Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970.
Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo.
Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura.
Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva.
Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto.
Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo.
Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo.
Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.
Alla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia del 1963 questa pellicola fu aspramente stroncata da buona parte della critica perché – così qualcuno asseriva – sosteneva velatamente il regime franchista. Ma sta di fatto anche che provocò le ire e le proteste dell’ambasciatore di Spagna in Italia che chiese il suo immediato ritiro.
Dopo oltre cinquant’anni appare chiaro che la sceneggiatura, scritta dal grande Ennio Flaiano assieme a Rafael Azcona (sceneggiatore di fiducia di Marco Ferreri di film come “El cochecito“, “La donna scimmia” o “L’udienza”, e anche del “Mafioso” di Alberto Lattuada) e al regista Luis García Berlanga, era tutto meno che un omaggio alla dittatura spagnola. E chi si era scaldato tanto, magari lo aveva fatto per moda o per mantenere stretta la poltrona. Ma torniamo al film.
José Luis (un bravo Nino Manfredi) lavora come addetto semplice in un’agenzia funebre di Madrid. In uno dei suoi servizi gli capita di conoscere Amadeo (José Isbert) il boia di Stato. José Luis vorrebbe dimenticare subito l’incontro, ma il destino e il suo carattere debole lo portano a frequentare Carmen (Emma Penella), l’unica figlia di Amadeo.
Fra i due nasce un rapporto di mutuo soccorso: lei per il mestiere del padre e lui per il suo, vengono continuamente sdegnati da tutti. Quando lei rimane incinta, José Luis vorrebbe scappare in Germania, ma alla fine acconsente a sposarla.
A pochi mesi dalla pensione ad Amadeo viene assegnato un bell’appartamento per il suo particolare servizio allo Stato. Tutto sembra andare per il meglio, ma dal Ministero arriva la triste notizia che una volta in pensione, Amadeo dovrà lasciare la prestigiosa abitazione.
L’unica soluzione è che Josè Luis diventi boia lui stesso per poter subentrare al suocero nell’appartamento. Dopo innumerevoli tentate fughe, José Luis cede. La vita, cosi’, con il nuovo stipendio e l’appartamento, diventa ancora più comoda. Ma un funesto giorno arriva la chiamata dal Ministero per un’esecuzione a Palma de Majorca…
Sono fin troppo ovvi i rifirimenti al generalissimo Franco che, come il boia, tutti sdegnano ma che alla fine nessuno ha il coraggio di cacciare o contestare. Graffiante critica anche a quella cavillosa e pachidermica burocrazia che poi Villaggio prenderà in giro col suo Fantozzi.
Ci sono molti film di qualità su piccoli truffatori o borseggiatori, a partire da “Il Mattatore” con Vittorio Gassman per arrivare al classico dei classici “La stangata” con Paul Newman e Robert Redford. Questo piccolo film argentino, scritto e diretto da Fabiàn Bielinsky, merita un posto accanto ai migliori.
Juan (Gaston Pauls) è un giovane borseggiatore con la faccia da bravo ragazzo. Tutto quello che sa lo ha imparato dal padre, che però ora è in carcere e ha bisogno di settantamila pesos per corrompere il giudice e ottenere la libertà vigilata. Con i suoi piccoli imbrogli Juan, però, è riuscito a racimolare solo cinquantamila.
Un giorno, durante una piccola truffa che prende una brutta piega, viene salvato da Marcos (Ricardo Darin, che qualche anno dopo sarà il protagonista dello splendido film premio Oscar “Il segreto dei suoi occhi” di Juan José Campanella) un piccolo criminale come lui, ma certamente più scaltro ed esperto.
L’uomo gli propone di lavorare insieme come complici per un giorno e Juan rifiuta, soprattutto perché non si fida. Ma la necessità di reperire i soldi per il padre alla fine lo fa cedere. Dopo qualche truffa riuscita, i due capitano al centro di una compra-vendita di rarissimi e costosissimi francobolli, chiamati le “Nove regine”, ma…
Non svelerei il finale, che è davvero imprevedibile, neanche per un milione di euro, perché questo film è scritto con un incastro perfetto, paragonabile sotto molti aspetti al fantastico “I soliti sospetti” di Bryan Singer.
Da vedere.
Ma se proprio volete sapere come finisce che …scherzo.
Quando si parla di animazione contemporanea che osa spingersi oltre i confini del convenzionale, “Il libro della vita” rappresenta uno di quei rari gioielli capaci di coniugare spettacolarità visiva, profondità tematica e rispetto per una tradizione culturale millenaria. Un film che porta la firma produttiva di Guillermo Del Toro, il visionario regista messicano che qui torna a esplorare quelle radici folkloristiche tanto care al suo immaginario, affidando la regia a Jorge R. Gutierrez e regalandoci un’opera che è molto più di un semplice intrattenimento per famiglie.
La storia prende il via in un museo, dove un gruppo di scolari turbolenti viene condotto per una visita punitiva. Quello che inizia come un pomeriggio noioso si trasforma in un’esperienza straordinaria quando la loro guida – una figura misteriosa ed enigmatica – li conduce nei meandri del magazzino e svela loro il Libro della Vita, un tomo leggendario che custodisce le storie di ogni essere umano mai esistito. È da queste pagine che emerge il racconto di tre bambini cresciuti in un piccolo villaggio messicano: Maria, Manolo e Juan, protagonisti di una storia d’amore, morte e redenzione che attraversa i confini tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.
Il film si distingue immediatamente per il suo straordinario impatto visivo. Gutierrez costruisce un universo estetico unico, ispirato alle tradizionali marionette messicane e all’arte popolare del Día de los Muertos. I personaggi sembrano intagliati nel legno, dipinti a mano, con movimenti che ricordano quelli dei burattini ma che al contempo possiedono una fluidità e un’espressività cinematografica moderna. Questa scelta stilistica non è solo un vezzo formale, ma diventa la chiave interpretativa dell’intera narrazione: siamo di fronte a una storia raccontata attraverso le figure di un libro antico, dove ogni personaggio è insieme creatura vivente e manufatto d’arte.
Ma è nella rappresentazione del mondo dei morti che il film raggiunge le sue vette più spettacolari. La Tierra de los Muertos è un tripudio di colori accesi, luci al neon, architetture barocche e festose. Lungi dall’essere un luogo cupo e terrificante, questo aldilà è più vivace, caldo e ospitale del mondo dei vivi. È un regno dove i defunti continuano a esistere finché qualcuno li ricorda, dove la musica non smette mai di suonare e dove la gioia è la moneta corrente. Questa visione ribalta completamente la concezione occidentale della morte come fine definitiva, abbracciando invece la tradizione messicana che vede la morte come passaggio, trasformazione, continuità.
Al centro della vicenda c’è Manolo, giovane torero diviso tra le aspettative familiari che lo vogliono matador e la sua vera passione per la musica. Il suo viaggio – letteralmente tra la vita e la morte – diventa una metafora del percorso di ogni essere umano verso l’accettazione di se stesso e il coraggio di seguire la propria strada. L’amore per Maria, ragazza indipendente e ribelle, e la rivalità con l’amico d’infanzia Juan si intrecciano con una scommessa divina tra La Muerte e Xibalba, le divinità che governano rispettivamente il regno dei ricordati e quello dei dimenticati.
La colonna sonora merita un capitolo a parte. Il film è costellato di brani musicali che spaziano dal folklore messicano a reinterpretazioni sorprendenti di classici contemporanei – dai Radiohead ai Mumford & Sons – tutti riarrangiati in chiave mariachi. Questa scelta non solo funziona perfettamente a livello narrativo, ma crea un ponte affascinante tra tradizione e modernità, dimostrando come la musica sia davvero il linguaggio universale capace di attraversare epoche e culture.
“Il libro della vita” è dunque un’opera che osa affrontare temi complessi con leggerezza ma senza banalizzarli. Parla di morte non come tabù da esorcizzare, ma come parte integrante dell’esistenza. Parla di memoria e di eredità culturale. Parla del coraggio necessario non tanto per morire – cosa che prima o poi capita a tutti – ma per vivere autenticamente, fedeli a se stessi nonostante le pressioni esterne.
La frase finale del film racchiude tutto il suo messaggio: “Tutti sono capaci di morire, ma loro avranno il coraggio di vivere”. Parole che risuonano ben oltre i confini dello schermo, ricordandoci che la vera sfida dell’esistenza non sta nell’inevitabile approdo finale, ma nel modo in cui scegliamo di percorrere il cammino.
Un film imperdibile, che dimostra come l’animazione possa essere veicolo di cultura, riflessione e bellezza pura. Da vedere, assolutamente.
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A partire dai fantastici titoli di testa, questa è una delle più belle pellicole del cinema americano indipendente, firmata e diretta dal suo maestro indiscusso John Cassavetes.
In una fatiscente palazzina del Bronx, la famiglia di un piccolo contabile della criminalità organizzata è sotto assedio. L’uomo, in un momento di follia e pensando davvero di cavarsela, ha sottratto un libro mastro.
Prima che i sicari del suo capo vengano a sterminare tutta la famiglia del contabile, la giovane moglie del ragioniere fa appena in tempo a portare dalla loro vicina Gloria (una bellissima e bravissima Gena Rowlands) il loro figlio minore Phil (John Adames).
Gloria, un’avvenente donna di mezz’età, è un ex ballerina che ha avuto una storia con uno dei boss della città, e forse per questo è riuscita a mettersi un piccolo gruzzolo da parte. Il piccolo Phil arriva proprio mentre lei si sta preparando a ritirarsi per godersi i soldi risparmiati.
Le basterebbe una telefonata per consegnare il bambino e andarsene via più ricca, visto che il contabile lavorava proprio per il suo ex. Ma l’animo umano è pieno di contraddizioni, e la sua natura è spesso indomabile, così per salvare la vita al piccolo Phil, a cui lei non sta neanche simpatica, Gloria sfida la criminalità di un’intera città…
Leone d’Oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre Gena Rowlands (compagna di vita di Cassavetes), giustamente colleziona la candidatura all’Oscar e al Golden Globe come migliore attrice protagonista.
Le similitudini con il “Leon” di Luc Besson non sono casuali, soprattutto perché il cineasta francese è un dichiarato amante del cinema americano. Nel 1997 Sidney Lumet gira il remake con Sharon Stone nel ruolo della protagonista.
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Elaine May è una delle autrici e sceneggiatrici più importanti della sua generazione, candidata all’Oscar, fra l’altro, per “Il paradiso può attendere” diretto da Warren Beatty nel 1978.
Ma la sua carriera inizia già negli anni Cinquanta accanto a Mike Nichols (che poi dirigerà i debutti di alcune delle commedie più famose di Neil Simon e film come “Il laureato”, “Conoscenza carnale” e “Una donna in carriera”) con il quale crea un duo cabarettistico di enorme successo a Broadway prima e in tutti gli Stati Uniti poi.
Alla fine degli anni Sessanta approda al cinema prima come attrice, come per esempio nel film “Luv vuol dire amore?” di Clive Donner, e poi anche come regista e sceneggiatrice, riscuotendo un successo planetario con questo film.
Henry Graham (un Walter Matthau in grandissima forma) è uno scapolo viziato e sprecone che, con la sua mania del lusso sfrenato, ha scialacquato tutto il sostanzioso patrimonio lasciatogli dal padre.
Senza più un soldo e pieno di debiti, a parte il suicidio, non gli rimane che cercare una ricca ereditiera che gli consenta di conservare il suo opulento stile di vita. Per mantenere le apparenze però, deve chiedere un prestito a suo zio, il quale gli concede però solo cinque settimane: poi sarà la rovina totale.
Il carattere egocentrico e viziato di Henry però non gli permette di accettare nessun compromesso e la situazione sembra senza speranza. Ma quando mancano pochi giorni alla scadenza, ad un té in uno dei soliti e ricchi salotti, incontra la candidata perfetta: Enrichetta Lowell (la stessa bravissima Elaine May), unica erede di un ingente patrimonio, senza parenti e con la sola passione per la botanica, materia che insegna all’università.
L’illimitata ingenuità di Enrichetta la renderà facile preda di Henry che la convincerà a sposarlo entro i limiti della data imposta dallo zio. Al ritorno del viaggio di nozze Henry prenderà possesso della tenuta Lowell preda, fino a quel momento, di una lunga serie di parassiti.
Tutto procede secondo i piani e Henry si prepara a realizzare la parte finale del suo piano: rimanere vedevo. Ma l’amore e la botanica avranno la meglio…
Deliziosa commedia, ironica e sensibile, che ci regala un Walter Matthau d’annata, grazie anche allo strepitoso doppiaggio di Gianrico Tedeschi.
Una grande e ironica commedia da vedere e rivedere.
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Questo è uno dei classici del cinema, uno di quei film che hanno fatto la storia. Non sarà certo un capolavoro diretto da uno dei maestri della macchina da presa, ma è uno di quei film che da oltre sessant’anni, ininterrottamente, incide sull’immaginario collettivo.
Sulle sponde di un piccolo defluente del Rio delle Amazzoni la spedizione guidata dal Dott. Maia (Antonio Moreno), un paleontologo di fama internazionale, trova un fossile inquietante che sembra l’arto di un essere a metà fra un uomo e un pesce.
Maia porta il reperto all’istituto oceanografico dove lavora la coppia di scienziati David Reed (Richard Carlson) e Kay Lawrence (Julie Adams, che grazie a questa interpretazione diverrà un’icona del cinema di fantascienza anni Cinquanta). La scoperta è clamorosa e grazie al finanziamento di Mark Williams (Richard Denning) in pochissimo tempo si organizza una nuova spedizione per cercare il resto del fossile.
Quando il gruppo torna sul luogo della scoperta, trova i due collaboratori di Maia, rimasti al campo, brutalmente uccisi. Nonostante la tragedia, che tutti imputano a qualche animale selvaggio, cominciano gli scavi che però non danno alcun esito. L’ultima possibilità è quella di seguire il flusso del piccolo corso d’acqua che termina in una laguna.
Il comandante dell’imbarcazione presa a nolo da Williams, il volitivo capitano Lucas (Nestor Paiva) asserisce che gli indigeni chiamano quel misterioso specchio d’acqua la Laguna Nera, ed è un luogo molto pericoloso visto che nessuno è mai tornato indietro dopo averla visitata.
Ma le superstizioni non spaventano gli scienziati che decidono di stabilircisi e studiare i fondali. E proprio fra inquietanti alghe e oscuri scogli si nasconde il mostro, erede diretto della creatura diventata fossile, anello di congiunzione fra la vita subacquea e quella terrestre che, come la sua laguna, è rimasto intatto nonostante il passare dei millenni, assiemi a tutti i suoi istinti…
Girato in formato 3D, più che all’avanguardia per l’epoca, “Il mostro della laguna nera” ha fatto scuola a intere generazioni di cineasti. Basta pensare, per esempio, alle riprese subacquee che dal basso verso l’altro inquadrano la bella Julie Adams che, ignara del pericolo, nuota sulla superficie della laguna, così come nuoteranno vent’anni dopo – e soprattutto verranno riprese – le vittime de “Lo squalo” di Steven Spielberg.
Scritta da Harry Essex, Arthur A. Ross da un’idea di William Alland e Maurice Zimm, questa pellicola nel corso dei decenni ha dato adito a numerose leggende, come quella del vero colore della maschera del mostro, ma quello che conta è che mantiene ancora intatto tutto il suo fascino.
Ci sono commedie leggere che rimangono indimenticabili, anche senza sviscerare temi o situazioni da prima pagina. E questa scritta da Andrew Bergman (autore del soggetto e coautore della sceneggiatura di “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks) e diretta da Arthur Hiller (regista artigiano di film come “Love Story”, “Un provinciale a New York” e “Non guardarmi: non ti sento”) alla fine degli anni Settanta è un esilarante esempio.
Il razionalissimo, e forse un po’ nevrotico, dentista Sheldon Kornpett (una fantastico Alan Arkin) ha tutto sotto controllo nella vita. Il suo lavoro, il suo studio e soprattutto la sua vita privata fatta dalla moglie Carol e dalla sua unica figlia Barbara, che frequenta i college più esclusivi.
I problemi arrivano quando la sua “bambina” decide di sposarsi con Tommy Ricardo, un compagno di studi. Infatti, l’incontro tra futuri consuoceri lascia tremendamente perplesso Sheldon, visto che il padre di Tommy, Vince (un altrettanto fantastico Peter Falk) è un tipo molto strano, che racconta cose molto strane.
Il giorno dopo Vince piomba nello studio del dentista e gli chiede di seguirlo solo per un paio di minuti, ha bisogno del suo aiuto per risolvere un piccolo problema logistico.
Il povero Sheldon, a causa di Vince, finirà inseguito dai Federali, e nel bel mezzo di un complotto internazionale…
Fra mille gag e battute divertenti, quello che è ancora oggi irresistibile è lo scontro fra i due protagonisti, il calmo ma mai domo Vince, e il nevrotico e incredulo Sheldon.
Questo soprattutto grazie ai veri talenti dei due protagonisti, attori di gran classe. Se Alan Arkin ha vinto l’Oscar nel 2007, come miglior attore non protagonista nei panni del nonno tossicodipendente in “Little Miss Sunshine”, giusto riconoscimento a una lunga carriera fatta soprattutto di pellicole di qualità; è inspiegabile invece perché Peter Falk non ne abbia mai vinto uno.
Per la chicca: nel 2003 Andrew Fleming gira il remake dal titolo in italiano “Matrimonio impossibile” (quello originale rimane lo stesso) con Michael Douglas nei panni del personaggio interpretato da Falk, e Albert Brooks in quelli di Arkin.
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L’anima triste e malinconica di Woody Allen appare in ogni sua pellicola, dalla più tragica o drammatica, a quella più esilarante. In questa, che non è esattamente né l’una e né l’altra, Allen ci racconta – come accade spesso – della vita e dei suoi momenti più intensi che troppo spesso passano veloci.
Alla fine degli anni Trenta il giovane Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), ultimo di tre fratelli di una piccola famiglia ebrea newyorchese, decide di cambiare la sua vita raggiungendo il fratello della madre, Phil Stern (Steve Carell) noto agente di spettacolo a Hollywood.
La vita a Los Angeles non è facile come Bobby credeva, e l’unica vera nota positiva è Veronica (Kristen Stewart) una delle segretarie dello zio, incaricata di fargli vedere e conoscere la capitale del cinema planetario.
Ma la vita non è sempre semplice, e così Bobby deciderà di tornare a New York e aiutare suo fratello Ben (Corey Stoll) che, grazie alla sua carriera di gangster, è diventato proprietario di un night club. Ma…
Splendida riflessione nostalgica sulla vita, sulla giovinezza e sull’amore del maestro Woody Allen. Con scenografie, costumi e fotografia – curata da Vittorio Storaro – da Oscar.
Qui parliamo di uno dei libri più divertenti della storia, probabilmente di quello che ha fatto poi coniare il termine: “humor all’inglese”.
Avrebbe dovuto essere una comune guida alle escursioni in barca sul Tamigi, ma Jerome K. Jerome firma uno degli scritti più divertenti di sempre.
“J” – lo stesso Jerome – racconta le vicissitudini della preparazione prima e dell’attuazione poi di una lunga gita in barca sul Tamigi fatta assieme ai suoi amici George e Harris (veri conoscenti dello stesso Jerome, realmente esistiti).
Se per raccontare la trama bastano poche righe, per parlare invece delle esilaranti situazioni e delle numerose gag che Jerome narra ce ne vorrebbero molte di più.
La sua incredibile longevità è dovuta soprattutto al grande spirito ironico con cui è scritto e alla freschezza del suo stile. Per chi ama navigare sull’acqua e sulla fantasia.
Pellicola premio Oscar come miglior film straniero, “Il pranzo di Babette” è l’adattamento di un racconto della grande Karen Blixen.
Alla metà del XIX secolo, in un piccolo paese della Danimarca, vive una comunità la cui guida spirituale è un pastore protestante che ha impostato la propria vita all’insegna della frugalità. Anche le sue due giovani e belle figlie, Martina e Philippa, ruotano intorno alla figura del padre, respingendo diverse proposte di matrimonio.
Molti anni dopo, alla porta delle sorelle ormai alla soglia dellla terza età, si presenta una donna francese con in mano una lettera di uno dei vecchi pretendenti delle due. La straniera, Babette Hersant (Stéphane Audran) dice la lettera, suo malgrado è dovuta fuggire da Parigi, dove ha lasciato tutti i suoi averi, per scampare alla ghigliottina che ha travolto il resto della sua famiglia.
Le due donne non possono pagarla, ma sono in grado di ospitarla e nutrirla, in cambio lei farà loro da cameriera.
Quattordici anni dopo, arrivano da Parigi diecimila franchi d’oro vinti da Babette alla lotteria. Le due sorelle sono convinte che la loro ospite tornerà in Francia mentre Babette, invece, userà il piccolo patrimonio per organizzare il pranzo del centesimo anniversario della nascita del padre delle sue ospiti, evento al quale parteciperà tutta la piccola comunità.
Durante il fastoso pasto, Martina e Philippa, scopriranno che Babette era la cuoca di uno dei ristoranti più importanti di Parigi e che…
Splendida pellicola intimista e malinconica, fatta più di immagini che di parole. Alla vigilia dei suoi trent’anni, ancora bella emozionante e che ci racconta ancora tanto.
Da vedere.
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