“Doctor Sleep” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2014)

Esatto! Sono fissato di Stephen King e leggo tutti i suoi libri appena escono: e allora?!

Prima di iniziare questa sua ultima fatica non sono riuscito ad evitare di sbirciare alcune aspre critiche sull’attesissimo seguito di “Shining”.

Ognuno la pensa come vuole e ha tutto il diritto pure di esternarlo, ma dite quello che vi pare: il Re è sempre il Re.

Gli anni passano e le persone maturano (e come ho già detto parlando del Re, maturare non vuol dire sempre invecchiare) e Stephen King è uno scrittore che rimane fedele a se stesso, ai suoi lettori e, soprattutto, ai suoi mostri interiori.

Chi pensa di leggere le stesse cose che King scriveva trent’anni fa – alcolista e al limite della tossicodipendenza per sua stessa ammissione: nel suo splendido “On Writing – Autobiografia di un mestiere” racconta come, proprio a causa di alcol e anfetamine di cui faceva abbondantemente uso in quegli anni, abbia sol un vago ricordo della genesi del suo “Cujo”  – sbaglia completamente.

“Doctor Sleep” è un romanzo che parla di mostri, ma soprattutto di dipendenze autodistruttive e di come, raramente, ci si può salvare da queste.

Di come la vita di una persona possa essere influenzata drammaticamente dal comportamento autodistruttivo dei suoi genitori, ma anche di come la stessa persona possa salvarsi, o almeno tentare onestamente di farlo.

Come capita sempre dopo aver letto un libro del Re, appena terminato “Doctor Sleep”, ci si rende conto che i mostri più famelici e letali sono quelli dentro di noi.

W il Re!

“On Writing – Autobiografia di un mestiere” di Stephen King

(2001, Sperling & Kupfer Editori)

Stephen King ci racconta di aver buttato nel cestino la prima bozza del suo “Carrie”. Troppo difficile, troppo cruda, troppo lontana da quello che pensava di saper fare. È sua moglie Tabitha a tirarla fuori dalla spazzatura, a leggerla, a dirgli che valeva qualcosa. Quel romanzo avrebbe venduto milioni di copie e cambiato per sempre la sua vita e quella di milioni di lettrici e di lettori.

Il Re lo racconta senza enfasi. Quasi di passaggio. Ed è esattamente in quel momento che capisci perché questo non è un manuale come gli altri.

Di manuali per aspiranti scrittori ne esistono a decine. Scaffali interi nelle librerie, corsi che promettono di trasformarti in uno scrittore nel tempo di un weekend. La maggior parte sono onesti, alcuni utili, qualcuno inutile. Tutti però hanno in comune una cosa: si percepisce, leggendoli, la distanza tra chi insegna e chi impara. Una cattedra invisibile. Un sapere che scende dall’alto con la compostezza austera di chi sa tutto e te lo spiega per grazia.

Stephen King quella cattedra l’ha fatta a pezzi e ci ha costruito una piccola sedia su cui sedersi accanto a te.

“On Writing” è uscito nel 2000, con traduzione italiana nel 2001, ed è una di quelle anomalie editoriali difficili da classificare: metà autobiografia, metà manuale, interamente qualcosa che non assomiglia a nient’altro. King arriva al libro dopo un incidente stradale che per poco non lo aveva ucciso, e quella vicinanza alla morte — che nel testo non viene celata né esibita, ma semplicemente raccontata con la stessa precisione con cui racconta tutto il resto — dà al libro una densità che non ci si aspetta. Non è il memoir di uno scrittore di successo che passa in rassegna i propri trionfi. È qualcosa di più scomodo e più prezioso: la testimonianza di un uomo che ha capito cosa vuole fare con il tempo che gli è rimasto.

Io non sono un lettore di horror. Lo dico per chiarezza, non per sminuire il genere. Le pagine più splatter le supero a fatica, i demoni mi interessano meno dei personaggi che li fronteggiano, e certa violenza grafica fa parte di un registro che non cerco nella narrativa, soprattutto la mia. Eppure Stephen King — lo stesso Stephen King che sa fare paura come nessun altro scrittore vivente — è tra gli autori che amo di più. E questo libro spiega, almeno in parte, il perché.

Perché King scrive come pensa, e pensa come vive. Non c’è distanza costruita, non c’è posa letteraria, non c’è la voce solenne di chi si è messo addosso il costume da Grande Autore. C’è un uomo del Maine con un passato di stenti, alcolismo e tossicodipendenza alle spalle, una moglie di cui è ancora innamorato dopo decenni, una dipendenza dalle storie che risale all’infanzia e che non ha mai smesso di bruciare. E c’è una chiarezza nel modo in cui parla del proprio mestiere che taglia come un bisturi.

La prima parte del libro — quella biografica — non è un contorno. È la struttura portante di tutto il resto. King racconta la sua formazione di lettore e scrittore con un’onestà che in certi momenti fa quasi male: le prime pubblicazioni su riviste da quattro soldi, i rifiuti, la povertà vera. Quel dettaglio di Tabitha che recupera “Carrie” dal cestino – in un periodo in cui non potevano permettersi di chiamare un medico per curare il loro primogenito gravemente ammalato – è uno dei momenti più importanti del libro, e King lo sa. Lo racconta senza enfasi e senza sentimentalismo, che è esattamente il modo in cui si racconta la verità quando si è imparato a rispettarla.

Poi arriva la parte del mestiere, e qui il libro cambia marcia.

King ha opinioni precise e le espone senza tentennamenti. L’avverbio è il nemico del verbo forte. La voce passiva è la scelta di chi ha paura di assumersi la responsabilità di quello che scrive. La prima stesura si scrive per sé, la seconda per il lettore, le successive per togliere quello che non serviva. Il vocabolario non si costruisce con i dizionari dei sinonimi ma leggendo, leggendo, leggendo: sempre, ovunque, con la stessa ossessione e la stessa fame con cui certi bambini – come lo ero io tanto per fare un esempio… – mangiano.

Ma il consiglio che mi ha colpito di più — quello che continua a tornarmi in mente ogni volta che scrivo qualcosa e sento il richiamo della menzogna comoda — è uno solo: l’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici, mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto. Non tecnico. Irreparabile. Come quei danni che non si riparano perché hanno cambiato la struttura di qualcosa che non tornerà mai più come prima. E su questo, e naturalmente non è un caso, Stephen King è assai vicino ai concetti espressi dal Italo Calvino nel suo immortale “Lezioni americane“.

“On Writing” non è un libro che ti insegna a scrivere nel senso tecnico del termine. Non ci trovi dentro esercizi progressivi, schede di valutazione, modelli da copiare. Quello che troverai è qualcosa di più raro e di più utile: la dimostrazione che la scrittura è un atto di fiducia. Verso il lettore, verso i personaggi, verso la storia …e soprattutto verso se stessi, con tutta l’esposizione e il rischio che questo comporta.

Il Re Stephen King lo sa da sempre. E in questo libro, finalmente, ce lo dice, anzi: che lo scrive.

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