“L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo” di Jay Roach

(USA, 2015)

Nel corso degli ultimi decenni sono stati girati diversi film di qualità sul periodo oscuro di Hollywood legato a quello che poi fu definito il cosiddetto “maccartismo” – dal nome del senatore Joseph McCarthy, paladino della caccia ai comunisti americani – che dalla fine degli anni Quaranta ai primi anni Sessanta ghettizzò attori, registi, produttori e sceneggiatori che avevano aderito, o semplicemente espresso simpatie, per il Partito Comunista, privandoli del lavoro e spesso della dignità sociale, tanto da provocare non pochi suicidi e distruggere intere carriere e famiglie.

La storia ci ha ampiamente rivelato che quella presunta armata di spie sovietiche infiltrate nell’America del secondo dopoguerra, in realtà, non esisteva affatto, e che personaggi come McCarthy cavalcavano ad arte la paura del comunismo soprattutto per fini politici e personali, costruendosi una carriera sulla rovina di innocenti. L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo racconta appunto la vicenda di Dalton Trumbo, uno degli sceneggiatori più geniali e talentuosi della sua epoca, tra le prime e più illustri vittime di questa vergognosa caccia alle streghe ideologica.

La Seconda Guerra Mondiale è finita da pochi anni e Dalton Trumbo (un notevole, sfaccettato Bryan Cranston, qui in una delle interpretazioni più intense della sua carriera) è uno degli sceneggiatori più famosi, prolifici e pagati di tutta Hollywood, capace di scrivere copioni brillanti a ritmi impressionanti, spesso lavorando da una vasca da bagno riempita di acqua calda con la macchina da scrivere posata su un’asse. Trumbo è iscritto al Partito Comunista Americano, convinzione ideologica che non nasconde e che anzi difende con orgoglio intellettuale, e per questo è tra i primi a cadere sotto la lente d’ingrandimento della Commissione per le Attività Antiamericane, il famigerato tribunale che avrebbe segnato per sempre la storia del cinema statunitense.

Lo sceneggiatore non si fa intimidire, risponde con arguzia e sarcasmo alle domande ostili dei commissari, e proprio per questa fierezza il martello della repressione si abbatterà su di lui con particolare violenza. Soprattutto perché l’intera Hollywood viene invasa da un clima di sospetto e paura paralizzante, e le grandi case di produzione, invece di difendere i propri artisti come ci si aspetterebbe, creano una vera e propria commissione interna, un organismo di censura mascherato da valutazione artistica, che decide letteralmente la vita o la morte professionale – ufficialmente su basi creative, ma nella pratica su basi puramente ideologiche – di chiunque sia anche solo lontanamente sospettato di simpatie comuniste.

A capo di questa commissione viene nominato il reazionario, dichiaratamente conservatore John Wayne, affiancato dall’ex attrice mediocre divenuta la spietata e temutissima regina del gossip della Mecca del cinema, Hedda Hopper, interpretata da una straordinaria, glaciale Helen Mirren, capace di rendere il personaggio ancora più inquietante di quanto già non fosse nella realtà storica.

Ma Trumbo non si arrende, e sacrificando in parte il proprio nome e la propria visibilità pubblica, ricorrendo a svariati pseudonimi e prestanome, riesce comunque a continuare a lavorare nell’ombra, scrivendo sceneggiature per produzioni minori e vincendo addirittura due premi Oscar per la miglior sceneggiatura – La più grande corrida e Vacanze romane – senza poter nemmeno presentarsi a ritirarli di persona, con la beffa che uno degli Oscar viene inizialmente attribuito a un nome di fantasia. Un uomo tosto, dunque, testardo fino all’autolesionismo, che nonostante tutto ha sempre avuto… l’ultima parola sulla propria vita e sul proprio lavoro.

Con questa pellicola diretta con mestiere solido da Jay Roach – regista che qui abbandona le atmosfere comiche di Austin Powers per abbracciare un registro drammatico più maturo e impegnato – scritta da John McNamara e ispirata alla biografia di Dalton Trumbo firmata da Bruce Alexander Cook, riviviamo un’epoca di paure, sospetti e delazioni che, purtroppo, non appare così distante da certe dinamiche del presente, dove il conformismo e la paura del diverso continuano a trovare nuove forme di espressione.

Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, meritano una menzione anche Diane Lane, convincente nel ruolo di Cleo, la moglie premurosa e paziente di Trumbo che ne condivide ogni battaglia, ed Elle Fanning, delicata nell’interpretare Niki, la figlia dello sceneggiatore, testimone silenziosa della crescente tensione familiare. Da segnalare inoltre le interpretazioni di Louis C.K. nel ruolo dell’amico e collega sceneggiatore Arlen Hird, e di Michael Stuhlbarg, efficace nei panni dell’attore Edward G. Robinson, altra vittima e figura controversa di quella stagione buia.

L’ultima parola è un film che, pur muovendosi talvolta su binari narrativi piuttosto classici e didascalici, riesce comunque a restituire con onestà ed efficacia la statura morale e intellettuale di un uomo che pagò a caro prezzo le proprie idee, senza mai rinunciarvi, e che ancora oggi merita di essere ricordato come simbolo di resistenza culturale contro ogni forma di censura ideologica.

Non è un caso, quindi, che sia proprio la sua penna a scrivere uno dei più grandi romanzi contro la guerra mai scritti nella storia: E Johnny prese il fucile, pubblicato per la prima volta nel 1938, e ancora oggi tragicamente attuale.

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