“Due spicci” di Zerocalcare

(Italia, 2026)

C’è chi sa bene cosa significa crescere a Rebibbia, perdere gli amici, sentirsi sempre inadeguato, fare i conti con la propria generazione naufragata tra aspettative sbagliate e impieghi precari. A un certo punto, questo qualcuno, decide che disegnare non basta. Che la sua voce — quella vera, quella con l’accento romano anche se di madrelingua francese e che non fa sconti a nessuno — debba uscire anche in un altro modo. Dopo “Strappare lungo i bordi” del 2021 e “Questo mondo non mi renderà cattivo” del 2023, Zerocalcare torna su Netflix con la sua terza serie animata.

Benvenuti in “Due spicci”. Benvenuti nella più recente, e forse più consapevole, opera per il piccolo schermo di Michele Rech, alias Zerocalcare.

La trama, in superficie, è semplice: Zero, ormai autore famoso, arriva alla soglia dei quarant’anni nella sua comfort zone che è Rebibbia, accompagnato sempre dal suo imprescindibile Armadillo (che ha la voce irresistibile di Valerio Mastandrea). Zerocalcare ci racconta la vita, quella sospesa tra i quaranta e qualcosa che non si riesce a identificare con esattezza. E quando prova a fare il punto della situazione scopre che il conto non torna. Esattamente come i due spicci del titolo: ci sono, ma non bastano mai.

Se lui fa di tutto per cercare di resistere ai cambiamenti che il passare degli anni inesorabilmente comporta, i suoi storici amici, invece, no. Da Secco al Cinghiale, tutti hanno seguito il flusso della vita che, in un modo o nell’altro, li ha travolti. E così, anche se all’inizio in maniera indiretta, anche il nostro eroe disegnato verrà coinvolto…

Quello che Zerocalcare fa con questo materiale — costruito, diretto, scritto e in larga parte interpretato da lui stesso, con la complicità di un gruppo di voci e collaboratori che ormai conoscono i suoi ritmi forse meglio di quanto lui conosca i suoi lettori di lunga data — è precisamente quello che sa fare meglio quando è in forma: trasformare il piccolo in enorme senza che te ne accorga. Il disagio economico non è mai gridato, mai illustrato con la povertà esibita come argomento.

È lì, tra le righe e nei silenzi prima di rispondere a un messaggio o a una provocazione fatta da un passante, che Zerocalcare ci racconta il nostro Paese. La fotografia, o meglio il disegno, che ci regala è tanto onesto quanto duro e crudo. Siamo diventati una nazione dove sempre meno pochi eletti riescono ad arrivare a fine mese senza particolari problemi. La stragrande maggioranza delle italiane e degli italiani, invece, deve sottostare a compromessi, soprusi e ingiustizie. E la metafora più efficace di questo abisso è nella desolante forma distorta dei rapporti interpersonali.

Zerocalcare ci ricorda, giustamente, che in Italia il femminicidio, la violenza sulle donne in genere, l’omofobia e il razzismo sono tragicamente all’ordine del giorno. Che trovare un lavoro equo e giustamente remunerato, in una nazione che fa parte del G8, è invece per la maggior parte dei suoi abitanti una chimera sempre più sbiadita. Che lo Stato non riesce a fornire i mezzi per educare prima e recuperare poi le persone che sbagliano, e che quindi sbagliare – come rubare, rapinare o spacciare per esempio – diventa alla fine una delle possibilità più accessibili per la maggior parte dei giovani che non hanno i mezzi per lasciare il nostro Paese e cercare una vera realizzazione altrove. E che le uniche cose al mondo che ci possono far sopravvivere con dignità sono: il rispetto, la tolleranza, l’inclusione e la fiducia.

A poche ore dalla sua messa a disposizione su Netflix, “Due spicci” ha provocato varie e perentorie reazioni da parte di alcuni eminenti voci nazionali che l’hanno accusata di qualunquismo strumentale e di superficialità. Evidentemente tali eminenti e pregevoli voci, nel tragitto fra casa e lavoro, visto che non sono evidentemente loro a guidare, non guardano mai fuori dal finestrino…

La struttura della serie è quella delle sue graphic novel migliori: episodica in superficie, profondamente unitaria nella sostanza. Ogni puntata ha un suo centro di gravità, una sua domanda sospesa, e nessuna delle risposte arriva mai del tutto completa. Zerocalcare non è un autore che risolve. È un autore che osserva, e poi restituisce la stessa domanda con qualche dettaglio in più, come se il solo fatto di averla detta ad alta voce e disegnata cambiasse qualcosa. E, molto spesso, poi in realtà qualcosa lo cambia davvero.

L’animazione è un’evoluzione coerente di quanto già visto nelle serie precedenti: più fluida, meno volutamente grezza, ma ancora fedele a quella grammatica visiva personale e riconoscibile che è la sua firma più autentica. La Roma che appare sullo sfondo non è mai neutra: è quella Roma periferica e ingombra, grigia nei colori e ma calda nei rapporti umani, che Zerocalcare ha sempre saputo disegnare con un affetto quasi intransigente.

Il vero punto di forza, però, è il ritmo della scrittura. I dialoghi hanno quella naturalezza apparente che si ottiene solo lavorando moltissimo, quella scorrevolezza che si comporta come se non ci fosse nessun autore dietro ma che porta, in realtà, la firma di qualcuno che sa esattamente dove vuole arrivare e sceglie la strada più lunga perché sa che è quella più onesta. Ci sono scambi di battute in “Due spicci” che sembrano momenti sottratti a una conversazione vera. E forse lo sono davvero.

“Due spicci” è nel complesso una delle cose più oneste che la serialità italiana – e non solo quella animata – abbia prodotto negli ultimi anni. Un’opera che parla di precarietà senza fare la predica, di amicizia senza fare la retorica, di dolore senza far del pietismo, di Roma senza fare del folklore superficiale.

Da vedere. Possibilmente con qualcuno accanto a cui non riuscite mai a dire certe cose. Magari, dopo averla vista tutta, vi viene più facile.

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“Quando muori resta a me” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2024)

Il senso di colpa per Zerocalcare, e purtroppo per molti di noi, è un elemento fondante della vita quotidiana.

Così l’autore ci racconta la storia di un breve viaggio compiuto recentemente con suo padre, che per lui ha l’aspetto e il nome di Ping Ping – ispirato direttamente all’omonima anatra della saga del cinema d’animazione di “Kung Fu Panda” e che è uno dei due padri del protagonista Po – nel piccolo paesino delle Dolomiti, località natale della sua famiglia.

Il viaggio, come tutti quelli dentro noi stessi, sarà faticoso, esasperante e soprattutto doloroso, e Zarocalcare dovrà affrontare antiche ferite ancora non del tutto disinfettate, come la separazione dei propri genitori avvenuta durante la sua infanzia.

E come unico e grande filo conduttore c’è sempre lui: l’inesorabile e sempre affilato senso di colpa che col passare del tempo – e con l’arrivo del successo – diventa sempre più famelico e implacabile, e che riesce a superare lo spazio e il tempo coinvolgendo diverse generazioni. E per questo, forse, il “buon vecchio” armadillo non basta più…

Non a caso, nella quarta di copertina di questo libro, c’è riportata la frase che lo stesso autore ci sussurra con rabbia fra le pagine: “A scuola ti insegnano Felice – Triste – Arrabbiato. Il senso di colpa non te lo spiega nessuno.”

Zerocalcare, al secolo Michele Rech, ci regala un altro godibilissimo e doloroso libro sulla sua vita e sulla nostra società che, soprattutto in questo periodo, non ama guardarsi troppo nello specchio. Tutto condito e saporito da un’ironia irresistibile e graffiante, che ci rende il viaggio più tollerabile, proprio come quello della vita.

Per questo considero Zerocalcare uno dei veri eredi – ammesso che ce ne siano altri – di quello che è stato in assoluto uno dei maestri della nostra – …e non solo – cultura del Novecento, che in una battuta o in una breve frase riassumeva l’anima e i vizi del nostro Paese: Ennio Flaiano.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” di Zerocalcare

(Italia, 2023)

Su Netflix è approdata la seconda serie animata creata, scritta e diretta da Zerocalcare.

Dopo “Strappare lungo i bordi” del 2021, torniamo nel quartiere di Rebibbia a Roma, dove vive e lavora Zerocalcare. Fra quelle strade e quei grandi palazzi popolari “Calcare” è cresciuto accanto a persone con le quali ha stretto una profonda amicizia, come con Secco o Sara, e con altre, come Cesare, che col passare del tempo ha perso di vista.

Quando Cesare torna nella zona, dopo aver passato alcuni anni in una comunità per il recupero dalla sua tossicodipendenza, l’incontro con Zerocalcare è formale e molto freddo. Perché Cesare ha affrontato i propri mostri da solo, lontano da tutti – Zerocalcare compreso – e quando è tornato a casa ha trovato il deserto emotivo.

Come tutto il Paese, anche Rebibbia sta vivendo la netta frattura della nostra società che si divide in tolleranti e intolleranti, in accoglienti e sovranisti, in sinistrorsi e nazisti che, come ci spiega l’autore, comprendono anche i fascisti che ormai sono stati fin troppo facilmente sdoganati. Ma se per Zerocalcare fino a quel momento la divisione è sempre stata netta, adesso scopre – come molti altri suoi connazionali… – che fra il bianco e il nero ci sono milioni di sfumature. E così “Calcare” deve imparare a convivere con le numerose tonalità di grigio.

Se i nazisti rimangono e rimarranno sempre dei nazisti, Zerocalcare ci racconta – non senza sublimi citazioni e battute esilaranti – come il mancato riconoscimento delle tante sfumature non fa altro che fomentare i nazisti e chi li manipola e li usa a proprio tornaconto.

Come nella serie precedente, anche in questa è Valerio Mastandrea a doppiare l’Armadillo, la coscienza ingombrante di Zerocalcare, mentre Silvio Orlando dona la voce ad un dirigente della Digos.

Zerocalcare è sempre lui.

“Blankets” di Craig Thompson

(Rizzoli Lizard, 2010)

Come sottolinea anche Zerocalcare: il fumetto non è un genere ma un vero e proprio linguaggio narrativo. Se nel resto del mondo questo concetto è ormai assodato e riconosciuto, solo nel nostro Paese sembra scontrarsi con una barriera di polverosi e ottusi pregiudizi.

Basta leggere però questo splendido romanzo grafico per abbandonare ogni indugio e considerare il fumetto alla pari del più classico dei romanzi.

Pubblicato per la prima volta nel 2003 questo “Blankets” di Craig Thompson (classe 1975) – che aveva debuttato con “Addio Chunky Rice” nel 1999 – ci racconta la storia autobiografica e poco semplice dell’adolescenza del suo autore. Nato nel Michigan, Thompson è cresciuto nella Contea di Marathon nel Wisconsin settentrionale, in una comunità prettamente agricola.

I suoi genitori appartenevano ai Cristiani Rinati, protestanti molto ortodossi, che fin da piccolo lo hanno cresciuto, assieme al fratello minore Phil, in maniera molto spartana e religiosa. Se fra le mura di casa Craig ha Phil come riferimento, fuori la vita è molto più dura, sia a scuola che in chiesa.

Ma durante una vacanza in un campo religioso Craig conosce Raina, una sua coetanea che vive a Marquette, nel Michigan. Fra i due nasce subito un’amicizia molto particolare che non naufraga alla fine della vacanza. Dopo mesi di telefonate e lettere, Raina lo invita per due settimane a casa sua approfittando delle vacanze invernali.

L’impatto con la famiglia di Raina sarà per Craig profondamente catartico, visto che per la sua educazione, soprattutto quella religiosa, il senso di colpa non lo ha mai abbandonato da quando ha memoria. E con dolore affronterà anche il distacco dai suoi genitori e dalla loro scelta di vita.

La presenza del freddo e della neve è una costante del libro, metafora geniale e profonda dell’adolescenza che è spesso uno dei momenti più “freddi” della nostra esistenza, in cui cerchiamo più di ogni altra cosa la coperta – che in inglese si dice appunto blanket – più adatta a noi per tenerci al caldo.

Bellissimo romanzo – grafico – di formazione che ci parla direttamente al cuore con dei disegni e delle atmosfere struggenti ed emozionanti. Non è un caso quindi che “Blankets” abbia fatto incetta dei premi americani più prestigiosi per autori di fumetti come gli Eisner Awards, gli Harvey Awards e gli Ignatz Awards, premi che hanno consacrato giustamente Thompson come autore di spicco del romanzo grafico contemporaneo.

Da leggere.

“Pigiama computer biscotti” di Alberto Madrigal

(Bao Edizioni, 2019)

E’ semplice conciliare la propria vena artistica e creativa con la vita quotidiana centrata sulla famiglia e col lavoro fatto solo per sbarcare il lunario? …Assolutamente no, ma non è impossibile e quando ci si riesce è bellissimo, ci risponde Alberto Madrigal con questo delizioso graphic novel.

Madrigal ci racconta la storia della sua vita personale da quando, insieme alla sua compagna, ha deciso di diventare genitore. E con acquarelli in bianco e nero, davvero molto belli e d’atmosfera, l’artista ci parla di come una cosa così grande come un figlio può mettere in crisi il rapporto che abbiamo con la nostra creatività.

Per fare i genitori bisogna essere onesti e sinceri col proprio figlio, e così anche per realizzare un’opera d’arte bisogna essere onesti e sinceri con se stessi. Un ruolo fondamentale ce l’ha, ovviamente, la persona con cui si decide di iniziare un viaggio così importante e che non finirà più. Anche gli amici possiedono un’influenza rilevante e fra quelli di Madrigal spicca Michele Reich – al secolo Zerocalcare – col quale lui ha collaborato per le copertine e i toni di grigio di libri come “Macerie prime” o “No Sleep Till Shengal“.

Naturalmente il processo creativo ognuno lo deve trovare dentro se stesso, come ci ricorda anche il Re Stephen King nel suo fondamentale “On Writing – Autobiografia di un mestiere“, che anche Madrigal cita in questo tomo. E ci si riesce, repetita iuvant, soprattutto quando si è onesti con se stessi e con le proprie emozioni.

Godibile conforto e spunto di riflessione per chi ama creare usando una matita, una penna o un computer.

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“No Sleep Till Shengal” di Zerocalcare

(BAO Edizioni, 2022)

Dopo sei anni Zerocalcare torna in Iraq, ma non a Kobane – come ci ha raccontato nel suo indimenticabile “Kobane Calling”- nella confederazione democratica del Rojava, ma più a ovest verso il confine con la Siria e precisamente a Shengal, ai confini della regione del Kurdistan iracheno.

La località di Shengal – in arabo Sinjar o Shingal – è abitata dagli Ezidi – Yazidi in arabo – molti dei quali sopravvissuti al massacro compiuto contro di loro dalle forze dell’Isis nel 2014. Gli unici che li hanno soccorsi e protetti, la maggior parte erano donne e bambini, sono stati le miliziane e i miliziani curdi.

Dopo aver conosciuto l’esperienza di autogoverno del Rojava, con la parità di genere, la convivenza tra tutti i popoli e la ricerca della democrazia in mezzo alle atrocità e alla barbarie, gli Ezidi hanno deciso di adottarlo anche nella loro Shengal.

Ma in un paese strategico e dilaniato dalle tragiche conseguenze di una guerra che in realtà non è mai finita, l’autonomia di Shengal è “scomoda” per troppi interessi. A partire da quelli della vicinissima Turchia che non tollera qualsiasi riferimento ai Curdi e alle loro tradizioni, ma anche a quelli del Governo centrale iracheno. E la confinante Siria ancora non si è palesemente espressa.

Fra la primavera e l’estate del 2021 Zerocalcare si è recato, non senza difficoltà, a Shengal semplicemente per raccontare attraverso il suo libro la situazione di alcune delle persone che qualche anno fa hanno difeso, anche con la loro vita, il mondo dall’Isis, ma che oggi si ritrovano quasi isolate.

Eppure nel nostro Paese, durante l’avanzata delle truppe dell’Isis, tutti i grandi media esaltavano le donne e gli uomini che si sacrificavano per fermarla, tanto che alle combattenti curde venne dedicata anche una linea di abbigliamento …ma oggi?

Con “No sleep till Shengal” Zerocalcare – con i toni di grigio di Alberto Madrigal – ci racconta la storia di donne e uomini che nonostante la loro storia straziante tentano di portare a termine una rivoluzione sociale e culturale che inciderebbe nel presente di tutto il resto del pianeta in maniera davvero impattante. Ma tutto il resto del pianeta, per un interesse diretto o indiretto, sembra proprio volutamente guardare da un’altra parte.

L’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Russia ha ulteriormente complicato la vita e i sogni delle donne e degli uomini di Shengal.

A volte anche un disegno è importante.

“Niente di nuovo sul fronte di Rebibbia” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2021)

Ci sono esimi statisti, anche nel passato recente, che per dileggiare avversari politici consigliano loro di leggere o dedicarsi al mondo dei fumetti. Gli stessi esimi statisti, evidentemente, i fumetti non li hanno mai letti – o ne hanno letti davvero troppo pochi… – visto che la stragrande maggioranza degli adolescenti del pianeta cresce leggendo proprio gli eroi disegnati. E la formazione delle nuove generazioni passa quindi anche attraverso di loro.

Tanto che il Dottor William Moulton Marston – l’inventore della famigerata “macchina della verità” – intuì già nella prima metà del secolo scorso che per far rivalutare la figura della donna alle nuove generazioni occorreva un’eroina dei fumetti che ne incarnasse tutte le doti e per questo creò Wonder Woman. Visto la misera e imbarazzante quota di donne sedute su poltrone rilevanti nella nostra politica, è più che evidente che la maggior parte dei nostri politici – purtroppo per loro …e pure per noi – i fumetti da ragazzini proprio non li hanno mai letti.

Ma bando agli esimi statisti, torniamo a quest’opera di Zerocalcare che ci racconta l’ombra più oscura che la pandemia ha gettato sul nostro Paese. Passiamo così dal racconto dell’esplosione dell’emergenza sanitaria vissuta nelle nostre carceri, a quello contemporaneo del duro risveglio del nostro Paese nel marzo del 2020 prendendo definitivamente atto che la cosiddetta sanità locale era stata quasi cancellata dal territorio, e alle sue ripercussioni sui mezzi di comunicazione e soprattutto sui social.

Le prime quattro storie sono state già pubblicate nel corso dell’ultimo anno su “Internazionale” o “L’Espresso”, mentre l’ultima è inedita e s’intitola “Il castello di cartone” e ci racconta in maniera tagliente come Zerocalcare abbia affrontato la genesi e la messa in streaming della sua serie animata “Strappare lungo i bordi“.

Insomma, come ci dice lo stesso autore sulla quarta di copertina: “UNA SORPRESA SU CINQUE SARA’ UNA ZACCAGNATA AL FEGATO” …perché Rebbibia, ed è inutile che qualcuno ancora arricci il naso, rappresenta anche tutto il resto del nostro Paese.

“Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare

(Italia, 2021)

E’ finalmente arrivata su Netflix la serie di animazione ideata, scritta e diretta da Zerocalcare.

“Strappare lungo i bordi”, nelle sue 6 puntante da circa 20 minuti l’una, ci parla di temi al fumettista – anche se ormai chiamarlo solo autore di fumetti è davvero riduttivo – molto cari come il sopravvivere all’amara e cruda adolescenza e, soprattutto, a se stessi.

Purtroppo nella vita non basta “strappare lungo i bordi” la nostra figura dal foglio che il destino ci pone, perché lo strappo fin troppo spesso sconfina con imponderabili conseguenze…

Anche se si tratta di argomenti che abbiamo già affrontato in altre opere di Zerocalcare come “La profezia dell’armadillo” o “Un polpo alla gola”, grazie al suo modo unico e originale di raccontarceli e approfondirli non smettono mai di essere interessanti, divertenti e, naturalmente, anche tristi.

A doppiare l’Armadillo, forma in carne e corazza della coscienza del protagonista, è Valerio Mastandrea che duetta deliziosamente con Zerocalcare, che fino all’ultima parte dell’ultima puntata doppia da solo tutti i personaggi – come nei suoi indimenticabili video che sui social ci hanno aiutato ad affrontare il primo famigerato lockdown – tranne appunto il mammifero corazzato.

Ma, come in ogni fumetto, non è solo la storia centrale ad appassionarci, ma anche i piccoli dettagli sullo sfondo, come le locandine dei film di fantascienza appese sui muri di casa di Zero, fra le quali su tutte: “ROG UAN – NA STORIA DE GUERRA FRA ‘E STELLE” e “L’IMPERO RIATTACCA E MO SO’ CAZZI”.

“Dimentica il mio nome” di Zerocalcare

(Bap Publishing, 2014/2020)

Nella nostra cultura, soprattutto quella a partire dal secondo dopoguerra, la famiglia è un elemento della società “indiscutibile”. Il motto “Dio, Patria e Famiglia” e la storia socio-culturale e religiosa del nostro Paese post bellico ci hanno portato generalmente a non mettere in discussione in nessuno caso la famiglia. Ora che la famiglia sia fondamentale in una società, non si discute, ma analizzare e criticare alcuni atteggiamenti e distorsioni che in essa hanno fin troppo spesso luogo, è un altro paio di maniche.

Così, se si esclude l’opera del maestro Eduardo De Filippo fra cui l’immortale commedia “Natale in casa Cupiello”, la nostra cultura è povera di sguardi crudi e sinceri sulle dinamiche più disfunzionali della famiglia, al centro della quale c’è ovviamente la madre (o la nonna) alla quale sono “imposti” caratteri da Beata Vergine che di fatto la cristallizzano in comportamenti molto vicini alla santità.

Ma le mamme e le nonne, così come i papà i nonni, le sorelle ed i fratelli, sono prima di tutto esseri umani fallibili e fragili. E il loro dover aderire sempre e comunque a canoni eterei spirituali e davvero poco umani, anche attraverso segreti bugie ed inutili e dannose omissioni, ha creato non pochi danni e drammi familiari che di fatto pagano le bollette di numerosi analisti e psicoterapeuti da molti decenni.

Così Zerocalcare ci racconta in questo bel fumetto – che personalmente reputo uno dei suoi migliori – il rapporto con sua nonna materna, apparentemente comune e ordinario, ma che prende una piega molto particolare alla morte di questa. La nonna, che si chiamava Huguette, gli lascia, oltre al dolore del distacco, molte lacune nella storia della sua esistenza, lacune che suo malgrado Zerocalcare decide di colmare…

Mia nonna, che a proposito di nomi particolari non era seconda a nessuno visto che si chiamava Creusa (figlia di Priamo, madre di Ascanio e prima moglie di Enea che però, intento nel fugone da Troia in fiamme, se la perse…) oltre a combattere tutta la vita alle Poste o negli uffici pubblici dove solerti impiegati la chiamavo regolarmente Cesara, Cesura o Crosa, nei sui ottantanove anni di vita e soprattutto nei miei 39 vissuti con lei, non riuscì mai a raccontarmi come per buona parte della sua infanzia fosse stata una figlia illegittima, come se “l’infame colpa” fosse stata la sua.

La famiglia: più la conosci …e meno ti uccide.

“A Babbo morto – Una storia di Natale” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2020)

Ma che davvero? …Adesso pure a Natale bisogna pensare? …E no, basta …un pò di tregua.

Ora dobbiamo ricordare quelli meno fortunati di noi anche durante le festività natalizie? Non ci possiamo permettere neanche il lusso di ingurgitare milioni di calorie, organizzando tossici rave party per il nostro colesterolo, senza essere costretti a riflettere sui drammi e le ingiustizie che ci circondano?

Allora che si festeggia a fare? D’altronde se uno sceglie di nascere in una nazione sfigata, o essere assunto in un’azienda gestita da incapaci o peggio criminali e viene sfruttato senza pietà noi che c’entriamo! Se uno perde il lavoro a causa di una pandemia planetaria, acuita da quattro sfigati che giravano senza mascherina prendendo in giro quelli che invece la usavano, noi che c’entriamo!

Il massimo dei problemi morali che vogliamo affrontare a Natale, che ormai inizia ai primi di Novembre, è la secolare dicotomia fra il panettone e il pandoro, e ci vogliamo patologicamente dimenticare tutte le ingiustizie e le storture intorno a noi. Basta con tutte queste tragedie, con questi reietti della società che non ci fanno gustare a pieno il torrone al cioccolato fondente. Lasciateci guardare in pace “Una poltrona per due” beatamente abbrutiti davanti alla tv.

E’ inutile che questo breve romanzo grafico sia stampato in un’elegante versione con la copertina rigida, e i disegni di Zerocalcare siano stati colorati da Alberto Madrigal: la digestione ce la rovina lo stesso!

Viva il colesterolo e lo strutto! Abbasso quel Grinch di Zerocalcare che per forza ci vuole fare pensare pure a Natale!