpa.

Oltre alla grande interpretazione di Cher, che venne inspiegabilmente “dimenticata” agli Oscar – anche se le cronache del tempo imputarono tale dimenticanza alla parte più puritana della giuria per il ruolo controverso di Rusty, madre amorosa ma al tempo stesso tossicodipendente e disinvolta mangia uomini – devono essere ricordate anche quelle di Stoltz e della Dern, che giovanissimi riescono davvero a lasciare il segno.

La colonna sonora del film doveva essere centrata sulle canzoni di Bruce Springsteen, cantante molto amato da Rocky, ma la casa di produzione le cambiò. Dopo una lunga causa in tribunale Bogdanovich, nell’edizione Directors’s Cut, ha reinserito quelle di Springsteen.

Per la chicca: nel ruolo della signora che regala un cucciolo di cane a Rocky c’è Anna Hamilton Phelan, l’autrice della sceneggiatura. Mentre in quello di T.J., uno dei motociclisti amici di Rusty, c’è il regista e attore Nick Cassavetes.

Cher vince il premio come migliore interprete femminile al Festival di Cannes dove Bogdanovich è nominato per la Palma d’Oro. Il film si aggiudica l’Oscar come miglior make up.

Sempre bello.

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“Piccole donne” di Greta Gerwig

(USA, 2019)

La giovane cineasta americana Greta Gerwig scrive e dirige il settimo adattamento cinematografico di “Piccole donne”, il romanzo più famoso della scrittrice Louisa May Alcott (1832-1888).

In realtà la Gerwing accorpa in questo film anche i seguiti del romanzo: “Piccole donne crescono”, “Piccoli uomini” e “I ragazzi di Jo”. Ma, soprattutto, la Gerwig attualizza in maniera davvero efficace il libro, e la vera vita della Alcott, che incarnano da oltre centocinquant’anni i primi veri simboli del femminismo moderno.

Dopo l’inglese Aphra Behn (1640-1689) la prima donna nella storia dell’Occidente ad essere pagata per i suoi scritti, la Alcott è indubbiamente ancora oggi un emblema dell’emancipazione femminile visto che, come diceva lei stessa: “…la donna non può ambire nella propria vita solo all’amore”.

Con un cast di altissimo livello, su cui spicca senza dubbio Saoirse Ronan nei panni di Jo, e che comprende tra gli altri Meryl Streep, Emma Watson, Laura Dern e Chris Cooper, la Gerwig realizza un bel film attualissimo e coinvolgente, così com’è l’opera della Alcott.

L’ottima prova della Ronan (che sempre diretta dalla Gerwig ha interpretato il delizioso “Ladybird” nel 2017) sembra incoronarla come nuova stella eclettica del cinema americano, sulla scia proprio di una delle attrici più brave di sempre come Meryl Streep.

A proposito del forte legame che l’opera della Alcott ha ancora oggi con la scrittura vera e propria, la Gerwig fa interpretare non a caso la parte del signor Dashwood (il primo editore del romanzo) a Tracy Letts attore e drammaturgo americano, vincitore del Premio Pulitzer per l’opera teatrale “Agosto: foto di famiglia” del 2007, da cui John Wells ha tratto il bellissimo film “I segreti di Osage County” nel 2013, nel cui cast splende una superba Meryl Streep accanto, fra gli altri, allo stesso Chris Cooper.

“Certain Women” di Kelly Reichardt

(USA, 2016)

Tratta dai racconti “Both Ways Is the Only Way I Want It” di Maile Meloy – giovane scrittrice americana e collaboratrice del “New Yorker” – questa delicata e intimistica pellicola è stata scritta da Anish Savjani, Neil Kopp, Vincent Savino e Kelly Reichardt che lo ha diretto e montato.

Le vite di quattro donne si sfiorano quasi casualmente a Livingston, cittadina del Montana, che con i suoi quasi 1.400 metri di altitudine vive di un clima rigido e severo.

Laura Wells (Laura Dern) è un avvocato capace e preparato, ma ogni giorno deve fare i conti con il maschilismo – più o meno velato – della società in cui vive. Come quello del suo cliente Fuller (un bravissimo Jared Harris), ottimo manovale che da otto mesi tenta di fare causa alla sua ex ditta, lavorando per la quale ha subito un grave incidente. Ma Fuller, avendo accettato la prima offerta d’indennizzo, ormai non ha più voce in capitolo, e si convince della verità solo quanto la Wells lo porta a un incontro con un avvocato, uomo.

Laura è ufficialmente una donna single, ma in realtà ha una relazione clandestina con Ryan Lewis (James LeGros) marito di Gina (Michelle Williams). Fra i coniugi Lewis le cose non sembrano andare bene, sia per il rapporto conflittuale che lei ha con la loro unica figlia adolescente, sia per la profonda insoddisfazione che Gina ha verso la sua vita domestica. L’unica cosa che la rende felice è la nuova casa che il marito le sta costruendo fuori Livingston. Proprio per realizzare una grande parete del salone, Gina vuole delle antiche pietre arenarie che una volta facevano parte della prima scuola costruita dai coloni a Linvingston, e ora sono abbandonate nel giardino di un anziano solitario.

Beth Travis (Kristen Stewart) è una giovane praticante che sogna di emanciparsi diventando avvocato. Sua madre e sua sorella nella vita hanno fatto, e fanno, sempre e solo le commesse, e lei da sempre è stata disposta a tutto pur di non seguire le loro orme. Accetta così di tenere dei corsi serali in leggi scolastiche presso la scuola di una piccola località ad oltre quattro ore di macchina da Livingston. Ad una lezione incontra casualmente Jamie, che gestisce da sola un ranch nei dintorni del piccolo paese...

Bella pellicola, con immagini e paesaggi alla Wenders, che ci racconta come a volte, quando si sente troppo freddo, può non dipendere dal clima.