
(USA, 1953)
Nel 1953, mentre l’America conviveva con le paure atomiche e gli avvistamenti UFO iniziavano a popolare l’immaginario collettivo, Jack Arnold realizza un piccolo capolavoro di fantascienza che anticipa di decenni temi che solo oggi riusciamo ad apprezzare pienamente. “Destinazione Terra” è tratto dal racconto “The Meteor” di Ray Bradbury, e fin dalle prime inquadrature capisci che non stai guardando l’ennesimo film di invasione aliena con mostri gommosi e raggi laser.
La storia è semplice nella sua originalità: un giornalista amante della fantascienza, John Putnam interpretato da Richard Carlson, vede precipitare nel deserto dell’Arizona, accanto alla cittadina in cui vive, quello che sembra un meteorite. Ma lui capisce subito che si tratta di qualcos’altro, di una nave spaziale. E dentro quella nave ci sono degli esseri che non vengono per conquistare, non vengono per distruggere. Vengono perché hanno avuto un incidente e hanno bisogno di riparare il mezzo per tornare a casa.
Arnold costruisce la tensione non attraverso l’orrore del diverso, ma attraverso il sospetto. Gli alieni possiedono la capacità di assumere le sembianze umane, e questo scatena la paranoia nella piccola comunità. Chi è ancora se stesso? Chi è già stato sostituito? È una metafora perfetta per l’America maccartista di quegli anni, dove il nemico poteva essere ovunque, anche il tuo vicino di casa, anche un tuo caro parente.
Richard Carlson porta sullo schermo un protagonista che non è l’eroe classico. È un intellettuale, uno che ragiona, che cerca di capire invece di sparare. E questo lo rende straordinariamente moderno. Quando tutti vogliono armarsi e dare la caccia agli invasori, lui continua a ripetere che forse, solo forse, questi esseri non sono nemici ma semplicemente viaggiatori sfortunati. È una posizione coraggiosa per un film di quel periodo, una dichiarazione di fiducia che oggi suona profetica.
Barbara Rush interpreta Ellen, la fidanzata di John, e anche lei non è la classica damigella da salvare. Crede in lui, lo sostiene, e quando vede gli alieni nella loro forma reale non sviene come ci si aspetterebbe da una classica donna hollywoodiana degli anni Cinquanta. Resta lì, terrorizzata ma presente, umana nella paura ma anche nella curiosità.
Arnold gira il film in bianco e nero con una fotografia che trasforma il deserto dell’Arizona in un paesaggio lunare, alieno esso stesso. Quelle rocce, quelle ombre, quella luce abbagliante del sole che rende tutto piatto e irreale: è come se la Terra stessa diventasse un pianeta straniero agli occhi dello spettatore. E quella miniera abbandonata dove si nascondono gli alieni diventa una cattedrale sotterranea, un luogo di passaggio tra il nostro mondo e l’ignoto.
Gli effetti speciali sono quelli che sono, figli del loro tempo e del budget risicato, ma Arnold li usa con intelligenza, e non a caso e con lo stesso spirito l’anno successivo dirigerà il cult assoluto “Il mostro della laguna nera“. Non mostra quasi mai gli alieni nella loro vera forma. Li intuisci, li intravedi, li percepisci attraverso gli occhi spaventati dei personaggi e dalla loro innovativa soggettiva. È il classico trucco perfezionato dal maestro Alfred Hitchcock: quello che non vedi fa più paura di quello che vedi.
Quello che colpisce ancora oggi è il messaggio di fondo. In un’epoca in cui il cinema di fantascienza era sinonimo di invasione e distruzione, Bradbury e Arnold ci raccontano una storia di incontro possibile, di comunicazione difficile ma non impossibile. Gli alieni non sono mostri. Sono semplicemente diversi. E la loro diversità non è una minaccia ma una possibilità, se solo riusciamo a superare la nostra paura.
“Destinazione Terra” è un film che parla del suo tempo ma guarda lontano. Anticipa “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Steven Spielberg di oltre vent’anni, con quella stessa idea di un incontro possibile tra terrestri ed extraterrestri. E lo fa con mezzi ridotti all’osso, con attori sconosciuti, con scenografie povere. Ma con una visione che va oltre le apparenze.
Questa pellicola è cinema di fantascienza nel senso più profondo del termine: non evasione dalla realtà ma riflessione su cosa significa essere umani quando ci troviamo di fronte a qualcosa che non comprendiamo. E la risposta che ci dà è sorprendentemente semplice: significa avere il coraggio di non sparare prima di aver provato a parlare. Anche se quello che abbiamo davanti ha sei occhi e viene da un altro pianeta.
Un piccolo gioiello dimenticato che merita di essere riscoperto, non come curiosità storica ma come esempio di quanto il cinema sappia essere intelligente anche quando sembra solo volerci intrattenere con storie di astronavi nel deserto.
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