Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Gli spostati” di John Huston

(USA, 1961)

Come regalo di San Valentino alla sua compagna Marilyn Monroe, il drammaturgo Arthur Miller scrive la sceneggiatura di un film modellato su di lei, che si distacca dai ruoli classici di prorompente ingenua, avvicinandosi invece alla vera anima tormentata dell’icona di sensualità e bellezza più famosa del cinema.

Per affiancare la Monroe vengono chiamate due altre grandi icone cinematografiche dell’epoca come Clark Gable e Montgomery Clift. Anche nei ruoli secondari la produzione sceglie due ottimi caratteristi del calibro di star come Eli Wallach e Thelma Ritter. La macchina da presa è affidata al maestro John Huston che dirige il cast – non senza problemi soprattutto a causa degli infiniti ritardi della protagonista sul set – in maniera superba.

Approdiamo a Reno, la città del Nevada famosa per i suoi casinò e la rapidità con cui si ottengono i divorzi, dove l’avvenente ma irrisolta Roslyn Tabor (la Monroe) è arrivata apposta per separarsi da suo marito Raymond (Kevin McCarthy). La donna ha preso in affitto una camera dalla signora Isabelle (una bravissima Thelma Ritter), anche lei giunta molti anni prima a Reno per divorziare.

Per brindare alla nuova libertà Roslyn e Isabelle si siedono al tavolo di un casinò dove incontrano Guido (Eli Wallach) il meccanico che la mattina stessa ha rimorchiato l’auto ammaccata della donna. L’uomo presenta alle due il suo amico Gay Langland (Clark Gable), uno degli ultimi veri cowboy del Paese, con il quale decidono di passare qualche ora nella casa che il meccanico possiede fuori città.

Nonostante la differenza anagrafica, fra Roslyn e Gay scatta la scintilla, anche se l’uomo le confessa di essere stato già sposato e avere una figlia pressapoco della sua età. Gay, per sbarcare il lunario e non avere un padrone, periodicamente assieme a Guido sale sui monti per catturare i pochi esemplari di cavalli mustang rimasti a piede libero. Per farlo però ha bisogno di un altro cowboy e lo trova in Perce (Montgomery Clift) un giovane sconsolato che vive partecipando ai rodei in giro per il Paese.

Il gruppo così parte per i monti dove Guido afferma di aver avvistato dal suo vecchio aereo una mandria di almeno quindici mustang. Poco prima di andare a caccia Roslyn scopre che i cavalli che verranno catturati saranno destinati al macello per diventare alimenti per altri animali. La cosa la sconvolge e chiede agli altri di abbandonare l’impresa. Ma Gay non accetta ordini da nessuno e così assieme a Guido e a Perce comincia a catturare i cavalli che in realtà sono solo sei…

Indimenticabile pellicola che anticipa di molto il declino del leggendario West, aprendo il filone del western crepuscolare, come lo sono tutti i personaggi di questo film, e forse proprio per questo alla fine alcuni di loro riusciranno a salvarsi. Oltre alla splendida e visibilmente sofferente Monroe (alla sua ultima pellicola che uscirà nelle sale) Huston non a caso le affianca Gable e Clift, due stelle di prima grandezza che in quel momento però stanno vivendo un momento artistico – e personale – di grande difficoltà.

Se il primo non può più competere col fascino e con la prestanza fisica e scenica del leggendario Rhett Butler che aveva interpretato oltre vent’anni prima (e proprio il rifiuto di avvalersi di una controfigura per girare le scene più pericolose e faticose, oltre al suo incontenibile tabagismo, per molti fu alla base dell’infarto che lo stroncò dodici giorni dopo aver terminato le riprese); il secondo è reduce dal grave incidente automobilistico che nel 1956 gli ha deturpato il volto (fra i primi soccorritori ci furono Elizabeth Taylor assieme allo stesso Kevin McCarthy), facendogli perdere la sensibilità di quasi tutta la parte destra. Ma non solo, Clift deve convivere con l’umiliante dissimulazione della sua omosessualità per poter continuare a lavorare nella Hollywood di quegli anni ipocrita e bacchettona.

Il maestro Huston riesce a far trasparire questi dolori interni personali degli attori davanti alla macchina da presa creando un’alchimia unica che bilancia alla perfezione i due personaggi attorno a Roslyin. Ma anche il machismo di Gay non è più quello di Ringo/John Wayne in “Ombre rosse”. Così come i mustang, che qualche decennio prima a centinaia popolavano liberi e indomabili le montagne del Nevada, anche i cowboy ormai stanno vivendo i loro crepuscolo esteriore e interiore non potendosi opporre alla società americana che così rapidamente sta cambiando.

Anche a distanza di molti decenni sono palesi però i difetti della sceneggiatura troppo verbosa di Arthur Miller (famosissimo autore di teatro che io però personalmente non amo troppo reputandolo inesorabilmente legato al suo tempo e non riuscendo, soprattutto, a tollerare e separare dalla sua arte la sua meschina vicenda di padre, alla pari di quella di Pablo Neruda) salvata però dal grande Huston che riesce ad alleggerirla grazie anche a delle sequenze con panoramiche ancora oggi avvincenti e memorabili, raccontando superbamente la storia apparentemente “banale” di coloro che vivono ai margini: i disadattati del titolo originale.

Con i suoi pregi e i suoi difetti, una pietra miliare della storia del cinema.

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“Avvenne domani” di Renè Clair

(USA, 1944)

L’irlandese Lord Dunsany (1878-1957) – il cui vero nome era Edward John Moreton Drax Plunkett, Barone di Dunsay – è stato uno scrittore e drammaturgo noto per le sue opere fantastiche, che molti paragonano al suo contemporaneo e giustamente più famoso Herbert George Wells.

Il suo atto unico “Jest of Haha Laha” suscita l’interessa del mondo del cinema tanto che anche Frank Capra pensa di adattarlo, ma alla fine arriva sul tavolo di Renè Clair che assieme a Dudley Nichols (autore di script di film come “Ombre rosse” o “Il traditore” diretti dal grande John Ford) scrive la sceneggiatura di quello che diverrà uno dei film più famosi del regista francese realizzati sul suolo americano.

L’opera di Dunsany, come molte del maestro H.G. Wells, pone un quesito ancestrale nella storia dell’essere umano: davvero, potendo, vorremmo conoscere il nostro futuro?

Siamo agli inizi degli anni Quaranta, pronti ad assistere ai festeggiamenti per le nozze d’oro che gli anziani Larry (Dick Powell) e Sylvia (Linda Darnell) vogliono condividere assieme a tutti i loro discendenti. Ma Larry non può fare a meno di raccontare come “incredibilmente” loro due si sono conosciuti qualche decennio prima… quando Lawrence “Larry” Stevens, scapolo impenitente, è solo un modesto scrittore di necrologi per il giornale locale.

Il suo sogno è quello di fare lo scoop dell’anno e poter diventare una firma da prima pagina. Una sera, insieme ad alcuni colleghi, assiste allo spettacolo dell’”incredibile Oscar” (Jack Oakie) un illusionista che assieme alla sua giovane e avvenente nipote Sylvia (Linda Darnell) afferma di poter leggere il futuro.

Tornati in redazione i colleghi lo prendono costantemente in giro perché Larry continua a sognare di poter conoscere il futuro per scrivere un pezzo memorabile e diventare un giornalista famoso. Sentendolo parlare, il vecchio archivista Pop Benson (John Philliber) memoria storica della testata fin dai tempi lontani della sua fondazione, gli chiede a quattrocchi se è davvero disposto a conoscere il futuro e così, senza che gli altri se ne accorgano, gli consegna un copia del giornale …del giorno dopo.

Larry non prende troppo sul serio Pop e afferra distratto il foglio che l’anziano gli pone, ascoltando distrattamente gli avvertimenti che poi gli sussurra sul pericolo mentale e fisico di conoscere il proprio futuro. Solo rientrato nella sua camera in affitto Larry legge attentamente il giornale e scopre che in prima pagina c’è un suo articolo dedicato alla rapina che la mattina successiva verrà commessa al teatro dell’Opera…

Deliziosa commedia fantastica che con garbo e ironia ci parla di uno dei desideri più profondi e al tempo stesso più pericolosi che, almeno una volta nella vita, ogni essere umano ha espresso. Copiata e citata innumerevoli volte, questa pellicola è stata anche di ispirazione di altri capolavori cinematografici, come l’immortale “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, tanto per citarne solo uno.

Da vedere, anche se si è letto prima …il finale!

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“Vatican Girl: la scomparsa di Emanuela Orlandi” di Mark Lewis

(UK/Italia, 2022)

Il 22 giugno del 1983 scompare Emanuela Orlandi, una quindicenne romana “come tante”, che inspiegabilmente non rientra a casa. Ma Emanuela è una giovane abitudinaria e così i suoi familiari si allertano subito. Nello stesso giorno Giovanni Paolo II torna per la prima volta da Pontefice in Polonia.

E’ una vista epocale: la Polonia fa parte del blocco sovietico e l’ingombrante viaggio del Santo Padre è un chiaro attacco al regime di Mosca, visto poi che Karol Wojtyła ha chiaramente affermato di voler riportare il cattolicesimo oltre cortina e, soprattutto, appoggia pubblicamente e materialmente “Solidarność”, il sindacato fondato nel 1980 nei cantieri navali di Danzica e guidato da Lech Wałęsa che è diventato una delle più imponenti spine nel fianco del blocco sovietico.

A Roma, intanto, solo il giorno dopo viene fatta redigere la denuncia di scomparsa della giovane Orlandi, che gli inquirenti considerano uno dei numerosi – in quell’epoca – allontanamenti volontari di giovani adolescenti.

La famiglia Orlandi precipita naturalmente nella disperazione perché Emanuela sembra essersi volatilizzata nel nulla, senza lasciare traccia. Pochi giorni dopo, inaspettatamente, anche Giovanni Paolo II rientrato in Vaticano, all’Angelus lancia un appello ai “responsabili” della scomparsa di Emanuela. Ercole Orlandi, disperato, decide di pubblicare un’inserzione su un noto quotidiano romano chiedendo informazioni sulla figlia, mettendoci anche il numero di telefono di casa.

Cosa che fanno anche sui manifesti che stampano a loro spese a che vengono attaccati su quasi tutti i muri di Roma. Manifesti che io personalmente ricordo benissimo, visto che era quasi impossibile non incontrali camminando per la capitale, e che nel bene e nel male hanno segnato l’iconografia sociale di quegli anni. Inizia così un nuovo tormento per gli Orlandi: le continue vessazioni da parte di mitomani e sciacalli.

Ma fra le centinaia di telefonate arriva anche quella anonima di un uomo che possiede notizie attendibili su Emanuela. E in una di queste afferma che la ragazza è stata rapita e sarà rilasciata solo dopo la scarcerazione di Mehmet Ali Ağca, l’autore dell’attentato a Giovanni Paolo II avvenuto in piazza San Pietro il 13 maggio del 1981. La cosa cambia immediatamente la prospettiva della scomparsa di Emanuela che viene prepotentemente messa al centro dell’attenzione di tutti i media, e non solo italiani.

La Orlandi così non è più una ragazza “come tante”, ma è la vittima di un complotto internazionale al centro della guerra fredda fra Occidente e Oriente. A casa sua arrivano gli uomini dei Servizi Segreti italiani che prendono in mano la situazione. Al “Corriere della Sera” è un giovane reporter romano che si occupa del caso: Andrea Purgatori. E’ lui stesso a raccontarci, in questa ottima serie in 4 puntate, il corso delle sue indagini, parallele a quelle degli inquirenti.

Dopo le prime telefonate e l’associazione di Emanuela ad Ağca, l'”americano” – così viene chiamata la persona che le effettua, grazie al suo marcato accento inglese – inizia a contraddirsi e a non seguire una linea precisa. Per questo Purgatori si rivolge a una delle sue fonti, che in quel momento ha un ruolo di rilievo nei nostri Servizi Segreti, la quale gli esprime la massima perplessità sulla tesi che in quel momento va per la maggiore, e cioè che dietro il rapimento di Emanuela ci sia il KGB, l’intelligence sovietica, che non sarebbe assolutamente così vago e contraddittorio.

Allora Purgatori concentra l’attenzione su un’altra pista, una pista legata alla finanza vaticana che attraverso l’Arcivescovo Paul Marcinkus, presidente dello IOR – l’Istituto per le Opere Religiose, la banca del Vaticano – si era legata al Banco Ambrosiano e al suo presidente Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra esattamente un anno prima. E Purgatori ipotizza proprio nelle centinaia di miliardi di lire che lo IOR versa a “Solidarność”, soldi che escono dai vari giri finanziari a cui partecipa anche la criminalità organizzata – che allora a Roma era la famigerata Banda della Magliana – il motivo di scontro che ha portato al rapimento di Emanuela Orlandi, prima cittadina vaticana a scomparire nella storia.

L’articolo non riscuote apparentemente un particolare successo, ma l’allora direttore del Corriere Alberto Cavallari chiede al giornalista di “fare un passo indietro” e occuparsi di altro. Andrea Purgatori così comprende di avere toccato un nervo scoperto e molto delicato, probabilmente assai vicino alla verità.

Passano gli anni ma di Emanuela non si hanno più tracce, e la famiglia Orlandi deve accettare di vivere con l’atroce consapevolezza di non poter portare neanche un fiore sulla sua tomba. La situazione cambia quando nel 2005, pochi mesi dopo la morte di Wojtyła un anonimo, attraverso la trasmissione “Chi l’ha visto?”, pone i riflettori sulla tomba di Enrico De Pedis, detto “Renatino”, boss indiscusso della Banda della Magliana, freddato in strada nei pressi di Campo de’ Fiori nel 1990, e che risulta tumulato incredibilmente e “inspiegabilmente” presso la Basilica di Sant’Apollinare nel cuore di Roma, edificio adiacente a quello della scuola di musica, ultimo luogo noto dove venne vista Emanuela Orlandi.

Sulla scia di queste nuove rivelazioni venne rintracciata una delle amanti del De Pedis all’epoca del rapimento, che dichiara di avere tenuto lei prigioniera, nella sua casa al mare sul litorale romano, Emanuela Orlandi per qualche giorno su richiesta proprio del suo amante. Secondo la donna, la ragazza era continuamente drogata per non dare problemi. Dopo alcuni spostamenti, fu lei stessa – sempre secondo la sua testimonianza – su incarico del De Pedis a consegnarla a un prelato proprio nei pressi delle mura vaticane.

Le teorie prendono un’altra piega e gli inquirenti cercano nuove conferme e nuove piste, tutte comunque portano inesorabilmente dentro le mura dello Stato più piccolo del mondo. Un nuovo elemento che pone un ulteriore punto di vista è la recente testimonianza di una allora compagna di scuola della Orlandi secondo la quale la stessa, pochi giorni prima di scomparire, le aveva confessato di essere stata gravemente “molestata” durante il suo solito girovagare nei giardini vaticani da un’importante personalità molto vicina al Papa, come ad esempio avrebbe potuto essere Marcinkus.

Purtroppo i casi di pedofilia e molestie sessuali riconducibili al Vaticano e al suo clero fanno ormai parte della storia recente, ma allora non era concepibile neanche sussurrarli. E così chi avrebbe creduto a una ragazzina? …Si chiede in lacrime oggi la donna. Le ipotesi sono molte, come quella di un ricatto da parte del De Pedis al Vaticano tramite proprio la giovane Emanuela vittima suo malgrado di un abuso da parte di un alto prelato.

A quasi quarant’anni dalla sua scomparsa l’unica cosa certa è che dietro le mura vaticane si nascondono la dinamica e la conclusione – se non tutte almeno una buona parte – del rapimento e della vita di una giovane adolescente romana. Come ci ricorda Purgatori, però, sono duemila anni che la Santa Sede è uno dei più potenti centri di potere mondiali, e quindi allo stesso tempo è anche luogo di complotti e lotte intestine senza esclusioni di colpi. Lotte e scontri che hanno avuto forse come tragico “effetto collaterale” la vita di una giovane e innocente ragazza e di tutta la sua famiglia che ancora oggi vive nello strazio del dubbio e dell’ignoto.

Quello che ancora oggi lascia sconcertati è vedere le immagini di repertorio in cui Giovanni Paolo II, poche settimane dopo la sua scomparsa, si reca a casa Orlandi per consolare i familiari di Emanuela, lui che indiscutibilmente come Papa la verità l’avrebbe dovuta sapere. Ma la Santa Sede non ha mai espresso l’intenzione di collaborare reputando la scomparsa della Orlandi un evento consumatosi sul suolo italiano e non vaticano. Anche con questa serie, per esempio, la Santa Sede non ha voluto collaborare.

Da vedere.

“Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” di Tomm Moore e Ross Stewart

(Irlanda/Lussemburgo/Francia, 2020)

L’artista Tomm Moore, dopo i bellissimi lungometraggi animati “La canzone del mare” e “The Secret of Kells“, torna a raccontarci una storia fantastica la cui protagonista è una bambina schiacciata dagli adulti e soprattutto dal ruolo che questi le vogliono incatenare addosso.

Siamo nell’oscuro, selvaggio e superstizioso periodo dell’inizio della colonizzazione nel Nuovo Mondo. I coloni inglesi, nella tragica tradizione del loro spirito imperialistico, hanno messo mani e piedi sul nuovo e ricco continente, tutto da sfruttare e conquistare.

Il duro e implacabile Lord Protector gestisce con fermezza la giustizia e la vita pubblica nella città che è sorta al limite di un enorme bosco. Ed è proprio questo sconfinato intreccio di tronchi, rami, rocce e corsi d’acqua che più di ogni altra cosa terrorizza gli abitanti. Perché ogni volta che qualcuno tenta di tagliare gli alberi per ampliare i campi e le coltivazioni, un famelico branco di lupi attacca senza pietà.

Per questo Lord Protector ha incaricato il cacciatore Bill Goodfellowe di sterminarli tutti. Bill, anche lui giunto da poco dal vecchio continente, vive con la sua piccola figlia Robyn. Nel loro paese natale i due andavano solitamente a caccia insieme, ma nel nuovo mondo, sotto le bigotte e ferocemente patriarcali regole di Lord Protector, una bambina deve solo pensare a curare la casa e servire e riverire prima il padre e poi il marito che il Signore, sempre che si comporti secondo i ferrei dettami che indicano i libri sacri, le concederà.

Ma Robyn, per il suo carattere e la sua storia, proprio non riesce ad adeguarsi alle nuove e severe regole che la costringono a occuparsi solo di cucina e pulizia, dovendo sempre abbassare lo sguardo quando un uomo le rivolge la parola. Così un giorno, senza permesso, segue il padre nel bosco. Lì incontra un giovane lupo che scopre essere in realtà Mebh, una giovane donna come lei, che però è una Wolfwalker: un essere umano la cui anima, ogni volta che dorme, prende il corpo di un lupo.

Mebh, assieme a sua madre Moll anche lei una Wolfwalker, è alla guida del branco di lupi che terrorizza la città. Mentre Mebh tenta di liberare Robyn da una trappola per lupi che suo padre ha sistemato nel bosco, involontariamente la morde ad un braccio, cosa che cambierà la storia di tutti…

La sceneggiatura, scritta da Will Collin, è tratta da un soggetto degli stessi Tomm Moore e Joss Stewart, che realizzano un film d’animazione davvero di ottimo livello. Con disegni che creano atmosfere magiche e indimenticabili, viviamo la storia di una bambina che, fortunatamente, riesce a liberarsi della gabbia che la società di allora, oscurantista e vergognosamente maschilista, le imponeva.

Non è un caso, quindi, che il branco di lupi è comandato, con rispetto e saggezza, da due donne che fanno da contraltare al meschino e ottuso Lord Protector, simbolo infame del più spietato patriarcato.

Come le altre pellicole di Moore, anche questa è da vedere e godere fino all’ultimo fotogramma. Fra i numerosi premi che vince in tutto il mondo “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” riceve anche una candidatura all’Oscar come miglior film d’animazione.

“La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.6” di Yaro Abe

(BAO Publishing, 2022)

Dite quello che volete, ma io non mi stanco mai di leggere le ricette/storie che Yaro Abe disegna ambientandole nella Taverna più famosa – nell’ambito dei manga – di Tokyo.

Anche in questo sesto volume il cibo è il viatico per narrare le “piccole” vicende intime e personali degli avventori che nella Taverna entrano per mangiare, di solito, il loro cibo preferito. Cibo che spesso rappresenta o ricorda un’emozione profonda e particolare della loro esistenza.

Ma, come nella vita, non tutte le storie finiscono come il loro protagonista vorrebbe. Così, nella grande tradizione culinaria orientale, quasi tutti i piatti quindi hanno un sapore …agrodolce.

Come sempre: buon appetito e buona lettura!

I volumi precedenti sono: “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.2“, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.3”, “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories Vol.4”, “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories vol.5” e “La Taverna di Mezzanotte – Tokyo Stories vol.7”.

Inoltre, su Netflix, è disponibile la serie giapponese “Midnight Diner: Tokyo Stories” deliziosa e saporita come il manga da cui è tratta.

“Ditegli sempre di sì” di Eduardo De Filippo

(Italia, 2022)

Nel 1927 Eduardo De Filippo scrive per il fratellastro Vincenzo Scarpetta la farsa “Chill’è pazzo!” che verrà messa in scena per la prima volta il 7 aprile del 1928 al Teatro Manzoni di Roma. Eduardo prende spunto da “O miedeco d’e pazze” (“Il medico dei pazzi”) farsa di grande successo scritta dal padre Eduardo Scarpetta nel 1908.

Ma Eduardo De Filippo sviluppa il tema “chi è pazzo e chi è normale?” e grazie all’influenza di Luigi Pirandello – drammaturgo tanto amato da De Filippo e con cui le stesso Eduardo assieme ai fratelli Titina e Peppino collaborò sul palcoscenico – va oltre la semplice farsa, e crea una commedia tragicomica, che domanda al pubblico, senza false ipocrisie: chi è sicuro di sapere con certezza che cos’è la pazzia e che cos’è la normalità?

Nel 1932 la compagnia del Teatro Umoristico De Filippo, composta dai tre fratelli ormai affrancatisi da Vincenzo Scarpetta, la ripropone col titolo “Ditegli sempre di sì” con la regia della stesso Eduardo che interpreta il protagonista Michele Murri, e alleggerisce il testo dei numerosi intrecci tipici della farsa eliminando anche alcuni personaggi secondari, centrando l’opera sulla dicotomia normalità/pazzia.

Nel 1982, alla Biennale di Venezia, Eduardo porta in scena una nuova importante edizione – dopo quella del 1962 ripresa dalla Rai – dove però cura solo la regia, a interpretare Michele Murri è suo figlio Luca De Filippo che purtroppo scompare prematuramente nel 2015. A possedere oggi i diritti del teatro di Eduardo è Carolina Rosi, ultima compagna di vita di Luca De Filippo, che nel 2019 decide di riportarla in scena impersonando Teresa Lo Giudice, sorella di Michele Murri. La regia è curata da Roberto Andò che rimane abbastanza fedele a quella di Eduardo.

Sulle note travolgenti de “La forza del destino” di Giuseppe Verdi entriamo in casa di Teresa Lo Giudice dove torna, dopo un anno passato in manicomio a causa di un grave esaurimento nervoso, il fratello Michele Murri (Tony Laudadio). Teresa ha nascosto a tutti il ricovero forzato del fratello che ha fatto passare per un non ben dettagliato viaggio all’estero di lavoro.

Secondo Teresa, il definitivo recupero di Michele non può che passare per un matrimonio combinato, e nello specifico con Evelina (Federica Altamura) figlia del suo vicino nonché padrone di casa Giovanni Altamura (Antonio D’Avino). Ma a complicare la situazione, oltre all’instabilità di Michele, c’è anche Luigi Strada (Andrea Cioffi) lo squattrinato e sfaccendato inquilino di Teresa che è costretto a lasciare la sua camera a Michele, ed è innamorato di Evelina ma inviso al padre Giovanni…

Grazie a tutto il cast e soprattutto alle interpretazioni di Tony Laudadio e Andrea Cioffi, nonché alla regia di Andò, riviviamo con piacere e gusto una delle prime commedie del maestro Eduardo. Sono passati quasi cento anni dalla sua stesura, ma l’opera del grande drammaturgo napoletano graffia e fa riflettere come se fosse stata scritta ieri. L’ennesima dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, del genio assoluto e immortale di Eduardo.

Così come deve fare il teatro vero e sincero, questa commedia ci fa riflettere anche nello specifico sulla cura e la gestione delle persone con gravi problemi mentali. Purtroppo la Legge “Basaglia” del 1978, in quest’ultimo periodo, sta pericolosamente “passando di moda” visto che dopo lo scoppio della pandemia di Covid-19 sono sempre di più quelli che vorrebbero una Sanità puntata esclusivamente al profitto.

Eduardo: …quanto ci manchi!

“Hitchcock-Truffaut” di Kent Jones

(Francia/USA, 2015)

Nel 1962, dopo una fitta corrispondenza, Alfred Hitchcock accetta l’intervista propostagli dal giovane critico e cineasta francese Francois Truffaut.

Il regista inglese, reduce dal successo planetario del suo superbo “Psyco” che di fatto ha cambiato il modo di fare e vedere il cinema, è curioso dell’interesse di Truffaut – che ha al suo attivo, allora, solo tre film – uno dei rappresentati di spicco della Nouvelle Vague che dalla Francia, e dalle scrivanie della rivista “Cahiers du cinéma” fondata da André Bazin nel 1951, sta rivoluzionando il modo di pensare al cinema e, soprattutto, sta riscoprendo e rivalutando i “vecchi” maestri.

Negli Stati Uniti Hitchcock è considerato soprattutto un grande intrattenitore e, oltre al cinema, la sua fama è legata alle serie televisive che cura e presenta. Ma Truffaut vuole intervistare e conoscere alla radice la tecnica e la genialità di quello che lui – assieme ai cineasti della Nouvelle Vague – considera un vero e proprio maestro assoluto, e comprendere meglio anche il ruolo focale di Alma Reville, compagna di lavoro di Hitchcock dagli inizi e poi divenuta sua compagna di vita, che molti considerano geniale come il marito, soprattutto in sede di montaggio.

I due si vedranno in un ufficio degli studi dell’Universal per una settimana coadiuvati da Helen Scott che tradurrà dal francese all’inglese e viceversa. Finita la settimana e l’intervista fra i due grandi cineasti nascerà una profonda amicizia fatta di stima e affetto che proseguirà fino alla morte di Hitchcock avvenuta nel 1980. Per questo, nel corso degli anni, i due si scambieranno regolarmente lettere e telegrammi con opinioni e consigli sulle rispettive opere.

Sistemando il materiale scaturito da quella incredibile settimana, nel 1966 Truffaut pubblica il libro “Il cinema secondo Hitchcock” che diventa di fatto una pietra miliare e un testo fondamentale della letteratura cinematografica, indispensabile anche per chi semplicemente ama il cinema, e non solo quello del maestro inglese. Testo che con gli anni diventa un vero e proprio manuale per tutte le generazioni di cineasti.

A documentare quell’intervista ci sono le fotografie in bianco e nero scattate da Philippe Halsman e la registrazione audio. Questo ottimo documentario, scritto dallo stesso Kent Jones assieme a Serge Toubiana, la ripercorre con l’aggiunta di immagini di archivio e interviste a vari cineasti come Martin Scorsese, David Fincher, Peter Bogdanovich e Paul Schrader che raccontano l’impatto del libro nella loro carriera.

A pochi mesi dalla sua morte, a Hitchcock venne assegnato un prestigioso premio televisivo – sì, sì: televisivo e non …cinematografico, che rappresenta tristemente il suo unico vero riconoscimento pubblico ricevuto in vita – e per consegnarlo venne chiamato lo stesso Truffaut che disse: “…Voi qui lo chiamate semplicemente Hitch, ma noi in Francia invece lo chiamiamo …Monsieur Alfred Hitchcock!”.

Da vedere.

“Un colpo di fortuna” di Preston Sturges

(USA, 1940)

Preston Sturges (1898-1959) è stato il primo grande sceneggiatore e regista di Hollywood. Ha firmato script di pellicole deliziose e allo stesso tempo graffianti, colme di satira verso la parte più opulenta e viziata della società, e non solo quella americana.

Dopo il suo folgorante esordio dietro la macchina da presa con “Il grande McGinty” (sempre del 1940 e frutto di un accordo economico molto favorevole alla casa di produzione, che lo rese però di fatto assai libero e con poche ingerenze) Sturges scrive e dirige questa deliziosa commedia dedicata al successo e ai suoi lati più oscuri e ridicoli, tratta dal suo script “A Cup o Coffee” che poi prenderà il titolo originale “Christmas in July”.

New York, Jimmy MacDonald (Dick Powell) lavora come contabile presso la Baxter Ltd, una grande azienda che produce numerosi prodotti fra cui anche il caffè. Nello stesso edificio lavora Betty Casey (Ellen Drew) sua storica vicina di casa nell’allora molto povero West End, e sua fidanzata. Ma i soldi sono pochi e non bastano per metter su famiglia e così Jimmy sogna di vincere il lauto premio di 25.000 dollari che ha messo in palio la Maxford Ltd per trovare il nuovo slogan della campagna pubblicitaria per promuovere il suo caffè. Concorso a cui hanno partecipato oltre due milioni di persone e che tiene col fiato sospeso tutto il Paese.

Mentre la giuria della Maxford non riesce a mettersi d’accordo per premiare lo slogan migliore, tre colleghi di Jimmy, sentendo del suo sogno e della sua partecipazione al concorso, per burlarlo, preparano un finto telegramma che lo proclama vincitore.

Ma Jimmy, preso dall’euforia, non dà il tempo ai tre di confessare l’inganno e, dopo aver chiamato Betty, sale sulla sua scrivania e annuncia a tutti, compresi il capoufficio e il signor Baxter in persona, la sua clamorosa vittoria. Il suo successo, a cascata, ne trascina altri. Infatti Baxter lo promuove seduta stante nuovo responsabile della pubblicità della ditta.

Anche quando, ingenuamente, Jimmy si presenta da Maxford per ritirare l’assegno, questi contento che finalmente il concorso abbia un vincitore, va poco per il sottile e gli consegna la lauta somma. Denaro col quale Jimmy e Betty corrono subito a fare i regali a tutti gli abitanti della loro strada. Ma…

Deliziosa e immortale commedia che ci racconta molto bene le dinamiche del successo e di come questo possa influenzare nel bene e nel male anche gli altri. Con battute indimenticabili Sturges dirige un film che non possiede neanche un fotogramma privo di potenza narrativa e ironia, senza esclusione di colpi. Lui che venne davvero “travolto” dal successo e che nella seconda parte della sua carriera, finito il suo periodo d’oro, non riuscì più a rialzarsi.

Raccontano le cronache dell’epoca che proprio a partire dal successo di questo film Sturges divenne uno degli artisti più pagati di Hollywood tanto che la Rolls Royce realizzò appositamente per lui un’automobile. Le stesse cronache poi, nel decennio successivo, lo vedevano elemosinare una bevuta fra i bistrot di Parigi, città nella quale si era trasferito tentando di riprendersi artisticamente.

Fra le migliori commedie americane, e non solo, degli anni Quaranta.

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“Gli esami non finiscono mai” di Eduardo De Filippo

(Italia, 1976)

Il 21 dicembre del 1973, al Teatro della Pergola di Firenze – dopo due anteprime riservate ai giovani sotto i 21 anni – va in scena la prima della commedia con prologo in tre atti “Gli esami non finiscono mai” di Eduardo De Filippo. Finita di scrivere nel ’72, ma nata nella testa del suo autore già negli anni Quaranta, rappresenta l’ultima opera inedita rappresentata del grande drammaturgo napoletano.

Attraverso il racconto della vita del suo protagonista, Guglielmo Speranza interpretato dallo stesso autore, assistiamo alla storia della sua esistenza dal giorno in cui si laurea a quello della sua morte. Esistenza segnata implacabilmente dagli infiniti “esami” che la vita gli riserva in ogni campo. Con il diploma di laurea in mano – il “pezzo di carta” come lo ha sempre chiamato suo padre – Guglielmo festeggia con i suoi colleghi, fra cui spicca Furio La Spina (Luca De Filippo) il cui rapporto lo accompagnerà nel bene e soprattutto nel male per molti decenni, dichiarando ingenuamente certo che da quel giorno – …finalmente! – non dovrà più sottoporsi ad alcun esame.

Ma poco dopo, proprio andando a chiedere ufficialmente la mano della sua giovane fidanzata Gigliola (Angelica Ippolito), Guglielmo si dovrà sottoporre già ad un nuovo esame: quello della famiglia di lei. Così come raccontato nel prologo dallo stesso Guglielmo direttamente al pubblico, col passare degli anni – sancito anche da una cantante di strada, interpretata da Isa Danieli, che intona canzoni e indossa costumi del momento storico in cui si svolge l’azione – la vita lo sottopone a infinite prove e soprattutto al “giudizio” spietato degli altri, della “gente” che, come canta sublimemente il maestro Fabrizio De Andrè: “…dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio”. Esami che, feroci e ipocriti, continueranno anche dopo la sua morte…

Eduardo ci regala un’opera indimenticabile che ci racconta il “consuntivo” della propria esistenza che traccia un uomo forse ingenuo, certamente non senza colpe, che però è stato sempre stretto e soffocato dalle apparenze. Apparenze delle quali è schiavo e alle quali, anche quando la vita sembra offrigli l’occasione di “cambiare”, non può sottrarsi.

La struttura a quadri de “Gli esami non finiscono mai” ricalca quelle già sperimentate da Bertolt Brecht in molte delle sue opere. La figura del narratore che racconta al pubblico il passare del tempo fra una scena e l’altra è presente in “Piccola città” di Thornton Wilder, opera della quale lo stesso Eduardo, negli anni Quaranta, aveva fatto una fortunata parodia.

Ma il dialogo diretto col pubblico, Eduardo lo ha sempre usato in tutte le sue opere. Un dialogo pacato ma sincero, spesso con voce bassa e rotta dalla commozione o complice e serena come quello immortale in “Questi fantasmi” in cui al professore/pubblico spiega la preparazione del caffè.

Altro elemento straordinario della commedia è il costume di Guglielmo. Le cronache del tempo ci raccontano di come Eduardo si sia consigliato con costumisti e scenografi per realizzare un costume il più astratto possibile, visto che per lui l’abito indossato da un’attrice o un attore sul palco era parte integrante del carattere del personaggio. E così Guglielmo Speranza, per tutta la commedia, indossa un abito che sembra molto anonimo e fuori dal tempo che scorre, così come dovrebbe essere l’anima di un essere vivente. Abito e trucco cambieranno solo alla fine, al suo funerale, quando non sarà più lui a decidere come vestirsi, ma gli altri – la gente! – gli metteranno la maschera che reputano la più adatta per fargli lasciare questo mondo.

Un capolavoro assoluto frutto di un genio assoluto del nostro Novecento.

Genio che oggi tutti ricordano e lodano – mai abbastanza – in tutti i campi della nostra cultura. Ma durante la sua esistenza Eduardo se ha sempre avuto l’affetto incondizionato del suo amato pubblico, di riconoscimenti ufficiali e “di palazzo” – come diceva lui – ne ha avuti pochi. Almeno fino agli inizi degli anni Settanta quando l’Accademia Nazionali dei Lincei gli conferisce il premio internazionale “Antonio Feltrinelli” 1972 per il Teatro, che consisteva in una somma di venti milioni di lire di allora. Premio che gli verrà consegnato alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone proprio nella sede storica dell’Accademia.

Nello stesso anno Eduardo viene invitato a Londra a presentare la sua “Napoli milionaria”. Nel 1973, sempre a Londra, Franco Zeffirelli mette in scena “Sabato, domenica e lunedì” con nel cast, fra gli altri, Lawrence Olivier e Joan Plowright, rappresentazione che vincerà l’Evening Standard Drama Award 1973, come miglior commedia dell’anno.

Ma c’è, comunque, chi nel “palazzo” storce il naso e non considera l’opera del nostro secondo drammaturgo più tradotto e rappresentato al mondo – secondo solo a Luigi Pirandello – cosa da poco e di basso rango – forse come le sue origini… – le sue opere, che ben poco hanno a che fare con quelle vette alte della “vera” cultura. Alcuni accademici, infatti, raccontò lo stesso Giovanni Macchia, borbottarono amareggiati: “Quest’anno abbiamo dato il nostro grande premio a …un guitto!”.

Nel 1974, al Teatro Eliseo di Roma, durante una rappresentazione della commedia Eduardo ha un malore causato da una grave insufficienza cardiaca e i medici gli propongono un pacemaker. All’inizio il drammaturgo è restio, ma alla fine acconsente per offrirsi “ancora un poco” al suo pubblico. Poco dopo Eduardo torna trionfalmente sulle scene. E sempre per tenere fede al suo rapporto profondo e sincero con platea e loggione, dopo ogni rappresentazione intrattiene il pubblico leggendo i messaggi d’affetto che riceve da tutto il mondo ogni giorno.

Al termine di due intense stagioni di repliche Eduardo realizza la versione per la televisione che è quella che noi oggi possiamo fortunatamente vedere, con le musiche di Roberto De Simone e che viene trasmessa dalla RAI nel gennaio del 1976. Nel cast è presente anche Paolo Graziosi nel ruolo del veterinario amico di Guglielmo, unico estraneo che lui ammette al suo capezzale da quando ha scelto di non parlare più.

Menomale che nel nostro Paese ci sono anche i guitti!

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“Fairy Tale” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2022)

C’era una volta …il terrore.

Charlie Reade è un diciassettenne alto oltre 190 centimetri e dal peso che supera i 100 chili. Viste le sue dimensioni è uno dei gioielli del suo liceo quando parliamo di football o baseball. Ma Charlie possiede altre peculiarità che molti ignorano.

Sua madre, quando lui era ancora un bambino, è morta investita da un camioncino e suo padre, non riuscendo ad affrontare il lutto, è precipitato nell’alcolismo. In quel periodo, quando ogni sera doveva tornare a casa e trovare suo padre ubriaco davanti alla televisione, non si è comportato bene col mondo, commettendo piccole scorribande insieme a un suo nocivo compagno di scuola.

Ma un giorno, grazie a un ex collega, suo padre decise di disintossicarsi e così iniziò a frequentare gli Alcolisti Anonimi. In pochi ma determinati mesi suo padre tornò ad essere presente e affidabile e lui a sentire finalmente di tornare ad avere una famiglia. Così promise a se stesso di sdebitarsi appena il destino glielo avrebbe concesso.

Il destino aspettò Charlie un pomeriggio quando, tornando a casa, passò davanti alla vecchia casa posta in cima alla strada dove abitava. Quell’edificio, gli abitanti della zona, lo chiamavano da sempre “La casa di Pyscho”, sia per l’inquietante somiglianza architettonica con quella del capolavoro di Hitchcock, sia perché lì ci abitava Howard Bowditch, un anziano solitario e scontroso che possedeva un cane feroce e molto aggressivo.

Se Charlie, nel corso degli anni, aveva incontrato qualche volta casualmente il signor Bowditch, non aveva mai visto il suo cane che un suo compagno di classe assicurava essere famelico e spietato. Ma quel pomeriggio, passando accanto al recinto della casa, Charlie lo sentì mugolare in maniera inconsolabile. Fermandosi e mettendosi ad ascoltare con attenzione il giovane sentì anche la voce di un uomo chiedere aiuto. Dopo aver scavalcato la recinzione e voltato l’angolo della casa Charlie trovò in signor Bowditch a terra con una gamba spezzata con accanto un vecchio e ammaccato cane lupo.

Mentre puliva le grondaie l’uomo era caduto dalla scala e grazie al suo cane, che era una femmina e si chiamava Radar e naturalmente a Charlie, venne soccorso prima che la situazione diventasse ancora più grave. Ricoverato in ospedale e stabilizzato, prima della lunga serie di interventi che lo aspettavano, Bowditch aveva un grande problema: chi si sarebbe occupato del suo cane? E così Charlie decise di “pagare” il suo debito prendendosi lui cura di Radar e della casa dell’anziano col quale, nonostante il suo carattere complicato, riuscì ad instaurare un rapporto di fiducia.

E proprio per pagare i salatissimi conti dell’ospedale Bowditch fu costretto a rivelare al ragazzo la combinazione di una vecchia cassaforte dove teneva nascosto un secchio colmo di pepite d’oro. Le cose si complicarono quando Bowditch rivelò l’incredibile provenienza di quell’oro e, soprattutto, che nel vecchio capanno degli attrezzi sistemato nel suo giardino c’era un antichissimo e misterioso pozzo che portava in un mondo parallelo al nostro. Un mondo dove lui prese tutto quell’oro, ma che era vittima di una terribile maledizione e di un essere terrificante…

Il Re ci racconta una storia per ragazzi, ma non solo. Attraverso un mondo magico, ma anche maledetto, King ci parla dell’ancestrale dicotomia fra il bene e il male attraverso richiami velati ed espliciti ai suoi maestri fra cui spicca, naturalmente, H. P. Lovecraft. E ci ricorda, come sempre, che noi siamo quello che scegliamo di fare. Che il coraggio è quello di affrontare una situazione ingiusta e sbagliata, anche se questo comporterà il non fare ritorno.

Per quasi seicento pagine sguazziamo nella fantasia geniale del Re per il quale, come già sottolineato più di una volta, i mostri più terribili non sono per forza quelli che hanno un aspetto terribile.

Se all’apparenza può sembrare un “normale” romanzo fantasy, finita l’ultima pagina e riposto il tomo nella nostra libreria, per molto tempo ci ritroviamo a pensare ad alcuni passaggi del romanzo, che lasciano il segno.

Viva il Re!

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