“Il libro della vita” di Jeorge R. Gutierrez

(USA, 2014)

Quando si parla di animazione contemporanea che osa spingersi oltre i confini del convenzionale, “Il libro della vita” rappresenta uno di quei rari gioielli capaci di coniugare spettacolarità visiva, profondità tematica e rispetto per una tradizione culturale millenaria. Un film che porta la firma produttiva di Guillermo Del Toro, il visionario regista messicano che qui torna a esplorare quelle radici folkloristiche tanto care al suo immaginario, affidando la regia a Jorge R. Gutierrez e regalandoci un’opera che è molto più di un semplice intrattenimento per famiglie.

La storia prende il via in un museo, dove un gruppo di scolari turbolenti viene condotto per una visita punitiva. Quello che inizia come un pomeriggio noioso si trasforma in un’esperienza straordinaria quando la loro guida – una figura misteriosa ed enigmatica – li conduce nei meandri del magazzino e svela loro il Libro della Vita, un tomo leggendario che custodisce le storie di ogni essere umano mai esistito. È da queste pagine che emerge il racconto di tre bambini cresciuti in un piccolo villaggio messicano: Maria, Manolo e Juan, protagonisti di una storia d’amore, morte e redenzione che attraversa i confini tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Il film si distingue immediatamente per il suo straordinario impatto visivo. Gutierrez costruisce un universo estetico unico, ispirato alle tradizionali marionette messicane e all’arte popolare del Día de los Muertos. I personaggi sembrano intagliati nel legno, dipinti a mano, con movimenti che ricordano quelli dei burattini ma che al contempo possiedono una fluidità e un’espressività cinematografica moderna. Questa scelta stilistica non è solo un vezzo formale, ma diventa la chiave interpretativa dell’intera narrazione: siamo di fronte a una storia raccontata attraverso le figure di un libro antico, dove ogni personaggio è insieme creatura vivente e manufatto d’arte.

Ma è nella rappresentazione del mondo dei morti che il film raggiunge le sue vette più spettacolari. La Tierra de los Muertos è un tripudio di colori accesi, luci al neon, architetture barocche e festose. Lungi dall’essere un luogo cupo e terrificante, questo aldilà è più vivace, caldo e ospitale del mondo dei vivi. È un regno dove i defunti continuano a esistere finché qualcuno li ricorda, dove la musica non smette mai di suonare e dove la gioia è la moneta corrente. Questa visione ribalta completamente la concezione occidentale della morte come fine definitiva, abbracciando invece la tradizione messicana che vede la morte come passaggio, trasformazione, continuità.

Al centro della vicenda c’è Manolo, giovane torero diviso tra le aspettative familiari che lo vogliono matador e la sua vera passione per la musica. Il suo viaggio – letteralmente tra la vita e la morte – diventa una metafora del percorso di ogni essere umano verso l’accettazione di se stesso e il coraggio di seguire la propria strada. L’amore per Maria, ragazza indipendente e ribelle, e la rivalità con l’amico d’infanzia Juan si intrecciano con una scommessa divina tra La Muerte e Xibalba, le divinità che governano rispettivamente il regno dei ricordati e quello dei dimenticati.

La colonna sonora merita un capitolo a parte. Il film è costellato di brani musicali che spaziano dal folklore messicano a reinterpretazioni sorprendenti di classici contemporanei – dai Radiohead ai Mumford & Sons – tutti riarrangiati in chiave mariachi. Questa scelta non solo funziona perfettamente a livello narrativo, ma crea un ponte affascinante tra tradizione e modernità, dimostrando come la musica sia davvero il linguaggio universale capace di attraversare epoche e culture.

“Il libro della vita” è dunque un’opera che osa affrontare temi complessi con leggerezza ma senza banalizzarli. Parla di morte non come tabù da esorcizzare, ma come parte integrante dell’esistenza. Parla di memoria e di eredità culturale. Parla del coraggio necessario non tanto per morire – cosa che prima o poi capita a tutti – ma per vivere autenticamente, fedeli a se stessi nonostante le pressioni esterne.

La frase finale del film racchiude tutto il suo messaggio: “Tutti sono capaci di morire, ma loro avranno il coraggio di vivere”. Parole che risuonano ben oltre i confini dello schermo, ricordandoci che la vera sfida dell’esistenza non sta nell’inevitabile approdo finale, ma nel modo in cui scegliamo di percorrere il cammino.

Un film imperdibile, che dimostra come l’animazione possa essere veicolo di cultura, riflessione e bellezza pura. Da vedere, assolutamente.

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“Gloria – Una notte d’estate” di John Cassavetes

(USA, 1980)

A partire dai fantastici titoli di testa, questa è una delle più belle pellicole del cinema americano indipendente, firmata e diretta dal suo maestro indiscusso John Cassavetes.

In una fatiscente palazzina del Bronx, la famiglia di un piccolo contabile della criminalità organizzata è sotto assedio. L’uomo, in un momento di follia e pensando davvero di cavarsela, ha sottratto un libro mastro.

Prima che i sicari del suo capo vengano a sterminare tutta la famiglia del contabile, la giovane moglie del ragioniere fa appena in tempo a portare dalla loro vicina Gloria (una bellissima e bravissima Gena Rowlands) il loro figlio minore Phil (John Adames).

Gloria, un’avvenente donna di mezz’età, è un ex ballerina che ha avuto una storia con uno dei boss della città, e forse per questo è riuscita a mettersi un piccolo gruzzolo da parte. Il piccolo Phil arriva proprio mentre lei si sta preparando a ritirarsi per godersi i soldi risparmiati.

Le basterebbe una telefonata per consegnare il bambino e andarsene via più ricca, visto che il contabile lavorava proprio per il suo ex. Ma l’animo umano è pieno di contraddizioni, e la sua natura è spesso indomabile, così per salvare la vita al piccolo Phil, a cui lei non sta neanche simpatica, Gloria sfida la criminalità di un’intera città…

Leone d’Oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia, mentre Gena Rowlands (compagna di vita di Cassavetes), giustamente colleziona la candidatura all’Oscar e al Golden Globe come migliore attrice protagonista.

Le similitudini con il “Leon” di Luc Besson non sono casuali, soprattutto perché il cineasta francese è un dichiarato amante del cinema americano. Nel 1997 Sidney Lumet gira il remake con Sharon Stone nel ruolo della protagonista.

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“E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” di Elaine May

(USA, 1970)

Elaine May è una delle autrici e sceneggiatrici più importanti della sua generazione, candidata all’Oscar, fra l’altro, per “Il paradiso può attendere” diretto da Warren Beatty nel 1978.

Ma la sua carriera inizia già negli anni Cinquanta accanto a Mike Nichols (che poi dirigerà i debutti di alcune delle commedie più famose di Neil Simon e film come “Il laureato”, “Conoscenza carnale” e “Una donna in carriera”) con il quale crea un duo cabarettistico di enorme successo a Broadway prima e in tutti gli Stati Uniti poi.

Alla fine degli anni Sessanta approda al cinema prima come attrice, come per esempio nel film “Luv vuol dire amore?” di Clive Donner, e poi anche come regista e sceneggiatrice, riscuotendo un successo planetario con questo film.

Henry Graham (un Walter Matthau in grandissima forma) è uno scapolo viziato e sprecone che, con la sua mania del lusso sfrenato, ha scialacquato tutto il sostanzioso patrimonio lasciatogli dal padre.

Senza più un soldo e pieno di debiti, a parte il suicidio, non gli rimane che cercare una ricca ereditiera che gli consenta di conservare il suo opulento stile di vita. Per mantenere le apparenze però, deve chiedere un prestito a suo zio, il quale gli concede però solo cinque settimane: poi sarà la rovina totale.

Il carattere egocentrico e viziato di Henry però non gli permette di accettare nessun compromesso e la situazione sembra senza speranza. Ma quando mancano pochi giorni alla scadenza, ad un té in uno dei soliti e ricchi salotti, incontra la candidata perfetta: Enrichetta Lowell (la stessa bravissima Elaine May), unica erede di un ingente patrimonio, senza parenti e con la sola passione per la botanica, materia che insegna all’università.

L’illimitata ingenuità di Enrichetta la renderà facile preda di Henry che la convincerà a sposarlo entro i limiti della data imposta dallo zio. Al ritorno del viaggio di nozze Henry prenderà possesso della tenuta Lowell preda, fino a quel momento, di una lunga serie di parassiti.

Tutto procede secondo i piani e Henry si prepara a realizzare la parte finale del suo piano: rimanere vedevo. Ma l’amore e la botanica avranno la meglio…

Deliziosa commedia, ironica e sensibile, che ci regala un Walter Matthau d’annata, grazie anche allo strepitoso doppiaggio di Gianrico Tedeschi.

Una grande e ironica commedia da vedere e rivedere.

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“Il mostro della laguna nera” di Jack Arnold

(USA, 1954)

Questo è uno dei classici del cinema, uno di quei film che hanno fatto la storia. Non sarà certo un capolavoro diretto da uno dei maestri della macchina da presa, ma è uno di quei film che da oltre sessant’anni, ininterrottamente, incide sull’immaginario collettivo.

Sulle sponde di un piccolo defluente del Rio delle Amazzoni la spedizione guidata dal Dott. Maia (Antonio Moreno), un paleontologo di fama internazionale, trova un fossile inquietante che sembra l’arto di un essere a metà fra un uomo e un pesce.

Maia porta il reperto all’istituto oceanografico dove lavora la coppia di scienziati David Reed (Richard Carlson) e Kay Lawrence (Julie Adams, che grazie a questa interpretazione diverrà un’icona del cinema di fantascienza anni Cinquanta). La scoperta è clamorosa e grazie al finanziamento di Mark Williams (Richard Denning) in pochissimo tempo si organizza una nuova spedizione per cercare il resto del fossile.

Quando il gruppo torna sul luogo della scoperta, trova i due collaboratori di Maia, rimasti al campo, brutalmente uccisi. Nonostante la tragedia, che tutti imputano a qualche animale selvaggio, cominciano gli scavi che però non danno alcun esito. L’ultima possibilità è quella di seguire il flusso del piccolo corso d’acqua che termina in una laguna.

Il comandante dell’imbarcazione presa a nolo da Williams, il volitivo capitano Lucas (Nestor Paiva) asserisce che gli indigeni chiamano quel misterioso specchio d’acqua la Laguna Nera, ed è un luogo molto pericoloso visto che nessuno è mai tornato indietro dopo averla visitata.

Ma le superstizioni non spaventano gli scienziati che decidono di stabilircisi e studiare i fondali. E proprio fra inquietanti alghe e oscuri scogli si nasconde il mostro, erede diretto della creatura diventata fossile, anello di congiunzione fra la vita subacquea e quella terrestre che, come la sua laguna, è rimasto intatto nonostante il passare dei millenni, assiemi a tutti i suoi istinti…

Girato in formato 3D, più che all’avanguardia per l’epoca, “Il mostro della laguna nera” ha fatto scuola a intere generazioni di cineasti. Basta pensare, per esempio, alle riprese subacquee che dal basso verso l’altro inquadrano la bella Julie Adams che, ignara del pericolo, nuota sulla superficie della laguna, così come nuoteranno vent’anni dopo – e soprattutto verranno riprese – le vittime de “Lo squalo” di Steven Spielberg.

Scritta da Harry Essex, Arthur A. Ross da un’idea di William Alland e Maurice Zimm, questa pellicola nel corso dei decenni ha dato adito a numerose leggende, come quella del vero colore della maschera del mostro, ma quello che conta è che mantiene ancora intatto tutto il suo fascino.

“Una strana coppia di suoceri” di Arthur Hiller

(USA, 1979)

Ci sono commedie leggere che rimangono indimenticabili, anche senza sviscerare temi o situazioni da prima pagina. E questa scritta da Andrew Bergman (autore del soggetto e coautore della sceneggiatura di “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” di Mel Brooks) e diretta da Arthur Hiller (regista artigiano di film come “Love Story”, “Un provinciale a New York” e “Non guardarmi: non ti sento”) alla fine degli anni Settanta è un esilarante esempio.

Il razionalissimo, e forse un po’ nevrotico, dentista Sheldon Kornpett (una fantastico Alan Arkin) ha tutto sotto controllo nella vita. Il suo lavoro, il suo studio e soprattutto la sua vita privata fatta dalla moglie Carol e dalla sua unica figlia Barbara, che frequenta i college più esclusivi.

I problemi arrivano quando la sua “bambina” decide di sposarsi con Tommy Ricardo, un compagno di studi. Infatti, l’incontro tra futuri consuoceri lascia tremendamente perplesso Sheldon, visto che il padre di Tommy, Vince (un altrettanto fantastico Peter Falk) è un tipo molto strano, che racconta cose molto strane.

Il giorno dopo Vince piomba nello studio del dentista e gli chiede di seguirlo solo per un paio di minuti, ha bisogno del suo aiuto per risolvere un piccolo problema logistico.

Il povero Sheldon, a causa di Vince, finirà inseguito dai Federali, e nel bel mezzo di un complotto internazionale…

Fra mille gag e battute divertenti, quello che è ancora oggi irresistibile è lo scontro fra i due protagonisti, il calmo ma mai domo Vince, e il nevrotico e incredulo Sheldon.

Questo soprattutto grazie ai veri talenti dei due protagonisti, attori di gran classe. Se Alan Arkin ha vinto l’Oscar nel 2007, come miglior attore non protagonista nei panni del nonno tossicodipendente in “Little Miss Sunshine”, giusto riconoscimento a una lunga carriera fatta soprattutto di pellicole di qualità; è inspiegabile invece perché Peter Falk non ne abbia mai vinto uno.

Per la chicca: nel 2003 Andrew Fleming gira il remake dal titolo in italiano “Matrimonio impossibile” (quello originale rimane lo stesso) con Michael Douglas nei panni del personaggio interpretato da Falk, e Albert Brooks in quelli di Arkin.

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“Café Society” di Woody Allen

(USA, 2016)

L’anima triste e malinconica di Woody Allen appare in ogni sua pellicola, dalla più tragica o drammatica, a quella più esilarante. In questa, che non è esattamente né l’una e né l’altra, Allen ci racconta – come accade spesso – della vita e dei suoi momenti più intensi che troppo spesso passano veloci.

Alla fine degli anni Trenta il giovane Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), ultimo di tre fratelli di una piccola famiglia ebrea newyorchese, decide di cambiare la sua vita raggiungendo il fratello della madre, Phil Stern (Steve Carell) noto agente di spettacolo a Hollywood.

La vita a Los Angeles non è facile come Bobby credeva, e l’unica vera nota positiva è Veronica (Kristen Stewart) una delle segretarie dello zio, incaricata di fargli vedere e conoscere la capitale del cinema planetario.

Ma la vita non è sempre semplice, e così Bobby deciderà di tornare a New York e aiutare suo fratello Ben (Corey Stoll) che, grazie alla sua carriera di gangster, è diventato proprietario di un night club. Ma…

Splendida riflessione nostalgica sulla vita, sulla giovinezza e sull’amore del maestro Woody Allen. Con scenografie, costumi e fotografia – curata da Vittorio Storaro – da Oscar.      

“Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel

(Danimarca, 1987)

Pellicola premio Oscar come miglior film straniero, “Il pranzo di Babette” è l’adattamento di un racconto della grande Karen Blixen.

Alla metà del XIX secolo, in un piccolo paese della Danimarca, vive una comunità la cui guida spirituale è un pastore protestante che ha impostato la propria vita all’insegna della frugalità. Anche le sue due giovani e belle figlie, Martina e Philippa, ruotano intorno alla figura del padre, respingendo diverse proposte di matrimonio.

Molti anni dopo, alla porta delle sorelle ormai alla soglia dellla terza età, si presenta una donna francese con in mano una lettera di uno dei vecchi pretendenti delle due. La straniera, Babette Hersant (Stéphane Audran) dice la lettera, suo malgrado è dovuta fuggire da Parigi, dove ha lasciato tutti i suoi averi, per scampare alla ghigliottina che ha travolto il resto della sua famiglia.

Le due donne non possono pagarla, ma sono in grado di ospitarla e nutrirla, in cambio lei farà loro da cameriera.

Quattordici anni dopo, arrivano da Parigi diecimila franchi d’oro vinti da Babette alla lotteria. Le due sorelle sono convinte che la loro ospite tornerà in Francia mentre Babette, invece, userà il piccolo patrimonio per organizzare il pranzo del centesimo anniversario della nascita del padre delle sue ospiti, evento al quale parteciperà tutta la piccola comunità.

Durante il fastoso pasto, Martina e Philippa, scopriranno che Babette era la cuoca di uno dei ristoranti più importanti di Parigi e che…

Splendida pellicola intimista e malinconica, fatta più di immagini che di parole. Alla vigilia dei suoi trent’anni, ancora bella emozionante e che ci racconta ancora tanto.

Da vedere.

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“Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel

(Francia, 1972)

Quando si parla di Luis Buñuel, ci si trova di fronte a uno dei più grandi registi che il Novecento abbia conosciuto, un artista che ha saputo lasciare un’impronta indelebile nel cinema e nella cultura mondiale. “Il fascino discreto della borghesia”, pellicola che gli valse l’Oscar come miglior film straniero nel 1973, rappresenta forse la sintesi più perfetta del suo genio visionario. Realizzato quando il maestro spagnolo aveva già superato i settant’anni, questo film dimostra che il vero talento non conosce limiti anagrafici: la freschezza narrativa, lo spirito critico affilato come una lama e la lucidità implacabile con cui Buñuel mette a nudo l’arroganza e la crudeltà del potere ne fanno un capolavoro assoluto, destinato a rimanere immortale.

La trama, apparentemente semplice, si rivela un meccanismo perfetto per scoperchiare le ipocrisie della società borghese. Due coppie dell’alta società parigina tentano ripetutamente di organizzare una cena che, di volta in volta, per disguidi, malintesi o imprevisti sempre più surreali, non riesce mai a concretizzarsi. Ma questa cena impossibile è solo un pretesto, una scusa narrativa attraverso cui Buñuel conduce lo spettatore in un viaggio allucinante tra sogno e realtà, dove i confini tra le due dimensioni si fanno sempre più labili e sfuggenti.

Ciò che il regista mette in scena è un affresco spietato di una parte della società corrotta e corruttrice, senza ritegno e senza vergogna. I protagonisti, con i loro abiti eleganti e le loro buone maniere, nascondono dietro la facciata rispettabile del perbenismo traffici illeciti, adulteri, ipocrisia e una totale mancanza di valori autentici. Buñuel disseziona questa classe sociale con la precisione di un chirurgo e l’ironia feroce di un moralista anarchico, mostrando come dietro il “fascino discreto” si nasconda il vuoto assoluto, l’assenza di qualsiasi sostanza umana.

Il film è strutturato come una serie di episodi concatenati, dove la logica onirica prende il sopravvento sulla linearità narrativa tradizionale. I personaggi si muovono in un universo dove tutto può accadere: un vescovo che chiede l’elemosina, un ambasciatore trafficante di droga, un generale che racconta storie macabre, soldati morti che irrompono durante un ricevimento. Questa continua oscillazione tra realtà e sogno, tra il quotidiano e il fantastico, è il marchio di fabbrica di Buñuel, che aveva già esplorato territori simili in opere precedenti ma che qui raggiunge una maturità espressiva straordinaria.

Impossibile non menzionare l’immagine iconica che attraversa l’intero film: la camminata dei protagonisti su una strada in mezzo alla campagna. Questa sequenza, che appare ciclicamente, è diventata ormai parte della storia del cinema. I sei personaggi, elegantemente vestiti, avanzano con passo deciso verso una meta che non raggiungeranno mai, in un cammino che si ripete all’infinito come una condanna kafkiana. È l’immagine perfetta dell’esistenza borghese secondo Buñuel: un movimento costante che non porta da nessuna parte, un’illusione di scopo che maschera il vuoto totale.

Il cast è semplicemente superbo. Fernando Rey, con la sua presenza magnetica e il suo portamento aristocratico, incarna alla perfezione l’ambiguità morale dei personaggi. Jean-Pierre Cassel (padre del più noto Vincent) conferisce al suo ruolo un’eleganza raffinata che rende ancora più stridente il contrasto con le bassezze morali del suo personaggio. Stéphane Audran, Delphine Seyrig e Bulle Ogier completano questo ensemble straordinario, dando vita a figure femminili complesse, ciniche e affascinanti.

La regia di Buñuel è di una precisione millimetrica: ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni scelta di montaggio contribuisce a creare quell’atmosfera sospesa tra il comico e l’inquietante che è la cifra distintiva del film. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Buñuel insieme a Jean-Claude Carrière, è un esempio perfetto di come si possa costruire una critica sociale devastante attraverso il surrealismo e l’assurdo.

“Il fascino discreto della borghesia” è un film da rivedere a intervalli regolari, non solo per la sua triste e perdurante attualità – la società che descrive è ancora qui, forse più radicata che mai – ma anche per scoprire ogni volta un nuovo dettaglio geniale, una nuova sfumatura, un nuovo livello di lettura. È un’opera che non invecchia, perché parla di vizi umani che sembrano eterni e lo fa con uno stile inimitabile, mescolando ironia feroce, surrealismo visionario e una profonda amarezza filosofica.

Un capolavoro assoluto che conferma Buñuel come uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

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“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” di Jay Roach

(USA, 2015)

Nel corso degli ultimi decenni sono stati girati diversi film di qualità sul periodo oscuro di Hollywood legato a quello che poi fu definito il cosiddetto “maccartismo” – dal nome del senatore Joseph McCarthy, paladino della caccia ai comunisti americani – che dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Sessanta ghettizzò attori, registi, produttori e sceneggiatori che avevano aderito, o semplicemente espresso simpatie, per il Partito Comunista, privandoli del lavoro e spesso della dignità sociale, tanto da provocare non pochi suicidi e distruggere intere carriere e famiglie.

La storia ci ha ampiamente rivelato che quella presunta armata di spie sovietiche infiltrate nell’America del secondo dopoguerra, in realtà, non esisteva affatto, e che personaggi come McCarthy cavalcavano ad arte la paura del comunismo soprattutto per fini politici e personali, costruendosi una carriera sulla rovina di innocenti. L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo racconta appunto la vicenda di Dalton Trumbo, uno degli sceneggiatori più geniali e talentuosi della sua epoca, tra le prime e più illustri vittime di questa vergognosa caccia alle streghe ideologica.

La Seconda Guerra Mondiale è finita da pochi anni e Dalton Trumbo (un notevole, sfaccettato Bryan Cranston, qui in una delle interpretazioni più intense della sua carriera) è uno degli sceneggiatori più famosi, prolifici e pagati di tutta Hollywood, capace di scrivere copioni brillanti a ritmi impressionanti, spesso lavorando da una vasca da bagno riempita di acqua calda con la macchina da scrivere posata su un’asse. Trumbo è iscritto al Partito Comunista Americano, convinzione ideologica che non nasconde e che anzi difende con orgoglio intellettuale, e per questo è tra i primi a cadere sotto la lente d’ingrandimento della Commissione per le Attività Antiamericane, il famigerato tribunale che avrebbe segnato per sempre la storia del cinema statunitense.

Lo sceneggiatore non si fa intimidire, risponde con arguzia e sarcasmo alle domande ostili dei commissari, e proprio per questa fierezza il martello della repressione si abbatterà su di lui con particolare violenza. Soprattutto perché l’intera Hollywood viene invasa da un clima di sospetto e paura paralizzante, e le grandi case di produzione, invece di difendere i propri artisti come ci si aspetterebbe, creano una vera e propria commissione interna, un organismo di censura mascherato da valutazione artistica, che decide letteralmente la vita o la morte professionale – ufficialmente su basi creative, ma nella pratica su basi puramente ideologiche – di chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di simpatie comuniste.

A capo di questa commissione viene nominato il reazionario, dichiaratamente conservatore John Wayne, affiancato dall’ex attrice mediocre divenuta la spietata e temutissima regina del gossip della Mecca del cinema, Hedda Hopper, interpretata da una straordinaria, glaciale Helen Mirren, capace di rendere il personaggio ancora più inquietante di quanto già non fosse nella realtà storica.

Ma Trumbo non si arrende, e sacrificando in parte il proprio nome e la propria visibilità pubblica, ricorrendo a svariati pseudonimi e prestanome, riesce comunque a continuare a lavorare nell’ombra, scrivendo sceneggiature per produzioni minori e vincendo addirittura due premi Oscar per la miglior sceneggiatura – La più grande corrida e Vacanze romane – senza poter nemmeno presentarsi a ritirarli di persona, con la beffa che uno degli Oscar viene inizialmente attribuito a un nome di fantasia. Un uomo tosto, dunque, testardo fino all’autolesionismo, che nonostante tutto ha sempre avuto… l’ultima parola sulla propria vita e sul proprio lavoro.

Con questa pellicola diretta con mestiere solido da Jay Roach – regista che qui abbandona le atmosfere comiche di Austin Powers per abbracciare un registro drammatico più maturo e impegnato – scritta da John McNamara e ispirata alla biografia di Dalton Trumbo firmata da Bruce Alexander Cook, riviviamo un’epoca di paure, sospetti e delazioni che, purtroppo, non appare così distante da certe dinamiche del presente, dove il conformismo e la paura del diverso continuano a trovare nuove forme di espressione.

Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, meritano una menzione anche Diane Lane, convincente nel ruolo di Cleo, la moglie premurosa e paziente di Trumbo che ne condivide ogni battaglia, ed Elle Fanning, delicata nell’interpretare Niki, la figlia dello sceneggiatore, testimone silenziosa della crescente tensione familiare. Da segnalare inoltre le interpretazioni di Louis C.K. nel ruolo dell’amico e collega sceneggiatore Arlen Hird, e di Michael Stuhlbarg, efficace nei panni dell’attore Edward G. Robinson, altra vittima e figura controversa di quella stagione buia.

L’ultima parola è un film che, pur muovendosi talvolta su binari narrativi piuttosto classici e didascalici, riesce comunque a restituire con onestà ed efficacia la statura morale e intellettuale di un uomo che pagò a caro prezzo le proprie idee, senza mai rinunciarvi, e che ancora oggi merita di essere ricordato come simbolo di resistenza culturale contro ogni forma di censura ideologica.

Non è un caso, quindi, che sia proprio la sua penna a scrivere uno dei più grandi romanzi contro la guerra mai scritti nella storia: E Johnny prese il fucile, pubblicato per la prima volta nel 1938, e ancora oggi tragicamente attuale.

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“Whiplash” di Damien Chazelle

(USA, 2014)

Cosa sei disposto a sacrificare per realizzare il tuo sogno? …Per diventare un grande musicista, e in questo caso un grande batterista, sei pronto davvero a rinunciare a tutto?

Andrew (un bravissimo Miles Teller) è un ragazzo introverso che ama la musica, soprattutto il jazz, e la sua missione è suonare la batteria. Per questo frequenta un prestigioso college artistico di New York, dove insegnano i migliori artisti della città e forse degli Stati Uniti.

Fra questi c’è il leggendario Terence Fletcher (uno stratosferico J.K. Simmons), genio della musica e del jazz, dai modi rudi e spesso violenti. Andrew viene notato da Fletcher che lo ammette nella sua classe, dove la competizione però è davvero all’ultimo sangue. Il genio di Andrew è promettente ma Fletcher, per tirarlo fuori, è disposto a oltrepassare i limiti…

Bellissima e dura pellicola indipendente americana che parla del talento e dei suoi lati più pericolosi e oscuri.

Scritto e diretto da Damien Chazelle (classe 1985) “Whiplash” è davvero un piccolo gioiello che fra i numerosi premi vinti in tutto il mondo colleziona tre premi Oscar: miglior montaggio, miglior sonoro – e questo la dice lunga sulla musica nel film – e miglior attore non protagonista al cattivissimo e bravissimo J.K. Simmons che ha vinto anche il Golden Globe.

Da vedere col volume a palla.