
(2009, Irlanda/Francia/Belgio)
L’irlandese Tomm Moore è considerato, non a torto, uno dei maestri dell’animazione mondiale. Nato a Newry nel 1977, Moore ha saputo costruire nel corso degli anni una poetica visiva del tutto personale, capace di attingere a piene mani dalla tradizione celtica e dalla cultura folklorica irlandese senza mai scivolare nella semplice illustrazione pittoresca. Il suo nome è legato a una trilogia ideale dedicata all’Irlanda e alle sue leggende: dopo “The Secret of Kells” è arrivata “La canzone del mare” (2014), anch’essa candidata all’Oscar come miglior film d’animazione, e poi “Wolfwalkers – Il popolo dei lupi” (2020), che ha completato questo percorso straordinario. Tre film, tre candidature alla statuetta più ambita, tre capolavori capaci di tenere testa alle produzioni dei grandi studi americani e giapponesi con budget enormemente inferiori e con un’autenticità narrativa davvero rara.
“The Secret of Kells” nasce come coproduzione tra Irlanda, Francia e Belgio, e deve parte della sua origine proprio al Cartoon Saloon, lo studio di animazione fondato dallo stesso Moore a Kilkenny, città che si trova a pochi chilometri dall’abbazia da cui il film prende il nome. Un dato geografico che non è affatto casuale: il Libro di Kells, il manoscritto miniato del IX secolo considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte medievale europea, è ancora oggi conservato al Trinity College di Dublino ed è ammirato ogni anno da centinaia di migliaia di turisti. Moore sceglie questo straordinario oggetto storico come fulcro della sua storia, trasformandolo in un simbolo potentissimo della resistenza della bellezza contro la violenza e l’oscurità.
La storia ci porta nell’Irlanda del IX secolo, in un’epoca in cui le razzie vichinghe seminano terrore lungo le coste e nell’entroterra. L’abate Cellach governa la comunità dell’abbazia di Kells con pugno fermo e mente pragmatica: sa che i barbari del Nord non si fermeranno, e così concentra ogni energia e ogni risorsa disponibile nel completamento delle mura difensive che dovrebbero proteggere il suo popolo. Per lui, l’abbazia è prima di tutto una fortezza, e la salvezza della comunità dipende dalla rapidità con cui queste mura verranno ultimate.
Suo nipote dodicenne Brendan ha però altri occhi e un’altra anima. Cresciuto all’interno dell’abbazia, curioso e intraprendente, Brendan sogna mondi che vanno ben oltre le mura che lo circondano. Quando nell’abbazia arriva il vecchio fratello Aidan, sopravvissuto alle distruzioni e portatore del grande Libro di Kells ancora incompleto, per Brendan si apre un universo nuovo. Aidan è l’ultimo custode di un sapere antico e prezioso, e riconosce subito nel ragazzo il talento e la sensibilità necessari per portare a termine l’opera. Così Brendan lascia gli studi pratici di carpentiere per diventare miniatore, apprendendo i segreti dell’arte dell’illustrazione sacra.
Ma Cellach non può permettersi distrazioni, e la tensione tra lo zio-abate e il nipote diventa il cuore emotivo del film: da un lato la necessità pratica della sopravvivenza immediata, dall’altro il valore assoluto e duraturo della cultura e della bellezza. Moore non sceglie, non condanna nessuno dei due: Cellach non è cattivo né spietato, è un uomo che ama il suo popolo e cerca di proteggerlo con i mezzi che conosce. Brendan non è un ribelle, è un bambino che segue la sua vocazione. È questo equilibrio morale, unito alla bellezza visiva del film, a rendere “The Secret of Kells” un’opera che si rivolge agli adulti non meno che ai bambini.
Lo stile visivo del film è qualcosa di assolutamente unico nel panorama dell’animazione contemporanea. Moore e i suoi collaboratori si sono ispirati direttamente all’estetica dei manoscritti medievali celtici: linee sinuose e geometriche, motivi ornamentali che richiamano le spirali e i nodi tipici dell’arte insulare, fondali quasi piatti che ricordano la bidimensionalità della miniatura medievale. Le sequenze ambientate nella foresta — dove Brendan incontra la volpe fatata Aisling, spirito del bosco che diventa la sua guida e amica — sono tra le cose più belle che si possano vedere nel cinema d’animazione degli ultimi vent’anni. Colori accesi e al tempo stesso armoniosi, movimenti fluidi, una fotografia che sembra davvero uscita dalle pagine di un antico codice.
La foresta e i suoi segreti, il passato celtico che sopravvive ai bordi del mondo cristiano, la minaccia oscura dei vichinghi resa con immagini di rara intensità simbolica: Moore costruisce un film che è insieme storia d’avventura, racconto di formazione e riflessione profonda sul senso dell’arte e della memoria culturale. Il Libro di Kells non è solo un oggetto bello: è la testimonianza che anche nelle epoche più buie e violente l’umanità ha trovato la forza di creare qualcosa di eterno.
“The Secret of Kells” è una pellicola imperdibile, un gioiello dell’animazione europea che meriterebbe una distribuzione italiana all’altezza della sua importanza. Purtroppo, al momento, non è disponibile una versione doppiata nella nostra lingua, il che ne limita la fruizione al grande pubblico. Un’occasione mancata, speriamo solo provvisoria, per un film che ogni amante del cinema d’animazione — e non solo — dovrebbe poter vedere.
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