Informazioni su Valerio

Sono nato a Roma alla fine dell'inverno del 1970. Da bambino ho amato molto le favole che mi si raccontavano o leggevano la sera per farmi addormentare, e fra tutte "Biancaneve e i sette nani" e le "Favole al telefono" di Gianni Rodari. Il primo libro che ho letto è stato "Pinocchio", che mi ha terrorizzato con quel pescecane che inghiotte Geppetto e con la terribile trasformazione in asino di Pinocchio e Lucignolo. Poi sono arrivati "La coscienza di Zeno" e la sua "u.s." - quell'ultima sigaretta che sembra non arrivare mai - e Italo Calvino, da "Il Barone rampante" a "Se una notte d'inverno un viaggiatore", che hanno sancito definitivamente il mio amore per la lettura. Un'estate, quando proprio non me lo aspettavo, quasi casualmente è arrivato il Re. E' Stephen King che mi fa esplodere la voglia incontrollabile di scrivere. E' leggendo "La zona morta" e subito dopo "It" che comincio a fermare sulla carta i fatti e i personaggi che mi ronzano nella testa. E la stessa cosa accade con Giorgio Scerbanenco, anche lui incontrato casualmente su una bancarella estiva. Inizio così a scrivere i miei primi veri racconti, che finiscono in un cassetto. Col passare del tempo però il cassetto diventa sempre più piccolo, i miei personaggi stipati là dentro si lamentano e mi accusano, sempre più violentemente, di vigliaccheria: non ho il coraggio di far nascere, vivere e morire - narrativamente - un personaggio capace di essere il protagonista di una storia con un più ampio respiro come quello di un romanzo. Dopo innumerevoli insulti, minacce e vessazioni, non riesco più a scappare e mi metto seduto davanti al mio computer per scrivere un cavolo di romanzo. Così, finalmente, i personaggi dei miei racconti mi danno un po' di tregua.

“Tre camere a Manhattan” di Georges Simenon

(Adelphi, 2014)

Questo bellissimo romanzo del maestro Simenon viene pubblicato per la prima volta nel 1946 e si lega indissolubilmente alla vita personale del suo autore.

François Combe è un attore francese che ha lasciato la sua patria perché ferito nell’anima dal tradimento della moglie che pubblicamente lo ha “sostituito” con un altro attore più giovane. In America sperava in una carriera ricca e folgorante ma le sue interpretazioni non vanno oltre quelle del classico caratterista francese.

Per tirare avanti il più a lungo possibile con il limitato capitale che possiede vive in un piccolo e misero appartamento a Manhattan dove non c’è neanche il telefono. Tutto ormai sembra portare Combe ad imboccare un triste quanto misero viale del tramonto quando una sera, per non sentire ancora una volta le smanie sessuali dei suoi rumorosi vicini, esce in strada. Nel suo girovagare incappa casualmente in Kay Miller, una donna che come lui sembra non avere più molte scelte. Il loro amore, che all’inizio è esclusivamente materiale, si consuma in tre piccole, ammobiliate e squallide camere a Manhattan. Amore che però, inaspettatamente e non senza dolore, consentirà loro di ricominciare…

Struggente e appassionato, questo romanzo ci racconta un pezzo intimo della vera vita di Simenon che nel 1945 si stabilisce a New York prima di trasferirsi con moglie e figlio in Canada. Lì inizia a lavorare come sua segretaria Denyse Ouimet, che prima diverrà sua amante e poi sua moglie.

Alla prima parte del loro rapporto si ispira quindi “Tre camere a New York”. E come sempre Simenon ci regala lo splendido ritratto di una donna “perduta” (secondo i canoni etici dell’epoca) e irrisolta che però grazie al suo sentimento puro e sincero riesce ad offrire una nuova opportunità a se stessa e al suo amante, indiscutibilmente molto più fragile e insicuro di lei.

Simenon è sempre Simenon…

Nel 1965 Marcel Carné dirige l’adattamento cinematografico “Tre camere a Manhattan” con protagonisti Maurice Ronet e Annie Girardot, che per la sua interpretazione di Kay vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia.

“The Goes Wrong Show” del Mischief Theatre

(UK, dal 2019)

Nel 2015 lo spettacolo “The Goes Wrong Show” scritto da Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields che lo interpretano insieme a Bryony Corrigan, Nancy Zamit, Charlie Russell, Chris Leask e Greg Tannahill sbanca nel Regno Unito.

Il gruppo di artisti appartiene al Mischief Theatre (o The Cornley Polytechnic Drama Society), fondato nel 2008 da alcuni di studenti della London Academy of Music & Dramatic Art, che dal suo esordio ha messo in scena, con ottimi riscontri, commedie e improvvisazioni sia in Gran Bretagna, che in Europa e Asia.

Visto il successo dello spettacolo del 2015, la BBC propone al gruppo di realizzare uno speciale “in presa diretta” per il Natale del 2016 e per quello del 2017. Gli ascolti sono così rilevanti che nel 2019 la stessa BBC produce la prima serie del “The Goes Wrong Show” composta da sei episodi da trenta minuti ciascuno.

In ogni puntata viene messo in scena un genere classico dell’intrattenimento, dall’horror al film di guerra, dal courtroom al melodramma, e ogni volta lo spettacolo naufraga per clamorosi errori o contrattempi di scena. Trenta minuti di esilaranti sbagli e incidenti.

La BBC ha trasmesso la prima serie dal 23 dicembre del 2019 al 31 gennaio del 2020.

In questo periodo così drammatico il teatro sta vivendo uno dei momenti più bui della sua storia millenaria. Come di molte altre cose, tutti noi abbiamo bisogno del teatro e della sua magia che presto tornerà ad incantarci dal vivo.

Per il momento su Prime Video è disponibile l’intera prima serie di “The Goes Wrong Show” in lingua originale, con sottotitoli in italiano. Al di là dei problemi logistici che questa dannata pandemia sta creando anche al mondo del doppiaggio, in questo caso avrebbe poco senso doppiare questi brevi spettacoli che si apprezzano al meglio in originale.

Dallo scorso aprile, vista l’esplosione della pandemia, il Mischief Theatre ha messo sui social gli spettacoli ripresi con l’hashtag #GoesWrongAlong.

Il Teatro resiste e combatte con noi questa maledetta pandemia!

“Manuale delle giovani marmotte” a cura di Mario Gentili

(Giunti/Disney, 2020)

E’ finalmente tornato disponibile il mitico e leggendario Manuale delle Giovani Marmotte nella fedelissima riproduzione della sua storica prima edizione pubblicata nel 1969.

Anche se io ancora non ero nato, lo incontrai qualche anno dopo, di terza o quarta mano, rimediato dal cugino del fratello maggiore del vicino di casa che fortunosamente era riuscito a portarlo in vacanza al mare…

E così, insieme ad un manipolo di giovani aspiranti marmotte realizzai una buona parte delle straordinarie idee descritte nel Manuale. Ovviamente iniziai con l’intramontabile “Filo diretto”, il “telefono” fatto con due bicchieri di carta e un pezzo di filo per cucire, per passare poi alle capanne costruite con le canne e alla vera vita da esploratore indomito.

Nel rileggerlo oggi non ci si può non emozionare davanti ad un libro che ha indubbiamente influenzato più di una generazione, dando spunti per giocare e conoscere il mondo, magari non sempre ad oggi “politically correct” – come per esempio suggerire, per non sporcare, di seppellire i rifiuti di un picnic sottoterra… – e forse a volte un pò troppo ingenui – come i consigli per diventare “simpatico” – ma sempre mirati al rispetto degli animali e della Natura.

Ma soprattutto questo Manuale ci racconta com’era l’infanzia nel nostro Paese prima dell’avvento definitivo di sua maestà la televisione, quando i ragazzini crescevano giocando per strada sbucciandosi continuamente le ginocchia. D’altronde non ci sono più le mezze stagioni e la nostalgia non è più quella di una volta…

Frasi fatte a parte, rileggerlo è come ritrovare casualmente il compagno di giochi di un’afosa estate cittadina con cui si sono passati momenti indimenticabili che però crescendo si era perso di vista.

“Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz

(USA, 1950)

Nel 1949, negli Stati Uniti, andò in onda un adattamento radiofonico del racconto “The Wisdom of Eve” di Mary Orr. Alcune fonti indicano che la Orr, per scrivere il racconto, si sia ispirata al rapporto “controverso” fra la nota attrice viennese Elisabeth Bergner e la sua segretaria. Altre indicano invece come ispiratrici le attrici americane Tallulah Bankhead e Lizabeth Scott, che in quel periodo era la sua sostituta.

Con rapporto “controverso” le cronache del tempo si riferivano non solo all’ascendente che una delle due attrici aveva sull’altra, ma anche – ovviamente indirettamente perché la censura e il meschino perbenismo dell’epoca non lo consentivano – alla loro omosessualità. Se la Bankhead poco si curava di dissimulare i propri gusti sessuali, tanto da ostentare il flirt con la grande Billie Holiday, alla Scott il solo accenno sulla stampa ai suoi presunti orientamenti sessuali, sostenuti esclusivamente dal fatto di non essere mai convolata a nozze, costò di fatto la carriera.

Il geniale Joseph L. Mankiewicz prende spunto dal programma radiofonico per scrivere e dirigere uno dei migliori film di Hollywood sul mondo dello spettacolo e sulle micidiali ipocrisie che lo circondano, soprattutto quelle legate alle donne.

Ci troviamo così alla cena di gala che precede la consegna del più ambito premio teatrale americano. A ritirarlo sarà la nuova stella nascente del palcoscenico: Eva Harrington (Anne Baxter). La voce fuoricampo di Karen Richards (Celeste Holm) ci parla di alcuni dei commensali presenti fra cui spiccano la grande e “matura” attrice Margo Channing (una splendida Bette Davis) suo marito il regista Bill Sampson (Gary Merrill marito anche nella realtà della Davis), il drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) marito della stessa Karen, e l’implacabile critico teatrale Addison DeWitt (un sempre bravo arrogante e antipatico George Sanders).

Tutti applaudono la giovane attrice, ma solo un anno prima, ci dice in maniera confidenziale Karen, la Harrington era una sconosciuta che aspettava per ore sotto la pioggia davanti all’ingresso del palcoscenico, solo per intravedere la Channing. E fu la stessa Karen a portarla quasi a forza nel camerino della sua amica Margo.

Da umile fan Eva Harrington, grazie al suo acume e soprattutto alla sua marmorea volontà, diventa prima segretaria della Channing e poi sua sostituta in teatro fino a quando, la stessa Karen…

Tutto quello che sappiamo di Eva (il titolo originale di questa pellicola è infatti “All About Eve”) ci fa capire bene cosa significa voler diventare un’attrice di successo in un mondo di uomini potenti e spesso arroganti che dettano le regole. Perché Mankiewicz ce lo ricorda con tagliente lucidità che il mondo del teatro – così come quello del cinema – è totalmente in mano agli uomini. E le donne che spiccano possedendo il fuoco sacro della recitazione non possono, anche volendo, sottrarsi ai mille compromessi che i signori colleghi maschi impongono loro. Regole che incastonano le donne anche in splendide cornici d’oro, ma sempre e comunque fino a dove le permettono gli uomini.

Per la chicca: piccolo cameo per la splendida Marilyn Monroe che interpreta una giovane e avvenente attrice in cerca di un produttore generoso.

Una pietra miliare del cinema.

“A Secret Promise” di Cristina Crenguta Docan e Boris Joh Passacantando

(Beautiful Books, 2006)

Questo delizioso libro illustrato per i più piccoli ci porta nella giornate limpide e serene del Piccolo Orso Bruno e del Piccolo Orso Bianco.

I due cuccioli, anche se vivono fisicamente uno molto lontano dall’altro e passano le loro giornate in simbiosi con il loro ambiente che è così diverso, hanno però in comune quello che solo i più piccoli riescono a creare senza limiti o confini: i sogni.

E così, proprio nel mondo speciale dei sogni si faranno una importante e segreta promessa…

Scritto da Cristina Grenguta Docan ed illustrato splendidamente da Boris John Passacantando, questo volume ha un solo grande difetto: non è stato tradotto in italiano ed è disponibile solo in lingua inglese.

La sua lettura, comunque, è molto semplice anche per bambini che non conoscono bene l’inglese.

I sogni, l’amore e la tolleranza sono importanti per tutti, grandi e piccini.

“Il segno di Venere” di Dino Risi

(Italia, 1955)

La sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale non a caso è stata scritta da alcuni dei più grandi cineasti del Novecento come: Franca Valeri, Edoardo Anton, Luigi Comencini, Ennio Flaiano, Dino Risi e Cesare Zavattini. La stessa Valeri, assieme ad Anton e a Comencini, è l’autrice del soggetto.

Siamo nel mezzo degli anni Cinquanta e l’Italia si sta rialzando dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Si respira aria nuova per le strade: sta esplodendo il famigerato Boom. Ma l’aria nuova, come accade da millenni, non è certo per le donne. O quantomeno le possibilità delle donne, rispetto a prima del conflitto in cui non avevano il diritto al voto e alle quali Mussolini con un Decreto Legge del 10 gennaio 1927 dimezzò il salario rispetto a quello degli uomini, sono da nulle a poco più che scarse.

Ne sono un esempio le cugine Cesira (una grandissima Franca Valeri) e Agnese (una prorompente Sophia Loren) che vivono a Roma in viale Libia, nel quartiere detto Africano. Cesira, che da Milano si è trasferita a Roma a casa dello zio (Virgilio Riento) dove vive anche l’altra zia (Tina Pica) e appunto la cugina ventenne, è una grande sognatrice con ambizioni da gran lady, ma che desidera più di ogni altro cosa il massimo a cui le donne possono aspirare in quegli anni: il matrimonio.

Lavora come dattilografa presso i Bagni Diurni della stazione Termini dove da tempo è timidamente corteggiata dal fotografo Mario (Peppino De Filippo). Per il suo aspetto però Cesira è poco considerata dagli uomini e anche Mario stenta a proporsi seriamente. Le cose peggiorano quando Cesira esce insieme ad Agnese che invece non riesce a tenere lontani gli uomini, proprio per il suo aspetto e le sue curve generose. Agnese, infatti, non può prendere un autobus senza essere palpata e molestata.

Con un cast stellare, fra i più completi di quegli anni, “Il segno di Venere” è una pietra miliare della commedia all’italiana, e non solo. Accanto alle due protagoniste ci sono grandissimi interpreti anche nei ruoli secondari come quello del poeta squattrinato Alessio Spano interpretato in maniera sublime dal grande Vittorio De Sica, o quello del goffo ladro di macchine mammone Romolo Proietti impersonato da Alberto Sordi ancora non completamente esploso come mostro sacro della commedia.

Questa immortale pellicola va rivista non solo per i suoi grandi interpreti, ma anche perché ci racconta in maniera amara e tagliente come una donna in Italia, in quegli anni, molto poco poteva scegliere o decidere. Che fosse una “intellettuale” o una “maggiorata”: erano sempre e comunque gli uomini a dettare le regole. Solo se sapeva giocare bene le sue carte avrebbe potuto raggiungere il famigerato altare, il massimo consentitole dalla società.

Sono passati sessantacinque anni da questa straordinaria pellicola e fortunatamente molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. Siamo ancora il Paese del femminicidio, dove le vittime si contano come in un bollettino di guerra.

Attualissimo …purtroppo.

“Utopia” di Gillian Flynn

(USA, dal 2020)

Da più di un anno, attraverso infinite chat, i cinque fan più sfegatati del misterioso fumetto dark fantasy “Dystopia” si scambiano opinioni e inquietanti letture futuristiche nonché catastrofiche sull’avvenire del mondo che il fumetto, secondo loro, nasconde. La protagonista del testo è la piccola Jessica Hyde che tenta di tutto per salvare suo padre vittima del terribile Mr Rabbit, che lo ricatta per ottenere terrificanti armi chimiche.

Quando appare la notizia del casuale e incredibile ritrovamento di “Utopia”, il sequel di “Dystopia”, Backy (Ashleigh LaThrop), Ian (Dan Byrd), Wilson (Desmin Borges), Samantha (Jessica Rothe) e Grant (Javon “Wanna” Walton) decidono di incontrasi fisicamente alla comic convention dove i fortunati possessori del fumetto lo metteranno all’asta.

Intanto, nel Paese sembra essere scoppiata una terribile epidemia che attacca i bambini di alcune scuole in varie città. Il virus è letale e in 24 ore non lascia scampo a chi ne entra in contatto. Il primo sospettato è il Dottor Kevin Christie (John Cusack) che con la sua enorme azienda farmaceutica rifornisce di carne sintetica le scuole dove è esplosa l’epidemia.

Ad interrompere le speranze dei cinque di acquistare “Utopia” arrivano Arby (Christopher Denham con una pettinatura inquietante come quella di Bardem in “Non è un Paese per vecchi” dei fratelli Coen) e Rod, due uomini al servizio di un’anonima e implacabile organizzazione che in breve tempo uccidono tutti quelli che sono stati in contatto diretto o indiretto col fumetto. I cinque riescono incredibilmente a scampare agli assassini, ma si ritrovano davanti la vera Jessica Hyde (Sasha Lane) che li minaccia con una pistola per avere lei “Utopia”…

Inquietante ma appassionante serie televisiva – la cui prima stagione è di otto puntate – che ci parla, in maniera fin troppo calzante, del pericolo dei virus e delle armi biologiche soprattutto quando queste finiscono in mano alle persone sbagliate. Nel cast da ricordare anche Rainn Wilson nei panni dell’impacciato Dottor Michael Stearns e la prestazione da Emmy del grande John Cusack.

La sua creatrice Gillian Flynn (autrice di script come quello del film “L’amore bugiardo” di David Fincher) si rifà espressamente all’omonima serie inglese cult creata da Dennis Kelly e andata in onda in due stagioni fra il 2013 e il 2014.

Ci sono complottisti e …complottisti.

“La valle dell’Eden” di John Steinbeck

(Bompiani, 2014)

John Steinbeck nel 1952, quando è già uno scrittore e sceneggiatore di successo, pubblica quello che egli stesso considera il suo romanzo “definitivo”, come ammette in un’intervista: “Penso che tutto ciò che ho scritto è stato, in qualche modo, di preparazione a questo”.

Il libro è dedicato ai suoi figli, che in quegli anni sono ancora molto piccoli, perché il desiderio di Steinbeck è quello di condividere con loro quello che Salinas e la sua valle rappresentarono per la sua infanzia.

Non è un caso perciò che il romanzo narri la storia di due famiglie che si incrociano nella valle di Salinas, i Trask e gli Hamilton, e proprio un’appartenente a quest’ultima, Olive – che nel romanzo ha una parte secondaria – è la vera madre dello scrittore. Lo stesso “John Steinbeck” è poi il narratore ufficiale delle vicende che vivono le due famiglie dagli inizi dell’Ottocento alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Assistiamo alla calata delle fondamenta della società di quella nazione che nel Secolo Breve sarebbe diventata una delle super potenze planetarie. Una società formata dallo scontro e incontro di culture e usanze molto differenti, spesso dure e senza mezzi termini, che si sono sviluppate grazie anche alla geografia di un Paese dagli immensi confini. Usanze e culture diverse che però, volenti o nolenti, devono fare riferimento soprattutto ad una cosa.

Così a partire dal titolo questo libro, come molti altri di Steinbeck, affonda le sue radici nella Bibbia. “East of Eden”, il titolo originale, è preso dal Libro della Genesi: “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden” (IV, 16). La stessa cosa vale per il personaggio femminile più rilevante e affascinante del romanzo, Cathy Ames, che lo stesso Steinbeck descrive come la: “personificazione di Eva, di Lilith e del serpente messi insieme“.

Attraverso i Trask e gli Hamilton comprendiamo affondo l’anima di una Paese e di un popolo che ancora oggi, in ogni singola stanza di ogni singolo albergo o motel sul proprio intero territorio, nel cassetto del comodino tiene una copia della Bibbia.

Un immortale caposaldo della letteratura mondiale del Novecento.

Nel 1955 Elia Kazan dirige “La valle d’Eden“, memorabile adattamento cinematografico del romanzo con l’indimenticabile James Dean.

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“Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” di Lauren Redniss

(Mondadori, 2020)

Lauren Redniss, classe 1974, è una delle più famose autrici di saggi e libri visivi degli Stati Uniti, e non solo. Ha vinto numerosi premi per le sue opere ma quella più famosa, al momento, è senz’altro “Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” in cui ripercorre la vita di una delle più grandi scienziate della storia.

La giovane polacca Maria Salomea Skłodowska arriva nel 1891 a Parigi per studiare fisica e matematica. Ma la scienza e la carriera accademica sono saldamente in mano agli uomini, che guardano infastiditi una giovane donna capace e volitiva.

L’unico che la sostiene e le offre di dividere il suo laboratorio è Pierre Curie. I due, che condivideranno anche le proprie esistenze, rivoluzioneranno la scienza moderna, scoprendo due nuovi elementi: il Polonio – chiamato così in onore alla terra natale di Marie – e il Radio.

E proprio insieme a quest’ultimo scopriranno anche il lato oscuro della radioattività e della sua contaminazione. E quando appariranno sui loro corpi i primi sintomi visibili da radiazioni, con ulcere e piaghe comprese, i Curie si chiederanno se davvero l’umanità era pronta alle loro scoperte.

Come Alfred Nobel che con la sua invenzione fece fare un balzo clamoroso in avanti alla civiltà ma rimase annichilito da come poi gli stessi esseri umani usarono la dinamite per scopi militari micidiali, Marie e Pierre Curie, anche non potendo vedere direttamente le nefaste conseguenze dell’uso scellerato delle radiazioni, vivranno gli stessi dilemmi…

Insomma, uno splendido graphic novel da leggere e conservare, su una donna straordinaria e geniale che ha cambiato il suo tempo e la società. La Redniss ci ricorda, ad esempio, che la Curie non è stata “la prima donna” ha vincere due premi Nobel – come molto spesso è ricordato nelle sue biografie – ma è stata “il primo essere umano” a farlo, in barba ai suoi pomposi e invidiosi colleghi maschi contemporanei che le sbuffavano alle spalle. Il tutto raccontato attraverso particolari didascalie che si fondono con splendidi disegni, in un’edizione davvero di ottima qualità.

Una lettura per grandi, ma anche per i più giovani, perché è importante pensare in grande fin da piccoli!

Da quest’opera è stato tratto l’ottimo adattamento cinematografico “Radioactive” di Marjane Satrapi con una bravissima Rosamund Pike nei panni della Curie.

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“Piramide di paura” di Barry Levinson

(USA, 1985)

Alle soglie del primo centenario della nascita editoriale del più grande ed eccentrico detective di tutti i tempi Sherlock Holmes, avvenuta con la pubblicazione del leggendario “Uno studio in rosso” firmato da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887, Steven Spielberg produce una pellicola dedicata all’inedito incontro giovanile fra il detective e il suo futuro amico John Watson, non ancora medico.

Anche se per Doyle i due si conoscono solo nel suo primo romanzo in cui sono adulti, Chris Columbus, autore dello script, se li immagina adolescenti e compagni di scuola. E, fra i banchi e le antiche aule di uno dei più prestigiosi college della Londra vittoriana, il giovane Holmes (Nicholas Rowe) dovrà affrontare pericoli mortali ed eventi che segneranno la sua successiva esistenza…

Ispirato all’intera opera di Doyle, ma soprattutto a “Il segno dei quattro” (pubblicato nel 1890) “Piramide di paura” diretto da Barry Levinson è davvero un film divertente e appassionante, soprattutto per i ragazzi o i patiti sfegatati di Sherlock Holmes come me.

Va visto (o rivisto) anche per altri due motivi: è uno dei primi lungometraggi non animati in cui appare un personaggio realizzato interamente in computer grafica, come si chiamava allora. Si tratta del cavaliere che si “stacca” dalla vetrata di una chiesa per inseguire il sacerdote in una delle scene iniziali della pellicola. A realizzarlo è nientepopodimeno che John Lasseter assieme a quel manipolo di geni smanettoni coi quali fonderà poi la magica Pixar.

Il secondo motivo è perché questo giovane Sherlock Holmes assomiglia incredibilmente tanto a Harry Potter…

Sebbene la Rowling pubblicherà il primo romanzo sul giovane mago più famoso del pianeta solo nel 1997 e la sua riduzione cinematografica arriverà nel 2001, le atmosfere e gli ambienti del college in cui studiano Holmes e Watson ricordano incredibilmente quelle di Hogwarts. E poi lo stesso John Watson (impersonato dal giovane Alan Cox) con la frangetta nera sulla fronte, gli occhiali tondi e gli occhi azzurri (il cui viso si intravede col berretto anche nella locandina del film) sembra proprio il figlio di James e Lily Potter. Ma come è possibile?

Forse potrebbe essere d’aiuto ricordarsi che l’autore della sceneggiatura di “Piramide di paura” è Chris Columbus, autore di script di film come “Gremlins” o “I Goonies“, lo stesso che poi dirigerà i film “Harry Potter e la pietra filosofale” e “Harry Potter e la camera dei segreti”.

Insieme a “Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder, “La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer, “Senza indizio” di Thom Eberhardt, alla serie “Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson e a “Enola Holmes” di Harry Bradbeer, “Piramide di paura” è una delle migliori opere liberamente ispirate al personaggio immortale creato dal genio di Conan Doyle.

Nei panni del cattivo di turno c’è un bravissimo Anthony Higgins.

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