“Adèle e l’enigma del faraone” di Luc Besson

(Francia, 2010)

Luc Besson torna a raccontarci di una donna fuori dal comune, capace di muoversi con disinvoltura in un mondo di uomini ottusi, vanitosi o semplicemente incapaci di stare al suo passo. Dopo Nikita, Angel-A e, più avanti, Lucy, il regista francese aggiunge un nuovo nome alla sua galleria di eroine anticonvenzionali: Adèle Blanc-Sec, protagonista dei fumetti di Jacques Tardi, qui trasposta sullo schermo con un misto di ironia, avventura e gusto per il pulp d’annata.

Besson stesso ha definito il film una versione al femminile di Indiana Jones, e il paragone non è affatto casuale: l’amore per il cinema d’avventura hollywoodiano, per il ritmo serrato e per lo spettacolo puro, è una costante nella filmografia del regista, che già ne Il quinto elemento aveva dimostrato di saper competere ad armi pari con i colossi americani in termini di scala produttiva, immaginazione visiva e capacità di intrattenimento. Con Adèle e l’enigma del faraone Luc Besson sceglie però un registro diverso, più leggero e giocoso, quasi una fiaba per adulti ambientata in una Belle Époque reinventata, dove il fantastico convive con il grottesco e la commedia non è mai troppo lontana dall’azione.

La vicenda si apre il 4 novembre 1911, quando la scrittrice e giornalista Adèle Blanc-Sec (interpretata da Louise Bourgoin, che dona al personaggio una miscela perfetta di sarcasmo, determinazione e fascino un po’ spavaldo) si trova nel cuore dell’antico Egitto, sulle tracce della mummia del medico personale del faraone Ramsete II. Non è un viaggio turistico: fra ladri di tombe senza scrupoli, trappole mortali degne della migliore tradizione avventurosa e il perfido antagonista Dieleveult (un Mathieu Amalric perfettamente calato nei panni del cattivo d’annata, tra crudeltà e comicità involontaria), Adèle deve usare astuzia, sangue freddo e una buona dose di fortuna per riportare a Parigi la salma tanto agognata.

Nel frattempo, la capitale francese vive una situazione a dir poco surreale: un enorme e misterioso volatile, che l’opinione pubblica identifica presto come un pterodattilo resuscitato, semina il panico per le strade, causando la morte di tre persone e gettando la città in uno stato di isteria collettiva. Questo filone narrativo, apparentemente slegato dalla missione egiziana di Adèle, si intreccia progressivamente con essa, rivelando legami inaspettati tra scienza, occultismo e la stessa passione della protagonista per l’antico Egitto, in un gioco di incastri che è tipico della scrittura di Tardi e che Besson riporta sullo schermo con evidente affetto per il materiale originale.

Il film si distingue per una messa in scena ricca e curata: la Parigi di inizio Novecento viene ricostruita con un’attenzione scenografica notevole, capace di restituire tanto l’eleganza borghese dell’epoca quanto il lato più torbido e avventuroso della città. Gli effetti speciali, pur non raggiungendo sempre i vertici raggiunti da Besson in altre occasioni, servono con efficacia le sequenze più spettacolari, dagli inseguimenti tra i vicoli parigini alle rocambolesche fughe tra le tombe egizie, fino ai momenti in cui il fantastico irrompe senza troppe spiegazioni scientifiche, come vuole la tradizione del feuilleton d’avventura.

Ma è soprattutto il tono a rendere il film sfizioso: Besson dosa con intelligenza azione e ironia, evitando di prendersi troppo sul serio e regalando allo spettatore momenti di autentico divertimento, senza però rinunciare a un impianto avventuroso solido e ben costruito. Louise Bourgoin regge l’intero film sulle proprie spalle con un’interpretazione brillante, capace di rendere Adèle un personaggio moderno pur restando fedele allo spirito ottocentesco e avventuroso da cui proviene: una donna indipendente, sarcastica, mai vittima delle circostanze, che affronta ogni ostacolo — umano o soprannaturale che sia — con la stessa disinvoltura tagliente.

Il risultato è un film d’azione al femminile godibile e scorrevole, adatto a un pubblico trasversale, dai giovanissimi agli spettatori più adulti nostalgici del cinema d’avventura classico. Non mancano certo i difetti — la trama a tratti si disperde in troppe direzioni, e alcune sottotrame avrebbero meritato maggiore approfondimento — ma la sensazione generale è quella di un’opera sincera, realizzata con passione da un regista che continua a credere nel cinema come pura macchina di meraviglia.

Adèle e l’enigma del faraone conferma dunque Luc Besson nel ruolo di cantore delle eroine fuori dagli schemi, e regala al pubblico un’avventura leggera, spettacolare e visivamente affascinante, perfetta per una serata all’insegna del puro intrattenimento.

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