Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Zen – Grogu e i nerini del buio” di Katsuya Kondô

(Giappone/USA, 2022)

Che la saga di “Guerre Stellari”, fin dal suo concepimento nella testa geniale di George Lucas, fosse fortemente legata alla tradizione e alla cultura giapponese è sempre stato molto lampante. La stessa figura dello Jedi si ispira palesemente a quella degli antichi samurai, come la Forza tocca corde e riferimenti delle filosofie orientali Zen. Per non parlare poi del casco del famigerato Lord Darth Fenner che prende chiaramente spunto da quello tradizionale dei samurai.

Non è un caso quindi che lo stesso Lucas, assieme a Francis Ford Coppola, sia stato anche il produttore di alcune pellicole giapponesi come “Kagemusha: l’ombra del guerriero” diretta dal maestro Akira Kurosawa.

Anche se ormai Lucas ha ceduto i diritti delle sue opere – compresi quelli di “Guerre Stellari” – alla Disney, il rapporto fra le sue idee geniali e la fantasia del Sol Levante è sempre molto forte, tanto da portare il mitico Studio Ghibli a realizzare – col supporto della stessa Disney – questo delizioso cortometraggio dedicato all’incredibile incontro fra Grogu – il piccolo protagonista della fortunata serie “Mandalorian” – e i nerini del buio, minuti personaggi fatti di fuliggine, creati dal maestro Hayao Miyazaki nella splendida pellicola “Il mio vicino Totoro” e ripresi nell’altrettanto splendido “La città incantata“.

Un incontro in pieno stile Zen, che non ha bisogno di nessuna parola, ma che parla brillantemente alla nostra anima e alla nostra fantasia.

Scritto e diretto da Katsuya Kondô, storico collaboratore della stesso Miyazaki, questo cortometraggio è fatto da 180 secondi di pura poesia.

“Addio Chunky Rice” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2012)

Craig Thompson (classe 1975) è considerato uno dei migliori autori di narrativa grafica contemporanei grazie a opere come questa, a “Blankets” (2003) e a “Habibi” (2011). Nel 1999 pubblica questo “Addio Chunky Rice” che gli vale un Harvey Award, uno dei premi più prestigiosi per fumetti e graphic novel americani, dedicati a Harvey Kurtzman (1924-1993) tra i più grandi autori satirici e ironici statunitensi.

Chunky Rice è una piccola tartaruga che decide di iniziare un lungo viaggio per mare con lo scopo di trovare se stesso e soprattutto la sua vera meta, che ancora non è riuscito a capire. L’unico grande dolore nel partire è lasciare Dandel, il piccolo topo con cui ha un’amicizia molto intima e profonda. Ma Dandel sa, invece, che il suo posto è lì dove vive e così non può seguire il suo più caro amico.

La partenza e la separazione sarà straziante per entrambi, e dal ponte della nave che lo sta portando dall’altra parte del mondo Chunky Rice non può che pensare al suo amore per l’amica che quasi certamente non rivedrà mai più. E dalla riva, dalla quale lo ha visto inesorabilmente allontanarsi, Dandel non può che fare lo stesso guardando amareggiata quel mare che spesso può diventare così impetuoso…

Struggente graphic novel apparentemente per i più piccoli, che affronta il tema della separazione in maniera davvero commovente e sincera. Se i disegni e i personaggi, nelle prime strisce, possono sembrare dedicati per il tratto ai bambini, più ci addentriamo nella storia più affrontiamo il doloroso tema della perdita e del dolore, e più ci rendiamo conto che sono una storia e un tema che, di solito, i piccoli non dovrebbero affrontare o conoscere. Ma la vita ci ricorda fin troppo spesso che non è sempre così…

Lo stesso Thompson, nella parte finale del volume, ci racconta che il dolore per l’abbandono subito da una sua compagna – “che lo ha lasciato per tornare con il suo ex” – è stato lo spunto per disegnare questo fumetto.

Poesia ed emozioni simili a quelle che suscita lo splendido corto animato “Father and Daughter” di Michaël Dudok de Wit.

Da leggere.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“L’incomparabile Crichton” di Lewis Gilbert

(UK, 1957)

Lo scozzese James Matthew “J.M.” Barrie (1860-1937) è noto universalmente per essere l’autore dello spettacolo teatrale “Peter Pan, il bambino che non voleva crescere” che venne messo in scena per la prima volta il 27 dicembre del 1904 a Londra. Da quel 27 dicembre il suo nome è legato indissolubilmente a Peter Pan, ma Barrie aveva già alle spalle una carriera di sagace e pungente commediografo, sempre pronto a criticare con grande ironia la più conservatrice e reazionaria aristocrazia inglese, come nel caso della graffiante commedia “The Admirable Crichton” messa in scena nel 1902.

Nel 1957 Lewis Gilbert – che poi dirigerà alcuni film della serie “007” con Roger Moore – realizza il divertente adattamento cinematografico di cui scrive anche la sceneggiatura assieme al suo storico collaboratore Vernon Harris.

Così torniamo indietro nel tempo, all’inizio del secolo – periodo in cui Barrie aveva scritto e presentato al pubblico la sua commedia – in una Inghilterra ancora molto vittoriana, nell’opulenta residenza del facoltoso Lord Loam (Cecil Parker) dove, assieme a lui, vivono le tre figlie in età da marito: Lady Mary (Sally Ann Howes), Lady Catherine (Mercy Haystead) e Lady Agatha (Miranda Connell).

A dirigere impeccabilmente la numerosa servitù della magione è il maggiordomo Crichton (Kenneth More) che puntualmente controlla e supervisiona severamente ogni suo sottoposto prima di un servizio, a partire dalle cameriere delle tre Lady, passando per gli stallieri, fino alla goffa sguattera analfabeta Lisetta (Diane Cilento).

Le idee “liberali” di Lord Loam, oltre al biasimo delle tre figlie, lo portano a ordinare a Crichton di preparare un tè a cui dovrà partecipare tutta la servitù, che siederà allo stesso tavolo dei padroni di casa che per un pomeriggio saranno “uguali” a loro. Nonostante le forti perplessità di tutti, e soprattutto quelle dello stesso Crichton, Lord Loam organizza l’evento creando non poco imbarazzo nei suoi dipendenti e il feroce sdegno delle sue figlie. La situazione precipita quando nella magione giunge Lady Brocklehurst (Martita Hunt), fra le più influenti nobildonne d’Inghilterra, nonché madre del futuro fidanzato di Lady Mary.

Lady Brocklehurst, oltre a rimanere profondamente scandalizzata dalla promiscuità fra servi e padroni, rompe ogni tipo di accordo fra suo figlio e Mary, lasciando poi terribilmente indignata la tenuta dei Loam. Per farsi perdonare l'”insana” iniziativa, sia dalla figlie che dal resto della nobiltà, Lord Loam, su suggerimento proprio di Crichton, decide di partire per una crociera sul suo yacht per sei mesi, giusto il tempo di far dimenticare a tutti lo “spiacevole” evento.

Durante la navigazione nei mari del sud, però, lo yacht dei Loam viene investito da una tempesta tropicale e tutti sono costretti ad abbandonarlo rifugiandosi sulle scialuppe di salvataggio. Crichton riesce a portare in salvo Lisetta e a salire – non senza disappunto soprattutto da parte di Lady Mary – su quella dove ci sono Lord Loam, le sue tre figlie, il giovane reverendo (Jack Watling) ed Ernest (Gerald Harper) il pretendente della giovane Lady Agatha.

Le violenti onde allontanano la scialuppa dalle altre e all’alba la piccola imbarcazione si ritrova sulla spiaggia di un’isola deserta. Lord Loam ordina a Crichton di provvedere come sempre ai bisogni primari di se stesso e delle sue figlie, ma il maggiordomo, dopo aver cercato di spiegare al suo padrone che la situazione è molto seria e che bisogna organizzarsi tutti insieme, se ne va assieme a Lisetta con la quale si costruisce una capanna per conto suo.

Loam, le sue figlie e i due giovani tentano di organizzarsi a loro volta ma i risultati sono penosi, visto che nessuno di loro ha mai dovuto lavorare davvero durante la propria esistenza. Così, disperati, una sera si recano nella capanna di Crichton che, clemente, divide con loro l’ottimo cibo che si è riuscito a procurare assieme a Lisetta.

Proprio il giorno del secondo anniversario dell’inabissamento dello yacht, Lady Brocklehurst inaugura la statua in memoria di Lord Loam nella sua magione. Sull’isola, intanto, le cose sono assai cambiate. Crichton è diventato l’indiscusso governatore del luogo e ha come maggiordomo Lord Loam che, assieme a tutti gli altri abitanti, lo idolatrano come loro leader e salvatore.

Tutte le donne lo vorrebbero come compagno, ma lui ancora non si è espresso. Anche gli uomini non vedono l’ora che il loro capo faccia una scelta, cosa che renderebbe le altre libere. Mentre Lord Loam chiede la mano di Lisetta, l’unica donna con cui può accoppiarsi sull’isola, Crichton infine chiede la mano di Mary che entusiasta accetta. Proprio mentre si sta celebrando il matrimonio una nave passa nei pressi dell’isola. Mary e gli altri pregano Crichton di non accendere alcun fuoco e non fare nessuna segnalazione per poter rimanere così tutti sull’isola, ma l’ex – …o forse no – maggiordomo confida a quella che sarebbe diventata sua moglie che: “non si può combattere la ‘civiltà'”…

Perfida, spiritosa e tagliente pellicola nella grande tradizione britannica di quegli anni che, senza esclusione di colpi, incarna un’efficace metafora dell’avvento della borghesia a scapito di una viziata e decadente nobiltà, che nel Novecento segnerà la società occidentale, e non solo quella d’oltre Manica.

La dinamica narrativa della commedia di Barrie è stata fonte d’ispirazione per molte opere teatrali e cinematografiche successive come, per esempio, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” diretto da Lina Wertmuller nel 1974.

Da gustare fino all’ultimo fotogramma.

Ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su Spotify YouTube Amazon Music podCloud e Castopod.

“Mercoledì” di Alfred Gough e Miles Millar

(USA, 2022)

Basata sulle strisce di Charles Addams (1912-1988), questa serie tv in otto puntate ci racconta in maniera molto originale il periodo più oscuro e “gotico” della nostra esistenza che è la perfida adolescenza.

I creatori Alfred Gough e Miles Millar si sono ispirati, oltre che all’opera di Addams, anche ai vari precedenti adattamenti di questa sia per la televisione, come la mitica serie “La famiglia Addams” che andò in onda dal 1964 al 1966 per poi venire replicata ad intervalli regolari nei decenni successivi; sia per il cinema dove a partire dal 1991 si sono susseguiti vari adattamenti fra cui spiccano la prima, in cui a vestire i panni di Mercoledì era una giovanissima ed esordiente Christina Ricci, fino a “La famiglia Addams” del 2019, realizzata in animazione 3D – che ha avuto un sequel non all’altezza nel 2021 – in cui la protagonista e fulcro del plot è proprio Mercoledì.

Così ci troviamo al cospetto di Mercoledì Addams (Jenna Ortega), la dark teenagers per eccellenza, che fa un’estrema fatica ad ambientarsi nella propria famiglia fra gli enormi attriti che ha con sua madre Morticia (Catherine Zeta-Jones) e l’incolmabile lontananza emotiva con suo padre Gomez (Luis Guzmán). Dopo l’ennesima espulsione Mercoledì viene mandata alla Nevermore Academy, la scuola per “reietti” il cui più illustre studente è stato il grande Edgar Allan Poe, e che ha avuto fra i propri banchi anche Morticia e Gomez Addams, che proprio lì hanno iniziato la loro duratura relazione.

A dirigere l’istituto è la preside Larissa Weems (Gwendoline Christie) – ex compagna di stanza di Morticia – che viste le fredde inesorabili e micidiali reazioni a chi la infastidisce, obbliga Mercoledì a frequentare delle seduta di analisi presso la dottoressa Kinbott (Riki Lindhome). Ma la cittadina nei pressi della quale sorge la Nevermore Academy, nonostante questa sia alla base della propria economia, mal sopporta la vicinanza coi “reietti” che hanno poteri che i “normali” esseri umani non possiedono. La situazione rischia di degenerare quando lo sceriffo inizia a trovare, nei boschi che circondano la Nevermore, alcuni cadaveri fatti a pezzi…

Godibilissima e sfiziosa serie dark per eccellenza, con una protagonista che tutti avremmo voluto avere come compagna di classe durante la nostra adolescenza. Colma di deliziose citazioni del più classico cinema horror o di suspense, questa “Mercoledì” è da vedere, e non solo per gli amanti del genere.

Fedele nello spirito all’opera originale di Charles Addams, che con le sue strisce quotidiane punzecchiava la scintillante way of life americana centrata soprattutto sull’apparenza e non sulla sostanza, “Mercoledì” ci ricorda che i mostri più crudeli spesso si celano sotto l’aspetto più presentabile e innocente.

I primi quattro episodi sono diretti dal maestro Tim Burton, che dona alla serie una strepitosa luce gotica e assai inquietante. Non è un caso, per esempio, che Burton abbia diretto in precedenza Christina Ricci ne “Il mistero di Sleepy Hollow“.

“Botteghe di Tokyo” di Mateusz Urbanowicz

(Ippocampo, 2021)

Mateusz Urbanowicz è nato in Slesia, Polonia, nel 1986. Mentre studiava Ingegneria Elettronica ha iniziato a collaborare con l’Istituto Polacco Giapponese di Tecnologia dell’Informazione. Successivamente ha vinto una borsa di studio finanziata dal Governo Giapponese grazie alla quale si è trasferito a Kobe, dove ha iniziato a studiare animazione e fumetti. Dopo essersi laureato alla Kobe Design University ha cominciato a lavorare nell’ambito dell’animazione presso la Comix Wave Films di Tokyo.

Proprio nei primi tempi in cui si è stabilito a Tokyo, Urbanowicz ha iniziato a studiare e girare per il quartiere dove aveva trovato alloggio. E’ subito rimasto affascinato dalle numerose piccole botteghe che incontrava nelle vie. Alcune erano, e sono ancora oggi, famose in tutta la città, altre invece nel corso del tempo sono state trasformate in abitazioni private o sono state demolite.

Affascinato dai loro angoli e dalle loro peculiarità Urbanowicz ha deciso di immortalarle su un foglio di carta, dopo averle fotografate attentamente. I suoi bellissimi disegni ricordano molto gli angoli e gli sfondi dei più famosi film d’animazione giapponese contemporanei, a partire da quelli realizzati dal maestro Hayao Miyazaki e dal suo Studio Ghibli.

Per ogni bottega ritratta, della quale l’artista ci fornisce la precisa localizzazione nella mappa della città, ci sono riassunte brevemente le caratteristiche che lo hanno colpito e una breve storia dell’attività. Un viaggio delizioso diviso per quartieri che ci racconta di una Tokyo così diversa da quella che noi occidentali di solito conosciamo.

Quasi tutte le botteghe scelte dall’artista polacco appartengono all’era Shōwa, che corrisponde al regno dell’imperatore Hirohito, e cioè realizzate fra il 1926 e il 1989. Così come ha fatto Nanni Moretti nel suo “Caro diario”, anche Urbanowicz ci racconta una città attraverso le facciate di alcuni dei suoi edifici, molti dei quali poco conosciuti e fuori dai canonici tour turistici.

Un libro originale che ci ricorda come forse l’arte ancestrale del disegno, così profondamente radicata nel Paese del Sol Levante, sia una delle migliori chiavi per comprendere a fondo la cultura giapponese.

Nella parte finale del libro, Urbanowicz ci mostra, con l’ausilio dei suoi bellissimi disegni ma anche di alcune fotografie, tutti gli strumenti del suo lavoro – compreso il suo atelier – nonché le tecniche cha ha usato per realizzare i disegni.

Un viaggio bellissimo tra l’arte, la fantasia e le strade di Tokyo.

“Raymond & Ray” di Rodrigo García

(USA, 2022)

Raymond (Ewan McGregor) e Ray (Ethan Hawke) sono due fratellastri che hanno superato la cinquantina ma che ormai si sono persi di vista da un pò. Da bambini hanno diviso la stanza in cui sono cresciuti con due madri differenti e lo stesso padre, Harris. La madre di Raymond era la moglie ufficiale mentre quella di Ray l’amante, che alla fine hanno formato un’unica famiglia allargata.

Una sera Raymond si presenta a casa di Ray comunicandogli che il loro padre è morto e che ha lasciato come disposizione testamentaria che siano loro due, materialmente, a scavargli la fossa e seppellirlo. Entrambi portano incisi a fuoco nell’anima i segni esteriori e interiori che ha lasciato loro Harris, un padre non solo assente, ma soprattutto nocivo, egoista e prepotente.

Se Raymond è più conciliante, Ray si rifiuta categoricamente di fare anche solo un’ultima cosa per l’uomo che gli ha: “…rovinato la vita”. Ma siccome al fratello è stata sospesa la patente Ray è costretto ad accompagnarlo nella cittadina dove Harris ha passato circa gli ultimi dieci dei suoi ottant’anni vissuti.

Così i due arrivano nella piccola cittadina dove Harris ha vissuto prima di essere stroncato da un tumore. I due fratellastri si recano nella casa dove è spirato e incontrano la proprietaria Lucia (Maribel Verdù), loro coetanea, che scoprono poi essere stata fra le ultimi amanti di loro padre. Anche da morto Harris pesa come un macigno sulle loro esistenze ma forse, accettando di convivere con tutti i suoi limiti e le sue gravi mancanze, ma soprattutto con il profondo rancore che provano per lui, potranno salvarsi…

Deliziosa e amara commedia dedicata al rapporto conflittuale padre/figlio che da Edipo, passando per Amleto, è uno dei temi più trattati dalla cultura umana e, nonostante i secoli e i millenni passati, è ancora troppo spesso – …dolorosamente – irrisolto.

Scritta dallo stesso Rodrigo García, ha fra i produttori anche Alfonso Cuarón regista di pellicole come “Roma” o “Y tu mamá también – Anche tua madre”, quest’ultima interpretata da Maribel Verdú.

“ONI: la leggenda del dio del tuono” di Daisuke ‘Dice’ Tsutsumi

(USA/Giappone, 2022)

La feroce urbanizzazione che, ormai da molti decenni, in Giappone sta riducendo inesorabilmente la vegetazione selvatica è una triste realtà che il cinema d’animazione del Sol Levante denuncia da tempo.

Oltre ai numerosi ed espliciti richiami che il maestro Hayao Miyazaki ha fatto in tutte le sue opere, il film “Pom Poko” di Isao Takahata, storico collaboratore di Miyazaki, prodotto dalla Studio Ghibli nel 1994 centra la sua storia sull’indiscriminata urbanizzazione raccontandola dal punto di vista dei Tanuki, creature mitiche della cultura orientale, protagonisti di numerosi miti e leggende.

Questa deliziosa mini serie d’animazione in stop motion, in quattro episodi da circa 50 minuti l’uno, riprende il tema portandoci nel cuore del Monte dei Kami, dove vivono gli spiriti più antichi della tradizione giapponese.

Fra i più piccoli c’è Onari, una bambina dalle piccole corna, figlia di Naridon, un grande e imponente spirito rosso con una folta chioma nera, che si prende cura di lei con amore sconfinato. Si avvicina però la fatidica notte della Luna Demoniaca – la luna rossa – che segna il terribile attacco da parte dei famigerati Oni ai danni del villaggio.

Tutti si preparano, anche i più piccoli che cercano di far sbocciare il più rapidamente possibile il loro potere di spirito. L’unica che non riesce a capire quale sia il suo è proprio Onari, che inizia così ad entrare in crisi. Inoltre, la piccola tenta in ogni modo di capire chi sia sua madre, della quale Naridon ha sempre rifiutato di parlare.

Nel suo doloroso ma indimenticabile viaggio Onari scoprirà molte cose, soprattutto che il mondo, che possa essere freddamente reale o magnificamente fantastico, non è inesorabilmente tutto bianco o tutto nero. E la contaminazione non è detto che sia sempre nociva e negativa…

Frutto di una coproduzione fra i due Paesi leader nella produzione mondiale di cartoni animati, questa serie “ONI: la leggenda del dio del tuono” merita di essere vista per la sua poesia che ci riconcilia col mondo frenetico e rumoroso in cui viviamo.

“Wendell & Wild” di Henry Selick

(USA, 2022)

Dopo oltre dieci anni torna Henry Selick con un delizioso film d’animazione in stop motion. Dopo “Coraline e la porta magica” del 2009 e lo splendido “Nightmare Before Christmas” del 1996, Selick firma un’altra pellicola gotica e indimenticabile.

“Ognuno ha i propri demoni, e i miei si chiamano Wendell e Wild…” ci dice all’inizio Kat, la giovane protagonista del film, messa alla prova dalla vita… e dalla morte.

Solo pochi anni prima, infatti, Kat viveva felice e serena assieme ai suoi genitori Delroy e Wilma Elliot, possessori di un’artigianale fabbrica di birra a Rust Bank, una piccola ma florida città nella provincia americana.

Un brutto giorno però, proprio dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di cedere la loro attività alla famelica Klaxon Korp, sul ponte che attraversa il grande fiume di Rust Bank il fuoristrada su cui viaggiano gli Elliot sbanda e precipita nelle gelide acque. A salvarsi è solo Kat che, annichilita dai terribili quanto ingiustificati sensi di colpa, diventa in pochi mesi una ragazza ribelle e contro ogni regola, finendo poi in un carcere minorile.

Alcuni anni dopo Kat, ormai adolescente, viene mandata presso la scuola cattolica femminile di Rust Bank, guidata dall’avido sacerdote padre Bests. Abituata ad ambienti molto più ostili, Kat rimane sorpresa dal clima sereno che si respira nella scuola, dove alcune ragazze hanno formato un gruppo la cui leader è Siobhan Klaxon, figlia dei proprietari della Klaxon Korp.

Ma la Rust Bank che Kat ritrova è praticamente una città fantasma, abbandonata da tutti e di proprietà ormai di Lane e Irmagard Klaxon, titolari della Klaxon Korp, che hanno intenzione di radere tutto al suolo per costruire uno dei loro costosissimi e assai remunerativi carceri di massima sicurezza. Anche la fabbrica di birra dei suoi genitori è andata quasi completamente distrutta in un incendio, poco dopo la morte di Delroy e Wilma.

Intanto, negli inferi, Buffalo Belzer manda avanti, come fa da tempo immemore, il suo luna park per torturare la anime dei peccatori defunti che vengono vessati su giostre, montagne russe e case degli orrori sistemate sulla sua gigantesca pancia. I suoi due figli, Wendell e Wild, vorrebbero aprire un luna park tutto loro, ma il padre li costringe a compiere lavori umili, come spargergli la crema sulla testa per far ricrescere i capelli, non avendo la minima intenzione di lasciarli andare visto che tutti i suoi altri figli, una volta raggiunta la superficie, non sono mai più tornati.

Ma Wendell e Wild non si arrendono, e così appaiono in sogno a Kat promettendole che se lei li invocherà, loro potranno far resuscitare i suoi genitori, ma…

Tratto dai personaggi creati dallo stesso Selick assieme a Clay McLeod Chapman nel loro omonimo libro, “Wendell & Wild” – la cui sceneggiatura è firmata da Selick e Jordan Peele – è un nuovo gioiello dell’animazione, con scene e sequenze fantastiche, in tutti i sensi.

La particolare pettinatura di Lane Klaxon non può non far tornare alla mente quella dell’ex Presidente Donald Trump…

“Scompartimento per lettori e taciturni. Articoli, ritratti, interviste” di Grazia Cherchi

(Minimun Fax, 2017)

Grazia Cherchi (1937-1995) è stata una delle figure più rilevanti della nostra editoria del Novecento. Oltre ad essere una delle migliori, se non la migliore in assoluto, collaboratrice e curatrice editoriale – termine che può voler dire tutto e niente, ma che oggi si traduce al meglio in editor – è stata una formidabile talent scout, scoprendo scrittori come Stefano Benni, Alessandro Baricco e Massimo Carlotto.

I suoi consigli, i suoi suggerimenti e i suoi scritti hanno inciso profondamente nella storia della nostra editoria a partire dai primi anni Sessanta con la fondazione e la direzione – assieme a Piergiorgio Bellocchio – della rivista “Quaderni piacentini”, passando poi per numerosi articoli pubblicati su alcune delle riviste e dei giornali più rilevanti del nostro panorama editoriale, nonché con la stretta collaborazione con le case editrici più agili e illuminate dell’epoca. Attività che ha svolto fino a quasi la sua morte in maniera lucida e sempre all’avanguardia perché, a differenza di alcuni nostri contemporanei sedicenti editor, Grazia Cherchi non era una scrittrice mancata: ma una lettrice implacabile, famelica e soprattutto onesta.

Ma allora perché oggi, ai più, il suo nome è praticamente sconosciuto?

Io che sono uno scrittore che si autopubblica, e quindi non ha alcun contatto con la nostra editoria canonica, non posso affermarlo con certezza. Certo fanno riflettere gli scritti della Cherchi, soprattutto quelli in cui si scaglia contro il “patriarcato” dell’editoria – che allora naturalmente era solo quella classica – e aborriva ogni tipo di premio letterario, dallo “Strega” al “Campiello”, considerandoli una patetica replica dei “migliori” salotti che l’intellighenzia italica offriva e che erano uno dei carburanti principali dello stesso patriarcato.

Così questo prezioso tomo, a cura di Roberto Rossi, ci racconta lucidamente le radici della grave crisi della nostra editoria che, qualche anno dopo la morte della stessa Cherchi, sfocerà in quella sempre più profonda che oggi noi stiamo vivendo da tempo. Con i suoi articoli per riviste e giornali come “Linea d’ombra”, “Linus”, “Panorama” o “L’Unità”, la Cherchi punta il dito sulla metamorfosi che l’editoria – e non i libri, attenzione! – in quegli anni sta iniziando.

Ci racconta di un ambiente fatto di “mafie e mischie” dove fin troppo spesso vengono spinti e pubblicizzati libri di autori cari all’establishment e non quelli di valore. Le pubblicità e la recensioni dei libri, ci sottolinea, sono ormai a uso e consumo dell’editore e a volte dello scrittore, ma mai per il lettore. Tanto che lei sovente è in quelli poco conosciuti o che spariscono subito dagli scaffali delle librerie che trova perle e chicche, come ad esempio “Le streghe” di Roald Dahl o il racconto “La gente delle dieci” di Stephen King. Per questo, con almeno trent’anni di anticipo sulla storia, la Cherchi ipotizza e sogna che ogni lettore possa poter mettere lui personalmente una breve recensione, magari anche sintetizzata da un pollice giù o uno in su, a favore di tutti gli altri lettori che desiderino avere pareri sinceri e non strumentali sul libro…

Ma non solo, l’acume della Cherchi la porta a parlare sia di romanzi e saggi ma anche di racconti, forma letteraria che lei giustamente pone sullo stesso piano per dignità e interesse alle prime due. E, già a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, inizia a notare un apparente inspiegabile e preoccupante scarto da parte di tutti gli editori nostrani della forma racconto, soprattutto quelli di autori italiani. A distanza di trent’anni la nostra editoria è una delle poche al mondo che ormai ignora di fatto i racconti dei nostri autori – tranne raramente di quelli già famosi – limitandosi a pubblicare al massimo, ogni tanto, quelli di scrittori che siano “tassativamente” stranieri.

Insomma, una raccolta di testi che ci illumina sulla crisi profonda della nostra editoria che non è legata, come qualcuno cerca ancora e in ogni modo di farci credere, all’avvento dei libri digitali, ma sopratutto a scelte commerciali miopi e ottuse che partono da lontano.

Pubblicato per la prima volta nel 1997, “Scompartimento per lettori e taciturni” – il cui titolo si rifà a un articolo in cui la Cherchi auspica che un giorno le Ferrovie dello Stato riservino alcuni scompartimenti appositamente per incalliti viaggiatori lettori che per leggere hanno bisogno di un educato silenzio… – è una preziosa miniera di diamanti per chi, come la sua autrice, ama soprattutto leggere, miniera dove trovare preziosi suggerimenti.

Ma, sopratutto, attraverso articoli, deliziose e pungenti interviste ai nostri maggiori autori dell’epoca come Raffaele La Capria, Oreste Del Buono, Goffredo Fofi, Giuseppe Pontiggia o Michele Serra, nonché ritratti e ricordi, come quello struggente della sua amica personale Elsa Morante da poco scomparsa, Grazia Cherchi ci racconta che cose è stata – …sob! – la nostra grande editoria.

Menomale che, fino ad oggi, almeno nessuno si sia azzardato a dedicarle un premio letterario…

Da leggere, tenere gelosamente nella propria biblioteca e da far studiare a scuola.

Ascolta gratuitamente il podcast di questa e di altre recensioni su Spotify, Amazon Music e YouTube.

“Enola Holmes 2” di Harry Bradbeer

(UK/USA, 2022)

I danni morali e materiali del patriarcato pesano come tossici macigni sulla storia, anche contemporanea, della civiltà umana e sulla salute del nostro pianeta. Indipendentemente da quello che ancora pateticamente – ma allo stesso tempo anche ferocemente – qualcuno oggi cerca di sostenere, dalla cultura alla politica, il modello di società patriarcale è un pericoloso e radioattivo fallimento.

Se grazie ad esso un gruppo sempre più sparuto di persone sta diventando inesorabilmente più ricco mentre un gruppo sempre più ampio si sta tragicamente impoverendo, i sostenitori del patriarcato non possono negare che il nostro vecchio e debole pianeta è gravemente malato soprattutto a causa del modello che loro persistono a difendere a spada tratta. Certo, in realtà si può negare tutto, soprattutto a voce. Io, per esempio, mi ricordo molto bene quando ero piccolo, negli anni Settanta, che noti e integerrimi statisti italici affermavano indignati, anche in sedi ufficiali come quella di un tribunale, che: “…La mafia non esiste!”.

Ma, guarda caso, anche la mafia è un terribile e sanguinario esempio di patriarcato, cioè di prevaricazione con la forza fisica e mentale di un piccolo gruppo di persone su un altro molto più numeroso. E questo può valere naturalmente per nazioni o continenti.

Nel nostro Paese il percorso per le eque pari opportunità – che coinvolgono non solo la differenza di genere legata al sesso, ma anche quelle legate alle debolezze materiali e morali dei diversi individui – è ancora molto lungo.

Se arrivati a questo punto di questo post c’è ancora qualcuno che è convinto che il contrario di “patriarcato” sia il “femminismo” inteso come spostare semplicemente il “potere” dagli uomini alle donne, lo invito con il massimo rispetto e la più sincera cortesia a smettere di leggerlo, per buona pace di tutti, sopratutto della mia. Visto poi che drammaticamente non sono poche, nel nostro Paese, le donne che assecondano e aderiscono totalmente al patriarcato.

Se preferite rimanere chiusi nelle vostre idee obsolete e un tantino ristrette – invece di volere una equilibrata e paritaria collaborazione dei due sessi, che è uno dei cardini del femminismo – buon per voi. Altrimenti, se desiderate sforzarvi un tantino, potete iniziare a leggere, anche in ordine sparso, i libri dei maestri Gianni Rodari e Roald Dahl.

Poi, se proprio non amate leggere, cosa che spiegherebbe di molto la vostra propensione al patriarcato, allora potete rivolgervi al cinema o alla televisione, e vedervi un film avvincente e divertente come questo. Ma occhio, è uno di quelli che fra un colpo di scena e l’altro, fra una battuta e l’altra …un pochino vi fanno pensare. Siete stati avvertiti.

Ispirandosi alla serie di romanzi che a partire dal 2006 ha pubblicato Nancy Springer la cui protagonista è la giovane Enola Holmes, sorella minore di Mycroft e Sherlock Holmes, Harry Bradbeer ha scritto il soggetto e il sempre bravo Jack Thorne la sceneggiatura di questo “Enola Holmes 2”, seguito dell’altrettanto piacevole e intrigante “Enola Holmes” del 2020.

Nell’austera e patriarcale (…eh lo so, ma era davvero così!) Londra vittoriana, la giovane Enola Holmes (Millie Bobby Brown), dopo aver risolto brillantemente il caso della scomparsa del giovane Lord Tewkesbury (Louis Partridge) decide di aprire una sua agenzia investigativa. Ma tutti i clienti, una volta accertatisi con sdegno che lei è “solo” una giovane donna, finiscono per chiederle di intercedere per loro col fratello maggiore Sherlock.

Proprio mentre Enola, rassegnata, sta abbandonando il locale che aveva affittato per la sua agenzia, si presenta alla sua porta una ragazzina che, offrendole alcuni penny in cambio, le chiede di ritrovare la sua sorellastra Sarah Chapman (Hannah Dodd), nonché sua collega nella fabbrica di fiammiferi grazie alla quale riescono miseramente a sopravvivere, scomparsa da qualche giorno.

Enola non ci pensa due volte e accetta il caso, iniziando a investigare proprio nella fabbrica di fiammiferi Lyon, intanto suo fratello maggiore Sherlock Holmes (Henry Cavill) è sotto scacco del misterioso e inafferrabile Moriarty…

Nella parte di Eudoria, la madre di Enola, Sherlock e Mycroft Holmes c’è la bravissima Helena Bonham Carter.

Fra le migliori opere liberamente tratte dagli scritti frutto del genio di Arthur Conan Doyle.