“I giganti uccidono” di Fielder Cook

(USA, 1956)

Ho scovato e visto questa vecchia pellicola perché la sceneggiatura è firmata dal grande Rod Serling e, come tutte le sue opere, merita di essere ricordata.

Già il titolo originale la dice lunga (“Patterns” che letteralmente sarebbe “Modelli” e/o “Motivi”), siamo a metà degli anni Cinquanta e le grandi società americane – che di lì a breve diventeranno le grandi multinazionali che conosciamo – sono in mano alla seconda generazione di “padroni”.

Sono i figli di coloro che le hanno fondate dal nulla. I nuovi padroni hanno studiato e viaggiato e gestiscono le aziende, il mercato e la sua finanza con un approccio nuovo che non è più quello dei padri che conoscevano il nome di battesimo di tutti i propri dipendenti, adesso i sottoposti sono solo dei numeri che servono al bilancio in sede di vendita o di fallimento.

Il giovane ingegnere Fred Staples (Van Heflin) responsabile di una piccola fabbrica di provincia viene chiamato nella sede centrale della Ramsey Ltd come nuovo dirigente.

A volerlo è stato direttamente il presidente della grande società Ramsey Jr in persona, dopo averlo visto al lavoro in una sua visita.

Ma Staples scoprirà presto che il presidente lo vuole sì per le sue capacità, ma anche per spingere l’anziano vice presidente William Briggs (un sempre bravo Ed Begley) alle dimissioni.

Briggs, infatti, è nella società fin dalla sua fondazione dove era il braccio destro del vecchio Ramsey, e adesso non si trova più in sintonia col figlio che giudica troppo spregiudicato e senza scrupoli, non mancando di farglielo presente in ogni consiglio d’amministrazione…

Da godere fino all’ultima scena, in cui si consuma lo scontro fra Staples e Ramsey jr, che ce la dice lunga sui principi dell’economia e dell’industria americana, e che si conclude alla Serling: in maniera del tutto imprevedibile.

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“Paprika – Sognando un sogno” di Satoshi Kon

(Giappone, 2006)

In un futuro molto prossimo un’importante azienda tecnologica giapponese ha realizzato la DC-Mini, uno strumento medico che permette di entrare nei sogni di persone che hanno subito un grave trauma, accelerando il loro recupero con apposite terapie psichiatriche.

Atsuko Chiba è una dottoressa che lavora con la DC-Mini e da qualche tempo ha iniziato a usare la nuova tecnologia anche fuori i severi ambiti aziendali, per aiutare chi ne ha bisogno, dietro le sembianze del suo avatar Paprika.

Quando delle DC-Mini improvvisamente spariscono, alcune persone cominciano a dare segni di instabilità fino a diventare vere e proprie bambole impazzite. Paprika cercherà di capire chi c’è dietro e perché…

Uno dei migliori anime degli ultimi anni, con sequenze inquietanti come solo alcuni incubi possono esserlo.

In molti paragonano questo film a “Inception” (2010) di Christopher Nolan, ma a mio parere l’opera di Satoshi Kon – tratta dal romanzo di Yasutaka Tsutsui – è ancora più visionaria di quella del regista inglese.

Satoshi Kon – autore degli splendidi “Tokyo Godfathers” e “Millennuim Actrss” – è scomparso prematuramente il 24 agosto del 2010 dopo una breve ma implacabile malattia.

Per cogliere al meglio il suo elegante ma discreto genio basta leggere il suo ultimo post, pubblicato postumo sul suo sito: “Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna. Con permesso. Satoshi Kon”.

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“I banditi del tempo” di Terry Gilliam

(UK, 1981)

C’è un tipo di cinema che non si lascia imbrigliare in nessuna categoria, che sfugge alle definizioni come sabbia fra le dita, e che per questa sua irriducibile libertà finisce per abitare in modo permanente l’immaginario di chi lo vede. “I banditi del tempo” di Terry Gilliam è esattamente questo tipo di cinema: un’opera visionaria, anarchica, irriverente e profondamente malinconica che ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla sua uscita, conserva intatto il suo potere di meraviglia e inquietudine.

La storia, lo sappiamo, è quella di Kevin, un undicenne solitario e curioso che vive in una casa dove i genitori sono completamente assorti nell’idolatria degli elettrodomestici e della televisione, una critica feroce e divertentissima alla società dei consumi che Gilliam confeziona con il sorriso sulle labbra ma l’inchiostro avvelenato. Nella sua cameretta, una notte, dal guardaroba escono sei nani un po’ goffi ma molto avidi: Randall, Fidgit, Strutter, Og, Wally e Vermin. Questi sei improbabili compagni di avventura hanno sottratto all’Essere Supremo la mappa dell’universo – una sorta di bozza della creazione piena di buchi temporali che il Creatore deve ancora rifinire – e intendono usarla per arricchirsi razziando oggetti preziosi attraverso i secoli. Kevin, suo malgrado, si ritrova trascinato con loro in un viaggio attraverso il tempo che lo porterà a toccare con mano l’antica Grecia, il Medioevo, il Titanic e molto altro ancora.

Ma sarebbe un errore ridurre “I banditi del tempo” alla sua trama, perché Gilliam – come sempre – è molto più interessato all’immagine che alla narrazione. La storia è solo il pretesto per costruire un universo visivo sontuoso, grottesco e onirico, dove ogni inquadratura sembra estratta da un sogno febbricitante o da un incubo allegro. Ed è proprio qui che il film rivela la sua vera natura: non è una avventura per ragazzi, non è una satira, non è un fantasy. È tutte queste cose insieme e nessuna di esse, e in questo risiede la sua grandezza.

La sceneggiatura è firmata dallo stesso Gilliam insieme a Michael Palin, suo compagno di mille avventure nel gruppo dei Monty Python. Palin compare anche nel film in un delizioso cameo insieme alla bravissima Shelley Duvall, e la loro presenza porta con sé quella vena di surreale british humour che è impossibile non amare. Ma il vero coup de théâtre del film è il suo cast di supporto, davvero stellare e per certi versi incredibile: Ian Holm nei panni di un Napoleone bizzoso e affascinato dagli uomini di piccola statura, un magnetico Sean Connery nel ruolo del re Agamennone, John Cleese in un memorabile cameo come un Robin Hood improbabile e vagamente fastidioso, Jim Broadbent, e infine il grande Ralph Richardson che interpreta l’Essere Supremo con una distaccata, borghese normalità che è fra le cose più comiche e perturbanti che il cinema degli anni Ottanta abbia mai prodotto.

A produrre il film è George Harrison, il più riflessivo dei Beatles, che si occupò anche di contribuire alla colonna sonora: una scelta non casuale per un progetto così radicalmente alternativo e anticommerciale. La collaborazione di Harrison con Gilliam fu una di quelle felici coincidenze della storia del cinema che solo il destino sa combinare, e il risultato è un film che porta il segno inconfondibile di una libertà creativa totale.

Per la chicca: gli effetti speciali del film, oggi ancora sorprendenti, furono realizzati quasi interamente “a mano”, senza l’ausilio di computer o effetti digitali, con una creatività artigianale che rende il risultato ancora più straordinario e commovente. Guardarli oggi, sapendo come sono stati fatti, aggiunge un livello ulteriore di ammirazione per il lavoro di Gilliam e della sua troupe.

Il finale del film, poi, è di quelli che restano. Come sempre non lo anticipo, ma dico solo che Gilliam non concede sconti a nessuno – né ai suoi personaggi né agli spettatori – e che nella conclusione c’è tutto il suo modo di guardare il mondo: con affetto, con ironia, e con una lucidità che fa quasi male.

“I banditi del tempo” è un film da vedere e rivedere, lasciandosi andare senza resistenza al suo fiume di immagini, lasciando che la logica si accomodi in un angolo e che sia la meraviglia a prendere il timone. È uno di quei rari casi in cui il cinema riesce a essere contemporaneamente gioco e poesia, intrattenimento e riflessione.

Imperdibile.

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“Il club dei suicidi” di Robert Louis Stevenson

(1882/1991)

Sulla grande e prolifica narrativa britannica dell’Ottocento c’è poco da aggiungere, per me poi che sono un fan sfegatato di Sir Arthur Conan Doyle – e non solo del grande Sherlock Holmes – e dell’immenso Charles Dickens.

Ma poco si parla nel recente di un altro colosso made in UK – scozzese di nascita – della letteratura come Robert Louis (Balfour) Stevenson (1850-1894). Le sue opere sconfinano dalla narrativa – per la quale è universalmente famoso – per invadere il teatro e la poesia.

Rimanendo nell’ambito della narrativa, parliamo del racconto “Il club dei suicidi” che fa parte della raccolta “Le nuove Mille e una notte” edito nel 1882.

Stevenson ci porta in un’indimenticabile e fascinosa Londra vittoriana e notturna, fatta di strade buie e vicoli ciechi, ma soprattutto di case con le finestre sbarrate dietro le quali avvengono i più efferati delitti.

Con una destrutturazione temporale che anticipa quella che prenderà sempre più piede nei decenni successivi, “Il club dei suicidi” ci parla – come quasi tutta l’opera di Stevenson – della dicotomia sfumata fra il bene e il male, fra la paura e il coraggio e fra l’ingenuità e l’arroganza.

Godibilissimo.

“L’avventura” di Michelangelo Antonioni

(Italia/Francia, 1960)

Su questo capolavoro della cinematografia mondiale è stato detto e scritto tanto.

E pensare che alla sua prima, al 13esimo Festival del Cinema di Cannes, venne fischiato…

Il 1960 è un anno storico per la nostra cinematografia, basta pensare che allo stesso Festival di Cannes a vincere la Palma d’Oro sarà “La dolce vita” di Fellini; e qualche mese prima, alla Mostra del Cinema di Venezia, aveva trionfato “La grande guerra” di Monicelli.

Ma tornando al capolavoro di Michelangelo Antonioni, basta rivederlo oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, per capire – e godere al meglio – la sua forza e la sua innovazione narrativa, sia dal punto di vista della scrittura che da quello visivo.

La sequenza finale, ogni volta che la rivedo, mi lascia sempre più incantato.

“Il club dei bugiardi” di Mary Karr

(BUR, 2008)

La prima volta che ho letto il termine memoir mi è sembrato un po’ fighetto, mi sembrava la solita e banale scusa per non usare il termine italiano “autobiografia”. Una di quelle parole anglofone che certi intellettuali tirano fuori per darsi un tono, un po’ come quando qualcuno ordina un flat white invece di un caffè macchiato.

Ma la differenza è sostanziale, invece, e vale la pena fermarsi un momento a capirla prima di parlare di questo libro. L’autobiografia deve rispettare eventi e avvenimenti in maniera cronologica e fedele alla realtà documentabile, come fosse un atto notarile della propria vita. Il memoir, al contrario, si basa sulla memoria pura, quella che spesso si discosta dalla cronologia, che dilata eventi ed emozioni in relazione al momento che sta vivendo chi scrive, che seleziona, che filtra, che amplifica. È la differenza che passa tra una fotografia e un dipinto: entrambi ritraggono la realtà, ma solo uno di essi ha l’ambizione di raccontarla davvero.

E questo “Il club dei bugiardi” di Mary Karr è uno dei migliori esempi del genere che abbia letto negli ultimi tempi. Anzi, probabilmente uno dei migliori in assoluto.

Mary Karr ripercorre la sua infanzia dura e cruda a Leechfield — che letteralmente vuol dire “campo di sanguisughe”, e non è un caso che il nome sia già tutto un programma — nel Texas dei primi anni Sessanta. Un luogo che non è solo una geografia, ma un’atmosfera, un’oppressione, un destino. Un posto in cui crescere sembrava già di per sé una forma di sopravvivenza. La piccola Mary lo fa assieme a sua sorella maggiore di due anni Lecia, e con una madre e un padre entrambi alcolisti, in una famiglia dove il complimento più educato che potevi aspettarti era: “Non saresti capace di svuotare uno stivale pieno di piscio neanche leggendo le istruzioni sotto al tacco”. Una frase che non ha bisogno di commenti, e che da sola dice tutto su quel mondo, su quella gente, su quella vita.

Eppure Karr non scrive per fare la vittima. Non scrive per commuoverci, né per ricevere la nostra solidarietà. Scrive per raccontare, con un coraggio che lascia senza fiato, quella stagione della sua esistenza: i traumi, le cicatrici indelebili provocate dal rapporto burrascoso tra i suoi genitori, le violenze di vario tipo con cui la piccola Mary si troverà a fare i conti mentre il resto del mondo sembra andare avanti indifferente. Perché una delle cose più difficili da accettare, quando si cresce in certi contesti, è proprio questa: la consapevolezza silenziosa e devastante che al mondo non frega niente di te.

Quello che rende “Il club dei bugiardi” un libro straordinario, però, non è solo la materia grezza di cui è fatto — e Dio sa quanto quella materia sia pesante — ma il modo in cui Karr la maneggia. Il suo stile è limpido e scorrevole, privo di qualsiasi compiacimento letterario, mai autoindulgente. Scrive come se stesse parlando con te, come se stesse raccontando la storia a qualcuno seduto dall’altra parte del un tavolo in un bar, davanti a un bicchiere mezzo pieno. E proprio per questo arriva dritto allo stomaco, senza mediazioni, senza filtri estetici che ne ammorbidiscano l’impatto.

È un libro bello e duro — proprio come doveva essere la vita di una bambina spesso abbandonata a se stessa nel Texas di quegli anni — ma che ci dice anche come alla fine Mary abbia imparato a superare e convivere con il proprio dolore. Non lo risolve, attenzione. Non ci propina un finale consolatorio e falso, non ci regala la guarigione come si regala un fiocco su un pacco regalo. Ma ci mostra qualcosa di più onesto e più prezioso: che si può sopravvivere, che si può costruire qualcosa nonostante tutto, che la memoria — quella memoria impura, selettiva, a volte bugiarda che è il cuore del memoir — può diventare uno strumento di comprensione, e forse persino di libertà.

In un panorama letterario spesso dominato da storie che fingono di essere vere e vite che fingono di essere storie, “Il club dei bugiardi” ha il merito raro e non negoziabile di essere entrambe le cose insieme, senza finzione e senza sconti.

Tosto, davvero. E necessario.

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“Johan Padan a la discoverta de le Americhe” di Dario Fo e Giulio Cingoli

(Italia, 2002)

L’idea originale che esplode nella testa del genio Dario Fo – come lo stesso premio Nobel ha poi raccontato – per prima cosa viene immortalata su carta sotto forma di disegni.

Ed è da questa sorta di storyboard che Fo trae il monologo teatrale diviso in due atti – nato nel 1991, proprio a ridosso del cinquecentesimo anniversario della scoperta di Cristoforo Colombo – che viene poi tradotto e rappresentato in tutto il mondo, anche in Indios.

Per questa sua genesi visiva l’opera di Fo sembra fatta a posta per essere trasformata in un lungometraggio d’animazione.

E Giulio Cingoli, con la collaborazione dello stesso Fo, ci riesce benissimo, grazie anche alla voce del protagonista che viene data da un bravissimo Rosario Fiorello e alla splendida colonna sonora firmata da Fabrizio Baldoni, Gino De Stefani e Paolo Re.

Se nell’opera originale Johan segue lo stesso Cristoforo Colombo nel suo quarto viaggio nel Nuovo Mondo, nel film di Cingoli invece il giovane Padan ci arriva su una nave al comando del perfido capitano Narvaez, in compagnia di Pedro Hésteban de Reva detto Trentatrippe (doppiato da un ottimo Maurizio Mattioli).

Ma chi è Johan Padan? “E’ un Arlecchino – scrive lo stesso Dario Fo – proiettato suo malgrado da Bergamo nelle Indie, su una nave di Colombo. A forza di far ridere, riesce a rovesciare il mondo. E anziché esser divorato dai cannibali, li guida ad appropriarsi del cavallo e della polvere da sparo. Così potranno «scoprire» l’America da soli, alla faccia dei conquistadores”.

Il mistero – stavolta davvero poco “buffo” – è la totale indifferenza con cui questo bel cartone animato è passato troppo rapido nelle nostre sale alla sua uscita, e la sua totale latitanza dal piccolo schermo.

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“Nausicaa della Valle del Vento” di Hayao Miyazaki

(Giappone, 1984)

Tornato nelle nostre sale, dove rimarrà solo fino a domani, “Nausicaa della Valle del Vento” è forse l’unico vero e proprio manga – nell’accezione classica – del geniale maestro dell’animazione che è Hayao Miyazaki, ispirato direttamente dalle sue strisce omonime, pubblicate all’inizio degli anni Ottanta.

Se l’ombra dell’olocausto atomico è presente in molte delle opere del maestro giapponese (per lui che è nato nel 1941 il bombardamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki è molto più di un semplice ricordo), “Nausicaa della Valle del Tempo” parte proprio 1000 anni dopo una disastrosa guerra planetaria.

Gli esseri umani sopravvissuti sono costretti a vivere ai margini del grande e incontenibile Mar Marcio, una sorta di foresta fluviale dominata da insetti di ogni dimensione, alcuni dei quali grandi come edifici.

Le piante del Mar Marcio emettono spore ed esalazioni velenose letali per gli esseri umani che, stolti, pensano di poter risolvere le cose ancora una volta con la violenza…

Grande manifesto ambientalista, venne presentato e supportato dal WWF alla sua uscita.

Anche se ufficialmente lo Studio Ghibli nasce solo nel 1985, “Nausicaa della Valle del Vento” è considerata la sua prima grande opera, frutto del genio e della collaborazione di Miyazaki con l’altro grande animatore nipponico Isao Takahata (regista del recente “Storia della principessa splendente”).

Che aspettate? Vi rimane solo fino a domani per vederlo sul grande schermo!

“Moon” di Duncan Jones

(UK, 2009)

Scritto dallo stesso Duncan Jones (figlio del Duca Bianco David Bowie) insieme a Nathan Parker, “Moon” è uno dei migliori film di fantascienza pura degli ultimi anni.

L’elio-3 è diventato la principale fonte energetica della Terra. La potente Lunar Industires lo ottiene dal sottosuolo lunare e lo stocca nella sua base Sarang, per poi inviarlo sulla Terra.

Il sistema di estrazione e stoccaggio è tutto automatizzato, necessita solo di un operaio che supervisioni i vari processi.

E Sam Bell (un bravissimo e alienato Sam Rockwell) è finalmente giunto alla fine del suo solitario triennio sul satellite terrestre. Mancano poche settimane prima del suo rientro a casa, sulla Terra, dove lo aspettano la piccola figlia e la moglie, ma Sam inizia ad avere strane e inquietanti allucinazioni…

Tranquilli, non ci sono mostri o alieni, ma l’allucinante film di Jones ci pone una altrettanto terrificante domanda: a che punto siamo disposti a spingerci per sfruttare le nostre risorse?

Bello e inquietante, proprio come dovrebbero essere i film di fantascienza.

Per la chicca: nella versione originale GERTY, l’intelligenza artificiale che gestisce Sarang, ha la voce morbida e inquietante di Kevin Spacey.

“Le donne vere hanno le curve” di Patricia Cardoso

(USA, 2002)

Tratto dall’omonima opera teatrale di Josefina Lopez, questo delizioso film ci racconta le difficoltà che la diciottenne Ana Garcia (interpretata magistralmente da America Ferrera che poi diverrà famosa a livello internazionale come protagonista della serie “Ugly Betty”) incontra nel crescere e nel diventare donna in una famiglia messicana che vive nei sobborghi di Los Angeles, visti soprattutto i suoi chili in più e le sue speciali doti scolastiche, che per la madre Carmen (una bravissima Lupe Ontiveros) sono davvero gravi e insopportabili difetti.

Patricia Cardoso firma un film tutto al femminile, dove gli uomini hanno ruoli secondari inversamente proporzionali ai doveri che invece hanno le donne all’interno di una classica famiglia latino americana, che poi è molto più latino che americana.

Ma, fortunatamente per lei, la giovane Ana sa quello che vuole…

Bello e istruttivo sul ruolo delle donne nella famiglia e nella società, e per questo poco conosciuto e apprezzato nel nostro Paese, fatto di tante veline e relativi calendari.

Da far vedere a scuola.