Mangiare, bere, uomo e donna sono i bisogni primari di ogni essere umano. Cosa che sa bene il signor Chu (Sihung Lung) visto che è uno dei cuochi più famosi ed esperti della millenaria cucina orientale a Tapei.
Forse per questo organizza ogni domenica un pranzo luculliano per le sue tre figlie, la più piccola delle quali ha appena superato i vent’anni mentre la più grande sfiora i trenta. Jia-Jen (Kuei-Mei Yang), Jia-Chien (Chien-Lien Wu) e Jia-Ning (Yu-Wen Wang) sanno che l’appuntamento è imprescindibile, anche se fra una splendida portata e l’altra la comunicazione non è delle migliori.
Vedovo da oltre sedici anni, Chu si preoccupa per l’avvenire e soprattutto per la felicità delle sue figlie che però, come lui stesso, non si scambiano pensieri, timori o sogni. Probabilmente a ciò è legata la patologia che gli impedisce da anni, nonostante il suo mestiere, di assaporare gli alimenti visto che il suo palato non riconosce più alcun sapore.
Ma le vite dei quattro, proprio come capita nella realtà, sono destinate a essere travolte dagli eventi più inaspettati…
Deliziosa e “saporita” commedia …cucinata secondo la grande tradizione culinaria orientale che ci ricorda – come la splendida serie manga giapponese “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories” firmata da Yaro Abe – quanto lo stomaco sia vicino al cuore.
Da “mangiare” con gli occhi.
La sceneggiatura del film è scritta dallo stesso Lee assieme a James Schamus (collaboratore storico del regista col quale lavorerà anche nei progetti successivi) e alla sceneggiatrice e attrice Hui-Ling Wang. La pellicola viene candidata all’Oscar come migliore opera straniera, e anche se non si aggiudica la statuetta lancia definitivamente la carriera internazionale di Ang Lee.
Per la chicca: nella stanza di Jia-Ning si intravede il poster del mitico film “Il mio vicino Totoro” del grande Myazaki.
Purtroppo è quasi impossibile trovare questo delizioso film nella programmazione tradizionale o in streaming. Per “rigustarlo” occorre rivolgersi al mondo dell’usato.
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Una tigre del Bengala di nome Richard Parker. Duecentoventi chili di predatore magnifico e letale. Una scialuppa di salvataggio in mezzo all’Oceano Pacifico. E un adolescente solo che decide — contro ogni logica, contro ogni istinto di resa — di voler sopravvivere a tutti i costi.
“Vita di Pi” di Yann Martel è tutto qui. Ed è tutto tranne che semplice.
Martel pubblica questo romanzo nel 2001 e vince il Booker Prize l’anno successivo. È uno di quei casi in cui il premio arriva nel momento giusto, per il libro giusto, senza che si avverta il sospetto — frequente, ahimè — che la giuria abbia deciso di premiare qualcos’altro rispetto a ciò che aveva tra le mani. Perché “Vita di Pi” è davvero un romanzo straordinario, e non nel senso inflazionato con cui si usa spesso l’aggettivo. È straordinario perché è, letteralmente, fuori dall’ordinario: non appartiene a nessun genere riconoscibile, non segue nessuna delle regole che ci aspetteremmo, e nonostante questo — o forse proprio per questo… — funziona con una precisione che lascia senza parole.
Ci sono arrivato, lo confesso, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dall’omonimo film di Ang Lee del 2012. Sono uscito dalla sala con la sensazione strana di chi ha visto qualcosa di importante senza averlo ancora capito del tutto. Così ho aperto il romanzo. E in pochi minuti non ero più sul divano di casa…
Il protagonista si chiama Piscine Molitor Patel, detto Pi — come il numero irrazionale, e già questo la dice lunga su cosa Martel voglia costruire — figlio del direttore di uno zoo a Pondicherry, nell’India del Sud. Un’infanzia vissuta con una cura sensoriale quasi esasperante: colori, aromi, rumori, la convivenza quotidiana con gli animali, la curiosità intellettuale di un bambino che non si accontenta di un solo dio e decide, con la stessa naturalezza con cui si sceglie un vestito, di essere contemporaneamente hindu, cristiano e musulmano. Non per sincretismo distratto, ma per una fame spirituale autentica, quasi vorace. Pi vuole capire come funziona il divino, e non trova ragioni valide per limitare la propria indagine a una sola risposta.
Poi arriva il naufragio. La famiglia di Pi emigra in Canada portando con sé gli animali dello zoo. La nave affonda. Pi si ritrova su una scialuppa con una iena, uno zebra ferito, un orango e una tigre del Bengala adulta. Nel giro di poche pagine, con una progressione che Martel gestisce con mano ferma e crudele quanto basta, restano solo Pi e Richard Parker. E cominciano i sette lunghi mesi.
Quello che segue è un racconto di sopravvivenza in mezzo all’Oceano Pacifico. Ma sarebbe riduttivo — e un po’ disonesto — definirlo solo così. Perché ciò che colpisce davvero, ciò che rimane appiccicato alla pelle anche dopo aver chiuso l’ultima pagina, non è la successione degli eventi, non le tempeste o i pesci o le notti senza luna. È la volontà di Pi. Quella volontà ostinata, quasi irragionevole, di voler sopravvivere a tutti i costi, che affonda le sue radici proprio in quell’infanzia florida e spirituale, in quella India fatta di aromi, divinità e animali selvatici addomesticati a fatica. Come se tutto ciò che Pi aveva assorbito da bambino — la meraviglia, la fede, la capacità di guardare il mondo senza giudicarlo — diventasse, sull’oceano, l’unica vera possibilità di sopravvivenza.
Poi c’è la tigre. Richard Parker non è un simbolo nel senso letterario del termine, o almeno non solo. È anche, semplicemente, una tigre. Enorme, imprevedibile, letale. E tuttavia la sua presenza sulla scialuppa diventa paradossalmente la ragione principale per cui Pi rimane vivo: non puoi cedere, non puoi smettere di pensare, non puoi lasciarti andare quando a pochi metri da te c’è qualcosa che ti mangerebbe in un batter d’occhio se solo abbassassi la guardia. Il pericolo come ancora di salvezza. L’avversario come motivo di resistenza.
Martel scrive con una prosa che non si affretta mai, che sa indugiare su un dettaglio come su un panorama, che oscilla tra il tono del racconto orale — Pi parla a uno scrittore che lo intervista, anni dopo — e improvvise aperture poetiche che arrivano senza preavviso e ti lasciano lì, con il libro in mano e la sensazione di aver visto qualcosa. Il romanzo porta in sé anche una domanda che non rivelerò qui, perché rispondere significherebbe togliervi qualcosa che merita di arrivare al momento giusto. Dico solo che è una domanda su cosa sia una storia, su cosa chiediamo alle storie, su perché ne abbiamo bisogno anche quando — …soprattutto quando! — la realtà è troppo difficile da guardare senza filtri.
Ang Lee ha detto, a proposito del suo film: “Siamo tutti Richard Parker!.” È una di quelle frasi che sembrano semplici e poi non ti lasciano dormire la notte. Vale per il film. Vale, forse anche di più, per il libro.
Leggetelo. Poi decidete da che parte della scialuppa preferite stare.
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