“L’oro di Roma” di Carlo Lizzani

(Italia/Francia, 1961)

All’alba del 16 Ottobre del 1943 gli appartenenti alla Comunità Ebraica del ghetto di Roma vennero barbaramente deportati nei campi di sterminio dalle truppe nazi-fasciste che governavano la città, nonostante la stessa Comunità avesse pagato ai tedeschi un riscatto di oltre 50 chili d’oro.

Il nostro cinema – e quindi anche il nostro Paese – impiegò quasi vent’anni per raccontare pubblicamente per la prima volta l’ignobile tragedia che si consumò in uno degli angoli più antichi della nostra Capitale.

Anche se possiede delle scene davvero toccanti, a livello di sceneggiatura forse questo film non è l’opera migliore di Carlo Lizzani, ma ha il merito comunque di essere stata la prima a raccontare la deportazione degli ebrei romani.

Da far vedere a scuola, per non dimenticare. Mai.

“Hollywood Party” di Blake Edwards

(USA, 1968)

Che Blake Edwards sia stato uno dei maestri indiscussi della più esilarante commedia americana è un dato di fatto.

Che fosse un mago, poi, a costruire nei suoi film scene di feste caotiche, surreali e irresistibili non lo si scopre oggi, quella di “Colazione da Tiffany” fa ancora storia.

E se Edwards decide di fare un intero film su una festa il cui protagonista è quel genio istrionico di Peter Sellers – che per l’occasione creerà un personaggio nuovo e strepitoso come fu per Clouseau – il risultato rimarrà negli annali del cinema e del costume planetario.

Hrundi Bakshi, l’indiano ottimista gentile e catastrofico, è ancora oggi un’icona comica potente ed efficace, basta pensare al Raj di “The Big Bang Theory” o anche a Mr. Bean, suo figlio diretto anche se non indiano.

Anche se lo conosci a memoria non riesci a non ridere rivedendolo la centesima volta, a partire dalla prima scena in cui suona la tromba… scommetto che anche adesso hai sorriso ripensandoci!

“Boxtrolls – Le scatole magiche” di Graham Annable e Anthony Stacchi

(USA, 2014)

Tratta dal romanzo di Alan Snow “Arrivano i mostri!”, questa pellicola, interamente girata con la tecnica raffinata e certosina dello stop motion, è davvero una delle più belle e delicate degli ultimi tempi.

Ci sono molti modi per parlare ai più piccoli di pregiudizi e preconcetti, di apparenze e falsi perbenismi, ma difficilmente lo si riesce a fare come in questo film.

Per questo lo reputo adatto anche per tutti quegli adulti che continuano ad aggrapparsi a gretti fanatismi e all’obsoleta, quanto ottusa, paura del diverso; anche se certamente questi ameni adulti non hanno ormai più un briciolo della fantasia e della sensibilità dei bambini …poveretti.

Se nella versione originale Ben Kingsley è stato osannato per la sua bravura nel donare la voce all’infido Archibald Snatcher, nella nostra edizione merita un altrettanto grande plauso Massimo Lopez.

“Alif l’invisibile” di G. Willow Wilson

(Il Saggiatore, 2013)

Vincitore del World Fantasy Award 2013 come miglior romanzo, “Alif l’invisibile” ci porta in un mondo fatto di cose visibili e, soprattutto, di cose invisibili che da secoli accompagnano gli uomini nei loro sogni e nei loro incubi, sullo sfondo di quell’evento che ha segnato la storia mondiale nel recentissimo passato: la primavera araba.

Alif – lettera dell’alfabeto arabo e allo stesso tempo nickname dietro quale si nasconde un ragazzo – è un bravissimo e geniale hacker che clandestinamente combatte e argina la pesante censura di un emirato arabo che tenta violentemente di controllare la rete e i suoi utenti.

Ma la Mano delle censura è sulle sue tracce, e Alif sarà costretto ad avventurarsi in un incredibile, doloroso e allo stesso tempo fantastico viaggio nel mondo del surreale dove le cose visibili vengono oscurate da quelle invisibili, che da secoli l’uomo venera e teme.

Ma di fatto il web, in cui ormai sempre più persone passano il loro tempo, non ci permettere di diventare invisibili?

Da leggere.

“Nikita” di Luc Besson

(Italia/Francia, 1990)

Non ho resisto! Dopo aver visto al cinema “Lucy”, ieri sera mi sono rivisto in “Nikita”.

La prima volta lo ammirai al cinema nel lontano 1990, e mi rimase talmente impresso che ancora oggi ricordo la sala in cui lo vidi.

Besson si era già fatto conoscere con “Subway”, ma con “Nikita” ruppe gli schemi e divenne un regista ambito anche da Hollywood.

Con delle scene d’azione mozzafiato e una sublime colonna sonora, Besson ci racconta la storia di una ragazza, neanche vent’enne, “fuori” e ormai senza speranza che lo Stato – sapientemente cinico – decide di “educare” ai proprio loschi e indicibili scopi. Ma Nikita alla fine riscoprirà la sua anima…

Una splendida e indimenticabile interpretazione della bellissima Anne Parillaud (che rimarrà fatalmente legata a questo personaggio) e un’altrettanta strepitosa regia fanno di “Nikita” un cult degli anni Novanta, che ancora oggi si continua a copiare (la lunga lista dei remake e degli spin-off televisivi la dice lunga), dal quale nascerà un nuovo tipo di donna-eroina cinematografica che troverà uno dei suoi culmini in “Kill Bill”, realizzato oltre 12 anni dopo.

Per la chicca: non ci scordiamo la piccola ma indimenticabile interpretazione di Jean Reno nei panni inquietanti dell’implacabile “eliminatore”.

“Il gigante di ferro” di Brad Bird

(USA, 1999)

Prima di approdare alla Pixar per dirigere “Gli Incredibili” e “Ratatouille”, Brad Bird firma questo stupendo cartone animato nel formato tradizionale, tratto dal noto libro per ragazzi “L’uomo di ferro” dell’inglese Ted Hughes.

Nella provincia americana di fine anni Cinquanta, in piena guerra fredda e con l’incubo dell’invasione sovietica, il piccolo Hogarth fa amicizia con un gigante di ferro, probabilmente venuto da un altro pianeta.

Al suo nuovo amico Hogarth insegnerà a parlare la nostra lingua e, soprattutto, a giocare. Ma, come sempre, i problemi li creeranno gli adulti…

Davvero un bella pellicola d’animazione contro ogni tipo di guerra, piaga della quale, noi esseri umani, non sembriamo proprio poter fare a meno.

“Lucy” di Luc Besson

(Francia, 2014)

Se Simone de Beauvoir sosteneva che “Tutti gli uomini sono mortali”, Luc Besson ci dice – e come dargli torto?! – che invece sono le donne a essere immortali.

Loro che possono direttamente riprodursi e tramandare tutto il loro bagaglio genetico e la loro conoscenza.

Non è un caso perciò che il primo esemplare ritrovato di ominide con caratteristiche di bipede, risalente a circa 3,2 milioni di anni fa, sia proprio una femmina, che venne poi chiamata Lucy in omaggio alla canzone “Lucy in the Sky with Diamonds” dei Beatles.

E non è un caso neanche che la protagonista di questa affascinante pellicola si chiami appunto Lucy, incarnata da una seducente e bravissima Scarlett Johansson.

Con alcune splendide sequenze, che richiamano “Tree of Life” di Terrence Malick, Besson – come accade molto spesso – firma un ritratto-inno di una donna speciale che rompe le regole (come in “Nikita”, “Giovanna d’Arco” e “Adelè e l’enigma del faraone” tanto per citarne alcuni) e da cui gli uomini non possono fare altro che imparare.

“Nella valle di Elah” di Paul Haggis

(USA, 2007)

Il regista vincitore dell’Oscar per il film “Crash – Contatto fisico” Paul Haggis firma una delle migliori pellicole contro la guerra degli ultimi decenni.

Con un cast di prim’ordine, fra cui spiccano Tommy Lee Jones, Charlize Theron e Susan Sarandon, Haggis ci racconta la devastazione mentale e morale senza ritorno dei giovani militari che tornano in patria dopo essere stati a “esportare democrazia” in Medio Oriente.

Un film davvero duro e drammatico, forse anche troppo per il pubblico americano che al botteghino – a differenza di “Crash” – non l’ha poi così apprezzato ma, citando il grande Marco Paolini, una doverosa ode civile in favore delle vittime materiali e morali di tutte le guerre.

Con una scena finale che rimane negli annali del cinema, soprattutto quello che si scaglia e protesta vigorosamente contro ogni guerra, questo film andrebbe fatto vedere a scuola.

“Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson

(USA/UK, dal 2010)

A quasi 130 anni dalla sua nascita, il mito di Sherlock Holmes è sempre più vivo e affascinante.

Il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle continua ad avere numerose riedizioni e adattamenti, soprattutto televisivi, e fra questi la serie prodotta dalla BBC “Sherlock”, che adatta ad oggi sia i due protagonisti, Holmes e Watson, che i loro casi intricati.

Se “Elementary”, che nasce nel 2012, introduce la rivoluzione copernicana di fare del Dottor Watson una donna, “Sherlock” invece mantiene il carattere dei personaggi e le loro debolezze fedeli a quelle create da Conan Doyle.

Bisogna anche sottolineare che le due serie hanno un formato del tutto diverso: quella inglese ha un carattere classico da sceneggiato o film per la tv, mentre quella americana dura cinquanta minuti e ha una cadenza settimanale.

Comunque, io che sono un appassionato di Sherlock Holmes, gongolo nel passare da una serie all’altra. Due bei prodotti simili ma poi non così tanto, davvero ben confezionati.

“La Cosa” di John Carpenter

(USA, 1982)

Quel gran genio della off-Hollywood di John Carpenter firma uno dei capolavori indiscussi del cinema horror di tutti i tempi.

Remake de “La cosa di un altro mondo”, diretto nel 1951 ufficialmente da Christian Nyby ma sotto la supervisione – come riportano le cronache del tempo – del grande Howard Hawks e tratto dal racconto di John W. Campbell Jr., film che come molti altri del suo tempo usa la metafora della fantascienza per ossessionare gli americani con il terrore “rosso”.

Ma Carpenter, anche se nel 1982 la Guerra Fredda non era affatto finita, la lascia da parte per concentrarsi sulla psicologia dei protagonisti, chiusi e costretti in un ambiente ostile, con la terrificante consapevolezza che il mostro può assumere le sembianze di ognuno di loro. Sequenze ed effetti speciali da brividi, e colonna sonora firmata dal maestro Ennio Morricone.

Per la chicca: John Carpenter appare in una fotografia dentro la base norvegese, proprio alla Hitchcock…