Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“I giorni dell’abbandono” di Elena Ferrante

(Edizioni E/O, 2002)

Ci sono molti modi per raccontare cosa può provare una donna nell’essere abbandonata dal marito, nell’essere tradita dall’uomo col quale aveva deciso di creare una famiglia, e questo di Elena Ferrante è uno di quelli che mi è piaciuto di più.

La Ferrante ci porta nel gorgo delle emozioni impetuose, crude e autodistruttive di una donna che affronta il tradimento del marito e la grande umiliazione della scoperta della sua dinamica. La dura realtà comprometterà l’equilibrio della protagonista che a stento riuscirà ad occuparsi dei due figli piccoli. Ma…

Volete un bel libro italiano, eccolo. La sua autrice, poi, sta diventando giustamente una scrittrice di culto (chiunque essa sia…).

“Topo-Secret” di Robert C. O’Brien

(Salani, 1990)

Vi prego: non considerate minimamente il titolo criptico, totalmente fuori tema e incomprensibile – per non dire di peggio – che alla Salani hanno voluto mettergli in italiano. Quello originale, alla sua uscita nelle librerie statunitensi nel 1971, è “Mrs. Frisby and the Rats of NIMH”: tutta un’altra storia!

Robert C. O’Brien – il cui nome vero era Robert Leslie Conly – scrive uno dei più bei romanzi per ragazzi degli anni Settanta, ambientato fra gli animali di campagna che devono confrontarsi, troppo spesso, con l’uomo: il più arrogante, feroce e ingombrante predatore della Terra.

Mrs. Frisby, una giovane topolina rimasta recentemente vedova, deve trovare un rimedio alla grave influenza del figlio minore Timothy e contemporaneamente al dover affrontare il trasloco imminente, visto che la sua casa si trova nel campo che a breve il contadino verrà ad arare.

La situazione sembra senza speranza, ma gli altri animali della campagna le daranno una mano, soprattutto i ratti che vivono nel roseto accanto alla fattoria, vecchi amici di suo marito e con un inquietante e segreto passato…

Godibile fino all’ultima pagina, questo romanzo di O’Brien ci racconta di un mondo animale che deve difendersi dall’uomo che non ha il minimo rispetto della Natura. Da leggere e da far leggere ai giovani lettori.

Per la chicca: nel 1982 Don Bluth ha realizzato il cartone animato ispirato al romanzo dal titolo in italiano “Mrs. Brisby e il segreto del Nimh”. Avete letto bene “MRS BRISBY”!

L’unica spiegazione che mi viene in mente è che il solito genio del distributore italiano ha cambiato il nome della protagonista per paura che si potesse confondere col fresbee…

Ma torniamo al cartone animato: Bluth stravolge l’essenza della storia di O’Brien inserendoci di sana pianta e immotivatamente il fantasy. Ma le grandi falle nelle sceneggiature sono tipiche dei film di Bluth.

“Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel

(Francia, 1972)

Quando si parla di Luis Buñuel, ci si trova di fronte a uno dei più grandi registi che il Novecento abbia conosciuto, un artista che ha saputo lasciare un’impronta indelebile nel cinema e nella cultura mondiale. “Il fascino discreto della borghesia”, pellicola che gli valse l’Oscar come miglior film straniero nel 1973, rappresenta forse la sintesi più perfetta del suo genio visionario. Realizzato quando il maestro spagnolo aveva già superato i settant’anni, questo film dimostra che il vero talento non conosce limiti anagrafici: la freschezza narrativa, lo spirito critico affilato come una lama e la lucidità implacabile con cui Buñuel mette a nudo l’arroganza e la crudeltà del potere ne fanno un capolavoro assoluto, destinato a rimanere immortale.

La trama, apparentemente semplice, si rivela un meccanismo perfetto per scoperchiare le ipocrisie della società borghese. Due coppie dell’alta società parigina tentano ripetutamente di organizzare una cena che, di volta in volta, per disguidi, malintesi o imprevisti sempre più surreali, non riesce mai a concretizzarsi. Ma questa cena impossibile è solo un pretesto, una scusa narrativa attraverso cui Buñuel conduce lo spettatore in un viaggio allucinante tra sogno e realtà, dove i confini tra le due dimensioni si fanno sempre più labili e sfuggenti.

Ciò che il regista mette in scena è un affresco spietato di una parte della società corrotta e corruttrice, senza ritegno e senza vergogna. I protagonisti, con i loro abiti eleganti e le loro buone maniere, nascondono dietro la facciata rispettabile del perbenismo traffici illeciti, adulteri, ipocrisia e una totale mancanza di valori autentici. Buñuel disseziona questa classe sociale con la precisione di un chirurgo e l’ironia feroce di un moralista anarchico, mostrando come dietro il “fascino discreto” si nasconda il vuoto assoluto, l’assenza di qualsiasi sostanza umana.

Il film è strutturato come una serie di episodi concatenati, dove la logica onirica prende il sopravvento sulla linearità narrativa tradizionale. I personaggi si muovono in un universo dove tutto può accadere: un vescovo che chiede l’elemosina, un ambasciatore trafficante di droga, un generale che racconta storie macabre, soldati morti che irrompono durante un ricevimento. Questa continua oscillazione tra realtà e sogno, tra il quotidiano e il fantastico, è il marchio di fabbrica di Buñuel, che aveva già esplorato territori simili in opere precedenti ma che qui raggiunge una maturità espressiva straordinaria.

Impossibile non menzionare l’immagine iconica che attraversa l’intero film: la camminata dei protagonisti su una strada in mezzo alla campagna. Questa sequenza, che appare ciclicamente, è diventata ormai parte della storia del cinema. I sei personaggi, elegantemente vestiti, avanzano con passo deciso verso una meta che non raggiungeranno mai, in un cammino che si ripete all’infinito come una condanna kafkiana. È l’immagine perfetta dell’esistenza borghese secondo Buñuel: un movimento costante che non porta da nessuna parte, un’illusione di scopo che maschera il vuoto totale.

Il cast è semplicemente superbo. Fernando Rey, con la sua presenza magnetica e il suo portamento aristocratico, incarna alla perfezione l’ambiguità morale dei personaggi. Jean-Pierre Cassel (padre del più noto Vincent) conferisce al suo ruolo un’eleganza raffinata che rende ancora più stridente il contrasto con le bassezze morali del suo personaggio. Stéphane Audran, Delphine Seyrig e Bulle Ogier completano questo ensemble straordinario, dando vita a figure femminili complesse, ciniche e affascinanti.

La regia di Buñuel è di una precisione millimetrica: ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni scelta di montaggio contribuisce a creare quell’atmosfera sospesa tra il comico e l’inquietante che è la cifra distintiva del film. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Buñuel insieme a Jean-Claude Carrière, è un esempio perfetto di come si possa costruire una critica sociale devastante attraverso il surrealismo e l’assurdo.

“Il fascino discreto della borghesia” è un film da rivedere a intervalli regolari, non solo per la sua triste e perdurante attualità – la società che descrive è ancora qui, forse più radicata che mai – ma anche per scoprire ogni volta un nuovo dettaglio geniale, una nuova sfumatura, un nuovo livello di lettura. È un’opera che non invecchia, perché parla di vizi umani che sembrano eterni e lo fa con uno stile inimitabile, mescolando ironia feroce, surrealismo visionario e una profonda amarezza filosofica.

Un capolavoro assoluto che conferma Buñuel come uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

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“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” di Jay Roach

(USA, 2015)

Nel corso degli ultimi decenni sono stati girati diversi film di qualità sul periodo oscuro di Hollywood legato a quello che poi fu definito il cosiddetto “maccartismo” – dal nome del senatore Joseph McCarthy, paladino della caccia ai comunisti americani – che dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Sessanta ghettizzò attori, registi, produttori e sceneggiatori che avevano aderito, o semplicemente espresso simpatie, per il Partito Comunista, privandoli del lavoro e spesso della dignità sociale, tanto da provocare non pochi suicidi e distruggere intere carriere e famiglie.

La storia ci ha ampiamente rivelato che quella presunta armata di spie sovietiche infiltrate nell’America del secondo dopoguerra, in realtà, non esisteva affatto, e che personaggi come McCarthy cavalcavano ad arte la paura del comunismo soprattutto per fini politici e personali, costruendosi una carriera sulla rovina di innocenti. L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo racconta appunto la vicenda di Dalton Trumbo, uno degli sceneggiatori più geniali e talentuosi della sua epoca, tra le prime e più illustri vittime di questa vergognosa caccia alle streghe ideologica.

La Seconda Guerra Mondiale è finita da pochi anni e Dalton Trumbo (un notevole, sfaccettato Bryan Cranston, qui in una delle interpretazioni più intense della sua carriera) è uno degli sceneggiatori più famosi, prolifici e pagati di tutta Hollywood, capace di scrivere copioni brillanti a ritmi impressionanti, spesso lavorando da una vasca da bagno riempita di acqua calda con la macchina da scrivere posata su un’asse. Trumbo è iscritto al Partito Comunista Americano, convinzione ideologica che non nasconde e che anzi difende con orgoglio intellettuale, e per questo è tra i primi a cadere sotto la lente d’ingrandimento della Commissione per le Attività Antiamericane, il famigerato tribunale che avrebbe segnato per sempre la storia del cinema statunitense.

Lo sceneggiatore non si fa intimidire, risponde con arguzia e sarcasmo alle domande ostili dei commissari, e proprio per questa fierezza il martello della repressione si abbatterà su di lui con particolare violenza. Soprattutto perché l’intera Hollywood viene invasa da un clima di sospetto e paura paralizzante, e le grandi case di produzione, invece di difendere i propri artisti come ci si aspetterebbe, creano una vera e propria commissione interna, un organismo di censura mascherato da valutazione artistica, che decide letteralmente la vita o la morte professionale – ufficialmente su basi creative, ma nella pratica su basi puramente ideologiche – di chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di simpatie comuniste.

A capo di questa commissione viene nominato il reazionario, dichiaratamente conservatore John Wayne, affiancato dall’ex attrice mediocre divenuta la spietata e temutissima regina del gossip della Mecca del cinema, Hedda Hopper, interpretata da una straordinaria, glaciale Helen Mirren, capace di rendere il personaggio ancora più inquietante di quanto già non fosse nella realtà storica.

Ma Trumbo non si arrende, e sacrificando in parte il proprio nome e la propria visibilità pubblica, ricorrendo a svariati pseudonimi e prestanome, riesce comunque a continuare a lavorare nell’ombra, scrivendo sceneggiature per produzioni minori e vincendo addirittura due premi Oscar per la miglior sceneggiatura – La più grande corrida e Vacanze romane – senza poter nemmeno presentarsi a ritirarli di persona, con la beffa che uno degli Oscar viene inizialmente attribuito a un nome di fantasia. Un uomo tosto, dunque, testardo fino all’autolesionismo, che nonostante tutto ha sempre avuto… l’ultima parola sulla propria vita e sul proprio lavoro.

Con questa pellicola diretta con mestiere solido da Jay Roach – regista che qui abbandona le atmosfere comiche di Austin Powers per abbracciare un registro drammatico più maturo e impegnato – scritta da John McNamara e ispirata alla biografia di Dalton Trumbo firmata da Bruce Alexander Cook, riviviamo un’epoca di paure, sospetti e delazioni che, purtroppo, non appare così distante da certe dinamiche del presente, dove il conformismo e la paura del diverso continuano a trovare nuove forme di espressione.

Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, meritano una menzione anche Diane Lane, convincente nel ruolo di Cleo, la moglie premurosa e paziente di Trumbo che ne condivide ogni battaglia, ed Elle Fanning, delicata nell’interpretare Niki, la figlia dello sceneggiatore, testimone silenziosa della crescente tensione familiare. Da segnalare inoltre le interpretazioni di Louis C.K. nel ruolo dell’amico e collega sceneggiatore Arlen Hird, e di Michael Stuhlbarg, efficace nei panni dell’attore Edward G. Robinson, altra vittima e figura controversa di quella stagione buia.

L’ultima parola è un film che, pur muovendosi talvolta su binari narrativi piuttosto classici e didascalici, riesce comunque a restituire con onestà ed efficacia la statura morale e intellettuale di un uomo che pagò a caro prezzo le proprie idee, senza mai rinunciarvi, e che ancora oggi merita di essere ricordato come simbolo di resistenza culturale contro ogni forma di censura ideologica.

Non è un caso, quindi, che sia proprio la sua penna a scrivere uno dei più grandi romanzi contro la guerra mai scritti nella storia: E Johnny prese il fucile, pubblicato per la prima volta nel 1938, e ancora oggi tragicamente attuale.

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“Whiplash” di Damien Chazelle

(USA, 2014)

Cosa sei disposto a sacrificare per realizzare il tuo sogno? …Per diventare un grande musicista, e in questo caso un grande batterista, sei pronto davvero a rinunciare a tutto?

Andrew (un bravissimo Miles Teller) è un ragazzo introverso che ama la musica, soprattutto il jazz, e la sua missione è suonare la batteria. Per questo frequenta un prestigioso college artistico di New York, dove insegnano i migliori artisti della città e forse degli Stati Uniti.

Fra questi c’è il leggendario Terence Fletcher (uno stratosferico J.K. Simmons), genio della musica e del jazz, dai modi rudi e spesso violenti. Andrew viene notato da Fletcher che lo ammette nella sua classe, dove la competizione però è davvero all’ultimo sangue. Il genio di Andrew è promettente ma Fletcher, per tirarlo fuori, è disposto a oltrepassare i limiti…

Bellissima e dura pellicola indipendente americana che parla del talento e dei suoi lati più pericolosi e oscuri.

Scritto e diretto da Damien Chazelle (classe 1985) “Whiplash” è davvero un piccolo gioiello che fra i numerosi premi vinti in tutto il mondo colleziona tre premi Oscar: miglior montaggio, miglior sonoro – e questo la dice lunga sulla musica nel film – e miglior attore non protagonista al cattivissimo e bravissimo J.K. Simmons che ha vinto anche il Golden Globe.

Da vedere col volume a palla.

“Ferro 3 – La casa vuota” di Kim Ki-duk

(Corea del Sud/Giappone, 2004)

William Shakespeare sostiene che: “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” (o almeno qualcuno di noi lo è), e la stessa cosa ce la racconta uno dei registi coreani contemporanei più geniali: Kim Ki-duk.

Tae-suk è un giovane solitario, patito di golf, che ama intrufolarsi nelle case vuote mentre i proprietari sono lontano, e passarci qualche giorno. Tae-suk non ruba nulla, anzi, ama addirittura aggiustare i piccoli elettrodomestici che trova difettosi nelle case, e lavare i panni dei suoi ospiti.

In una di queste visite, il ragazzo incappa in Sun-hwa, giovane donna costantemente maltrattata dal ricco marito. Fra i due nasce una profonda e silenziosa complicità che porterà la ragazza ad abbandonare la casa del marito per seguire il giovane sconosciuto. Passeranno giorni intimi e sereni fino a quando in una casa troveranno il cadavere di un uomo…

Cosa sono i sogni? …E davvero si infrangono all’alba?

Splendida e originalissima pellicola che ci illumina l’anima. Pochi dialoghi e grandi capacità visive.

Da vedere.

“I miei vicini Yamada” di Isao Takahata

(Giappone, 1999)

Questo particolare lungometraggio animato, prodotto dallo Studio Ghibli nel 1999, è ispirato al manga yonkoma (di quattro vignette) “Nono-chan” di Hisaichi Ishii.

Il maestro Isao Takahaka (regista degli splendidi “Una tomba per le lucciole“, “Pom-Poko“, “Pioggia di ricordi” e “La storia della principessa splendente“) adatta per il grande schermo una delle più famose strisce umoristiche che più divertono i giapponesi.

I disegni sono quasi accennati, scarni sono i fondali e l’essenziale visivo è legato all’azione del breve episodio raccontato. Attraverso una lunga serie di piccole storie quotidiane, concatenate le une alle altre, assistiamo alla vita di tutti i giorni degli Yamada, tipica famiglia della Tokyo di oggi, e dei suoi cinque membri: nonna Shinge, papà Yakashi, mamma Matsuko, il figlio adolescente Noboru e la piccola Nonoko.

Se volete davvero conoscere la vita comune di una classica famiglia giapponese questo è il film per voi. Non sono molte le pellicole che riescono a mostrare la vera anima dello stile di vita nel Sol Levante, e se ci aggiungiamo poi che è firmato da uno dei maestri dello Studio Ghibli… da vedere.

“Alla ricerca di Dory” di Andrew Stanton

(USA, 2016)

Non era facile creare un sequel al successo planetario di “Alla ricerca di Nemo“, ma alla Pixar sono dei geni, c’è poco da dire, e così si sono presi tutto il tempo necessario (circa tredici anni) per raccontare una nuova bellissima storia con Dory, Marlin e Nemo.

Scritto e diretto da Andrew Stanton (regista di “Alla ricerca di Nemo” e “Wall-E”) insieme a Victoria Strouse “Alla ricerca di Dory”, come tutti i film della Pixar, ci parla d’amore: dell’amore incondizionato di due genitori verso una figlia molto particolare, e di quello della figlia verso di loro e verso i suoi veri amici, nonostante tutte le complicazioni nel soffrire di difetti alla memoria breve.

Con una grafica sempre più increbile, viaggiamo sul fondo del mare e dentro enormi o piccoli acquari e, oltre ai noti protagonisti, conosciamo il cinico e solitario polipo Hank che aiuta Dory suo malgrado, e grazie a lei – come nel film precedente per Marlin – impara ad accettare se stesso e il mondo col quale deve relazionarsi.

Davvero un grande film.

Bisogna, poi, fare i complimenti a Carla Signoris che doppia il pesce blu e giallo in maniera sublime, indiscutibilmente molto brava, forse più della stessa Ellen DeGeneres nella versione originale.

E per finire: titoli di coda geniali come sempre!

“Il ballo” di Irène Némirovsky

(Adelphi, 2005)

Antoniette vive un’adolescenza difficile: ha un rapporto tiepido col padre, impegnato sempre col suo lavoro, e a dir poco difficile con la madre dal carattere forte ed egocentrico.

Più che a seguire la crescita della loro unica figlia, i coniugi Kampf si dedicano a consolidare il loro stato sociale di “nuovi” ricchi. L’acerba Antoniette, schiacciata fra i genitori e il nuovo e, a volte, incomprensibile stile di vita, cova un rancore profondo che alla fine sfogherà in una feroce vendetta.

Questo breve romanzo, tanto sottile quanto attuale – che vide le stampe la prima volta nel 1930 e poi incredibilmente dimenticato fino a pochi anni fa – rappresenta la seconda opera della giovane scrittrice francese Irène Némirovsky, nata in Russia ed emigrata a Parigi assieme ai suoi genitori, e che per tutti gli anni Trenta sarà una figura di spicco della vita culturale della capitale francese.

A neanche quarant’anni la Némirovsky, il 17 agosto 1942, perirà nel campo di sterminio nazista di Auschwitz, dove era stata reclusa perché di religione ebraica.

“The Lobster” di Yorgos Lanthimos

(Irl/Gre/UK/Fra/Ola, 2015)

In un mondo, molto simile al nostro, non c’è posto per gli esseri umani single. Coloro i quali rimangono soli vengono trasferiti in centri di accoglienza dove hanno solo quarantacinque giorni per poter tornare “accoppiati”, altrimenti verranno trasformati in un animale a loro scelta.

Quando David (un bravissimo e goffo Colin Farrell) viene condotto in uno di questi alberghi, nel caso fallisca, sceglie di essere trasformato in una aragosta (lobster, appunto).

La permanenza è terrificante e i giorni passano ma David riesce incredibilmete a fidanzarsi con una delle ospiti più perfide. Quando però la donna si accorge che lui non la ama davvero, David è costretto a fuggire e si dà alla macchia unendosi ai Solitari, una sorta di resistenti comandati da una leader volitiva (Léa Seydoux) che vivono nascosti nelle vegetazione, e fra i quali è drasticamente vietato ogni tipo di contatto fisico e morale. Ma fra i Solitari, David incontra un giorno una donna miope (Rachel Weisz) e se ne innamora…

Paradossale, ironica e cattivissima pellicola diretta dal greco Yorgos Lanthimos, che ne ha scritto la sceneggiatura assieme al connazionale Efthymis Filippou, che fotografa in maniera spietata la nostra società. Da ricordare il ruolo secondario, ma fantastico, di John C. Reilly.

Atmosfere e situazioni molto simili al grottesco “I viaggiatori della sera” di Umberto Simonetta.

Da vedere, pronti a tutto…